sabato 6 gennaio 2024

Ucci Ucci! Ascoltate Pino!

 


Cliniche, quotidiani e lacchè: così regna il mago dei rimborsi

RE MIDA A MONTECITORIO - Il suo capolavoro: compra un ospedale da don Verzè per 270 miliardi e lo rivende alla Regione Lazio a 319. Assenze record in Parlamento, amico di tutti, da Meloni a Renzi. Fuorché dei pm
 
di Pino Corrias 

È il nababbo delle residenze lungodegenti con rimborso pubblico garantito. È il re Mida dei parlamentari, con stipendio pubblico per la mancia ai camerieri. È il re dell’editoria e dei suoi finanziamenti pubblici. Nel suo genere: un fuoriclasse del rimborso. Con immunità parlamentare incorporata, a scanso di inchieste, e il 99 per cento delle assenze in Aula.

A volte la faccia è tutto. Quella di Antonio Angelucci, detto Tonino, corrucciata per vocazione al risparmio estetico, è più di metà della sua celebrata biografia. Che alla fiammeggiante ricchezza di oggi, incoronata da cliniche, giornali, politica, ville, potere, tre Ferrari indossate come maglioni a primavera, una gialla, una azzurra, una rossa, giustappone le ceneri dei suoi ruvidi natali d’Abruzzo nel paesello di Sante Maria, mille anime e il cielo di pietra, provincia de L’Aquila, anno 1944, molti milioni di euro fa.

Oggi mister miliardo Angelucci, deputato fantasma da quattro legislature, prima in Forza Italia, poi nella Lega di Salvini, amico di tutti, dalla buonanima di Berlusconi a D’Alema, dalla Meloni a Renzi, passando per Denis Verdini e Dell’Utri, accende e spegne la luce sulla intera filiera dei quotidiani della mejo destra italiana, dal melonissimo Libero dello spasimante Mario Sechi, alle grigie colonne del Giornale di Alessandro Sallusti, passando per il quasi clandestino Il Tempo, tutti addetti a nascondere il caso Tommaso Verdini, tutti a bastonare i magistrati, appena possibile.

Non contento del malloppo di soldi e di potere, Angelucci progetta da qualche mese il colpaccio della carriera, avendo fatto sapere che è stato quel fenomeno in lingua estera di John Elkann a chiamarlo per offrirgli il pacchetto completo dei suoi ultimi spiccioli editoriali, Radio Capital, più l’ex gioiello Repubblica, a prezzo scontatissimo, pur di levarsi di torno dalla inutile Italia che gli ingombra il fatturato planetario. Cifra ancora troppo esosa per l’Angelucci padre che tratta e per l’Angelucci figlio, Giampaolo, detto Napoleone, l’erede designato dell’impero, visti i debiti che si dovrà accollare, compresa quella moltitudine di giornalisti difficili da domare, difficili da smaltire. Anche se le vie dell’incentivo sono infinite, quanto il Mille proroghe di ogni fine anno.

Più di mezzo secolo fa il primo lavoro incorpora la sua leggenda, portantino all’ospedale San Camillo di Roma, con in tasca la sola licenzia media. Ma il cervello finissimo che gli consente, appresa l’arte del sindacalista di corsia, di studiare gli ingranaggi della Sanità, metterseli in tasca e insieme con una cordata rilevare la sua prima casa di riposo a Velletri.

In qualche decennio moltiplica il seme in una foresta di cliniche lungo l’Appennino, 22 strutture, dal reatino alla Puglia, 3500 posti letto, 4 mila dipendenti, mille medici. Più un istituto di ricerche a Boccea, Roma. E una serie infinita di investimenti immobiliari, compresa la villa madre, quella ai Castelli che fu di Sofia Loren e di Carlo Ponti.

Come nella migliore tradizione italiana tutto l’impero sta all’estero, in Lussemburgo, capofila la Tosinvest, 500 milioni di fatturato, forzieri scudati a suo tempo, dove “Tosi” non è voce del verbo tosare (l’Italia, gli italiani, gli elettori, le casse del parlamento) ma l’acronimo delle iniziali Tonino e Silvana, la prima amatissima moglie con cui scalò il cielo. Con un occhio alla competenza e due alla politica, qualche volta in rotta di collisione con le moleste procure.

