giovedì 14 marzo 2024

Freddura

 


L'Amaca

 


Il Dio cattivo delle Nazioni

DI MICHELE SERRA

Nel Paese più popoloso del mondo (l’India) il governo nazionalista ha promulgato nuove leggi restrittive contro la minoranza musulmana.
L’induismo, sotto la presidenza di Modi, in carica ormai da dieci anni, è quasi religione di Stato.
È solo l’ultima di una lunga serie di notizie che riportano in primo piano l’uso identitario della religione e, di conseguenza, il suo sfruttamento politico. Niente galvanizza le masse come i terribili, primitivi “noi” e “loro” stratificati nei secoli dalle diverse appartenenze religiose. Il primo scorcio del terzo millennio (dalle Torri Gemelle in poi) è un ribadire ostinato, direi forsennato, dell’identità religiosa come smentita evidente di ogni illusione che l’umanità sia una sola. Non lo è; e per sommi capi, fatta eccezione per una minoranza temo trascurabile, non ha alcuna intenzione di esserlo. Provate a immaginare il tragico scenario mediorientale depurato dal fattore religioso; i palestinesi senza l’islamismo di Hamas e Israele senza i suoi ministri ortodossi; uno dei principali ostacoli, forse proprio il principale, alla comprensione reciproca e alla pace sarebbe infine rimosso.

Che questo uso discriminante e oppressivo della religione sia avversato e disprezzato dagli agnostici, i libertari, i non confessionali, è ovvio.

Mi chiedo però come facciano a tollerarlo i credenti di ogni fede, per i quali l’universalità di Dio dovrebbe rendere oscena e ridicola la sua riduzione a protettore di un popolo, di una Nazione, di uno Stato. L’idea stessa della religione è super-umana, guarda all’infinito e al cosmo, frantuma ogni confine. Che cosa c’è di più miserabile, e di più irreligioso, di un uso politico di Dio? Se fossi un prete, un rabbino, un imam, un sapiente indù, starei architettando una Internazionale di Dio, che maledica e combatta ogni forma di nazionalismo religioso.

Sfottò

 


Ancora sul senno

 

Gli incubi e la realtà
di Marco Travaglio
Il principio di realtà fatica ad affermarsi non solo nel dibattito sulla guerra in Ucraina, ma anche in quello sulla politica italiana. E a espellerlo sono proprio coloro che dovrebbero basarsi sui fatti: i giornalisti. Che continuano a scambiare i loro desideri (o quelli dei loro padroni) per la realtà, con effetti comici. Dopo la vittoria di Todde in Sardegna vaneggiavano delle magnifiche sorti e progressive del campo largo (che non c’era: Azione e Iv stavano con Soru portandogli sfiga), piangevano per la dipartita dell’amato Centro e attaccavano Conte perché non era morto neanche stavolta, anzi sognava di sorpassare il Pd e – orrore – di tornare al governo. Ora, dopo la vittoria di Marsilio, vaneggiano della fine del campo largo (che ha portato sfiga a chi ci stava), esultano per la rinascita dell’amato Centro e attaccano Conte perché è rimorto un’altra volta. I più ridicoli spiegano le cadute di Lega e M5S come la giusta punizione per le immaginarie nostalgie gialloverdi, il “populismo” e la ritrosia a prolungare la guerra fino all’ultimo ucraino, come se gli abruzzesi avessero votato compulsando Limes. Eppure le analisi dei flussi confermano che gli elettori, specie nelle elezioni locali, sono l’opposto di come li immaginano o li vorrebbero i giornaloni: se ne infischiano degli ordini dei partiti, dei campi più o meno larghi, del Centro, del populismo, del sovranismo, dell’atlantismo e di altre fumisterie politichesi. Badano al sodo: scelgono il candidato e la coalizione che ritengono il meglio o il meno peggio per i loro interessi.
E gli elettori non sono tutti uguali: quelli ideologizzati votano sempre centrodestra o centrosinistra; quelli sudditi-scambisti votano chi li ha favoriti o chi potrebbe favorirli; quelli liberi o “di opinione” fluttuano da una parte all’altra o si astengono a seconda di ciò che passa il convento. Il M5S pesca soprattutto in quest’ultimo bacino: quello di chi chiede onestà, trasparenza, coerenza, soprattutto diversità e rinnovamento. Se sente puzza di establishment, non vota. Apprezza la leadership Pd dell’outsider Schlein, ma in Abruzzo è rimasto in gran parte alla larga da una coalizione con Calenda e Renzi e da un candidato presidente troppo vicino al ras D’Alfonso. Gli elettori Pd sono di bocca più buona: negli anni han dovuto votare pure Renzi e Calenda, oltreché legioni di impresentabili, e ingoiare governi tecnici e ammucchiate con B.. Ma hanno digerito tutto (almeno quelli rimasti) per l’ansia di governare purchessia, non avendo nel sangue l’opposizione. Però, appena han potuto scegliersi il segretario, hanno affossato il cocco dell’apparato, Bonaccini, e svoltato su Elly. I vertici Pd e M5S ascoltino di più gli elettori e meno i commentatori: per vincere le elezioni non basta, però aiuta.

