venerdì 24 novembre 2023

Mi tranquillizza alquanto...

 

INTELLIGENZA ARTIFICIALE
L’azzardo di Altman OpenAI e il progetto Q* per la mente sovrumana
DI PIER LUIGI PISA
ROMA - Qualche giorno prima che Sam Altman venisse licenziato da OpenAI, alcuni ricercatori hanno comunicato al consiglio di amministrazione dell’azienda una scoperta scientifica che - stando alle fonti citate da Reuters nel riportare la notizia in esclusiva - potrebbe costituire un pericolo per l’umanità. La loro lettera avrebbe innescato un “colpo di stato” da parte del consiglio, che all’epoca era composto da Altman e altre cinque persone.
Almeno in quattro - il direttore scientifico di OpenAI Ilya Sutskever, la sostenitrice dell’Altruismo effettivo Helen Toner, l’esperta in robotica Tasha McCauley e l’imprenditore Adam D’Angelo hanno votato per rimuovere con urgenza l’ad dell’azienda, Sam Altman, preoccupati dal fatto che potesse commercializzare una potente tecnologia senza valutare i suoi rischi. Vale la pena ricordare che proprio Altman, alla guida dell’azienda dal 2019, ha trasformato OpenAI da laboratorio sull’intelligenza artificiale non profit ad azienda a caccia di profitti del valore di mercato di 86 miliardi di dollari.
Nella lettera dei ricercatori di OpenAI - che Reuters non ha avuto modo di leggere - si farebbe riferimento a un nuovo progetto dell’azienda, chiamato Q* (si legge Q Star), che riguarderebbe un tipo di intelligenza artificiale molto vicina all’AGI: così viene chiamata l’intelligenza artificiale generale che un giorno si pensa potrà replicare - e in alcuni casi sorpassare - le capacità umane. OpenAI, fondata a San Francisco nel 2015 da un gruppo di ricercatori e imprenditori, tra cui Sam Altman ed Elon Musk, è diventata famosa nel mondo per la sua intelligenza artificiale generativa capace di scrivere (ChatGpt) e creare immagini (Dall-E) come farebbe un essere umano. Ma la sua vera missione, fin dall’inizio, è quella di raggiungere l’AGI «per il bene dell’umanità». OpenAI definisce l’AGI come un sistema autonomo che supera gli esseri umani «nella maggior parte delle attività che hanno unvalore economico». Mentre l’intelligenza artificiale generativa si basa su modelli predefiniti, e imita la creatività umana senza comprendere realmente il significato di ciò che crea, l’AGI è un tipo di intelligenza artificiale più avanzato che può adattarsi a nuove situazioni senza dover essere addestrata in modo specifico per ognicompito. Alcuni ricercatori di OpenAI credono che Q* sia vicino alle capacità dell’AGI perché è stata in grado di risolvere problemi matematici che normalmente si affrontano alle scuole elementari; ma per OpenAI questo risultato avrebbe un’importanza davvero enorme.
Sappiamo, infatti, che ChatGptè molto brava a scrivere testi - le cui risposte alla stessa domanda variano ogni volta - mentre commette numerosi errori in matematica, dove è ammessa una sola risposta esatta. Questa capacità di Q*, secondo i ricercatori di OpenAI avvicinerebbe l’intelligenza artificiale alle capacità di ragionamento della mente umana. Nello specifico, dunque, Q* non sarebbe una tecnologia “letale” per l’uomo. Ma può essere un primo passo verso l’IA in grado di pensare e agire come un uomo. Un’intelligenza artificiale che un giorno, proprio per la capacità di ragionamento e adattamento, potrebbe prendere decisioni autonome.
Il 6 novembre scorso, in occasione del DevDay, Sam Altman ha chiuso la giornata dedicata da OpenAI agli sviluppatori affermando: «Nel 2024 quello che abbiamo lanciato oggi - si riferiva alle intelligenze artificiali personalizzate chiamate GPT - vi sembrerà antiquato rispetto a ciò che stiamo costruendo per voi».
Evidentemente questa non era solo una frase buona per il marketing. Il 16 novembre scorso, partecipando a un convegno a San Francisco, lo stesso Altman ha fatto riferimento in modo criptico a nuovi importanti avanzamenti nelle conoscenze di OpenAI: «Nelle ultime due settimane, ho avuto l’opportunità di essere nella stanza nel momento in cui abbiamo spinto indietro il velo dell’ignoranza e abbiamo spostato in avanti la frontiera della scoperta».
Sul social network X, inoltre, circola anche la clip di un discorso che si dice sia stato pronunciato da Altman sempre il 16 novembre scorso, ma in un’occasione diversa. Gli utenti di X lo condividono sottolineando una sua frase: «Quello che abbiamo creato è uno strumento o una creatura?». Ma Altman in realtà sembra riferirsi all’attimo “di timore” che ha provato chi ha usato ChatGpt per la prima volta. Il giorno dopo questo intervento, Sam Altman è stato licenziato dal consiglio di amministrazione. Il suo “esilio” è durato cinque giorni, poi è tornato al suo posto. Più forte di prima. Se questo sia un bene o un male per il futuro dell’IA, non è dato saperlo.

