Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 28 novembre 2023
Contro i berluscoidi
Hamas in toga
di Marco Travaglio
Crosetto sembrava uno dei pochissimi ministri muniti di un cervello funzionante. Abbiamo denunciato il suo conflitto d’interessi di presidente e consulente dei costruttori di armi che diventa ministro della Difesa. Ma, le rare volte in cui siamo d’accordo con lui, non abbiamo difficoltà a dirlo: per esempio sull’urgenza di un compromesso Ucraina-Russia e sulla prudenza nella guerra Israele-Hamas. Perciò, quando gli parte la brocca, ci poniamo domande che per un Lollobrigida, una Santanchè, uno Sgarbi, un Gasparri sarebbero oziose: che gli sta capitando? Che si è bevuto? Quest’estate denunciò un oscuro complotto a base di “dossieraggi” e “nuove P2”: poi si scoprì che un finanziere indagava per un pm su alcuni suoi soci poco raccomandabili. Ora torna alla carica, anzi alla scarica, evocando sul Corriere un’altra congiura perché ha sentito dire di riunioni di magistrati carbonari per colpire il governo a indagine armata. L’attacco preventivo ricorda il metodo Gasparri, che, interpellato da Report sulla società di cybersicurezza da lui presieduta all’insaputa del Parlamento, inscena un interrogatorio a Ranucci a base di carote e cognac per poter dire che, quando il servizio andrà in onda, non è un’inchiesta giornalistica, ma una vendetta personale. Ma il caso di Crosetto è ancor più grave perché nessuno, a parte lui, può sapere se esista un’indagine in grado di terremotare il governo, e a carico di chi. Dunque, appena si scoprirà una qualunque indagine su qualunque esponente di centrodestra, lui potrà alzarsi in piedi e strillare: “Io l’avevo detto!”. E soprattutto: “Non è un’indagine, ma un attentato al governo”. Ma questa, nel dizionario della lingua italiana, si chiama intimidazione.
Se un pm già indaga, magari con l’ausilio di qualche carabiniere, ora sa di essere nel mirino del ministro responsabile dell’Arma dei Carabinieri: se vuole vivere sereno gli conviene archiviare tutto (altrimenti prenderà pure un brutto voto nella “pagella” inventata dalla Cartabia e peggiorata proprio ieri da Nordio). E se in futuro un carabiniere scoprirà una notizia di reato su un esponente o un amico del governo, saprà cosa fare per salvarsi la carriera: inguattare tutto. In un clima del genere, immaginare che esistano frotte di magistrati ansiosi di rovinarsi la vita indagando sui padroni d’Italia, anzi di organizzare apposite riunioni per inventare inchieste contro il governo, è non solo ingenuo, ma ridicolo. Basta controllare i sotterranei delle procure, dove pm e agenti stanno già scavando tunnel come sotto gli ospedali di Gaza: non per cospirare contro la Meloni e i suoi fratelli, ma per nascondersi appena salta fuori un loro reato. Nella speranza di non essere mai più trovati, né tantomeno liberati.
L'Amaca
La tempesta e la guerra
DI MICHELE SERRA
Mi succede di simpatizzare per la tremenda ondata di maltempo che si è abbattuta sulla Crimea. Il sogno (ma è solo un sogno) è che gli uomini in guerra ne siano annichiliti, i loro arsenali congelati, le loro strategie travolte come fuscelli dalle raffiche furibonde del vento e dalle onde alte come leviatani. E rimangano al sicuro, asserragliati nelle case, solo le donne, i bambini, i cani e i gatti, con la minestra che bolle sul fuoco — ne sento l’odore. Le case possono resistere al vento. Alle bombe, no.
La tempesta possiede l’innocenza cieca e sorda della natura, non agisce per ideologia, per nazionalismo, per interesse economico, non accampa l’odioso pretesto della benedizione divina (Dio e Patria, un binomio genocida), non c’è pope che la benedica e non c’è ideologo che possa farla sua, non conosce i ridicoli confini tra le Nazioni, se ne infischia di avvantaggiare o di scoraggiare questo o quell’esercito. Non è costretta, per agire e per produrre i suoi danni, all’ipocrisia disgustosa degli Stati maggiori, dei ministri, dei Capi, che per ogni carneficina presentano le loro ridicole pezze d’appoggio.
