martedì 5 marzo 2024

D'improvviso...

 



Selvaggia vs Pandoratrice

 

Chiara la Fraintesa prende in giro pure Fazio e gli spettatori
SENZA DOMANDE NÉ RISPOSTE - Strategia. Il conduttore le dà dell’Oppenheimer e lei è lì proprio per levarsi l’etichetta di “radioattiva” con le aziende, più che coi 30 milioni di follower
DI SELVAGGIA LUCARELLI
Ospite di CTCF, da oggi evidente acronimo di “Coccola Tanto Chiara Ferragni”, l’influencer cremonese ha spiegato in via definitiva come sia potuta arrivare al successo che ha preceduto l’affare Pandoro: non si era saggiamente (quasi) mai concessa alle interviste. E in effetti è uscita malconcia perfino dall’intervista di Fabio Fazio, dunque non esattamente un interrogatorio a Guantanamo con privazioni del sonno e sale sulla lingua.
La cronaca. Fazio la accoglie con tono perentorio: “Credo non si debba eludere nulla stasera, è l’occasione per essere sinceri”. Era pure l’occasione per farle delle domande, ma le cose sono andate un po’ diversamente. Ferragni apre le danze piagnucolando subito perché “sono stata al centro di un’ondata d’odio”.
In realtà è stata al centro di un’inchiesta giornalistica, poi di un’indagine dell’Antitrust e infine di un’indagine della Procura, ma a lei preoccupano gli hater e si cala subito nel ruolo di vittima. Fazio capisce che sta facendo la furba e allora la mette spalle al muro: “Tu hai 30 milioni di follower, sei Oppenheimer!”. Chiara lo guarda perplessa, si capisce che sta pensando “Chi cazzo è questo Open Aimer” che è un po’ tipo il “chi cazzo è Strellller?” del marito e annuisce.
Domande arrembanti e distinguo
Fatto sta che era lì per togliersi l’etichetta di “radioattiva” con le aziende e lui la paragona al padre della bomba atomica. L’intervista si fa incalzante: parte un filmato celebrativo sul successo di Chiara Ferragni. Ferragni riprende dunque il suo proposito di esser sincera e spiega che per lei lo spartiacque è stata la multa dell’antitrust, fino a quel 15 dicembre 2023 lei pensava di aver fatto “la classica operazione commerciale unita alla beneficenza” (classica per chi? Per lei forse), era in buona fede, pensava di essersi spiegata bene. PURTROPPO È STATA FRAINTESA, i consumatori – loro – hanno travisato.
Il problema è che fraintendevano anche i grandi quotidiani, quelli che scrivevano che parte del ricavato delle vendite del pandoro sarebbe andato in beneficenza. Fazio si sveglia di scatto: “Ma se la beneficenza era stata fatta prima, c’era bisogno di scrivere della beneficenza sui Pandori?”. “A noi faceva piacere comunicarla, poteva avere un effetto emulativo”, risponde lei.
A parte che la beneficenza l’aveva fatta Balocco, a parte che si spera che a nessuno venga voglia di emulare la pubblicità ingannevole, a oggi non ho ancora capito quale difficoltà ci fosse nel comunicare l’operazione in modo chiaro. Tipo scrivere sul cartoncino: “L’azienda Balocco ha fatto una donazione all’ospedale Regina Margherita. Chiara Ferragni, che firma il Pandoro Pink Christmas, ringrazia l’azienda per la generosità”. Era molto più articolata la supercazzola sul cartoncino del Pandoro. Come ha spiegato l’Antitrust, il vero problema è che il fraintendimento era cercato, ma Fazio commenta: “Questo ti fa onore!”. È finita che ha frainteso pure lui. Ferragni ricorda poi che lei è buona, ha donato il suo cachet di Sanremo.
Fedez e le torture da carcere iraniano
Tutti ci aspettavamo che Fazio replicasse: “Be’, a un mese dall’inchiesta Pandoro, non è che era una furbata?”, ma era già pronto al seguito della ficcante intervista: “E ora vediamo le tue immagini social con Fedez!”. Da casa iniziamo a temere che dalle domande si passi alle torture. Ci troviamo ormai nelle carceri iraniane con Fazio nel ruolo della polizia morale. “Concedi tanto del tuo privato, non diventa difficile sembrare veri?”, chiede lui implacabile.
E qui Ferragni inizia a mutare pelle, le si disegnano le tette sul tailleur, si trasforma nella Piccola Kiara di sanremese memoria. Lei sognava il successo. Lei è se stessa, non c’è differenza tra quello che pubblica e quello che è. Ora, a parte che non so voi ma se io sui social fossi me stessa, quella che sono a casa, con le frasi che dico a casa, oggi avrei già il 41-bis, la spiego semplice: sui social non siamo noi stessi, siamo quello che decidiamo di mostrare.
L’idea che le due cose (la nostra vita/ciò che raccontiamo della nostra vita) siano aderenti può averla, al massimo, un bambino di 4 anni, non la più famosa influencer del Paese. Ci tocca poi lo strazio di sentire LEI dire che ogni tanto bisogna mettere via il telefono perché la vita vera sta fuori, l’ha imparato in questi mesi. E quindi ci fa un esempio della vita vera fuori: “Quando ero travolta dalla gogna uscivo e le persone mi chiedevano i selfie come prima”. La vita vera fuori dai social sono i fan dei social che le chiedono le foto fuori dai social. Ok. Poi spiega “Dietro qualsiasi mossa io faccia pensano tutti ci sia un pool di esperti” e non si accorge di aver detto “mossa”, della serie: citofonare Freud.
Fazio non cita mai i due figli preoccupato di dover fare domande scomode sulla privacy dei minori e li chiama “due priorità da proteggere” (sempre meglio che “coso” e “cosa”). Infine, pur di accorciare le domande sul Pandoro, il conduttore si trasforma in un Signorini qualunque e dedica la metà dell’intervista alla crisi con Fedez. Suo marito, insomma, usato come arma di distrazione di massa. Alla fine era Fedez Oppenheimer, mica piccola Chiara.