mercoledì 13 marzo 2024

Grande nazione!

 


Lucrosamente guerra

 

Masters of war La guerra, il business principale: così si spiegano i piazzisti
di Alessandro Robecchi
Insomma, la guerra. La guerra di oggi, anzi le guerre, il genocidio della potenza coloniale israeliana ai danni del popolo palestinese, la carneficina senza fine in Ucraina, le altre guerre sparse per il pianeta (parecchie) che nemmeno arrivano ai media, i massacri, le popolazioni colpite, gli effetti collaterali, fame, malattie, disperazione. La guerra, insomma, che sembra una componente naturale, endemica, delle faccende umane, in qualche modo accettata e – è storia recente e recentissima – benedetta e sostenuta da un apparato informativo che sembra proprio quel che è: l’ufficio stampa della guerra.
La guerra “giusta”, la guerra “nostra”. Piazzisti.
Strabiliante: non c’è attività umana che non venga letta in termini economici, che non venga analizzata per quel che produce o consuma in termini di ricchezza. Sappiamo tutto di industrie, di mercati, di speculazioni, di guadagni, di dinamiche macroeconomiche di ogni settore, e non sappiamo niente – è una specie di tabù – dell’economia della guerra, di chi la gestisce, di chi ci guadagna, di chi ne fa core business. Il primo a nominare – e in qualche modo a battezzarlo – il “complesso militare industriale” fu Eisenhower, presidente americano che una guerra l’aveva vinta da generale. Correva il 1961 e lui metteva in guardia la prima potenza mondiale proprio da quell’intreccio inestricabile che poi avrebbe contagiato il mondo: la politica, l’industria bellica (nella neolingua tanto in voga da sempre, la guerra si chiama “difesa”), la finanza, alleate a gonfiare un apparato micidiale. Un sistema economico che doveva produrre armi, quindi usarle, quindi costruirne di nuove, quindi spingere sul comparto “ricerca e sviluppo” con esseri umani come cavie. E quindi combattere ogni voce di pace, quindi soffiare su ogni focolaio, su ogni principio d’incendio per farlo divampare.
Dalla guerra “Sola igiene del mondo” della macchietta futurista italiana, si è passati in pochissimi anni alla guerra come “Sola economia del mondo”. Difficile pensare a un comparto economico che aumenta il fatturato in doppia cifra ogni anno ininterrottamente da almeno trent’anni, il cui giro di affari è arrivato (fonte: Stockholm International Peace Research Institute) nel 2022 a 2.240 miliardi di dollari l’anno (in vorticosa crescita), il 40 per cento dei quali americani (seguono Cina, che spende un terzo degli Usa, e Russia, che spende un decimo). Non solo armi, ma tutto quel che ne consegue, personale, strutture, ricerca, apparati, informazione. Parliamo insomma della prima industria mondiale, il che dovrebbe chiarire a tutti e per sempre che ogni discorso bellico favorevole a questo o quel conflitto (abbiamo in questi giorni luminosi esempi, quelli che non saprebbero gestire una gelateria ma danno lezioni al Papa, per dire) può essere agevolmente letto come un’interessata attività di lobbing, di sostegno a tassametro, degli interessi tesi alla realizzazione della guerra.
Si parla, infatti, di uno stato di guerra permanente, con vari fronti, con varie declinazioni e vari gradi di intensità, ma con tutte le guerre – tutte – a esclusivo vantaggio di quell’apparato transnazionale controllato da non più di qualche migliaio di persone. Se esiste oggi una perfetta metafora del capitalismo, è la guerra: la disperazione di molti e il guadagno di pochissimi, quelli che un tempo si chiamavano “i signori della guerra”, sempre più signori e con sempre più guerre su cui lavorare, perché se l’affare è la guerra, la pace fa male agli affari. Ai loro.

