lunedì 4 marzo 2024

Riflettiamo


Europa parassita

 

E' appena uscito un libro scritto da Angelo Mincuzzi, "Europa parassita", che evidenzia il grande male di questi tempi, la cleptocrazia che con i suoi delitti ai danni della comunità ruba risorse a tutti noi. 

Di seguito un antipasto... 

Ma una indagine diffusa durante gli estenuanti lockdown per il COVID fornisce un’idea almeno parziale del danno provocato dai paradisi dei ricchi. Secondo Tax Justice Network, una rete di esperti che lottano contro l’evasione fiscale internazionale, con i 10,5 miliardi di euro che mancano ogni anno dalle casse pubbliche italiane perché dirottati artificiosamente negli stati parassiti, l’Italia potrebbe assumere quasi 380.000 infermieri, più degli abitanti del comune di Firenze. Ogni anno, per il nostro paese, il mancato incasso causato dai paradisi fiscali è pari a 173 euro per ogni abitante. Degli oltre 10 miliardi di euro che l’Italia non recupera, 7,5 sono causati dagli abusi e dall’elusione fiscale delle multinazionali, mentre 3 miliardi sono provocati dall’evasione fiscale commessa da individui. Per dare un’idea dell’ampiezza delle cifre, i mancati incassi equivalgono al 9% della spesa sanitaria e a quasi il 15% di quella per l’istruzione.


Sale il livello bilioso

 


Viaggio nei paradisi fiscali della Ue: ecco come multinazionali e super ricchi riescono a pagare poco o nulla. Impoverendo tutti gli altri
In "Europa parassita" (Chiarelettere) Angelo Mincuzzi svela i meccanismi con cui gli abitanti del "Mondo di sopra" evadono o eludono sottraendo risorse che potrebbero finanziare il welfare

di Chiara Brusini 

Dalla palazzina nell’isola di Jersey dove hanno sede i trust che controllano il gruppo siderurgico ArcelorMittal, ancora per poco socio di Invitalia nella gestione dell’ex Ilva, al piccolo edificio di Londra che sulla carta ospita gli uffici di 19mila società. Dal quartiere degli affari di Amsterdam in cui Exor nel 2016 ha trasferito la sede legale e fiscale al business center del Lussemburgo in cui oltre 5mila italiani hanno aperto holding e finanziarie per godere di un trattamento fiscale di favore su dividendi e interessi. Fino alla cittadina di Cipro in cui sono basati i trust esentasse di centinaia di oligarchi e miliardari russi, che controllano patrimoni da decine di miliardi di dollari oltre a yacht, aerei e complessi immobiliari. Tocca una decina di Paesi d’Europa – oltre all’emirato di Dubai – il viaggio del giornalista finanziario del Sole 24 Ore Angelo Mincuzzi per raccontare “come i paradisi fiscali dell’Unione europea ci rendono tutti più poveri”. Che è anche il sottotitolo del suo nuovo libro, Europa parassita (Chiarelettere).

Obiettivo, raccontare i meccanismi che consentono alle multinazionali di pagare meno tasse – e girare dividendi ancora più ricchi ai loro azionisti – e a milionari e miliardari (tra cui oligarchi, criminali e trafficanti) di “non contribuire allo sviluppo dei Paesi dove vivono, dove magari sono anche nati, dove hanno studiato e hanno mosso i primi passi della vita professionale”. Perché “possono stabilire il livello delle imposte da versare, in quale paese pagarle e addirittura se custodire per sé tutta la ricchezza accumulata”. Il punto è che quelli che Mincuzzi definisce abitanti del “Mondo di sopra” evadono o eludono quasi sempre grazie a leggi che glielo consentono e all’assenza di regole comuni nella Ue: una situazione che garantisce loro un’impunità ovviamente negata ai comuni cittadini, soggetti alle normali aliquote delle imposte sui redditi. Che subiscono in silenzio lo status quo, pur pagandone gli effetti sotto forma di servizi pubblici scadenti, disuguaglianze crescenti, sussidi insufficienti, delocalizzazioni che distruggono posti di lavoro.

A livello globale, stando al Global Tax Evasion Report 2024 dell’Eu Tax Observatory, i paradisi fiscali nascondono oltre 11mila miliardi di euro, in parte frutto di evasione, elusione e corruzione. L’Italia, di per sé gravata da un’evasione di massa che sottrae alle casse pubbliche una novantina di miliardi l’anno, subisce un’emorragia di oltre 10 miliardi di euro annui dirottati verso “Stati parassiti”: 7,5 se ne vanno per effetto di abusi ed elusione delle multinazionali, 3 per le frodi di privati cittadini. E un’importante fetta di quegli ammanchi finisce in altri Stati europei noti per le politiche fiscali compiacenti nei confronti di grandi imprese e super ricchi: Olanda e Lussemburgo, non a caso due tappe del viaggio di Mincuzzi insieme a Svizzera e Regno Unito. È la cosiddetta asse dell’elusione fiscale, che assorbe 550 miliardi di dollari di profitti societari ogni 12 mesi ed è responsabile del 65% delle tasse non pagate dalle élite internazionali.