Per la natura noi siamo uguali ai piccioni, ai cervi, alle nutrie, alle locuste, all’erba e ai boschi, quando capita la natura ci travolge e ci schiaccia senza domandarsi — nemmeno per un attimo — se siamo russi o ucraini, ebrei o palestinesi, l’unico criterio conosciuto, per una tempesta, sono le leggi fisiche che governano la biosfera. Nelle manifestazioni della natura (anche quelle miti, vitali e prospere) potremmo riconoscere quell’unità che ci rende tutti uguali, e che abbiamo tragicamente perduto.
Tristemente utili
Il reportage
I segreti della fabbrica più contestata d’Italia Qui nascono le bombe per le guerre del mondo
Viaggio nei capannoni di Domusnovas, in Sardegna, dove vengono prodotte le armi per Nato e Ucraina
Di GIANLUCA DI FEO
DOMUSNOVAS — Un colossale ragno meccanico appeso al soffitto afferra otto bossoli, li solleva contemporaneamente e poi vi riversa l’esplosivo. Terminata l’operazione, li adagia sul pavimento asettico, deponendoli come uova destinate a generare l’inferno. La scena sintetizza la nostra epoca: con questa manovra robotizzata, le munizioni scadute della Guerra Fredda riconquistano la loro forza distruttiva e le armi inutilizzate nel passato più cupo si tramutano negli strumenti letali di un presente drammatico. Così infatti migliaia di residuati bellici pescati nei fondi di magazzino del nostro Esercito si trasformano nella merce più richiesta sui mercati mondiali: i proiettili d’artiglieria da 155 millimetri, destinati in questo caso a raggiungere le batterie ucraine in prima linea. Li vogliono tutti: il governo di Kiev che ne consuma migliaia ogni giorno per respingere l’invasione russa, la Nato che ha esaurito le scorte e adesso anche Israele alle prese con l’offensiva di Gaza. Ma sono introvabili, perché in Europa si era praticamente smesso di produrli da vent’anni. L’unica eccezione è questo stabilimento sardo, il più moderno del Continente.
Siamo nel luogo più segreto e più contestato d’Italia: l’industria di Domusnovas, spesso chiamata “la fabbrica delle bombe insanguinate”. Ottanta ettari di laboratori bunker, protetti da alti reticolati e addossati a colline che ricordano il Far West: pure gli uffici e il portone d’accesso sono stati costruiti in stile Fort Alamo, rendendo distopica l’atmosfera. L’impianto è nato all’inizio del millennio, per volontà della storica impresa Sei di Ghedi (Brescia), poi diventata Rwm e rilevata nel 2011 dal gruppo tedesco Rheinmetall, tra i più attivi nelle forniture all’Ucraina, ma la gestione è rimasta interamente italiana a partire dall’amministratore delegato Fabio Sgarzi. Varcati i cancelli c’è l’intera filiera che trasforma cilindri d’acciaio in ordigni per aereo, mine navali, proiettili d’artiglieria.
Munizioni, d’ogni calibro e potenza prendono forma nei capannoni, dove si lavora con un misto di tecnologie avanzate e competenza artigianale. Si confezionano pure quelle giganti da 2000 libbre, oltre 900 chili, che si usano per distruggere i rifugi sotterranei. Quasi tutte andranno ad aviazioni europee.
Ormai non esistono più bombe generiche; ognuna viene confezionata su misura per un determinato modello di caccia: ci sono quelle per i Rafale francese e quelle per gli F35 olandesi. Dovranno restare agganciate sotto le ali a velocità supersoniche, senza interferire con l’aerodinamica, e spesso venire dotate di testate di guida al laser o gps: la precisione deve essere assoluta, verificata con più apparecchi computerizzati persino nella verniciatura.
Gli involucri vengono forgiati nella prima parte della fabbrica. Poi, divisa dal letto di un torrente, c’è l’area di caricamento degli esplosivi. Dove compaiono le bandiere rosse non si possono usare strumenti elettrici né suole di cuoio per evitare il rischio di scintille. Ogni stanza è serrata da bastioni di terra e cemento, ogni locale a distanza di sicurezza dall’altro: quasi sempre le operazioni sono automatizzate, senza personale presente.
Le fasi più delicate però sono controllate manualmente dagli operai: come la selezione della polvereesplosiva che viene setacciata da due persone, attente che non resti nemmeno un pezzettino di carta. Poi viene mescolata dentro grandi cilindri metallici, che evocano gli alambicchi degli alchimisti, a seconda dell’impiego: la quantità maggiore finisce nel ventre delle mine navali, quasi ottocento chili, appena ordinate dal governo australiano per tenere lontana la flotta cinese. L’attività non conosce soste. Va avanti su tre turni, ventiquattrore al giorno: la mensa interna serve pranzo, cena, colazione e sono state allestite sale relax per la pausa di mezzanotte. Nel 2019 il governo Conte aveva sospeso le forniture di ordigni per l’aviazione saudita ed emiratina, già autorizzate dall’esecutivo Renzi: una campagna umanitaria contro i bombardamenti nello Yemen, che avevano fatto strage di civili.
