domenica 12 novembre 2023

Che aspettate?

 


Riflettiamo con Antonio

 

Gli affari di guerra di Confindustria
“Gaffe dell’uomo di Bonomi: brinda al conflitto”.
di Antonio Padellaro
Si chiama Maurizio Minghelli ed è il presidente del Comitato Piccola industria Emilia-Romagna ma, soprattutto, è il proprietario della Astim srl, azienda di elettronica nel settore Difesa. Leggiamo nella cronaca di Claudio Antonelli e Alessandro Da Rold che, a proposito della guerra a poche centinaia di chilometri dai nostri confini, Minghelli racconta che in questi giorni, in azienda, ripetono un motto che altro non è che il titolo del film di Alberto Sordi: “Finché c’è guerra c’è speranza”. Poi, egli aggiunge soddisfatto che il fatturato della sua azienda “sta aumentando”. Siamo a Roma, è il 10 ottobre e soltanto tre giorni prima c’è stato il massacro dei tagliagole di Hamas in Israele. Tra i partecipanti al consiglio centrale della Piccola industria di Confindustria, “cala il gelo”. Fermiamoci qui per dire, innanzitutto, che le parole di Minghelli sono la fotografia della lunga fase di assoluta prosperità dell’industria delle armi. Un settore di cui l’Italia è leader in una torta (si fa per dire) che nel 2022 si è spartita a livello mondiale circa 2 mila miliardi: 5,8 miliardi di dollari al giorno. Tra i 100 maggiori produttori di armamenti il tricolore svetta (si fa per dire) da Leonardo e Fincantieri, in 13esima e 47esima posizione. Ricavi delle due società dalla sola vendita di armi da guerra: 13,8 miliardi (legittima soddisfazione che sprizzava in una foto che qualche giorno FA ritraeva i vertici di Leonardo). Va poi detto che Minghelli forse sarà stato un po’ troppo diretto ma, almeno, non ha peccato di ipocrisia (riscontrabile, viceversa, nel “gelo” degli altri imprenditori che, ne siamo certi, darebbero non diciamo cosa per avere lo stesso exploit di fatturato). L’augurio degli industriali del settore che ci siano sempre più guerre sul pianeta può ricordare, scrivono i colleghi de “La Verità”, i due costruttori che, intercettati nel 2009, festeggiavano per il terremoto dell’Aquila. Qui abbiamo “l’aspettativa di ulteriore importante incremento del portafoglio ordini nel 2023”. Come dire che in quanto a morte e distruzione si può sempre fare meglio. Va notato, al tirar delle somme, che nell’agghiacciante contabilità che mette a confronto i 1.400 morti israeliani per mano di Hamas con le quasi 11 mila vittime causate dai bombardamenti israeliani l’industria delle armi può a buon diritto mantenere una posizione bilanciata ed equidistante. Infatti, i fucili a ripetizione che hanno sterminato i ragazzi del rave nel deserto (lavoro completato con armi da taglio riconducibili tuttavia ad altro comparto), come i razzi jihadisti che martellano il sud di Israele e quelli di Hezbollah sparati da nord, come i missili, le bombe e i caccia bombardieri con la Stella di David che hanno raso al suolo Gaza e i suoi abitanti, tutti fanno parte di un format produttivo globale. Una livella che in Medio Oriente senza distinzione alcuna di bandiera, di religione, di etnia (ma anche di età e di genere, alla luce dei “danni collaterali” delle migliaia di bambini uccisi dai raid su Gaza) rappresenta una sostanziosa fetta del “portafoglio ordini” dell’industria delle armi (o se si preferisce della “Difesa”, per usare il linguaggio del ministro Crosetto, grande esperto del ramo). L’altro cospicuo mercato del sempre più florido settore è naturalmente costituito dalla guerra in Ucraina. Al momento un tantino oscurata dagli eventi mediorientali ma pur sempre ricca di soddisfazioni per il fatturato. Diciamolo: come fanno i Minghelli di vario calibro a non brindare festanti? (illuminante la vignetta del “manifesto” di ieri dove c’è uno che dice: “Sogno un mondo senza guerre” e l’altro risponde: “E chi se lo compra?”).

Vespa siano

 

