mercoledì 6 dicembre 2023

Seipercento

 


Chi se lo sarebbe mai aspettato questo Seipercento di ascolto del nuovo programma di Corrado Augias su La 7, ospite della prima puntata lo storico Alessandro Barbero, un programma senza Nunzie alla ricerca del notizia frescaccia, senza Corone pluripregiudicate ad abbaiare alla luna, senza Insegni amichetti della ducetta, protetti ad emettere arie fritte, senza alcun supporto di impomatata musica, né con veline mezze vestite. 

Solo conversazione profonda, culturalmente emozionante. 

Vuoi vedere che non tutto è perduto? 

Complimenti alla Rai per il palinsesto più becero ed insulso della sua storia! 

martedì 5 dicembre 2023

Orsini


La sconfitta dell’Ucraina è innanzitutto la sconfitta della Nato

di Alessandro Orsini 

L’Ucraina ha perso la guerra. E soprattutto l’hanno persa la Nato, gli Usa e la Ue retrostanti. La controffensiva è stata un fallimento colossale e adesso la Russia è passata al contrattacco. L’Ucraina si è dissanguata durante la controffensiva e la sua ultima mobilitazione è stata un fallimento completo. Zelensky non è riuscito ad arruolare i soldati di cui ha bisogno e ha dovuto aumentare vertiginosamente il numero delle donne ucraine impegnate nella guerra: un aumento del 40% dal 2021 a oggi. L’Ucraina è passata alla difensiva profonda. Lo stesso Zelensky ha implicitamente riconosciuto il fallimento in un discorso recente. Nel frattempo, l’esercito russo si rafforza enormemente per fronteggiare un’eventuale Terza guerra mondiale contro la Nato.
Tutti i dati disponibili dicono che l’esercito di Putin è oggi molto più potente, numeroso, addestrato e motivato, rispetto al 2022. Che l’ultima mobilitazione ucraina sarebbe stata un fallimento si era capito anche dal siluramento del ministro della Difesa e di tutti i viceministri a settembre. Migliaia di ucraini scappano all’estero per non combattere; molti altri si procurano certificati falsi. La guerra è persa, ma non è finita. L’Ucraina è attesa da un certo numero di tragedie. Elenco i fatti che aggravano la situazione.
In primo luogo, si è verificato il collasso militare dell’Unione europea, incapace persino di produrre le munizioni minime per Zelensky. Gli ucraini hanno ricevuto soltanto 300 mila munizioni rispetto al milione promesso da Ursula von der Leyen. Il fallimento della controffensiva – Zelensky non ha riconquistato nemmeno un giardinetto pubblico – ha scatenato la faida per il potere a Kiev. Zelensky teme che Zaluzhny, capo di Stato maggiore, prenda il suo posto con un colpo di mano o alle prossime elezioni. Il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, si è schierato contro Zelensky. Riferendosi al fallimento della controffensiva, Klitschko ha detto: “Alcuni potrebbero non voler sentire la verità [ma] non possiamo mentire alla nostra gente e ai nostri partner indefinitamente”. La moglie di Zelensky, timorosa di essere assassinata con i familiari, ha pregato il marito di non ricandidarsi in un’intervista all’Economist e di pensare a un’altra vita con la famiglia. Mentre una parte degli ucraini attribuisce a Zelensky la responsabilità della sconfitta, i fedelissimi del presidente cercano di far ricadere il malcontento su Zaluzhny. Zelensky ha appena impedito al suo predecessore, Poroshenko, di lasciare il Paese temendo che voglia ordire un colpo di Stato. Gli ucraini hanno perso ogni speranza di vittoria. Dal 24 febbraio 2022 non hanno mai vinto una battaglia. Chi pensa che gli ucraini abbiano riconquistato la parte ovest di Kherson nel novembre 2022 non sa di che cosa sta parlando. Gli ucraini non hanno vinto una battaglia contro i russi. Non c’è mai stata una Mariupol o una Bakhmut in favore di Zelensky. Nel frattempo, i russi hanno scatenato un attacco violentissimo contro Avdiivka, in procinto di cadere come Marinka. Quanto agli ucraini, a Kupiansk sono attesi da un certo numero di tragedie. Il sistema dell’informazione in Italia, essendo completamente corrotto, non chiederà conto a Ursula von der Leyen di questo disastro. Dove manca vera libertà di critica manca anche vera libertà di stampa. Le conseguenze disastrose delle politiche criminali del blocco occidentale in Ucraina sono autoevidenti. L’informazione italiana ha soltanto il problema di nasconderle manipolando l’opinione pubblica. Vedi Paolo Mieli, che ancora ieri a Radio 24 attaccava chi, come il Fatto, ha avuto il solo torto di prevedere tutto fin dall’inizio.

