martedì 14 novembre 2023

Chiarimenti

 

Errata corrige
di Marco Travaglio
Da qualche giorno discuto con diversi lettori che pretendono la mia abiura sul fatto che nel 2005 Israele ritirò esercito e coloni da Gaza, da allora non più occupata ma duramente presidiata ai confini e dal 2006 governata da Hamas. Purtroppo non posso accontentarli: il Fatto esiste per raccontare i fatti. Tutti. Infatti dal 7 ottobre racconta il pogrom di Hamas e i crimini di guerra israeliani a Gaza. Fissati a terra i fatti, c’è totale libertà di opinioni. Nessuno scandalo se 4 mila docenti universitari chiedono al governo italiano “l’interruzione immediata delle collaborazioni con istituzioni universitarie e di ricerca israeliane”. Pensavamo che le università fossero zona franca e sacra e non ricordiamo appelli per rompere con quelle di Iran, Siria, Arabia, Qatar e altre culle di democrazia, ma ognuno è libero di pensarla come vuole. Purché rispetti i fatti. Invece i prof invitano a “considerare e comprendere le determinanti e antecedenti a questa violenza” (il massacro di Hamas del 7 ottobre, ndr), da ricercarsi nella illegale occupazione che Israele impone alla popolazione palestinese da oltre 75 anni, attraverso una forma di segregazione razziale ed etnica”. E qui ci dev’essere almeno un refuso: nel 1948 Israele nacque in base alla risoluzione Onu 181 che spartiva l’ex Mandato britannico in uno Stato ebraico e uno palestinese.
Il primo nacque nei confini Onu senza occupare un millimetro in più. Il secondo no: i governi arabi e la leadership palestinese violarono la risoluzione Onu e mossero guerra a Israele per ricacciarne a mare gli ebrei. La persero e Israele dilagò in Galilea Est, Gerusalemme Ovest e una fetta di deserto del Negev. Ma nel ’49 si ritirò da Gaza, occupata dall’Egitto, e dalla Cisgiordania, annessa dalla Giordania. Quindi a occupare i territori palestinesi furono Egitto e Giordania fino al 1967, quando li persero nella Guerra dei Sei Giorni insieme ad altri, fra cui il Sinai. Israele nel 1978 lo restituì all’unico Stato arabo che firmò la pace, l’Egitto. Che però non rivolle Gaza, occupata fino al 2005. Nel 1993, quando anche Olp e Giordania firmarono la pace, partì il percorso di Oslo sulla Cisgiordania, stroncato dall’assassinio di Rabin, dai no di Arafat a Barak e di Abu Mazen a Olmert, dall’ictus di Sharon e dagli opposti estremismi di Hamas e Netanyahu. Possibile che fra i 4 mila prof non ce ne sia uno di Storia che corregga “oltre 75 anni” in 38 per Gaza e 56 per la Cisgiordania? Ma ne basterebbe uno di Logica: se Gaza è occupata da sempre, perché Onu, Usa e Ue chiedono a Netanyahu di “non rioccuparla”? E se la risoluzione Onu 181 che legittima Israele non vale, come si può intimare a uno Stato abusivo di rispettare le altre risoluzioni Onu? O il diritto internazionale funziona a targhe alterne?

L'Amaca

 

Le tasse fanno la differenza
DI MICHELE SERRA
L’idea dei supermercati senza casse (dunque senza cassiere e cassieri: il primo, in Italia, è stato inaugurato a Verona) è come l’idea delle consegne con i droni, dei camion senza camionisti, delle fabbriche senza operai, dell’agricoltura senza contadini. Magnifica e agghiacciante al tempo stesso, perché da un lato libera dal lavoro, dall’altro abolisce il lavoro. Con quali quattrini camperanno, i posteri del futuro prossimo, se i quattro quinti dei lavori e di conseguenza dei salari scompariranno?
Ho fatto i miei conti da ignorante e dico questo: i soldi per campare dovranno venire dai profitti smisurati di quelle imprese che, riducendo al minimo i costi del lavoro, accumuleranno profitti enormi. Le tasse su questi profitti sono la partita politica del futuro. Se il profitto sarà tassato nella giusta misura, ci saranno risorse per il Welfare e per il reddito di cittadinanza, che diventerà un’ovvietà: le macchine lavorano, dunque le macchine mantengano gli umani. Se i profitti saranno tassati poco, le disparità sociali saranno sempre più grandi e la povertà sempre più diffusa.
L’evoluzione tecnologica mette dunque in primo piano la questione fiscale, anzi l’etica fiscale. Sollevare gli uomini dalla servitù del lavoro può essere un’occasione o una catastrofe: dipende da chi ci guadagna. Destra e sinistra diventeranno concetti non solo non decaduti, ma ancora più decisivi. Far pagare oppure non far pagare le tasse laddove il denaro si accumula, ecco la differenza.

lunedì 13 novembre 2023

Contro le idiozie


Ricordatevi che tra quattro giorni questo social potrebbe venire a casa nostra per scudisciarci, per una clausola trovata da Mr Bean Stokazz, che vanta ben 112 post sulla riproduzione della cinciallegra ed è stato acclamato presidente di riunioni condominiali per oltre un decennio, dove ha compreso la differenza tra un vaccino ed un tè alla pesca. 

Entro ventiquattr’ore Facebook quindi inizierà a scudisciare, ed è per questo che dichiaro che sono di mia proprietà tutte le salviette acquistate dall’emporio qui sotto casa, e mie sono tutte le calze riposte nell’apposito scomparto del mio armadio. 