Così non si fa!

 

In galera!
di Marco Travaglio
Un’incomprensibile congiura del silenzio sta oscurando l’ultimo mega-scoop del Corriere. Che domenica, per la penna di Fabrizio Roncone (onore al merito), a “una festa di compleanno in un ristorante sotto l’acquedotto Claudio, tra mozzarelle di bufala ed ex calciatori della Roma, direttori di giornali, ruggenti cinquantenni con i capelli mesciati e pure il mitologico Lotito” ha raccolto “una vocina perfida e lucida” del Pd in vena di rivelazioni sensazionali: Giuseppe Conte ha un’“ambizione rapace”, una “vanità assoluta”, una “sulfurea ambizione”, una “pura ossessione: tornare a Palazzo Chigi per la terza volta”, il che ne fa un “camaleonte feroce”, anzi “un piccolo spietato coccodrillo”. Insomma, “pazzesco”. Sì, avete capito bene: c’è un leader che, diversamente dagli altri, fa politica per vincere. E non il Festivalbar, Miss Italia, il Pallone d’oro, la Parigi-Dakar o la Vasaloppet, no: le elezioni, e per governare. Ma vi rendete conto? “Qualcuno avverta Elly, che continua ad accarezzarlo con troppa disinvoltura”, evidentemente ignara di tutto. Come del resto la forza pubblica e le procure della Repubblica competenti sulla follia illegale ed eversiva del putribondo figuro che vuol guadagnare voti anziché perderli e – quel che è peggio – ci riesce pure. Fortuna che Roncone, fra una mozzarella, un mesciato e un Lotito, ha auscultato quella vocina, sennò tutti penserebbero che Conte si faccia un mazzo così per essere sconfitto e per non governare mai più.
Per la verità lo scoop del Corriere era già stato preceduto da analoghe intuizioni del sagace Massimo Franco, il quale aveva subodorato che, dopo la vittoria della sua Todde, “Conte festeggia più della Schlein” (anziché mettere il lutto), ergo è “nostalgico di Palazzo Chigi” e vuole “usare il risultato sardo come premessa della propria centralità” (anziché per la propria marginalità). Altri geni sospettano da tempo che “mediti il sorpasso” sul Pd e financo su FdI (ogni leader che si rispetti medita di arrivare ultimo). Ma lo scoop del Corriere trasforma i sospetti in certezza: oltre a infilare la pochette nel taschino della giacca, a indossare un dolcevita nero (ma solo d’inverno), a passare il penultimo Capodanno a Cortina (e non all’addiaccio: in hotel) e soprattutto a non decidersi a defungere, il mostro di Volturara Appula preferisce governare lui che lasciarlo fare alla Meloni. Ma si può? E come si permette? Sarebbe come se un cantante rapace andasse a Sanremo per arrivare primo, un regista sulfureo partecipasse a Cannes per vincere la Palma d’Oro, un allenatore vanitoso aspirasse allo scudetto, uno scienziato ossessionato ambisse al Nobel, un ciclista spietato corresse per la maglia rosa o, peggio, gialla. Scandalo, orrore, raccapriccio. Che aspettano ad arrestarlo?