Ma i numeri, per quanto eclatanti, spesso faticano a colpire l’immaginazione. La forza del libro di Mincuzzi sta nel raccontare cosa c’è dietro. Seguendo il cronista nel pellegrinaggio alla ricerca delle sedi irlandesi dei grandi gruppi hi-tech, nella “via dei miliardari” della municipalità belga di Estaimpius e per le strade lussuose del principato di Monaco, che non tassa i redditi delle persone fisiche né i dividendi, ci si fa un’idea concreta di come funzionino l’industria dell’offshore, il business dei trust, le rotte migratorie dei nomadi fiscali in cerca di scudo dalle imposte, le società di comodo con cui si ripuliscono i soldi sporchi e si comprano immobili che nessuno riuscirà a ricondurre al reale proprietario. Non manca un’analisi psicologica e sociologica del perché le persone comuni accettino tutto questo o lo ritengano immutabile, che chiama in causa l’ideologia della meritocrazia, il falso mito della mobilità sociale e l’interiorizzazione dello stato di subalternità.

Sull’altro piatto della bilancia c’è il fatto che qualche passo avanti negli ultimi anni è stato fatto: dall‘accordo sullo scambio automatico di informazioni tra istituti finanziari alla – seppur depotenziata – direttiva sulla tassa minima globale per le multinazionali. Non è neanche lontanamente abbastanza. Il contrasto tra il trattamento riservato a una minoranza di super ricchi e le condizioni di tutti gli altri, scrive Mincuzzi, mette a rischio non solo le economie ma anche le democrazie del Vecchio continente.

Così dicevano…




Il Ritorno

 


Perché condono è condono!

 