Sciopero minimizzato

 


Dedicato ai soloni

 

L’hanno rimasto solo
di Marco Travaglio
Mesi fa, all’ennesima lista di putiniani, scrivemmo a mo’ di battuta che presto o tardi tutti avrebbero abbandonato Zelensky e sarebbe toccato a noi, noti servi di Putin, difenderlo. Mai fare battute. Infatti il momento è già arrivato. E il capo delle forze armate certifica la sconfitta sul campo in polemica con Zelensky. Usa e Nato accusano Zelensky di aver perso la guerra (persa in realtà da loro) per non aver fatto di testa sua (invece ha fatto di testa loro). E premono perché tratti dopo averlo spinto a non farlo, anzi a vietare per decreto i negoziati in attesa della disfatta russa, del default di Mosca e della caduta di Putin. Come ha ricordato l’ex premier israeliano Bennett, Biden e Johnson bloccarono l’intesa Mosca-Kiev da lui propiziata per un cessate il fuoco nel marzo 2022: mezzo milione di morti fa. Zelensky rinvia le elezioni del 2024 perché teme di perdere pure quelle, con buona pace della propaganda sul popolo schierato come un sol uomo con lui e con la guerra a oltranza fino all’ultimo ucraino. Sua moglie non vuole che si ricandidi, temendo di restare prematuramente vedova in una guerra civile scatenata dagli oltranzisti nazistoidi che lo ritengono troppo debole e i trattativisti filoccidentali che lo giudicano troppo rigido. Il sindaco di Kiev dice che la famosa democrazia ucraina somiglia alla Russia: noi lo sospettavamo almeno da quando Zelensky mise fuorilegge gli undici partiti di opposizione, ne arrestò il capo, unificò le tv in un solo canale di propaganda ed epurò ministri, generali e autorità locali con accuse di corruzione non suffragate dai magistrati. L’ex presidente filo-Usa Poroshenko tenta di incontrare il filo-putiniano Orbán e i conservatori Usa e Ue, ma viene fermato alla frontiera e accusa Zelensky di “involuzione autoritaria”. Ora, se non lo salva Bruno Vespa, interveniamo noi.
Ps. Paolo Mieli, polemizzando con un giornale a caso, dice che chi vide giusto fin dall’inizio aveva torto perché, senza le armi Nato e Ue all’Ucraina, Putin sarebbe arrivato a Kiev (o, secondo la teoria Servergnini, a Lisbona). Paolino, non fare il furbo. Nato e Ue non ci competono. Noi abbiamo sempre chiesto che l’Italia non inviasse armi a Kiev (in base all’art. 11 della Costituzione, non poteva farlo e infatti non l’aveva mai fatto in 75 anni con alcun Paese non alleato), ma solo aiuti difensivi, finanziari, sanitari e alimentari. E si facesse mediatrice di una tregua e di un compromesso con S. Sede, Israele, Turchia e Cina per salvare il salvabile di un Paese destinato alla distruzione e al massacro senz’alcuna speranza di sconfiggere la Russia. Quindi non polemizzare con ciò che in questi 21 mesi non abbiamo mai detto, ma con ciò che abbiamo detto. E, se puoi, non scordarti ciò che hai detto tu.