L'Amaca

 

Uno squarcio di verità
DI MICHELE SERRA
Quando ho visto il video di Augusto Proietti, il “re delle bancarelle”, contro Rocco Casalino, ho pensato a un falso d’autore. Mi sono ricordato di Corrado Guzzanti e della Famiglia Fetuso, iper-parodia del “popolare” anni Novanta. Ho ripensato alla ferocia impareggiabile diCinico Tivù, Ciprì e Maresco. A Brutti sporchi e cattivi di Scola, che quasi mezzo secolo fa (1976) metteva qualche paletto, poi travolto, all’idea populista che il popolo sia “buono” per natura. Che poi il bersaglio del “re delle bancarelle” fosse Rocco Casalino (non un radical chic: un ex del Grande Fratello) mi è sembrato un ulteriore tocco satirico.
Invece era tutto vero. Vero Proietti, vere le sue parole, la sua maniera di porsi. Altro che satira: neorealismo. Esiste una Roma così (un’Italia così) e la vera fiction, la vera simulazione, è fare finta che non esista, che i selfie con la faccia ritoccata anche a quindici anni, l’umanità fasulla e bambolesca dei social sia “il popolo”. No, il popolo è ancora fatto, almeno in parte, come Augusto Proietti, e pensa e parla come lui. E dunque, in un certo senso, mi sono sentito partecipe della sua brutalità primitiva.
Uno squarcio di verità non facile da digerire, e anzi detestabile per aggressività e mancanza di inibizioni; ma anche una breve vacanza dalla leziosità piccoloborghese degli influencer.
Poi Proietti si è scusato, deve essersi reso conto perfino lui che c’è un limite, non si può sbraitare e offendere senza mettersi dalla parte del torto. È una buona notizia, significa che, dopotutto, viviamo tutti nello stesso posto e tanto vale cercare di sopportarci a vicenda.
L’omofobia viene avvertita come un problema perfino dagli omofobi.
Le urla e le minacce turbano perfino chi urla e minaccia. Forse una via di uscita pacifica e rincivilita è possibile.

lunedì 4 marzo 2024

Riflettiamo


Europa parassita

 

E' appena uscito un libro scritto da Angelo Mincuzzi, "Europa parassita", che evidenzia il grande male di questi tempi, la cleptocrazia che con i suoi delitti ai danni della comunità ruba risorse a tutti noi. 

Di seguito un antipasto... 

Ma una indagine diffusa durante gli estenuanti lockdown per il COVID fornisce un’idea almeno parziale del danno provocato dai paradisi dei ricchi. Secondo Tax Justice Network, una rete di esperti che lottano contro l’evasione fiscale internazionale, con i 10,5 miliardi di euro che mancano ogni anno dalle casse pubbliche italiane perché dirottati artificiosamente negli stati parassiti, l’Italia potrebbe assumere quasi 380.000 infermieri, più degli abitanti del comune di Firenze. Ogni anno, per il nostro paese, il mancato incasso causato dai paradisi fiscali è pari a 173 euro per ogni abitante. Degli oltre 10 miliardi di euro che l’Italia non recupera, 7,5 sono causati dagli abusi e dall’elusione fiscale delle multinazionali, mentre 3 miliardi sono provocati dall’evasione fiscale commessa da individui. Per dare un’idea dell’ampiezza delle cifre, i mancati incassi equivalgono al 9% della spesa sanitaria e a quasi il 15% di quella per l’istruzione.


Sale il livello bilioso

 


Viaggio nei paradisi fiscali della Ue: ecco come multinazionali e super ricchi riescono a pagare poco o nulla. Impoverendo tutti gli altri
In "Europa parassita" (Chiarelettere) Angelo Mincuzzi svela i meccanismi con cui gli abitanti del "Mondo di sopra" evadono o eludono sottraendo risorse che potrebbero finanziare il welfare