A essere capziosi, dove ha guai giudiziari, ha cliniche. E dove ha cliniche, ha batterie di avvocati che l’hanno sempre condotto in salvo. In Abruzzo, anno 2008, è coinvolto nella Sanitopoli che travolge il presidente Ottaviano Del Turco. L’anno dopo tocca a una inchiesta per truffa da 170 milioni di euro ai danni della Regione Lazio. Poi ancora alla Regione Puglia, quando i magistrati indagano su un finanziamento da 500 mila euro a Raffaele Fitto, l’attuale pattinatore del Pnrr, allora candidato presidente: altra inchiesta affondata.

Il suo capolavoro contabile porta la data del 1999 a Roma. Compra da don Verzè un ospedale intero che fa parte del gruppo San Raffaele. Sborsa 270 miliardi di lire. Qualche mese per lucidare le maniglie ed ecco la bella occasione di rivenderlo alla Regione Lazio per 319 miliardi di lire, 50 in più con un solo giro di giostra. Scoppia lo scandalo. Al governo c’è Giuliano Amato. Ministro della Sanità è Umberto Veronesi. Presidente della Regione è Francesco Storace. Al prezzo si aggiunge la convenzione che tutti i servizi ospedalieri saranno garantiti dalla Tosinvest, per nove anni, più nove, paga Pantalone, cioè la Sanità. Evviva.

Baciato dalla generosità pubblica, qualche volta contraccambia. Quando Massimo D’Alema gli chiede di accollarsi le mura del Bottegone, la sede storica del pci, non si tira indietro, compra, anche se non con soldi suoi, ma facendoseli prestare dalla Banca di Roma del suo amico Cesare Geronzi. Lo stesso vale quando Denis Verdini deve restituire 10 milioni al tribunale dopo il crack del Credito Fiorentino, lui è pronto a prestarglieli, ci mancherebbe, salvo prendersi in pegno la sua villa seicentesca.

Generoso ma non fesso. Generoso, ma non con tutti. Belpietro vorrebbe vendergli La Verità e l’Eni l’agenzia Agi, ma lui nicchia. Le rare volte che si presenta alla Camera è un assalto all’arma bianca. Di solito si porta dietro un tale Ferruccio, amico storico, che gli fa da scaccia folla. “Da lui vogliono tutto – racconta una deputata amica –. Soldi, sponsorizzazioni, il ricovero per la nonna, pranzi, cene, feste, un giro in Ferrari, un boccone di filetto. Sono scene bruttissime”.

Leggendaria è la sua riservatezza. Oppure commovente: mai una intervista né in privato né in pubblico. Mai una dichiarazione. Mai un pensiero o un discorso che giustifichi il suo mandato parlamentare, prudentemente iniziato dopo le prime inchieste, e che oggi lo vede addirittura membro fantasma della Commissione Cultura, scienza e istruzione.

Due volte vedovo, cinque figli, a Milano ha appena finito di arredare il suo personale palazzo dei giornali, dietro lo Scalo Farini, sfilato ai tipi dell’agenzia La Presse. Tre piani di vetri e cemento, 50 posti auto, l’ultimo piano cablato per le dirette tv e per quelle radiofoniche. Chissà, forse un giorno parlerà alla Nazione, ma solo se troverà un buon rimborso spese per farlo.

Non riesco a non pubblicarlo!

 

I baci della morte

di Marco Travaglio 

Il Cdr di Repubblica accusa il direttore Sambuca Molinari e l’editore John Elkann di snaturare il quotidiano fondato da Scalfari e affondato dagli ultimi successori. Ma è una calunnia: sono 15 anni che Rep insegna al Pd come perdere le elezioni, e con ottimi risultati. Geniale il consiglio di donare il sangue per l’Agenda Monti: sconfitta assicurata. Astuta l’idea di consegnarsi a Renzi: débâcle garantita. Sublime la trovata di rifiutare l’alleanza con Di Maio, propiziando il Conte 1 M5S-Lega e poi di immolarsi per l’Agenda Draghi: minimo storico alle ultime elezioni. L’unica volta che il Pd parve quasi vivo fu quando Zinga disobbedì a Rep e si alleò con i 5Stelle nel Conte 2, infatti dovette dimettersi come corpo estraneo. Un anno fa Rep era pronta a spingere Bonaccini nel solito burrone, invece vinse la Schlein. Temendo che il maggior partito della sinistra diventasse di sinistra, Rep intimò subito alla segretaria di non cambiare una virgola della linea straperdente di Letta, cioè di tradire i suoi elettori: nei giorni pari l’accusava di farsi mettere sotto da Conte, nei dispari la leccava per aver messo sotto Conte. Lei obbedì, cambiò poco o nulla e infatti ora è riprecipitata ai minimi lettiani del 19%, mentre Conte sale.

