Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 20 novembre 2023
domenica 19 novembre 2023
Virtù questa sconosciuta
Non solo “merito”: c’è pure la virtù
LA CECITÀ DELLA RICCHEZZA - La seconda parola oggi è in disuso perché la si fa coincidere con l’osservanza di precetti, mentre della prima si discute molto, come nel caso dei vantaggi ereditati dalle classi sociali agiate
DI SALVATORE NATOLI
Delle virtù, purtroppo, si parla sempre meno, non così – specie come di recente in Italia – del merito. Prima facie, tra virtù e merito pare esservi una sorta di convergenza dal momento che nulla più delle virtù si merita. Comune è, infatti, lo sforzo, l’applicazione secondo il noto detto di Qoèlet “chi accresce il sapere, aumenta il dolore” (Qo, 1,18).
Solo che quello proprio delle virtù è il saper vivere. Le virtù sono, infatti, esito di un lavoro su di sé, sono frutto di quelle buone pratiche tramite cui il soggetto perviene al governo delle proprie potenze a beneficio proprio e degli altri. Messa in questi termini, i meriti non sono in toto virtù, ma, caso mai, corrispondono alla fatica che s’impiega per acquisire competenze relative a oggetti definiti e in domini parziali. E questo indipendentemente dal bene. In breve, le virtù riguardano l’uomo intero, i meriti corrispondono al grado d’impegno per acquisire un risultato e come tali vanno riconosciuti.
Ne segue che i meriti non sono coestensivi alle virtù anzi si dà il caso che possano divergere. Per capirci, se qualcuno raggiunge per suo merito un’alta posizione sociale può, onde mantenere il vantaggio acquisito, costituirsi di fatto come ostacolo per altri. Ora, dato per noto che una dotazione naturale non è di per sé un merito, ma è merito averla messa a frutto, è etico che il vantaggio acquisito venga contenuto qualora venga a costituirsi proprio come ostacolo. Capita, infatti, che i vantaggi – anche quelli guadagnati – per merito si mutino in rendita tant’è che un utilitarista come Stuart Mill, secondo cui ogni essere umano acquista maggior valore ai propri occhi e a quelli degli altri nella misura in cui sviluppa la sua individualità, riteneva anche giusto subisse “quel tanto di restrizioni necessarie a evitare che gli esemplari più vigorosi della specie umana invadano il campo dei diritti altrui” (La Libertà, Bur, 1999).
E conclude dicendo che da questo l’individuo stesso “ne trarrà personalmente una piena compensazione perché la parte sociale della sua natura conoscerà uno sviluppo maggiore proprio grazie ai freni imposti alla sua parte egoistica”.
D’intuito si coglie come lo spettro della virtù sia più ampio di quello dei meriti poiché le virtù riguardano la realizzazione dell’uomo preso nella sua interezza, i meriti sono relativi ad ambiti parziali della vita e per di più valutabili come tali in riferimento a prestazioni particolari richieste. Sicché se è vero che non si può divenire virtuosi senza merito, vi possono essere meriti senza virtù o, quantomeno a prescindere. In ambedue i casi il merito attiene all’azione: non è dunque una dotazione naturale, una qualità, ma risiede nell’impegno che l’individuo mette in vista di un risultato.
Di solito è uso associare il merito al premio che in primo luogo è un riconoscimento morale, a suo segno, accompagnato spesso a un bene materiale in taluni casi, anche devoluto a istituti di ricerca scientifica, a enti sociali d’assistenza o altro ancora. Questo fatto, magari in assoluta spontaneità, di fatto è acquisizione di nuovo merito e ragione d’ulteriore apprezzamento. Il premio è, dunque, un riconoscimento o privato – una promozione per uno studente, un avanzamento di carriera per un professionista – o pubblico – un Nobel – per la qualità del lavoro fatto e per il benefico che da esso ridonda sulla società. Ora, non è questa la sede per entrare nella valutazione di questa logica premiale – che peraltro fa da pendant a quella punitiva – ma mi limito a evidenziare una sola cosa: quanto la virtù rimanga del tutto estranea alla logica del premio. Già a partire dal mondo classico fino al moderno – e anche presso altre civiltà – la virtù non necessita di premi perché è premio a se stessa. La virtù appartiene alla media quotidianità, il virtuoso, indipendentemente dall’essere o non essere riconosciuto, fa lo stesso quel che va fatto, tende a realizzare e non a farsi vedere. Capita, poi, che azioni e opere lo svelano e magari, senza neppur volerlo, viene elevato ad esempio. Ma la remunerazione più piena della virtù risiede nell’aver guadagnato qualcosa che nessuno può sottrarre e che accompagna l’individuo nell’intero svolgersi della sua vita. E per di più apporta beneficio agli altri quand’anche è ignorato: è la figura del giusto nascosto.
