sabato 20 gennaio 2024

L'Amaca

 

L’arte non è edificante
DI MICHELE SERRA
Sapendo a malapena chi è Beatrice Venezi, consigliera per la musica del ministro Sangiuliano, non saprei dire se la feroce imitazione che ne ha fatto la bravissima Virginia Raffaele sia riuscita oppure no.
Posso dire, però, che non avrei mai visto quello sketch se non avessi letto che al ministro quell’imitazione non è piaciuta affatto, e lo avrebbe anche comunicato a qualche dirigente della Rai. Almeno uno spettatore in più, dunque, oltre ai suoi tanti, Virginia Raffaele lo ha guadagnato proprio grazie al ministro.
La circostanza conferma una vecchia regola dei tempi moderni, quelli della comunicazione di massa: offendersi, censurare, legiferare “pro-Patria” in favore di un’arte edificante, cercare di addomesticare la cultura, i palcoscenici, gli studi televisivi, è controproducente. Ottiene l’effetto opposto.
Attira ulteriore interesse e simpatie sui reprobi. Sergio Staino, ai tempi di Tango , aveva riassunto molto efficacemente questo concetto coniando lo slogan “chi si incazza è perduto”.
Da questo punto di vista non solo Sangiuliano, che fa spicco per la puntigliosa e loquace attività di “correzione” degli errori di impostazione della cultura e dello spettacolo italiani, ma i tanti sangiuliani circolanti sono perduti. A meno che per davvero riesumino il Minculpop, o strutture di propaganda poliziesca che controllino direttamente l’espressione artistica, sono destinati a giocare un ruolo non soltanto imbarazzante, ma pure perdente. Quello del pedante e del prepotente che nessuno ascolta e nessuno prende sul serio, tanto è evidente che apre bocca nel nome della sua tribù, non della comunità, che è per definizione varia, plurale e non riducibile a obbedienza.

Buon Weekend!

 


venerdì 19 gennaio 2024

Dixit




Rapporto Oxfam

 


Finalmente!

 



Attorno a Nordio

 

Ve lo meritate Nordio
di Marco Travaglio
L’altroieri Virginia Sanjust, ex annunciatrice Rai caduta nel baratro della psichiatria e della miseria, è stata condannata a 14 mesi di carcere per un’estorsione di 15 euro (avete letto bene: 15) alla sorella a cui aveva sottratto le chiavi dell’auto (e col rito abbreviato, se no erano 21 mesi). Sei mesi fa l’ex sindaco Pd di Lodi Simone Uggetti è stato assolto nel secondo appello perché, sì, aveva truccato una gara d’appalto con un bando su misura per affidare a una ditta amica la gestione di due piscine comunali (che incassano 300-400 mila euro l’anno); sì, aveva tentato di cancellare le tracce informatiche del reato; sì, la Corte ha riconosciuto “la sussistenza del fatto, la sua illiceità penale, la sua corretta qualificazione giuridica, nonché l’accertamento che gli imputati lo hanno commesso”; ma non è punibile “per particolare tenuità del fatto”. In queste due sentenze c’è tutta la lurida giustizia di classe, forte coi deboli e debole coi forti, che destra, sinistra e media al seguito hanno ripristinato dopo il biennio magico di Mani Pulite col clima e le schiforme che hanno creato in questi 30 anni. E con quelle che ora Nordio&C. vareranno chiudendo il cerchio.
L’altra sera, dopo un giorno di deliri del Guardagingilli in Parlamento, ne parlavano a Ottoemezzo l’ex ministro Pd Andrea Orlando e la presidente di Magistratura democratica, Silvia Albano. Orlando accusava Nordio di farsi influenzare da fantomatici “sottosegretari forcaioli”, cioè di non essere ancora abbastanza berlusconiano e definiva la blocca-prescrizione di Bonafede, cioè l’unica riforma della giustizia dell’ultimo trentennio che sveltisce i tempi e aiuta le vittime, “un abominio”, per fortuna “smontato dalla Cartabia” (con l’improcedibilità che ammazza i processi se durano più di due anni in appello e di un anno in Cassazione). Anche la giudice Albano ha molto lodato la prescrizione, cioè l’amnistia selettiva per ricchi e potenti che dall’ex Cirielli (2005) falcidia 150-200 mila processi l’anno, lasciando senza giustizia almeno altrettante vittime: “Un istituto fondamentale perché non si può perseguire indefinitivamente (sic, ndr) una persona per i reati che ha commesso”. Ma niente paura: ora, con la quinta riforma della prescrizione in vent’anni, la destra cancella la Bonafede che la bloccava dopo il primo grado e riesuma i regimi precedenti. Così i giudici dovranno spaccarsi la testa per applicare ben quattro tipi di prescrizione, una peggio dell’altra: l’ex Cirielli, la Orlando, la Cartabia e la Nordio, a seconda di qual è la più favorevole all’imputato. Ovviamente a quello colpevole: gli innocenti vengono assolti, non prescritti. Cari Orlando e Albano, ve lo meritate, Nordio. Sono le vittime che non se lo meritano.

L'Amaca

 

La politica acceca
DI MICHELE SERRA
Conosco da molti anni Gianmarco Mazzi, sottosegretario alla Cultura, perché ho lavorato con lui in diverse produzioni televisive, da Celentano a Sanremo. Io come semplice autore, lui come manager, co-autore, organizzatore, dirigente, uomo di fiducia degli artisti. Che fosse di destra (molto di destra: come si è di destra a Verona) non ha mai influito nel nostro rapporto di lavoro, amichevole e fattivo. Si lavorava insieme: punto e basta. Il suo curriculum è invidiabile, pieno di collaborazioni con artisti di sinistra (uno per tutti, Dario Fo). Né gli sono mancati gli incarichi pubblici: amministratore delegato dell’Arena di Verona, deputato, viceministro. Mazzi è la dimostrazione vivente (una delle tante) che essere di destra e lavorare con profitto in campo culturale non è mai stato in antitesi. Nessuno meglio di lui potrebbe dunque smentire la diceria meschina e bugiarda che si potesse avere successo solo perché si era di sinistra.
Fa specie che sia toccato proprio a lui, in Parlamento, giustificare la ridicola successione di Marino Sinibaldi, al Centro per il libro di Roma, con uno sconosciuto premiato solamente per la sua fedeltà alla linea.
Mazzi conosce la vita e conosce il lavoro culturale, sa benissimo che Sinibaldi deve uno alle sue idee politiche e deve novantanove alla sua conoscenza del mondo editoriale e della comunicazione culturale. Ma è costretto, per ragioni di scuderia, a sostenere in Parlamento che no, non è in atto un processo di occupazione militarizzata di ogni pertugio della cultura italiana; bensì un processo di “liberazione”.
Proprio lui, che in piena libertà, sotto la presunta dittatura culturale della sinistra, ha avuto ciò che meritava, oggi difende chi ottiene, per esclusive ragioni politiche, ciò che non ha meritato sul campo. È proprio vero che la politica acceca.