All’epoca erano la commessa principale e la Rwm ha rischiato di chiudere. Poi, prima ancora che il bando contro i due Paesi arabi venisse revocato da Draghi e Meloni, c’è stata l’invasione dell’Ucraina ed è cambiato il mondo: il ritorno alla corsa agli armamenti ha sommerso Domusnovas di ordini, fino a renderlo soldout . Sono stati riassunti gli operai, altri sono arrivati dalleimprese in crisi del Sulcis e ora Rwm Italia è passata da 300 dipendenti a 480: l’età media è di 34 anni, alcuni sono fratelli, diversi sono laureati. Nei prossimi mesi ne serviranno altri cento ma si fatica a trovarne. Oltre al contratto australiano, sta infatti per partire la costruzione delle loitering munition: i piccoli droni killer protagonisti delle battaglie ucraine, acquistati da alcuni eserciti della Nato.
Per Kiev si mandano avanti le consegne dei colpi da cannone e da tank, pagati dalla Germania. Gli ucraini continuano a domandarne altri, perché le riserve sono quasi esaurite mentre i russi ne hanno ricevuti in quantità dalla Corea del Nord. L’Unione europea pochi giorni fa ha riconosciuto di non potere rispettare la promessa di un milione di munizioni d’artiglieria fatta al governo Zelensky: non ci sono catene di montaggio in grado di produrle. Una situazione paradossale, perché a Domusnovas c’è pure una seconda fabbrica nuova di zecca, ancora più moderna della prima, che è costata 45 milioni ma resta ferma per ricorsi amministrativi. L’azienda mostra i permessi che l’hanno autorizzata, ma una volta ultimata è stata qualificata come impianto per la produzione di sostanze chimiche — mentre Rwm sostiene che ci si limita a mescolarle — che quindi necessita della valutazione di impatto ambientale: la procedura è ripartita da zero.
Più che gli aspetti ecologici, è indubbio che una fabbrica del genere ponga seri problemi etici: ogni settimana sforna centinaia di ordigni e visualizzarne gli effetti devastanti provoca un senso di angoscia. Ma dopo tre decenni di pace, la guerra è tornata in Europa e tutti i governi devono fare i conti con l’onere delle armi e con l’impegno a sostenere la difesa dell’Ucraina. Attualmente da Domusnovas arrivano a Kiev trenta munizioni al giorno: quelle che nello stesso tempo vengono consumate da un singolo obice. Ne sono previste 23 mila, con i nuovi macchinari potrebbero essere subito triplicate. La decisione è nelle mani dei tribunali amministrativi.
lunedì 27 novembre 2023
Celebrazioni
Una storia
italiana
Gli azzurri vincono la Coppa Davis 47 anni dopo il primo trionfo in Cile
DI GABRIELE ROMAGNOLI
Una cosa mai vista prima. Se non da chi c’era. E non c’era la diretta televisiva 47 anni fa a Santiago del Cile, perché “non si giocavano volée col boia Pinochet” e fu deciso che ci si notava di più andando e non facendosi vedere. Per i più anziani è stata una leggenda, per i più giovani una docu- serie. E forse quei 5, con quei ritmi e quel montaggio, degli attori. Questa volta invece c’erano due canali, milioni di telespettatori ipnotizzati da giorni, da Torino a Malaga, in un crescendo tecnico-orgiastico come accade quando quel fantasma chiamato “nazione”, evocato in sedute spiritiche da vecchi colonnelli e nuovi ministri, si manifesta in una competizione sportiva. Dal Moro di Venezia al Rosso di Bolzano. Alle 20 e 26 di una domenica di novembre l’Italia rivince la Coppa Davis. E adesso, come si rimedia a tutti quei campi da tennis convertiti (straordinaria offerta 2x1) in gabbie da padel, perché possiate giocare tutti, possiate essere più social e non morire anche quando la palla vi avrà superato? Adesso che torna il mito dell’eccellenza, della squadra e dell’uomo solo al comando che se la porta sulle spalle fin dove nessuno (tranne lui) aveva immaginato?