Sulla dottrina dei premi e delle punizioni sono state costruite intere teologie, capitoli del diritto a cui non faccio neppure cenno, ma mi limito a ribadire, come ormai evidente, che la virtù si merita, che suo premio è essa stessa e la generazione di beni che a essa conseguono. A fronte esistono i meriti in senso corrente, ossia relativi a prestazioni particolari e in domini ristretti che di per sé non esigono virtù; sicché se non si può essere virtuosi senza essere meritevoli, si può ben essere meritevoli senza essere virtuosi; per capirci si può essere abilissimi nell’amministrare i bilanci di una società, ma del pari abili nel truccarli: a parità di merito ci può essere un’opzione per il bene e per il male. L’aver acquisito competenze può perciò entrare in rotta di collisione con le virtù. La figura di Oppenheimer, tornata di recente alla ribalta grazie a un film, mostra con chiarezza come ci si può trovare in questi punti di crisi.
Quando si parla di merito non bisogna trascurare le sorti sociali: infatti, un fatto è nascere in ambienti a basso reddito, ove la priorità è cercare di pesare meno sul reddito familiare guadagnando, magari, un certo grado di autonomia con l’accettazione di lavori occasionali, nascere ove minore è l’incentivazione al sapere, più difficile l’accesso alle fonti della conoscenza; altro è nascere in condizioni economiche agiate, ove i destini sono già tracciati: si pensi alle dinastie industriali, alle professioni pressoché ereditarie – avvocati, medici, perfino attori e così via – e dove essendo minori i vincoli gli individui si possono permettere scelte più libere per vocazione o semplicemente per gusto. Non dico che questi non meritino né che non meritino le posizioni che occupano; ma quanto di questo è attribuibile al merito, quanto alla loro sorte sociale? Ciò è così vero che fa caso a sé – esemplare – il successo e la scalata sociale di coloro che sono partiti dal basso. È il mito americano del self made, non è certo la media; anzi in situazioni statiche i benefici della successione prevalgono sul merito o quantomeno non è il fattore determinante.
Per dirla con Michael Sandel, è ad esempio poco verosimile asserire che “le sconcertanti diseguaglianze di reddito e di ricchezze di cui siamo testimoni abbiano a che fare con le differenze innate nell’intelligenza… che gli enormi guadagni di persone che lavorano nella finanza, negli affari e nelle professioni d’élite siano dovuti alla loro superiorità genetica”. Al contrario, è stato notato che i doni innati inferiori più che con la natura “abbiano a che fare con le diseguaglianze di reddito che si osservano nelle economie capitalistiche e che sono dovute al fatto che la società ha investito molto di più nello sviluppo dei talenti di alcune persone rispetto ad altre”. Capita perfino che manager con esiti tutt’altro che eccellenti ricevano liquidazioni milionarie buone per sfamare quasi una popolazione. Automatismi di mercato, si dice; ma dove il merito?
Delle virtù, purtroppo, si parla sempre meno, non così – specie come di recente in Italia – del merito. Prima facie, tra virtù e merito pare esservi una sorta di convergenza dal momento che nulla più delle virtù si merita. Comune è, infatti, lo sforzo, l’applicazione secondo il noto detto di Qoèlet “chi accresce il sapere, aumenta il dolore” (Qo, 1,18).