giovedì 23 novembre 2023

Copertina




Premier danielata

 

Patriarcato: “il” premier meloni finge di non capire
DI DANIELA RANIERI
Meloni non strumentalizza le tragedie, infatti poco prima di diventare PdC pubblicava su Twitter il video di uno stupro a opera di un africano. Ora, dopo un femminicidio orribile, si adonta se Lilli Gruber parla del rapporto della destra al governo col patriarcato.
La furba Meloni non si è affatto offesa per l’espressione, piuttosto l’ha cavalcata: non dice che è femminista (perderebbe i voti dei fascistoni e dei tradizionalisti ruspanti anti-radical chic), ma pubblica una foto con nonna, mamma e figlia, fornendo prova di discendenza matrilineare; ma il matriarcato non ha niente a che fare col patriarcato odierno, che vuol dire dominio maschile sociale, domestico e professionale. La foto significa “ce l’ho fatta senza l’aiuto degli uomini” (a parte essere stata ministro di Berlusconi a 31 anni) e “vi sembro una che non si fa rispettare dagli uomini?”. A noi sembra una che si fa rispettare perché è potente, non perché è donna. Dalle sue parti hanno valore le gerarchie: a difenderla dall’accusa di mentalità patriarcale, Mollicone, il Savonarola di Peppa Pig, Lollobrigida, l’uomo che fermava i treni (“lei non sa di chi sono cognato”) e Santanchè, la Simone de Beauvoir degli stabilimenti balneari. Meloni sottintende che le fisime della sinistra circa l’oppressione delle donne non sono applicabili al suo caso e dunque all’intera popolazione femminile; ma questa è una fallacia. La sua emancipazione è del tutto individualistica, mentre il femminismo è collettivo. La cultura dello stupro non è di casa Meloni (anche se il suo ex Giambruno redarguì in Tv le ragazze stuprate perché si ubriacano), ma sociale. Meloni sa comandare come un uomo (si fa chiamare al maschile per essere più credibile), ma si guarda bene dal mutare i rapporti di forza. Anzi: il suo governo conferma tutti gli assetti tossici della nostra società, dove chi è ricco deve arricchirsi vieppiù, chi è povero soccombe e chi è donna ha due opzioni: affermarsi “con le palle” o diventare madre, possibilmente di prole numerosa per godere dei bonus del governo, che altrove si chiamano diritti.

Lollo no!


