domenica 17 marzo 2024

Passeggiata pro fiera


 

Senti senti!

 

Così chi vende armi starà più sereno
FINCHÈ C’È GUERRA - Con il Ddl 855 il governo rende opachi i controlli richiesti dagli organismi internazionali e cancella anche la trasparenza. In questo modo le banche potranno far affari senza turbare troppo i propri clienti
DI ALINA CARROZZINI
(Docente di Diritto Europeo, Vrije Universiteit Amsterdam)
“Piú armi per tutti, piú velocemente e con il favore delle tenebre”. Con queste parole – puntuali e suggestive – il senatore Marton (M5S) ha commentato il disegno di legge 855 di iniziativa del governo contenente emendamenti approvati lo scorso febbraio dal Senato alla Legge 185/1990, riguardanti l’import-export e il transito di materiali di armamento.
Tramite le modifiche – ora sottoposte alla Camera – si vorrebbero promuovere la flessibilità e credibilità dell’Italia in questo ambito. Ma la flessibilità e la credibilità dell’Italia con il ddl 855 non c’entrano nulla: l’effetto della nuova norma, se approvata, sarà solo quello di rendere più opaco e discrezionale l’iter di esportazione degli armamenti. In che modo? Rimuovendo obblighi di trasparenza rispetto alle attività degli istituti di credito; e depotenziando l’attuale apparato tecnico deputato a controllare a chi vengono mandate armi dall’Italia – compromettendo così anche il rispetto degli obblighi internazionali ed europei sottoscritti dall’Italia in questo settore.
Come mai? Evidentemente, l’attuale legge 185 pone troppi ostacoli alla corsa al riarmo. Ne è esempio la scelta del governo Meloni, nel 2023, di fare marcia indietro rispetto alle decisioni del governo Conte 2 (2021), con le quali si revocavano le licenze d’esportazione di armi per Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, visto il loro utilizzo nello Yemen contro la popolazione civile. Decisioni – quelle del governo Conte 2 – con conseguenze diplomatiche pesanti, ma adottate proprio in virtù della legge 185 e gli obblighi internazionali che rappresenta. Obblighi che impongono il diniego di licenze d’export per armi il cui uso può contribuire a violazioni del diritto internazionale o dei diritti umani – come per esempio è appena avvenuto nei Paesi Bassi rispetto al divieto di export di parti di jet F-35 per Israele.
Il dietrofront del governo è sicuramente anche motivato da pressioni politiche ed economiche sull’Italia: si pensi alla recente istituzione della missione navale Ue “Aspides” nel Mar Rosso (il cui comando è italiano). Una missione creata per difendere il traffico commerciale verso il Canale di Suez – al momento compromesso dagli Houthi, milizie Yemenite supportate, sì, dall’Iran, che però attaccano il traffico per Israele nel Mar Rosso in reazione ai bombardamenti nella striscia di Gaza. Insomma, garantire il diritto internazionale ci costa e le armi servono a difendere i nostri interessi commerciali e strategici. Così il governo Meloni si appresta a indebolire questo sistema di controllo. Altrimenti non ci si spiega perché, nel contesto del voto, il Senato abbia votato contro emendamenti che menzionavano gli obblighi internazionali che l’Italia ha sottoscritto nel testo della nuova legge.
Ma cosa prevede il ddl?
1) Piú discrezionalità sulle valutazioni. Al momento, l’autorità competente per il rilascio di licenze per import-export di armi è l’UAMA (l’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento), in seno alla Farnesina (art. 7bis legge 185). Con queste modifiche, l’UAMA sarà affiancata dal Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamento per la difesa (CISD), già previsto dalla legge 185 ma soppresso nel 1993 per semplificare l’attività di governo. Il CISD, reintrodotto all’art. 6, definirà gli indirizzi generali per le politiche di scambio, import ed export di armi – competenza per ora attribuita alla Farnesina dall’art. 7ter (ora abrogato). Sviluppo positivo? Non proprio. Sebbene il CISD sia tenuto a considerare gli obblighi internazionali sottoscritti dall’Italia, rimane un ente politico (composto dal presidente del Consiglio e da ministri), che non sarà supportato dallo stesso ramo tecnico: sono abrogati sia l’Articolo 7(3), che prevedeva che il Comitato Consultivo che formula pareri per la Farnesina sulle richieste di autorizzazione si potesse avvalere di consulenze tecniche di esperti; sia l’articolo 8, che stabilisce l’Ufficio di coordinamento della produzione di materiali di armamento, che reperisce informazioni e formula pareri sulla conversione a fini civili di questi materiali. Ma non solo: spariscono le Ong come fonti d’informazione sul rispetto dei diritti umani a cui il CISD poteva far riferimento nelle sue valutazioni – cosa prevista nella versione del 1990.
2) Più opacità sui flussi finanziari. La flessibilità ricercata dal Governo viene facilitata da una cortina oscura che cala sulle banche. Per ora la legge 185 obbliga il presidente del Consiglio a presentare una relazione annuale al Parlamento riguardante le operazioni svolte nell’ambito della legge 185. Se così non fosse, verrebbe meno il sistema multilaterale di controllo dei materiali d’armamento creato dagli obblighi sottoscritti dall’Italia: la trasparenza é imposta dalla direttiva 2009/43/CE (sul transito di prodotti di difesa) e dalla Posizione Comune 2008/944/PESC (che introduce norme comuni sull’esportazione di armi e tecnologie militari). Con l’abrogazione dell’art. 27(4), si introdurrà però il segreto bancario: le attività degli istituti di credito operanti nel territorio italiano non saranno più oggetto di questo rapporto annuale: non si saprà più quali banche siano attive nel settore della difesa e commercio d’armi, né il loro ruolo al riguardo. Modifiche allarmanti anche perché lo Stato è attivo in questo ambito: il Mef è il maggior azionista di Leonardo, l’impresa italiana di vertice per la produzione delle armi. In virtù di ciò – come sottolineato dal senatore Magni (gruppo Misto/Avs) – il ddl 855 avrebbe dovuto incrementare il controllo parlamentare in questo ambito, non diminuirlo.
Dal dibattito in Senato emerge che questa modifica potrebbe rispondere al disappunto dell’AIAD (la Federazione Aziende italiane per l’Aerospazio la Difesa e la Sicurezza, di cui il ministro Crosetto era a capo fino a due anni fa), che lamentava “difficoltà a ricevere finanziamenti da parte delle banche, temendo un danno d’immagine se menzionate nel rapporto”. Lo scorso luglio, Crosetto aveva infatti criticato la legge 185 in quanto “ingabbiante” poiché sarebbe “un freno ad una attività industriale che è chiamata ad operare in un contesto internazionale molto competitivo”, criticando le “banche etiche” che “decidono di chiudere i rubinetti ad attività del tutto legali”.
Si cercherebbe dunque di venire incontro – a costo della trasparenza – alle necessità dell’industria. E questo si potrebbe forse rilevare da quanto detto dal Senatore Zanettin (FI) durante il voto sul ddl 855: “si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra). Non dimentichiamoci però che l’articolo 11 della nostra Costituzione ripudia la guerra, e che l’affondo alla trasparenza e alla legalità non rispondono al bisogno di una corsa alle armi, bensì a quello di celarne le conseguenze.