L'Amaca

 

Non luogo a procedere
DI MICHELE SERRA
Si immagina che l’inchiesta disciplinare a carico del generale Vannacci intenda imputargli, diciamo così, mancanza di contegno per un servitore dello Stato, per giunta in divisa. Troppa gazzarra, insomma. Temo però che, al netto delle buone intenzioni, sia controproducente.
Qualcuno (Vannacci per primo) la interpreterà come un caso di censura, utilissimo per confermare la fola che esista una dittatura del “politicamente corretto”, e gli spiriti liberi e anticonformisti ne siano colpiti come i martiri cristiani sotto Diocleziano.
Sentirsi discriminati e perseguitati è la loro fissazione, anche se governano, anche se pubblicano libri che sono un florilegio di luoghi comuni sull’universo mondo (per questo hanno successo) e che Arbasino avrebbe forse tradotto in “signora mia, se avessimo continuato a chiamare froci gli omosessuali, non saremmo a questo punto!”.
Se ne parlava ormai poco, di Vannacci, passata la tempesta. E anche la tempesta, se posso dire, fu eccessiva: che “scandalo” è sapere che un generale dei parà ha del mondo un’idea molto gerarchica e molto maschilista, in virtù di quella che, per semplificare, potremmo chiamare cultura da caserma? Ora si rischia di riparlarne con nuovi accenti polemici e vittimistici, concedendo ai suoi fan un tempo supplementare, a partita chiusa, nel quale sostenere a petto in fuori le ragioni di un finto perseguitato nel nome di idee fintamente discriminate, eppure ogni giorno pullulanti in titoli e articoli e trasmissioni dei media di destra (che sono in larga maggioranza). Non si potrebbe fare finta di niente, partorire un “non luogo a procedere” pur di non concedere a Vannacci un’altra immeritata fettina di martirio?

lunedì 4 dicembre 2023

Dubbi e sciocchezze

 


Libro inascoltato

 