Solo che quello proprio delle virtù è il saper vivere. Le virtù sono, infatti, esito di un lavoro su di sé, sono frutto di quelle buone pratiche tramite cui il soggetto perviene al governo delle proprie potenze a beneficio proprio e degli altri. Messa in questi termini, i meriti non sono in toto virtù, ma, caso mai, corrispondono alla fatica che s’impiega per acquisire competenze relative a oggetti definiti e in domini parziali. E questo indipendentemente dal bene. In breve, le virtù riguardano l’uomo intero, i meriti corrispondono al grado d’impegno per acquisire un risultato e come tali vanno riconosciuti.
Ne segue che i meriti non sono coestensivi alle virtù anzi si dà il caso che possano divergere. Per capirci, se qualcuno raggiunge per suo merito un’alta posizione sociale può, onde mantenere il vantaggio acquisito, costituirsi di fatto come ostacolo per altri. Ora, dato per noto che una dotazione naturale non è di per sé un merito, ma è merito averla messa a frutto, è etico che il vantaggio acquisito venga contenuto qualora venga a costituirsi proprio come ostacolo. Capita, infatti, che i vantaggi – anche quelli guadagnati – per merito si mutino in rendita tant’è che un utilitarista come Stuart Mill, secondo cui ogni essere umano acquista maggior valore ai propri occhi e a quelli degli altri nella misura in cui sviluppa la sua individualità, riteneva anche giusto subisse “quel tanto di restrizioni necessarie a evitare che gli esemplari più vigorosi della specie umana invadano il campo dei diritti altrui” (La Libertà, Bur, 1999).
E conclude dicendo che da questo l’individuo stesso “ne trarrà personalmente una piena compensazione perché la parte sociale della sua natura conoscerà uno sviluppo maggiore proprio grazie ai freni imposti alla sua parte egoistica”.
D’intuito si coglie come lo spettro della virtù sia più ampio di quello dei meriti poiché le virtù riguardano la realizzazione dell’uomo preso nella sua interezza, i meriti sono relativi ad ambiti parziali della vita e per di più valutabili come tali in riferimento a prestazioni particolari richieste. Sicché se è vero che non si può divenire virtuosi senza merito, vi possono essere meriti senza virtù o, quantomeno a prescindere. In ambedue i casi il merito attiene all’azione: non è dunque una dotazione naturale, una qualità, ma risiede nell’impegno che l’individuo mette in vista di un risultato.
Di solito è uso associare il merito al premio che in primo luogo è un riconoscimento morale, a suo segno, accompagnato spesso a un bene materiale in taluni casi, anche devoluto a istituti di ricerca scientifica, a enti sociali d’assistenza o altro ancora. Questo fatto, magari in assoluta spontaneità, di fatto è acquisizione di nuovo merito e ragione d’ulteriore apprezzamento. Il premio è, dunque, un riconoscimento o privato – una promozione per uno studente, un avanzamento di carriera per un professionista – o pubblico – un Nobel – per la qualità del lavoro fatto e per il benefico che da esso ridonda sulla società. Ora, non è questa la sede per entrare nella valutazione di questa logica premiale – che peraltro fa da pendant a quella punitiva – ma mi limito a evidenziare una sola cosa: quanto la virtù rimanga del tutto estranea alla logica del premio. Già a partire dal mondo classico fino al moderno – e anche presso altre civiltà – la virtù non necessita di premi perché è premio a se stessa. La virtù appartiene alla media quotidianità, il virtuoso, indipendentemente dall’essere o non essere riconosciuto, fa lo stesso quel che va fatto, tende a realizzare e non a farsi vedere. Capita, poi, che azioni e opere lo svelano e magari, senza neppur volerlo, viene elevato ad esempio. Ma la remunerazione più piena della virtù risiede nell’aver guadagnato qualcosa che nessuno può sottrarre e che accompagna l’individuo nell’intero svolgersi della sua vita. E per di più apporta beneficio agli altri quand’anche è ignorato: è la figura del giusto nascosto.