Il governo fondato sui condoni: sedici mesi di regali agli evasori
QUANTI FAVORI - Rottamazioni, concordati, agevolazioni: nel sistema “più equo e giusto” di Meloni conviene non pagare
DI CHIARA BRUSINI
In principio, come sempre, fu il condono. In grande stile. Novembre 2022: Giorgia Meloni firma la sua prima legge di Bilancio e dentro ci sono una dozzina tra sanatorie e definizioni agevolate. Nei successivi 15 mesi, via via che il governo ha dato attuazione alla delega fiscale approvata in agosto, la lista dei favori agli evasori si è allungata. L’ultimo tassello, per ora, è il decreto che taglia le sanzioni e garantisce la non punibilità penale a chi accetta di pagare a rate. Per il viceministro con delega al fisco, Maurizio Leo, sono le tappe di un piano per rendere il fisco “più equo e giusto”. Ma il messaggio che arriva ai contribuenti, nel Paese in cui l’evasione è un fenomeno di massa, è ben diverso: non versare il dovuto conviene. Per chi può, è la scelta più razionale.
Ripartiamo dall’inizio. Poco dopo la vittoria elettorale la maggioranza di destra ha tradotto in pratica una delle periodiche promesse di Matteo Salvini: l’ennesima pace fiscale. I condoni in Italia sono tradizione bipartisan, ma il set di opzioni apparecchiato in questo caso ha pochi precedenti: dallo stralcio delle cartelle sotto i 1.000 euro alla definizione agevolata degli avvisi bonari, dalla rottamazione quater con abbuono di aggio, sanzioni e interessi alla chiusura delle liti pendenti nei vari gradi di giudizio. Aggiungendo anche lo spalma-debiti delle società sportive e la regolarizzazione delle criptovalute si arriva a una dozzina di misure che il testo della manovra definisce “di sostegno al contribuente”. Peccato che a perderci sia il fisco. Perché l’altra metà della promessa salviniana – “decine di miliardi di incassi” – non si è avverata. Se è vero che da queste misure lo Stato qualcosa ricava, le condizioni di favore offerte per incentivare l’adesione comportano la rinuncia a cifre enormi: stando alla relazione tecnica almeno 3,5 miliardi, 1,4 al netto dei maggiori introiti.
Per capire quanto dannoso sia il pacchetto prendiamo uno degli interventi all’apparenza più innocui, la rottamazione. Che male c’è nel tendere la mano a chi ha dichiarato ma non versato e accetta di farlo a rate? Il fatto è che buona parte dei milioni di contribuenti che aderiscono smette presto di rispettare le scadenze stabilite. Di fatto, dice la Corte dei Conti, usa l’agenzia della riscossione come una finanziaria che fa credito a tasso zero e senza pretendere garanzie. Per molte aziende è diventato un modus operandi: pagano dipendenti e fornitori, magari distribuiscono pure i dividendi ai soci e poi, se la liquidità è agli sgoccioli, invece che chiedere un prestito “risparmiano” sulle tasse. Il risultato è che l’incasso finale si ferma sempre molto sotto l’introito preventivato: è successo con le rottamazioni di Renzi, Gentiloni e del Conte 1, sta succedendo con quella di Meloni. Lo scorso anno sono mancati all’appello 5,4 miliardi su 11,9 attesi. Falso anche che queste misure siano preziose per svuotare il magazzino delle cartelle non riscosse: le prime tre tornate l’hanno ridotto solo di 30 miliardi. Su un totale che oggi ha raggiunto quota 1.200 miliardi.
Avanti di qualche mese: a marzo il governo approva il ddl delega per la riforma del fisco, che prevede tra l’altro (ci torneremo) il concordato preventivo biennale con le partite Iva. Due settimane dopo infila a sorpresa nel decreto Bollette una nuova causa di non punibilità fino al giudizio di appello per chi non ha versato oltre 150mila euro di ritenute e 250mila di Iva. Se rateizza il debito – dopo essere stato scoperto e condannato in primo grado – il processo va al macero. Uno scudo penale allargato che tributaristi e magistrati, in audizione, bocciano senza appello definendolo “messaggio criminogeno”. Meloni e Leo tirano dritto. A fine maggio la premier, chiudendo la campagna elettorale per le comunali in Sicilia, dà la sua lettura della lotta all’evasione: insistere perché i “piccoli” versino il dovuto equivale a chiedere un “pizzo di Stato”.
In agosto il Parlamento vota la delega e parte la corsa al varo dei decreti attuativi. In autunno c’è l’ok a quello sull’adempimento collaborativo, un regime di interlocuzione preventiva con le Entrate riservato finora ai grandi gruppi: il governo, oltre a prevedere di allargarlo anche alle medie aziende, si inventa per tutte le altre un “regime opzionale”. Basta che adottino un sistema di rilevazione e controllo dei rischi fiscali “certificato da professionisti indipendenti”, leggi commercialisti e avvocati. Si appaltano ai privati controlli da cui dipenderà la concessione di benefici sostanziali come la non punibilità per la dichiarazione infedele.
Con l’anno nuovo arriva il via libera definitivo a una delle misure bandiera, il concordato preventivo per piccole imprese e lavoratori autonomi. In pratica l’Agenzia proporrà loro un reddito presunto su cui pagare le tasse nei due anni successivi e non potrà pretendere nulla di più nel caso in cui i ricavi effettivi siano superiori. Leo, che aveva rivendicato la scelta di consentire l’accesso solo ai contribuenti con buone pagelle fiscali (gli indicatori Isa), smentisce se stesso. Accogliendo una richiesta arrivata dalla maggioranza durante il passaggio parlamentare, elimina il requisito. La nuova opzione sarà aperta anche a chi ha un punteggio bassissimo: probabili evasori, che dichiarano decine di migliaia di euro in meno rispetto ai virtuosi. Così il maggior gettito atteso prima della modifica – 1,6 miliardi stando alla relazione tecnica – si azzera. Le proposte del fisco arriveranno entro metà ottobre: molti addetti ai lavori temono che saranno “morbide” per evitare il flop della misura. In quel caso il nuovo strumento si tradurrà in un condono preventivo. Di sicuro, per ora, c’è il fatto che il testo del decreto quantifica una “modica quantità di evasione” considerata ammissibile: chi occulta meno del 30% del dichiarato, infatti, non decadrà dal concordato.
L’ultimo regalo – per ora – è il decreto sul sistema sanzionatorio. La bozza esaminata in Consiglio dei ministri riduce le sanzioni amministrative, con l’eccezione dei casi di frode e violazioni reiterate, e depenalizza l’omesso versamento di Iva e ritenute – oggi punito con la reclusione da sei mesi a due anni – quando il debito è “in corso di estinzione mediante pagamenti rateali”. Si estende insomma il beneficio offerto col decreto Bollette ai condannati in primo grado. Tra l’altro, chi smette di ottemperare resterà non punibile nel caso tenga per sé meno di 50mila euro di ritenute e 75mila di Iva. Novità che rendono ancora più “razionale” non pagare per poi rateizzare. Tanto più che, salvo eccezioni, chi sta estinguendo il debito a rate non sarà più soggetto al sequestro dei beni.
Manca ancora all’appello un altro provvedimento delicato, quello di riforma della riscossione. Per prevenire l’accumulo di milioni di cartelle inesigibili il governo vuol prevedere la restituzione automatica delle quote non riscosse al creditore (Entrate o altri enti) a 5 anni dall’affidamento, fatte salve quelle per cui è in corso qualche forma di recupero. Ma dovrebbe valere solo per il futuro. E 1.200 miliardi pregressi? La tentazione sarà quella di fare tabula rasa: una nuova sanatoria.