Già la realtà!

 

Arrendetevi alla realtà
di Marco Travaglio
È incredibile la fatica che fa il principio di realtà a farsi strada nel dibattito sull’Ucraina, viziato dalla guerra ibrida della disinformatija atlantista. In pubblico, naturalmente, perché in privato anche gli atlantisti meno stupidi parlano come il Papa: la Nato e Kiev hanno perso, Putin ha vinto e, se non si negozia subito, la Russia può papparsi anche il resto del Paese. Paolo Mieli punta i piedi come i bambini capricciosi e, siccome è uno storico, insiste sul paragone farlocco con l’Europa dinanzi a Hitler nel 1940: ma allora Francia, Uk, Urss e Usa schierarono gli eserciti, mica fecero combattere i popoli invasi per procura come fa la Nato con gli ucraini. Oggi i numeri parlano da soli. La Russia, malgrado le mirabolanti controffensive costate 300-500 mila morti, controlla sempre le quattro regioni ucraine occupate due anni fa più la Crimea. L’Ucraina sta finendo i soldati e la Nato (a parte qualche svalvolato) non intende inviarne (sennò scatenerebbe la terza guerra mondiale, la prima tutta atomica), mentre Mosca può reclutarne quanti ne vuole. L’Ucraina ha finito le munizioni, mentre Putin ne produce il triplo di quelle che potrebbero sfornare fra due anni i Paesi Nato se si riconvertissero all’economia di guerra. L’Ucraina, per non fallire, necessita di 50-100 miliardi l’anno e, per continuare a combattere, altri 10-15 al mese; ma gli Usa han chiuso i rubinetti e l’Ue è a secco. Quindi game over: dispiace, ma è dai numeri che bisogna partire.
Il Papa ha indicato la strada: gli sconfitti Biden, Stoltenberg e il sottostante Zelensky vadano da Putin con la bandiera bianca non per arrendersi (c’è ancora l’80% dell’Ucraina libera da salvare), ma per trattare. Cosa? Un compromesso che parta dai risultati sul campo e non sia solo una tregua a bocce ferme (che potrebbe innescare altre guerre), ma una conferenza internazionale per nuovi assetti che garantiscano la sicurezza di Ucraina, Russia e tutto l’Est europeo. Si sarebbe potuto e dovuto farlo subito prima e subito dopo l’invasione: centinaia di migliaia di morti fa. Ma ora salta su il segretario di Stato vaticano Parolin che, con l’aria di spiegare le parole del Papa, le travisa: “A cessare il fuoco dovrebbero essere anzitutto gli aggressori”. Strano: da mesi Zelensky e gli atlantisti ripetono la fesseria che il cessate il fuoco è un regalo a Putin. E poi chiedere la tregua spetta a chi sta perdendo e ha più da perdere, non a chi vince. Certo, pure i russi dovranno smettere di sparare: ma quando inizierà il negoziato. È stata la Nato (e l’Ue nell’ultima ridicola risoluzione von der Leyen) a dire che la guerra finirà solo con la riconquista delle cinque regioni annesse dai russi. Ora che ha perso, sarebbe bizzarro se dicesse a Putin: “Ok, ci hai sconfitti, quindi cessa il fuoco e ritirati”.