Sulla dottrina dei premi e delle punizioni sono state costruite intere teologie, capitoli del diritto a cui non faccio neppure cenno, ma mi limito a ribadire, come ormai evidente, che la virtù si merita, che suo premio è essa stessa e la generazione di beni che a essa conseguono. A fronte esistono i meriti in senso corrente, ossia relativi a prestazioni particolari e in domini ristretti che di per sé non esigono virtù; sicché se non si può essere virtuosi senza essere meritevoli, si può ben essere meritevoli senza essere virtuosi; per capirci si può essere abilissimi nell’amministrare i bilanci di una società, ma del pari abili nel truccarli: a parità di merito ci può essere un’opzione per il bene e per il male. L’aver acquisito competenze può perciò entrare in rotta di collisione con le virtù. La figura di Oppenheimer, tornata di recente alla ribalta grazie a un film, mostra con chiarezza come ci si può trovare in questi punti di crisi.
Quando si parla di merito non bisogna trascurare le sorti sociali: infatti, un fatto è nascere in ambienti a basso reddito, ove la priorità è cercare di pesare meno sul reddito familiare guadagnando, magari, un certo grado di autonomia con l’accettazione di lavori occasionali, nascere ove minore è l’incentivazione al sapere, più difficile l’accesso alle fonti della conoscenza; altro è nascere in condizioni economiche agiate, ove i destini sono già tracciati: si pensi alle dinastie industriali, alle professioni pressoché ereditarie – avvocati, medici, perfino attori e così via – e dove essendo minori i vincoli gli individui si possono permettere scelte più libere per vocazione o semplicemente per gusto. Non dico che questi non meritino né che non meritino le posizioni che occupano; ma quanto di questo è attribuibile al merito, quanto alla loro sorte sociale? Ciò è così vero che fa caso a sé – esemplare – il successo e la scalata sociale di coloro che sono partiti dal basso. È il mito americano del self made, non è certo la media; anzi in situazioni statiche i benefici della successione prevalgono sul merito o quantomeno non è il fattore determinante.
Per dirla con Michael Sandel, è ad esempio poco verosimile asserire che “le sconcertanti diseguaglianze di reddito e di ricchezze di cui siamo testimoni abbiano a che fare con le differenze innate nell’intelligenza… che gli enormi guadagni di persone che lavorano nella finanza, negli affari e nelle professioni d’élite siano dovuti alla loro superiorità genetica”. Al contrario, è stato notato che i doni innati inferiori più che con la natura “abbiano a che fare con le diseguaglianze di reddito che si osservano nelle economie capitalistiche e che sono dovute al fatto che la società ha investito molto di più nello sviluppo dei talenti di alcune persone rispetto ad altre”. Capita perfino che manager con esiti tutt’altro che eccellenti ricevano liquidazioni milionarie buone per sfamare quasi una popolazione. Automatismi di mercato, si dice; ma dove il merito?
Illuminante
Quando il denaro diventa il fine ultimo, tutti i beni che non sono di natura economica come l’intelligenza, la cultura, l’arte, la bellezza, l’amore, cessano di essere valori in sé, perché lo diventano limitatamente alla loro convertibilità in denaro. La nostra cultura purtroppo ha assunto il denaro come unico generatore simbolico di tutti i valori. Nel frattempo da questa cultura gli uomini sono percepiti unicamente come produttori e consumatori. (…)
La produzione però non si limiterà a produrre beni, ma, con la pubblicità, provvederà a produrre anche nuovi bisogni. Il più grande pubblicitario del secolo scorso Frédéric Beigbeder un giorno scrisse: “Sono un pubblicitario: ebbene sì, sono quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché chi è felice non consuma.”
E allora come dar torto al filosofo Günther Anders per il quale: “L’umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via, finirà per trattare anche se stessa come un’umanità da buttar via”.
