Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 27 marzo 2024
Robecchi!
Unire i puntini. Frigo vuoto e cannoni pieni: salgono i poveri, cresce la guerra
di Alessandro Robecchi
“Unire i puntini” è quel famoso gioco enigmistico che consente di tracciare linee tra vari punti apparentemente incongrui per formare un disegno di senso compiuto. È anche il mettere insieme indizi e segnali per arrivare a una visione più complessiva (e complessa) della realtà. Così potrebbe capitarvi, con in mano un quotidiano, di tracciare piccole linee mentali tra le prime pagine dense di guerra, minacce di mobilitazioni, invio di truppe, spese militari, carri armati da acquistare al più presto, arsenali da riempire, e le pagine interne, lontane lontane, dove si dice che in Italia (ma anche in Europa, in misura minore) aumenta vertiginosamente la povertà. Per restare alle (brutte) metafore, si può dire che nelle prime pagine si chiedono a gran voce cannoni, e a pagina trenta, o anche più avanti, si registra sommessamente che manca il burro.
Puntuale come le cambiali, infatti, ecco il rapporto Istat che fotografa l’Italia del 2023, un disastro. Il 9,8 per cento degli italiani vive sotto o al limite della soglia di povertà, cioè fatica a procurarsi beni essenziali (era il 9,7 nel 2022, era il 6,9 nel 2014, dieci anni fa). Diventano più poveri anche gli occupati, l’8,2 per cento combatte con il frigo vuoto pur avendo un lavoro, precario, o malpagato, o ridotto in ore e diritti. Quasi un milione di famiglie (944.000) si collocano sotto la soglia di povertà pur avendo un lavoratore dipendente al loro interno, quei lavoratori che la leggenda italiana vuole più protetti e garantiti, una leggenda, appunto.
Si potrebbe continuare per ore, le statistiche sono fonte inesauribile di paragoni, confronti, misurazioni, ma naturalmente non è lì la verità. La verità si può trovare forse nelle facce, nelle vite, nelle storie di fatica quotidiana che fanno donne e uomini sottoposti a questa privazione costante e continua di bisogni e desideri, a questa ingiustizia. Se volete unire i puntini, potete farlo agevolmente: tracciate una linea dritta tra l’abolizione dell’unica misura a sostegno dei “poveri” – il reddito di cittadinanza abolito dal governo Meloni – e i dati sui nuovi poveri, quelli che per anni furono accusati e sbeffeggiati, insultati e derisi perché erano “fannulloni sul divano”. O, se volete un’altra linea dritta, tracciatela tra i poveracci che non possono riempire il frigorifero e gli extraprofitti delle banche (più 80 per cento nel 2023) che si dovevano tassare e poi non se n’è fatto niente, perché le banche hanno una lobby forte, e i poveri no.
Poi ci sono altri puntini da unire, apparentemente più lontani, quelli del vento di guerra che spira tutto intorno a noi. E se andate a vedere da vicino è una faccenda che intreccia geopolitica e finanza, geopolitica e economia, poteri forti e fortissimi, lobby danarose e miliardarie, apparati industriali, politici che di quegli apparati industriali sono solerti camerieri e servitori benemeriti. Chi vuole mandare truppe, comprare più armi, aumentare le spese militari – parlo dei politici, ma anche dell’informazione – è ascrivibile al sistema delle élite. L’Europa – parlandone da viva – che auspica (testuale) “un’economia di guerra” è a loro che pensa e si rivolge, non a quei numeri delle statistiche che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena. Perché la guerra è un affare di ricchi e ricchissimi che pagheranno i poveri. Qui, in Ucraina, in Russia e ovunque. Lo diceva Bertold Brecht, ed è passato quasi un secolo, e i puntini sono ancora tutti lì, praticamente uguali, vergognosamente uguali, bisognerebbe unirli.
Che tristezza!
Fantocci, è lei?
di Marco Travaglio
Il cosiddetto centrodestra sta facendo di tutto per dimostrarsi persino peggiore di B.. Ma al momento, soprattutto con la fantozziana Operazione Puglia, è riuscito solo a rendersi ancor più ridicolo. Partito per guadagnare voti a Bari spacciando Decaro ed Emiliano per due amici della mafia, ne sta regalando altri al centrosinistra, visto che da quelle parti tutti sanno benissimo con chi sta la mafia (l’unica consigliera comunale indagata per voto di scambio è stata eletta nel 2019 col centrodestra prima di venire astutamente imbarcata dal Pd) e con chi l’antimafia (Emiliano da pm fece condannare centinaia di mafiosi e da sindaco ripulì Bari Vecchia, mentre Decaro è scortato da nove anni per minacce mafiose). Meraviglioso il finto scandalo per il racconto di Emiliano sui rudi colloqui con la sorella del boss Capriati e per il selfie di Decaro con un’altra sorella e una nipote del capoclan: scandalo dovuto al fatto che le tre donne sono incensurate.