Il vespierato
di Marco Travaglio
Siamo in ansia per Bruno Vespa, il noto “artista” (come da contratto) che stipendiamo poco e male (un milioncino e mezzo l’anno non di più) per tenerci sempre informati su Rai1 non solo tre sere a settimana con Porta a Porta, ma da quest’anno anche quotidianamente con Cinque minuti. Per riparare all’ostracismo da video che lo perseguita da quando è nato per ordine di tutti i governi, l’insetto reietto regala anche degli editoriali sui social della Rai. E l’altroieri ne ha dedicato uno a un’altra vittima della censura: Giorgia Meloni che, oscurata com’è da Rai e Mediaset, non riesce a farci sapere quanto bella, buona e giusta sia la sua riforma del premierato. Fortuna che ha provveduto lui, col trasporto e la competenza che gli sono propri. Mani giunte e sguardo rapito, come si conviene per le cose sacre, Vespa ha premesso che “gli italiani sono presidenzialisti da sempre” (da quando erano quasi tutti monarchici e poi pure fascisti): deve averlo saputo dal suo sondaggista preferito, il Divino Otelma. Poi una breve ma ficcante lezione di diritto costituzionale comparato: “Ora una riforma light… light… light… quasi che il sapore non si sente”. Una tale delizia che non si capisce perchè l’opposizione si opponga, persino qualche esponente della maggioranza la trovi una schifezza e qualche italiano, Dio non voglia, mediti di votare No al referendum.
E qui il giureconsulto aquilano sfodera l’arma fine di mondo: “I primi ministri di Inghilterra, non parliamo poi di Macron che è una Madonna… di Spagna e Germania contano infinitamente di più dei loro presidenti della Repubblica. Uno non sa neanche come si chiamano. Non ho capito tutto ‘sto pericolo dove sta”. In effetti è dura ricordare i nomi dei presidenti della Repubblica inglese e spagnolo, ma anche olandese e belga, perché Inghilterra e Spagna, ma anche Olanda, Belgio, Danimarca e Lussemburgo sono monarchie. Quindi è decisamente più facile ricordare i nomi dei sovrani che, casomai sfuggissero al nostro Pico della Mirandola, sono Carlo III, Filippo IV, Guglielmo Alessandro, Filippo, Margherita II ed Enrico. Però, per venirgli incontro, possiamo immaginare che i sei regni europei abbiano anche dei presidenti della Repubblica: che so, l’inglese Ugo, lo spagnolo Gino, l’olandese Ciccio, il belga Gennaro, la danese Marisa e il lussemburghese Peppino. Ora non vorremmo che i dioscuri Gasparri&Boschi convocassero Vespa in Vigilanza come Ranucci e gli intentassero un processo staliniano per uso criminoso della televisione pubblica pagata con i soldi di tutti, magari brandendo una carota e un cognacchino. Ma confidiamo che non lo faranno: quelli convocano solo chi dice la verità, quindi Vespa è in una botte di ferro.

L'Amaca

 

È scappato il leone
DI MICHELE SERRA
È durata solo mezza giornata la libertà del leone di Ladispoli. Scappato da un circo e rifugiato in un canneto sul greto di un fiume. Spaventato, forse nostalgico della sua gabbia e del suo salario – una bistecca monumentale. Mi sento partecipe delle emozioni di tutte le persone coinvolte: soprattutto il leone, poi il personale del circo, la cittadinanza di Ladispoli, le autorità tutte.
C’è qualcosa di antico, in certi fatti di cronaca, che in fondo conforta, nel senso che decelera: altro che Intelligenza Artificiale, qui è la paura delle fauci a tenere banco. La foresta, mica il web. Il leone di Ladispoli ci riporta a quello che siamo sempre stati, scimmie appena scese dagli alberi e ancora soggette al terrore ancestrale della belva che di noi vorrebbe fare un solo boccone. Il circo, il baraccone, e molta produzione horror con effetti speciali (evoluzione del baraccone) ancora di questo trattano: la paura di essere divorati, la contentezza, un poco sempliciotta, di domare la belva e dominare la natura.
“La popolazione è invitata a rimanere in casa”, ha detto il sindaco. L’enorme gattone è libero per le vie, con una sola zampata potrebbe (metaforicamente) abbattere una casa, e tornano in mente infinita letteratura, cinema, canzoni. Jack London, Dersu Uzala, Kipling, Sandokan, Jannacci (“e gridare aiuto aiuto è scappato il leone!”), Brassens e Il gorilla, le giungle di ovunque, occhi di brace nel buio, William Blake.
Ognuno aggiorni alle sue letture, alle sue visioni e ai suoi sogni la notizia che “un leone si aggira per le vie”. Vidi anni fa, nel cuore delle Langhe, un puma tra le vigne.
Non avevo bevuto, lo giuro. Forse lo avevo sognato. Forse c’era davvero.

sabato 11 novembre 2023

Lercio




Commento



Stavo serenamente giocando a Candy Crush nel placido 2-0, interrogandomi però molto sofficemente sul perché Pioli continui a far giocare questa ameba invece di Adli, o sul lavoro dei frustatori incalliti che a Milanello chiamano preparatori atletici, i quali probabilmente ex cuochi, frantumano uno o due giocatori a partita, ed anche sulla sostituzione di Calabria, infortunato anch’egli, con Musah, che è un po’ come sostituire la caffettiera malfunzionante con un tostapane. Ma sul 2-0 erano pensieri per ingannare il tempo, quand’ecco l’habitué Sansone a sconquassare l’aere, ridicolizzando l’intera squadra, da quel momento trasformatasi in un coacervo di pensionati alla sagra dell’anguilla. Una vergognosa manifestazione di flaccidità mentale, il cui unico responsabile è l’ex on fire!

Rallegratevi!