Umberto Galimberti
Nei bagordi di classe
Reo con fesso
di Marco Travaglio
Avendo un ministro della Giustizia, il giulivo Nordio, che predicava di “diminuire le pene anziché alzarle”, “depenalizzare i reati anziché crearli”, “snellire i processi” e “ridurre il carcere” perché “basta con il panpenalismo”, il governo alza le pene (solo le massime), inventa reati, complica i processi, ingolfa procure, tribunali e carceri realizzando il panpenalismo. Con una lodevole eccezione: i crimini dei colletti bianchi che, non essendo commessi da poveri o donne incinte e danneggiando lo Stato più di quelli di strada, vengono depenalizzati (abuso d’ufficio, evasioni fiscali e traffico d’influenze) o esclusi dal carcere obbligatorio (corruzione e altre minuzie). “Il vero allarme per i cittadini – dice il ministro cabarettista a Libero – sono furti e rapine” (peraltro puniti fin dai 10 Comandamenti). Perciò in un anno il governo ha inventato o aggravato i seguenti reati: rave party, abbandono di rifiuti, omicidio nautico, lesioni nautiche, traffico di migranti, violenza di genere, violenza contro personale sanitario e scolastico, reato universale di gestazione per altri, dispersione scolastica, furti di donne incinte o madri di prole fino a un anno, incendi boschivi, occupazione abusiva di immobili (esclusa Casa Pound), guida in stato di ebbrezza o con uso di cellulare, rifiuto di esibire documenti di guida, parcheggio in aree disabili, spaccio minorile, istigazione all’accattonaggio, truffe ad anziani, rivolte anche pacifiche in carceri e Cpr, istigazione anche epistolare alle disobbedienze medesime, resistenza a pubblico ufficiale, blocco stradale col corpo, imbrattamento di edifici pubblici con vernice lavabile. Si dirà: ma quelle cose non si fanno. Giusto: infatti sono punite dalla notte dei tempi sotto altre etichette.
In più è stata prolungata fino a 18 mesi la permanenza nei Cpr per i migranti che non hanno commesso reati. E ora sono allo studio, su proposta di ministri ed esponenti di maggioranza: la castrazione chimica degli stupratori, pene più alte per l’abbandono di animali, nuovi reati di istigazione all’anoressia, istigazione alla violenza sui social e “stesa” (le baby gang che sparacchiano in aria da auto o moto: detto anche “reato Gomorra” o “reato Mare fuori”). Ciliegina sulla torta: 300 mila agenti di pubblica sicurezza potranno comprarsi un’arma senza licenza né test sanitari o psicologici e portarla dietro fuori dal servizio. Così avremo 300 mila armi in più, che è proprio quel che ci vuole. Nella fretta, mentre alzava le pene per le truffe agli anziani, il governo s’è scordato di abolire la Cartabia che vieta di processare i truffatori se i truffati non li querelano. E di precisare, magari per bocca di Vittorio Sgarbi, che per la truffa ai Beni Culturali la pena massima è un posto di sottosegretario ai Beni Culturali.
L'Amaca
La malattia del maschio
DI MICHELE SERRA
È sempre sbagliato fare una graduatoria del dolore, ma questa Giulia uccisa quando stava per laurearsi, dunque quando stava per diventare più Giulia, più autonoma e più libera, è una cosa che sbriciola il cuore. Fa piangere, scusate se lo dico così, in due parole.
Per molti maschi essere maschi è una malattia, la cognizione che ogni donna appartenga solamente a se stessa li fa impazzire di paura. Escono di senno di fronte al fiorire della libertà. Il controllo delle donne, che è stata l’ossessione ideologica, millenaria, della società patriarcale, non è più determinabile per legge: almeno in quel pezzo di mondo che chiamiamo Occidente, il patriarcato è una forma morta. Ma la sostanza no, non è morta. Il maschio, che ha perso la sua presa istituzionale sulla persona donna, per disperazione si affida alla presa fisica.
Minaccia, urla, picchia e ammazza.
Anche parecchi maschi hanno festeggiato e si sono sentiti meglio, sulle macerie di un ordine che era fondato sulla sottomissione della metà del genere umano (altrove, verso Sud e verso Est, quel muro è ancora Legge). Ma altri maschi, in mezzo a noi, quella Legge se la portano dentro, l’hanno introiettata, è la sola maniera con la quale riescono a rapportarsi alle donne: “o sei mia, o non hai il diritto di esistere”.
Colpisce, ferisce che un ragazzo nato dopo il Duemila possa averlo fatto. Non un vecchio patriarca spodestato, non un bullo conclamato, non un capobranco.
No, uno studente dalla faccia gentile, figlio dei nostri tempi. Non si riesce nemmeno a odiarlo. Non si trova mezza parola da dirgli.
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