Anziché compiacersi per aver fatto secco l’ennesimo segretario, Rep avviò le pratiche di rianimazione. Lanciò Gentiloni (parlandone da sveglio) al posto di Elly, ma l’idea non parve elettrizzare la base. Allora s’inventò un fantomatico “federatore del centrosinistra”, che dovrebbe guidare non solo il Pd, ma anche M5S, Avs e centrini vari. Che però purtroppo non vogliono farsi federare. Ecco allora un’ideona ancor più arrapante: il Pd subentri alla fu Forza Italia nelle famose “praterie del centro”. Che però disgraziatamente si stanno rivelando più introvabili dell’Agenda Draghi. Infatti ora Rep è passata a sponsorizzare una sfida tv Meloni-Schlein in vista delle Europee, così gli italiani penseranno che non ci siano altri partiti all’infuori di FdI e Pd. Una doppia truffa: per candidarsi alle Europee senza fregare la gente, Giorgia ed Elly dovrebbero dimettersi da deputate; e il teleduetto lo tentò già Letta nel 2022 chez Vespa, ma l’Agcom lo mandò in bianco perché tutti i leader hanno diritto agli stessi spazi. Ieri, colpo di scena: Stefano Folli ha proposto che il tête-à-tête con la premier non lo faccia Elly, ma il vero capo dell’opposizione. Chi? Tenetevi forte: Matteo Renzi, il politico più detestato d’Italia, che dall’alto del suo 2-3% accusa il governo di non essere abbastanza indecente e lo aiuta a esserlo di più. La proposta è talmente comica che pare troppo pure per Rep e per Renzi. Dev’essere una cosa tra Folli e Folli. Tipo: “Magda, tu mi adori? E allora lo vedi che la cosa è reciproca?”.

venerdì 5 gennaio 2024

Un saluto!



Se ne va a ottant’anni il Biondo di Starsky & Hutch, mitica serie di quegli anni in cui i telefilm erano radi ma che non avrebbero sfigurato con l’attuale abnorme quantità. Rip David!

Quisigode!!!




Doveri




In sintesi

 


L'Amaca

 

Il partito armato
DI MICHELE SERRA
Per il povero Pozzolo chiedo le attenuanti ambientali. Si è fatto le ossa in un milieu politico nel quale le armi da fuoco sono considerate materiale nobile, orpelli da ostentare. Da anni il web pullula di leghisti amici della doppietta (è senza dubbio la Lega, in Italia, il partito armato per eccellenza), poi saliti sul carro meloniano per il tracollo elettorale di Salvini. Pozzolo tra questi.
La cronaca (anche nera) è ricca di episodi che confermano la vocazione armigera della destra, in un Paese, il nostro, che tra tanti difetti non ha, o almeno non aveva, quello di venerare le armi da fuoco. Gli italiani, a parte l’ignobile parentesi del terrorismo nero e rosso, non hanno mai avuto gran dimestichezza con le armi, con l’eccezione legale di un paio di minoranze organizzate, i cacciatori e i tiratori sportivi, che almeno possono accampare un pretesto “tecnico”. Il resto della popolazione era abituata a considerare fucili e pistole come dotazione delle forze dell’ordine e dell’esercito.
Poi l’idea della giustizia privata, come nell’Arizona dell’Ottocento, è diventata un ritornello della Lega, a partire dalle “trecentomila doppiette” di Bossi. Non c’è giustiziere privato che il Salvini non abbia difeso ed elogiato (morte ai ladri!). Il mitico sindaco Gentilini disse (spiritosamente, eh…) che agli immigrati si deve sparare come ai leprotti; e lungo quella scia si sono espressi in parecchi, guadagnandosi la riconoscenza eterna della lobby delle armi. E dunque, il povero Pozzolo, che cosa poteva saperne, che le pistole non sono cose da maneggiare come i datteri e le noci, a Capodanno? Sospenderlo dal partito, e perché mai, visto che il culto delle armi da fuoco è al governo?