“Per giusta causa”, il romanzo che la sinistra non sa leggere
STORIE DI ORDINARIA DIGNITÀ NEGATA - L’avvocato Chiton. Dà ascolto a persone di ogni età e professione che vengono a cercare il diritto alla giustizia. Che vuole dire, prima di ogni cosa, diritto all’esistenza
DI TOMASO MONTANARI
Se dal libro Per giusta causa di Danilo Conte (edizioni Milieu 2023) fosse tratta una serie televisiva, sono certo che sarebbe uno strepitoso successo. E, sia detto col dovuto rispetto, riuscirebbe a incidere sul senso comune in misura assai maggiore della più agguerrita campagna sindacale. Il protagonista di questi diciassette racconti – scritti con una felicità di prosa e una leggerezza pensante che avrebbero incuriosito Andrea Camilleri – è l’avvocato Chiton, e la scena prevalente è Firenze (ma alcune storie hanno a che fare anche con Piacenza, Milano, Genova…).
Chiton è un giuslavorista, un avvocato di diritto del lavoro: e a questo punto il lettore inizierà a dubitare della sanità mentale di chi scrive. Cosa può esserci di avvincente nelle cause di lavoro? Leggetelo, e mi saprete dire. Il libro palpita di vite: vite letterarie dietro alle quali si percepiscono (quasi si riescono a toccare) le vite reali che le hanno ispirate. A volte velate da qualche variazione: a volte (come nel caso di Abd El Salam, ammazzato mentre scioperava “per diritti non suoi”) restituite nella crudezza oggettiva della verità storica.
E poi c’è la vita di Chiton, che cerca di imparare a non soffrire troppo in una giungla in cui le persone sono vittime e bersagli. Chiton è coriaceo: ma non al punto di non sognare, lungo tutto il libro, una via d’uscita: “Gli capitava di pensarci sempre più spesso. Come sarebbe stato vivere tutto l’anno al mare? Avere una pescheria a Castiglioncello, per esempio. Anzi no, meglio, essere un commesso in una pescheria di Castiglioncello. Non avere altra responsabilità che quella di sorridere a chi compra il pesce. E vendergli indifferentemente quello di oggi e quello del giorno prima. E se un giorno non vendi niente, chi se ne frega. Finito il turno correre su uno scoglio, senza più bisogno di parole, rimanere in silenzio delle ore, senza nemmeno pensare. Non avere niente da vendicare. Fermarsi in mezzo al ponte, senza il bisogno maledetto di stare sempre da una parte sola o di inventare ogni giorno una soluzione, dare una, dieci, cento risposte. Non era nato per dare risposte. Aveva sempre preferito le domande e invece di lavoro faceva quello. Dava risposte”.
Eppure, Chiton resiste, va in studio, ascolta, studia e lotta in tribunale. Lo fa per “giusta causa”: l’unica per cui si potrebbe licenziare, ma che qui vien rovesciata nella giusta causa delle vite che gli si affidano. Per Gaia, che lavora “come pianista in Teatro. Con le sue dita accompagnava i passi di danza del corpo di ballo. Da vent’anni era precaria. Per 108 volte, con 108 contratti successivi il Teatro l’aveva convocata per esigenze ‘temporanee’ una temporaneità lunga un quinto di secolo”. Gaia, che spera che il tribunale arrivi prima della sua malattia.
Per Cinzia e Valeria, giovani ricercatrici alle quali il Dipartimento di cui sono insieme schiave e colonne, “dopo 6 anni di contratti di collaborazione coordinata e continuativa”, ha fatto “per tre anni un contratto a termine, e poi altri tre anni con una agenzia di somministrazione. Dodici anni in tutto”, e che poi vengono buttate via come una carta sporca. Quando il sussiegoso direttore del dipartimento viene trascinato in tribunale da Chiton, giura di non conoscerle quasi: e paradossalmente non mente, perché mai le aveva viste come persone. E nemmeno lì si cura di loro, finché Chiton non gli pone un’unica domanda: “‘Giudice, può chiedere al teste se è vero che la relazione che lui ha tenuto il 22 giugno del 2013 in un Convegno a Lione è stata interamente scritta da una delle due ricorrenti, mostrando al teste il documento n. 14?’”. Il documento n. 14 era una mail con la quale Valeria scriveva al Professore: ‘Le allego la relazione, spero che vada bene, mi dica se occorre altro’”.
Chiton a volte vince, a volte perde: e nel frattempo cerca di tenere in piedi la sua relazione con Silvia, e di trovare un canale di comunicazione con Martina, figlia adolescente ha il dono soprannaturale di smaterializzare chiavette usb con cadenza pressoché quotidiana. Ma soprattutto Chiton ascolta. Ascolta persone di ogni età e di ogni professione che vengono da lui a cercare quello che non hanno trovato da nessun’altra parte, e che nel suo sguardo finalmente trovano: il riconoscimento della loro dignità, di un diritto alla giustizia che è prima di ogni altra cosa diritto all’esistenza.
Per giusta causa fa quello che la sinistra politica non riesce a fare: fare dell’ingiustizia che travolge milioni di vite diverse, il motore di un’aspirazione collettiva alla giustizia. Che è poi proprio questo: dare ad ogni persona la dignità di persona. Lo stupore misto a felicità con cui si chiude il libro è lo stesso con cui Josè – il camallo di Genova che ferma, con l’arma incruenta dello sciopero l’ennesimo carico di armi – riceve una telefonata di papa Francesco: “Ci ha invitati… Dice che siamo… Portatori del vangelo. Belin… Io nemmeno l’ho letto il Vangelo, sono anarchico io… Ma ha detto così”.