Il nipotino di zia

 

La faccia e la pelle
di Marco Travaglio
Lo scomposto agitarsi di Macron sempre più Micron sulla guerra la dice lunga sulla statura politica e morale delle cancellerie atlantiste. Che, dopo aver usato il popolo ucraino come carne da cannone per spezzare le reni alla Russia, ora che la Russia le sta spezzando a noi lo usano come carne da macello per le campagne elettorali Ue e Usa. Ma il nanerottolo francese fa storia a sé, perché ha sempre giocato una partita tutta sua sulla pelle degli ucraini. Si crede una via di mezzo fra Napoleone e De Gaulle, cioè il padrone dell’Europa. Nel 2019 decreta la “morte cerebrale della Nato”. E nel 2021, mentre Usa e Nato spingono Putin a invadere l’Ucraina rifiutando l’impegno sulla neutralità che la salverebbe, fa il mediatore. L’8 febbraio 2022 strappa a Zelensky e Putin la promessa di rispettare gli accordi di Minsk per l’autonomia del Donbass (l’altro pomo della discordia). E il 20 febbraio chiama Putin, Biden e Scholz, poi annuncia un vertice fra i primi due. Gli Usa sabotano la mediazione e quattro giorni dopo i russi invadono. Ma lui insiste. Zittisce Biden che dà del “macellaio” a Putin: “Io non l’avrei detto, non si deve alimentare un’escalation di parole e azioni”. E quando Joe accusa lo Zar di “genocidio”, taglia corto: “Parole che non aiutano la pace, anche se le forze russe hanno commesso crimini di guerra”.
Il dialogo gli serve per vincere le elezioni contro la filorussa Le Pen e il pacifista Mélenchon: “Non saremo mai cobelligeranti, serve una de-escalation in Ucraina”, “Non si fa la pace umiliando la Russia”, serve “una via d’uscita dalla guerra senza umiliare la Russia”. È così ben informato da credere che sia la Russia a rischiare l’umiliazione, non l’Ucraina. Nel pellegrinaggio in treno con gli altri due magi Scholz e Draghi, chiede a Zelensky di trattare con Putin. Biden s’inventa un “Armageddon nucleare russo” e lui lo invita alla “prudenza”. Chiede a Mosca e Kiev di accettare la mediazione del Papa. E nel dicembre ’22 annuncia con Biden un’inutile conferenza di pace a Parigi. Poi domanda: “Cosa siamo disposti a fare per dare garanzie di sicurezza alla Russia quando tornerà al tavolo dei negoziati? Uno dei punti essenziali, come ha sempre detto Putin, è il timore che la Nato si avvicini alle sue porte e dispieghi armi che potrebbero minacciare la Russia”. Kiev si infuria: “Vuole fornire garanzie di sicurezza a un terrorista assassino?”. Ora deve aver capito che Putin ha vinto la guerra e il fronte Usa-Ue- Ucraina l’ha persa. Ma non può ammetterlo, almeno fino alle Europee di giugno. E, da pompiere che era, gioca l’altra parte in tragedia: quella del piromane, straparlando di truppe Nato a Kiev. Lui ha il problema di salvare la faccia. Noi, la pelle: quella degli ucraini e anche la nostra.