Ma l’apoteosi va in scena al consiglio comunale, dove i parlamentari di destra tengono una conferenza stampa dando pubblica lettura dell’ordinanza del gip (mostrata su un maxischermo alle loro spalle) che a febbraio ha arrestato 130 persone, con tanto di intercettazioni. Cioè infrangono ben due leggi da essi stessi appena votate: la Cartabia sulla “presunzione d’innocenza” che vieta di nominare gli arrestati e il bavaglio Costa che proibisce la “pubblicazione integrale o per estratto del testo dell’ordinanza di custodia cautelare”, anche se non sono segrete. Alla sceneggiata presenzia quel gran genio del viceministro Sisto, già difensore di B. nella Puttanopoli barese e gran tifoso del bavaglio: “La scelta di non consentire la pubblicazione dell’ordinanza di custodia è in perfetta linea col diritto di difesa e la presunzione di non colpevolezza”, disse quando la porcata divenne legge. Ora, mentre i colleghi la violavano coram populo, s’è scordato di farli arrestare seduta stante. Intanto il forzista Raffaele Nevi, a Tagadà, confessava bel bello di avere “sul telefonino la richiesta di misure cautelari della Procura” e si offriva di “leggerne un pezzettino” agitando lo smartphone a favore di telecamera con il documento doppiamente vietato: se le ordinanze del gip non sono segrete (ma ora impubblicabili), le richieste del pm lo sono (dunque doppiamente vietate) e sarebbe interessante sapere chi gliele ha date. Purtroppo nelle carte non compaiono né Emiliano e Decaro, né le tre parenti di Capriati, tutte incensurate. Fossero state pregiudicate, il centrodestra figlio di B., Dell’Utri, D’Alì, Cuffaro, Cosentino, Verdini, Formigoni & C. creperebbe d’invidia per non aver pensato di farci un selfie o una chiacchierata, ma soprattutto di candidarle.
L'Amaca
Le balle dei potenti
DI MICHELE SERRA
Leggendo la ridicola versione del governo russo sulla carneficina di Mosca (sarebbero stati ucraini, americani e inglesi a organizzarla), ho ripensato all’abc del giornalismo, non sempre applicato da giornali e giornalisti (diciamo, ottimisticamente: non da tutti), ma insomma impossibile da ignorare per chi scrive le notizie e per chi le legge.
Verifica delle fonti al primo posto: vuol dire, grosso modo, che non puoi raccontare una cosa se non ne sei sicuro. Se non hai almeno qualche concreta, credibile pezza d’appoggio. In breve: non si devono dire balle.
Beh, mi sembra giusto valutare quanto questo concetto elementare di correttezza, già spesso disatteso sui media “classici” quanto sui social, sia sistematicamente aggirato in politica. La menzogna e la propaganda (termini quasi sinonimi) sono il bastione che regge la comunicazione di una moltitudine di governi. Inarrivabile la Russia di Putin, ma finché campiamo non potremo mai dimenticare le «armi di distruzione di massa» inventate da Bush e Blair per attaccare l’Iraq.
O le atroci balle di Boris Johnson durante la campagna pro-Brexit. Una bugia, benché occidentale, rimane pur sempre una bugia.
Ora, la domanda da farsi è questa: come possiamo pretendere dalla vox populi, che è l’anima dei social, un minimo di rispetto della realtà, se il cattivo esempio arriva dall’alto?
Se l’arte di negare l’evidenza, contraffare la realtà, manipolare gli eventi, è praticata spesso e volentieri prima di tutto dalla boriosa voce ufficiale di grandi potenze e di applauditi leader, come pretendere nitidezza di pensiero, e onestà di parola, dalla folla sottostante? Il pesce puzza sempre dalla testa, come si usa dire.
martedì 26 marzo 2024
Prefazione matematica
Evitiamo gli inganni da Gaza a Mosca
UNA BUSSOLA NEL CAOS - La gente non teme più di essere tacciata di antisemitismo quando critica Israele. Ma c’è chi deduce che, essendo imperativo schierarsi contro Netanyahu, lo sia anche essere antisemiti
DI PIERGIORGIO ODIFREDDI
Per combinazione, Alessandro Di Battista mi ha inviato il manoscritto di questo libro mentre ero in partenza per la Russia.