Alle 20 e 50, prima che l’inno di Mameli preceda la consegna dell’insalatiera, parte Ma il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano. Unoche aveva infilato Panatta nella sfilza dei nuntereggae più ,ma aveva anche dedicato una canzone al figlio del guardiano del circolo (il giovane Adriano) che “trasportando tutta la terra rossa lavora sognando che un giorno lui potrà battere la palla su quella terra rossa”. È la colonna sonora perfetta per l’educata allegria del gruppo che sale sul podio. Chi è venuto a far gruppo. Chi è stato nel doppio. Chi ha solo guardato. Chi ha sempre giocato. Chi si è infortunato. Chi ha capitanato. Ma il cielo è sempre più blu. O almeno lo è in uno di quei momenti, rari e lisergici, esecrati o benedetti in cui un risultato sportivo in un luogo lontano (spesso la Spagna) scaccia le nuvole e la minaccia di tempesta. Femminicidi, echi di guerra, difficoltà economiche, “prendendo in mano la racchetta dimentichiamo tutto così in fretta”. Questo era Domenico Modugno, in quel 1976. Allora i politici fuggivano dai manici scottanti dell’insalatiera; ieri accorrevano, di persona o per interposto avatar. Scansatevi e lasciateci vedere questi ragazzi.
Certo, è un’altra Davis, stia sereno Pietrangeli. Non c’è meglio o peggio, c’è soltanto l’inevitabilmente diverso. L’evento diluito nel corso dell’anno è accorpato in una settimana, le cinque partite ridotte a tre, nello stesso giorno. L’esca funziona: se i nostri vanno avanti ci tengono aggrappati. Èuna specie di maratona di ballo, dove la musica non smette finché non resta un solo danzatore e quell’ultimo è Jannik Sinner, che doveva essere demoralizzato dopo aver perso domenica contro Djokovic e invece l’ha battuto da solo o in compagnia e se erano in tre li menava tutti e tre. Doveva essere stanco dopo i 5 set consecutivi e tirati di sabato e si è presentato davanti a De Minaur come un liquidatore fallimentare: prego, può chiudere bottega, sconsiglio altre attività, sei tre, sei zero. Nella sua maglietta gialla vagante per il campo De Minaur sembrava un uovo strapazzato sospinto ai bordi del padellino, ripreso al centro da un cuoco feroce, armato di spatola e goniometro. Era l’epilogo perfetto, la chiusura del cerchio. Quando Sinner apparve al mondo era il 2019, finale Next Gen a Milano, musica e luci stroboscopiche. Vinse battendo in finale proprio De Minaur. Si sentiva nell’aria la sigla di uno spettacolo annunciato, destinato a durare, l’irruzione di un fuoriclasse che avrebbe marcato i capitoli delle nostre vite come un segnalibro: dove eri quando vinse la Davis, cosa facevi quando conquistò quello Slam e a che punto era la tua esistenza quando infine… Non sappiamo dove arriverà, sappiamo quando è cominciata. L’amore, anche quello collettivo, è la fine dell’attesa. Da anni, troppi, si aspettava un campione popolare, qualcuno che non rilucesse nella gloria bisestile delle Olimpiadi, ma che apparisse con continuità sui nostri schermi, che ci rendesse orgogliosi in Europa e oltre, che facesse interrompere il Festival di Sanremo (anche per la durata di tre set, tutti al tie-break, di un’ora l’uno). Uno con la forza della gentilezza, che va ad abbracciare subito gli avversari, che ringrazia per primo il compagno che non ha giocato, che dopo un colpo sbilanciato e vincente sorride, ma comincia prima di aver toccato la palla, perché sa già come finirà e perché lo diverte un sacco. Poi c’erano gli altri. C’era Sonego che gli faceva da spalla nei momenti del bisogno. C’era questo Arnaldi sbocciato all’improvviso che ha portato l’unico punto non firmato da Sinner. Ma quando Jannik è sceso in campo dopo di lui abbiamo guardato il televisore come se avesse raddoppiato la velocità e non sapessimo quale comando fosse stato sfiorato. C’era Volandri che in doppio avrebbe schierato Sinner da solo, per stare sul sicuro. Da due settimane a milioni abbiamo fatto zapping con ogni sentimento al ribasso per fermarci quando appariva Jannik. Ci siamo abituati alla dose quotidiana di colpi che secchi ma gioiosi rimbombavano nelle nostre stanze. Abbiamo visto affinare le traiettorie, convincendoci che sia possibile, se non la perfezione, il perfezionamento. Sembra strano che oggi non si voli, ma il ragazzo dovrà pur riposarsi dal peso della felicità e dalla grandezza di questa specie di miracoli.
domenica 26 novembre 2023
Invito a cena
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