L'Amaca

 

Le zanne all’uranio
DI MICHELE SERRA
La facilità con la quale si tira in ballo la guerra atomica, nell’ultimo paio d’anni, non ha precedenti. I più anziani ricordano ancora la crisi di Cuba, quando il titolo di giornale “Il mondo con il fiato sospeso” ebbe (ma per pochi giorni) un significato tangibile. Il mondo trattenne effettivamente il fiato, e tirò il classico sospiro di sollievo appena fu chiaro che non ci sarebbe stato alcun conflitto atomico.
Ora, non è facile stabilire se il prolungato “allarme atomico” seguito all’invasione russa dell’Ucraina sia dovuto più all’uso sistematico di quell’argomento che fa il governo russo, subito rintuzzato da governi e diplomazie occidentali, come se fosse impossibile non stare a quel gioco; oppure se a ingigantire il pericolo sia il sistema mediatico mondiale, nel suo complesso molto incline a usare le emozioni, l’enfasi e le paure come ingrediente fisso. Fatto sta che il pericolo atomico, da inaudita minaccia di sterminio, estinzione, atroci malattie per i sopravvissuti, è diventato una specie di evenienza da mettere in conto tra le tante; e parole come apocalisse e armageddon(sempre in bilico tra Bibbia e Hollywood) sono diventate di uso quasi comune.
C’è qualcosa di sconcio, in questo assuefarsi collettivo alla più sconcia delle ipotesi.
Qualcosa di sconcio ma anche di sfinito, come se gli uomini parlassero di se stessi senza più nessuna fiducia in se stessi. Chi siamo noi?
Siamo la bestia con le zanne all’uranio.
Riusciamo ancora a immaginarci in un’altra maniera? Forse no, e questa sarebbe la vera vittoria di Putin.

sabato 16 marzo 2024

Nell’oblio mafioso

 


Nell'interessantissima trasmissione di Pif "Caro Marziano", tutte le sere su Rai 3, che consiglio caldamente, sono emersi, dall'oblio dal sapore antico mafioso, ieri sera nella puntata dedicata ai sopravvissuti della strage di Capaci, alcuni aspetti ancor oggi sconcertanti, generanti confusione, inzuppati di collusione: 

- quando Falcone andava a Roma non aveva scorta 

- la scorta a Palermo gli era stata ridotta, da 24 a 12 uomini

- erano stati tolte alcune armi alla stessa scorta, tra cui fucili a pompa 

- non avevano in dotazioni le radio portatili che avrebbero nascosto le comunicazioni tra le varie auto al seguito, costringendo gli uomini della scorta ad utilizzare la radio centrale operativa, di facile ascolto da parte di tutti, anche dei mafiosi. 

- erano state potate delle piante che oscuravano la visuale a quel bastardo di Brusca che premette il tasto per generare l'esplosione

- avrebbero potuto assassinarlo facilmente a Roma, visto che girava da solo. Ma scelsero di ammazzarlo a Capaci per dimostrare a chiunque il potere mafioso.

Nel silenzio generale, questo non è stato detto ma emerge, la mafia continua a imperversare, soffice, nascosta, onnipresente. 

Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della sua scorta potrebbero fungere ancor oggi da impedimento alla grande commistione affaristica tra politica e mafia.   

Tristezza



Tra le notizie spiazzanti ne spunta una, caratterizzata da quei 977 no su 1335 votanti, che hanno declinato la possibilità di intitolare a Peppino Impastato il liceo scientifico di Partinico, in provincia di Palermo, attualmente dedicato a Santi Savarino, un senatore del regno che firmò le leggi razziali. Novecentosettantasette studenti hanno negato il consenso perché, a loro dire, Peppino era troppo schierato a sinistra. Fossimo un paese serio s’attiverebbe immediatamente una task force di soloni, pensatori a gettone di presenza, ondivaghi commentatori, pennivendoli e quant’altro per spiegare ai virgulti ignoranti le ragioni per cui Peppino venne assassinato. Ma questo non accadrà qui, in Alloccalia. Sing!

Speranza per tutti!

 


Sursum corda Normodotati! Se questo l’han fatto governatore dell’Abruzzo (solo perché di nero vestito) allora le possibilità sono infinite per tutti… vedasi anche Donzelli e Gasparri