L’ho letto in viaggio tra Tallinn e San Pietroburgo, perché in seguito alle sanzioni da due anni non ci sono più voli diretti tra i Paesi europei e la Russia: chi vuole recarvisi deve giocare di sponda, per esempio con la Turchia, o strisciare per terra, come ho fatto io. Anche superare il confine non è immediato, perché il ponte di collegamento tra l’Estonia e la Russia è chiuso al traffico. Bisogna prendere un mezzo fino al confine estone, passare il ponte a piedi e tra i fili spinati, e poi prendere un altro mezzo dal confine russo a San Pietroburgo. E naturalmente, una volta in Russia, non si possono più usare carte di credito occidentali: una delle sanzioni ha bandito il Paese dal circuito Swift, e gli europei sono costretti a portare con sé direttamente la carta moneta, che va cambiata in rubli in banca prima di poter essere usata.
Si potrebbe pensare che queste e altre sanzioni abbiano messo in ginocchio la Russia, e che i russi vivano in un’economia di guerra, ma niente è più lontano dal vero. San Pietroburgo continua a essere la solita ribollente metropoli che era; la stessa descritta in maniera incomparabile nel romanzo Pietroburgo dal poeta e scrittore simbolista Andrej Belyj (Adelphi, 2014). Il teatro Mariinskij continua a offrire i suoi famosi balletti, il Museo Russo a esibire le sue straordinarie icone e i quadri di Malevi, i ristoranti e i negozi sulla Prospettiva Nevskij a rivaleggiare con quelli della Quinta Strada di New York, e la Russia a vivere esattamente come prima: solo con meno turisti europei e americani (il che, detto tra parentesi, non guasta).
Cos’è andato storto nelle misure politico-economiche contro la Russia, che erano state annunciate come strumenti per mettere in ginocchio il Paese e il suo presidente, che i nostri giornali chiamano zar (il che, di nuovo detto tra parentesi, è tanto corretto quanto chiamare duce la Meloni)? E, soprattutto, cos’è andato storto al fronte e sui campi di battaglia, nei quali l’enorme superiorità militare della Nato (che spendeva ogni anno il sessanta per cento delle spese mondiali degli armamenti) avrebbe dovuto sconfiggere l’esercito russo (che ne spendeva il 3 per cento) in men che non si dica? Non si doveva così ripristinare l’ordine mondiale del dopo 1989, quando cadde il Muro di Berlino, e soprattutto del dopo 1991, quando si dissolse l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti rimasero l’unica superpotenza al mondo? A queste domande risponde Di Battista in questo libro, nel quale rifulgono le sue note qualità personali. Per chi lo conoscesse solo come efficace polemista televisivo e youtuber, ricordiamo che la sua compassione verso i deboli l’ha portato a lavorare per anni da giovane in Guatemala con la Caritas. La sua passione per l’impegno l’ha fatto emergere in Parlamento come uno dei due leader del Movimento 5 Stelle. E il suo idealismo l’ha spinto a non ricandidarsi dopo un solo mandato, mentre i suoi compagni più realisti coglievano i frutti del loro impegno al governo, e ponevano le basi per la loro successiva sopravvivenza politica.
Alessandro infonde ora in questo libro le rare doti della compassione, della passione e dell’idealismo per raccontarci la discrepanza tra la fantasiosa narrazione della nostra politica e dei nostri media, e la prosaica realtà dei fatti: non solo per quanto riguarda la guerra in Ucraina, alla quale abbiamo già accennato, ma anche a proposito dell’ultimo capitolo della storia infinita del massacro dei palestinesi da parte di Israele. E non a caso le parole “massacro”, “menzogne”, “pretesto” e “verità” compaiono già nei titoli dei primi capitoli di questo libro. (…) Giustamente Di Battista critica anche quella che i militari e i politici israeliani chiamano “dottrina Dahiya”, che prende il nome dal quartiere di Beirut dove Israele la applicò per la prima volta nel 2006. La dottrina prevede una guerra asimmetrica basata su una letterale “risposta sproporzionata”, che va contro ogni ragionevole regola etica o giuridica. Non solo la legge del taglione, che prevedeva invece una risposta uguale e contraria: “occhio per occhio” (o tit for tat, come viene chiamata in teoria dei giochi). Ma persino la proporzione “dieci a uno”, adottata dai nazisti come rappresaglia all’attentato di via Rasella, che portò alla strage delle fosse Ardeatine.