Dopo aver recitato a memoria la formazione della Cremonese del 1984, gira tre volte attorno al tavolo e pronunzia a gran voce il discorso di Andreotti alle camere nel suo V governo, e poi invia questo scritto ad non meno di 342 amici.

Interessante


“L’economia è politica”: parole antiche per conflitti del futuro

Spiegato in modo semplice: come funziona il sistema, a cosa serve l’austerità, perché dobbiamo dipendere dal mercato? Il nuovo libro di Clara Mattei

di Marco Palombi

Si potrebbe dire che parliamo di occhiali. Tra Cinque e Seicento un poligrafo geniale come Traiano Boccalini scrisse, nei suoi Ragguagli di Parnaso, di quelli fabbricati nell’officina di Tacito, che permettevano ai lettori di leggere la realtà del potere ben al di là degli interessi della Ragion di Stato, strumento più che altro necessario a “cavar denari dalle mani de’ popoli”. Gli occhiali diventano “la lente critica” in L’economia è politica (Fuori Scena, Gruppo Cairo) di Clara Mattei – economista della New School for Social Research di New York e, tra le altre cose, collaboratrice del Fatto Quotidiano – ma per come è messo il dibattito pubblico forse questo libretto assomiglia più a un tentativo di rieducazione motoria che alla fornitura di buone lenti: re-imparare a camminare, “in nuove terre per antiche strade” secondo una formula felice.
Intanto, siano avvertiti i lettori, nel testo si imbatteranno in parole ormai desuete, espunte dall’uso comune: il sistema economico vigente viene addirittura chiamato “capitalismo”, come se fosse una forma storica e non un dato di natura (spoiler ironia), l’espressione “lavoro salariato” è usata come sinonimo di “sfruttamento” etc. La tesi di fondo è semplice, ma risulterà comunque sorprendente per i più: “L’ordine del capitale ha una natura essenzialmente relazionale, quindi politica”, una visione scontata per gli economisti classici (Marx, certo, ma anche Adam Smith e David Ricardo), sostituita un centinaio d’anni fa da una “economia intesa come una scienza pura e oggettiva, che risponde a leggi inaggirabili. Non ci sono alternative, non ci resta altro da fare che affidarci agli esperti”.
Il più grande inganno del diavolo è stato far credere al mondo che non esiste: “L’ordine del capitale non è un dato naturale garantito una volta e per sempre, al contrario, esso va costantemente difeso”. A questo serve l’austerità tanto fiscale (sulla spesa pubblica), che monetaria (le banche centrali indipendenti come “scala mobile” della rendita) o industriale (le politiche anti-sindacali). Una cassetta degli attrezzi creata un secolo fa col contributo anche di studiosi italiani: “Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni, Umberto Ricci e, last but not least, Luigi Einaudi”. Per chi avesse dubbi sull’accostamento, sappia che il catalogo è opera di Alberto De’ Stefani, primo ministro delle Finanze (e poi anche del Tesoro) di Mussolini in una lettera allo stesso Einaudi (“ai giovani io consiglio le opere di quattro grandi fascisti italiani non militanti e non tesserati”, quelli di cui sopra appunto).
È a questo punto che potrete misurare la distanza di questo libretto dalle posizioni critiche comm’il faut: “Coloro che vogliono essere critici dell’austerità perdono di forza politica se credono semplicemente di sminuirla riducendola a un ‘errore di policy’, incapace di abbassare il debito e di aumentare la crescita. È chiaro, infatti, che essa si occupa di una questione assai più fondamentale: assicurarsi che non vi siano alternative al vivere come lavoratori sfruttati”. Ne consegue un altro fatto dimenticato: “Nella nostra società l’intervento dello Stato in chiave redistributiva (assistenza sanitaria, alloggi sovvenzionati, sussidi di disoccupazione o redditi di cittadinanza) ha dei limiti politici ben precisi: non può spingersi fino a violare il presupposto della dipendenza dal mercato”.
Reimparare a camminare, riconoscere conflitto (cioè politica) dove si chiede responsabilità, ricordarsi che “la fiducia dei mercati è inversamente proporzionale al benessere dei cittadini” passa anche per il gusto di concedersi domande ingenue, da bambini, che nessuno ritiene più di doversi e dover fare: “Perché la stragrande maggioranza delle persone dipende dal mercato per vivere?”. Il mondo produce cibo in quantità tale da sfamare l’intera popolazione mondiale, eppure 800 milioni di persone soffrono la fame e questo mentre un terzo di quel cibo viene buttato ogni giorno perché non è stato venduto. Com’è possibile che accada? “Ciò che è irrazionale secondo la logica dei bisogni è invece del tutto razionale secondo la logica dei profitti”. Ma è accettabile?
Certo, quando uno ha imparato a camminare vorrebbe subito correre da qualche parte: purtroppo non c’è posto dove andare e non si sa neanche con chi andarci. Non è colpa di nessuno, men che meno di una giovane economista italiana che insegna a New York, ma “delle repliche della Storia bisogna pur tener conto. La Storia a volte è nemica. Lo è stata in particolare negli ultimi decenni, da quando è stata abbattuta l’unica forza politica che la contestava”. Lo ha scritto l’anno scorso Mario Tronti, marxista “nel mondo ma non del mondo” fino al 7 agosto 2023. Saper camminare, comunque, è già molto.