di Chiara Brusini 

Dalla palazzina nell’isola di Jersey dove hanno sede i trust che controllano il gruppo siderurgico ArcelorMittal, ancora per poco socio di Invitalia nella gestione dell’ex Ilva, al piccolo edificio di Londra che sulla carta ospita gli uffici di 19mila società. Dal quartiere degli affari di Amsterdam in cui Exor nel 2016 ha trasferito la sede legale e fiscale al business center del Lussemburgo in cui oltre 5mila italiani hanno aperto holding e finanziarie per godere di un trattamento fiscale di favore su dividendi e interessi. Fino alla cittadina di Cipro in cui sono basati i trust esentasse di centinaia di oligarchi e miliardari russi, che controllano patrimoni da decine di miliardi di dollari oltre a yacht, aerei e complessi immobiliari. Tocca una decina di Paesi d’Europa – oltre all’emirato di Dubai – il viaggio del giornalista finanziario del Sole 24 Ore Angelo Mincuzzi per raccontare “come i paradisi fiscali dell’Unione europea ci rendono tutti più poveri”. Che è anche il sottotitolo del suo nuovo libro, Europa parassita (Chiarelettere).

Obiettivo, raccontare i meccanismi che consentono alle multinazionali di pagare meno tasse – e girare dividendi ancora più ricchi ai loro azionisti – e a milionari e miliardari (tra cui oligarchi, criminali e trafficanti) di “non contribuire allo sviluppo dei Paesi dove vivono, dove magari sono anche nati, dove hanno studiato e hanno mosso i primi passi della vita professionale”. Perché “possono stabilire il livello delle imposte da versare, in quale paese pagarle e addirittura se custodire per sé tutta la ricchezza accumulata”. Il punto è che quelli che Mincuzzi definisce abitanti del “Mondo di sopra” evadono o eludono quasi sempre grazie a leggi che glielo consentono e all’assenza di regole comuni nella Ue: una situazione che garantisce loro un’impunità ovviamente negata ai comuni cittadini, soggetti alle normali aliquote delle imposte sui redditi. Che subiscono in silenzio lo status quo, pur pagandone gli effetti sotto forma di servizi pubblici scadenti, disuguaglianze crescenti, sussidi insufficienti, delocalizzazioni che distruggono posti di lavoro.

A livello globale, stando al Global Tax Evasion Report 2024 dell’Eu Tax Observatory, i paradisi fiscali nascondono oltre 11mila miliardi di euro, in parte frutto di evasione, elusione e corruzione. L’Italia, di per sé gravata da un’evasione di massa che sottrae alle casse pubbliche una novantina di miliardi l’anno, subisce un’emorragia di oltre 10 miliardi di euro annui dirottati verso “Stati parassiti”: 7,5 se ne vanno per effetto di abusi ed elusione delle multinazionali, 3 per le frodi di privati cittadini. E un’importante fetta di quegli ammanchi finisce in altri Stati europei noti per le politiche fiscali compiacenti nei confronti di grandi imprese e super ricchi: Olanda e Lussemburgo, non a caso due tappe del viaggio di Mincuzzi insieme a Svizzera e Regno Unito. È la cosiddetta asse dell’elusione fiscale, che assorbe 550 miliardi di dollari di profitti societari ogni 12 mesi ed è responsabile del 65% delle tasse non pagate dalle élite internazionali.

Ma i numeri, per quanto eclatanti, spesso faticano a colpire l’immaginazione. La forza del libro di Mincuzzi sta nel raccontare cosa c’è dietro. Seguendo il cronista nel pellegrinaggio alla ricerca delle sedi irlandesi dei grandi gruppi hi-tech, nella “via dei miliardari” della municipalità belga di Estaimpius e per le strade lussuose del principato di Monaco, che non tassa i redditi delle persone fisiche né i dividendi, ci si fa un’idea concreta di come funzionino l’industria dell’offshore, il business dei trust, le rotte migratorie dei nomadi fiscali in cerca di scudo dalle imposte, le società di comodo con cui si ripuliscono i soldi sporchi e si comprano immobili che nessuno riuscirà a ricondurre al reale proprietario. Non manca un’analisi psicologica e sociologica del perché le persone comuni accettino tutto questo o lo ritengano immutabile, che chiama in causa l’ideologia della meritocrazia, il falso mito della mobilità sociale e l’interiorizzazione dello stato di subalternità.

Sull’altro piatto della bilancia c’è il fatto che qualche passo avanti negli ultimi anni è stato fatto: dall‘accordo sullo scambio automatico di informazioni tra istituti finanziari alla – seppur depotenziata – direttiva sulla tassa minima globale per le multinazionali. Non è neanche lontanamente abbastanza. Il contrasto tra il trattamento riservato a una minoranza di super ricchi e le condizioni di tutti gli altri, scrive Mincuzzi, mette a rischio non solo le economie ma anche le democrazie del Vecchio continente.