Oggi Israele è già arrivato alla sproporzione “trenta a uno”, e non si fermerà, perché nessuno ha il coraggio di fermarlo, e di trattare Netanyahu e Israele come vengono trattati Putin e la Russia: con sanzioni sempre più forti agli aggressori, e armamenti sempre più potenti agli aggrediti. Il paradossale risultato che la dottrina Eban ha oggi ottenuto è che la gente non teme più di essere tacciata di antisemitismo quando critica Israele. Piuttosto, deduce logicamente che, poiché è diventato imperativo essere antisionisti, allora è diventato imperativo anche essere antisemiti. Da cui l’insorgere di un nuovo antisemitismo in Europa e negli Stati Uniti, frutto diabolico del subdolo gioco di Abba Eban, al quale troppi hanno giocato furbescamente e troppo a lungo in Israele e in Occidente. (…) La domanda cruciale, che Di Battista ci pone nell’ultimo capitolo, è cosa dobbiamo fare noi, e da che parte dobbiamo stare. Il suo libro ci aiuta a scegliere con cognizione di causa, e dobbiamo tutti essergli grati per gli strumenti che ci offre per poter effettuare coscienziosamente la nostra scelta.
Bari e dintorni
Due veri mafiosi
di Marco Travaglio
L’errore di Michele Emiliano non è stato raccontare (per l’ennesima volta) un episodio di vita vissuta col giovane Antonio Decaro nella Bari Vecchia degli anni 2007-2008. È stato non prevedere che, col caso Bari su tutti i giornali, il suo racconto sarebbe finito in pasto a chi quella storia (sua e della città) non la conosce e può persino credere alle panzane di politici e giornali di destra. L’attuale presidente della Regione è stato il pm che più di tutti, prima da Brindisi poi da Bari, ha ripulito la Puglia dalla Sacra Corona Unita ottenendo arresti, condanne e confische per centinaia di mafiosi. Nel 2003 prosegue l’opera da sindaco: il Comune inizia a costituirsi parte civile nei processi di mafia, confisca i beni alle famiglie e avvia protocolli e progetti di legalità e antimafia sociale (“Il magistrato trova i vasi già rotti, il sindaco cerca di evitare che si rompano”). Il Far West di Bari Vecchia, la Scippolandia dove si spara ad altezza uomo, cambia volto. Nel 2004, con assessore al Traffico il novellino Decaro, Emiliano la svuota dalle auto, scatenando la rivolta dei residenti, famiglie mafiose in testa. Il clima è rovente: il Sindaco Sceriffo e l’assessore, contestati e minacciati, girano per i quartieri, riuniscono i comitati, spiegano che la musica cambia per il bene di tutti.
In quelle assemblee infuocate e nei tour per le piazze dove si vive e si mangia per strada e si rincasa nei “sottani” solo per dormire, Decaro è un pesce fuor d’acqua, mentre l’ex pm conosce a uno a uno i parenti dei boss che ha fatto arrestare e condannare. “Dove prima si sparava nascosti dietro le auto, ora mettiamo le fioriere e i vostri figli possono giocare senza rischi”, è il suo refrain. E alle mogli e madri dei detenuti (per mano sua) o dei caduti nelle faide aggiunge: “Volete che i vostri ragazzi finiscano in galera o al cimitero come i vostri mariti e i vostri figli?”. È in questi giri nei vicoli più inquinati che Michele lo Sbirro, privato della scorta appena lasciata la toga, copre con le sue spalle larghe quelle gracili di Decaro e fa quel discorsetto alla sorella di Antonio Capriati (lei incensurata, lui ergastolano per omicidio), come ad altri parenti “eccellenti” che presidiano il territorio con aria bullesca di sfida: qui l’aria è cambiata, rassegnatevi; se avete qualcosa da dire all’assessore, fatelo col rispetto che portate a me. L’ex pm se lo ricorda perché sa con chi parlava e l’ha fatto infinite volte. Decaro no, perché non ha in testa l’albero genealogico dei clan. Tant’è che ieri è uscito un suo selfie del 2022 con due donne imparentate con i Capriati alla festa di San Nicola davanti alla loro boutique. E lui ha dovuto chiedere al parroco chi fossero (non lo sapevano neppure i carabinieri). Peccato non avere in casa un esperto del settore, tipo Dell’Utri o Mangano.
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