Freccialollo
di Marco Travaglio
Girano brutte voci su Francesco Lollobrigida, in arte Marchese del Lollo. No, non quelle sul Frecciarossa Roma-Salerno trasformato in Frecciablu, un Freccialollo che ferma a Ciampino a gentile richiesta: questa per lui è routine. Ma quelle sull’intenzione della cognata premier di candidarlo alle Europee per paracadutarlo a Bruxelles e levarselo dai piedi. A parte il fatto che l’Europa – pur con tutte le sue colpe – non merita tanto, a noi chi ci pensa? Già ci hanno privati di Giambruno da un giorno all’altro, a tradimento, senza preavviso né un sostituto all’altezza. E ora vogliono portarci via pure l’altro caratterista che allietava le nostre giornate, l’ultima ragione che rendeva sopportabile questo governo. Dove sono gli artisti, gli intellettuali, i lanciatori di appelli e contrappelli su ogni tema dello scibile umano? Armiamoci di carta, penna e calamaio (o calamaro, come direbbe lui, noto studioso di granchi blu): “Nessuno tocchi Lollo”. Sì, ci resterebbero Mezzolitro Nordio e Maria Elisabetta Casellati Alberti Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, ma da un po’ di tempo appaiono dimessi, senza verve, fuori forma e senza il Marchese Cognato potrebbero perdere vieppiù ispirazione. E la sua prematura dipartita sarebbe un brutto colpo anche per noi. Quando le notizie dal Palazzo scarseggiano, basta mettergli un microfono sotto il naso e lui dà la svolta alla giornata.
Nel pieno delle polemiche sul cognatismo meloniano, se la prende coi giovani disoccupati che poltriscono “sul divano anziché coltivare i campi” (o, in subordine, sposare la sorella della premier e diventare ministri). Il governo anti-migranti riesce a raddoppiare gli sbarchi di migranti? Lui grida alla “sostituzione etnica” fra le ola del Ku Klux Klan, poi sfodera la classica toppa peggiore del buco: “Non sono razzista, sono ignorante” (che è una bella soddisfazione). Il governo abolisce il Reddito di cittadinanza levando di bocca ai poveri anche l’ultimo tozzo di pane? Lui spiega: “Da noi i poveri mangiano meglio dei ricchi: cercando dal produttore l’acquisto a basso costo, spesso comprano qualità” (infatti alla Caritas non si trova un tavolo manco a prenotare e la Guida Michelin assegna due o tre stelle ai cassonetti più frequentati dai famosi barboni gourmet). Girano voci sulle scappatelle di un big di FdI con la deputata neomamma che ha fatto il test di gravidanza? Lui avverte subito i cronisti, come la prima gallina che ha fatto l’uovo: “Vi siete chiesti perché il nome non l’ha ancora fatto nessuno? Voglio vedere chi è il primo che lo scrive!”. Quando serve una minchiata, lui c’è sempre e non tradisce mai. Un altro così dove lo troviamo? Fatelo pure scendere da tutti i treni che vuole, ma dal governo mai. Resti a bordo, cazzo.

L'Amaca

 

Un uomo di potere
DI MICHELE SERRA
Capita, a volte, che esista un rapporto di causa-effetto tra i propri comportamenti e le loro conseguenze, e questo rinfranca: significa che nel caos apparente, nella baraonda post-ideologicanella quale tutto si tiene e niente ha davvero peso, la traccia dei meriti e dei demeriti, delle cose giuste e delle cose sbagliate, è ancora leggibile. Almeno ogni tanto.
Quando Meloni scelse di farsi chiamare “il presidente”, pur essendo con ogni evidenza una presidente, non poteva certo immaginare che quella decisione, per lei leggera e sprezzante, segnale di indifferenza e forse di dileggio per le istanze femministe e per l’intera (gigantesca) discussione sul “genere”, le sarebbe stata giustamente rinfacciata nel pieno di una clamorosa e dolorosa vicenda, la morte violenta di Giulia Cecchettin.
Meritatamente, oggi, Meloni è tirata in ballo a proposito di quel suo stupido puntiglio, del tutto evitabile. Glielo abbiamo rinfacciato in tanti, oltre a Gruber, perché è impossibile non farlo.
Perché nel momento in cui il maschile e il femminile sono, necessariamente, ragione di dibattito per moltissimi italiani, diventa impossibile non sottolineare che la prima donna entrata a Palazzo Chigi scelse, per sé, una definizione al maschile (potere? maschio!). Ora, excusatio non petita, si affanna a postare foto di donne della sua famiglia (come se le donne non potessero e non volessero essere maschiliste: possono esserlo, e Meloni ne è la riprova).
La presidente del Consiglio ha torto. Ma siamo già certi che non lo ammetterà mai — proprio come fanno gli uomini di potere.