martedì 7 novembre 2023

Per non finire gasparriani

 

IL RACCONTO
Com’è nato “Abel” il mio western metafisico
Dopo diversi anni l’autore torna con un nuovo romanzo. Che, tra l’altro, non aveva in programma. Ma la voglia di scrivere è prevalsa
DI ALESSANDRO BARICCO
Esce il mio nuovo romanzo, Abel , e mi viene da festeggiarlo raccontando a tutti la sua genesi curiosa, una storia piuttosto mia, personale, che tuttavia adesso mi piace condividere qui. Il fatto è che qualche anno fa mi è accaduto di pensare che dopo tanti romanzi e tanto lavoro mi sarebbe piaciuto provare a staccare il gesto dello scrivere da quello di mantenere in qualche modo me e la mia tribù. Devo essermi chiesto: ma cosa accadrebbe se io non avessi nessuna necessità materiale di scrivere? Continuerei a farlo, scriverei diverso, meglio, peggio? Ho in serbo da qualche parte uno scrittore libero che non ha mai potuto uscire da un qualche esilio?
Mi sa che tutti gli scrittori, prima o poi, una domanda del genere se la fanno. Non è così originale. Però a me non usciva dalla testa quindi ecco quello che ho fatto. Ho rigirato un po’ di tessere nella mia vita professionale, ho preso delle decisioni, e alla fine mi sono ritrovato nella seguente situazione: se anche non avessi mai più firmato un contratto o pubblicato un libro, intorno a me nessuno sarebbe finito nei guai, o anche solo fuori dalla sua comfort zone di benessere. C’erano altri lavori che potevo fare. Li avrei fatti. Bon, deciso. Adesso si trattava di vedere cosa sarebbe successo.
La prima cosa che successe è che per un bel po’ non ho più scritto una riga. Alle volte si è così fastidiosamente banali.
Poi, però, a poco a poco, incominciò a crescermi dentro quella che era una mancanza, un battito mancante, uno spazio bianco. Il fatto è che per me scrivere è sempre stato, oltre a un modo per campare, una sorta di esercizio spirituale, e spesso un eremo dove meditare, e sempre il mio segreto Carnevale. E questi tre pezzi di me non sembravano aver trovato una dimora diversa, analogamente perfetta. Così nel libro mastro del mio sentire i conti non tornavano più, e denunciavano una vita in perdita.
Eh, no. Ricordo di aver fatto un bel po’ di camminate, la testa china a guardarmi i piedi. Era quattro, cinque anni fa. Poi un giorno sono tornato a casa, ho acceso il computer, ho aperto un file e ho scritto: “Un western metafisico”. Non avevo una storia, ancora meno una trama e se devo dirla tutta neanche lo straccio di un personaggio. Ma dovevo scrivere, dovevo farlo al più presto, dovevo farlo subito. Ho lasciato che emergesse dal nulla una scena, semplicemente una scena. La vidi arrivare. C’era gente sui bordi ultimi della Frontiera. Trovare la voce giusta fu un attimo. Iniziai a scrivere.
Perché proprio il western, si dirà. Be’, non avevo tempo e voglia per edificare mondi, come faccio di solito, mi serviva qualcosa di pronto all’uso, e in questo senso i generi sono perfetti: una buona parte del materiale è già sul tavolo, i pezzi sono quelli, non devi fare altro che iniziare a giocare. E il western di tutti i generi è quello che amo di più: forse perché contiene tutti gli altri, come alcuni dicono. Ma insomma, mi sono buttato da quella parte. Alla seconda riga c’era già uno sparo. Fantastico.
Insomma, è andata che mi sono ritrovato a “scrivere scene”, ritrovando un mio respiro e una prassi che avevo abbandonato:arrivavano una ad una, alcune completamente scoordinate con le altre, alcune già un po’ allineate, ma su linee strane, per così dire quantiche. Niente di particolarmente lungo. Alle volte era una sola paginetta. Tutte le intitolavo con la prima riga,come si fa con le poesie. Sento una vibrazione allora sparo. Dopo un po’, con una punta di sgomento, mi sono accorto che erano tutti endecasillabi (hey, è un vero outing, ragazzi). Tanto che a un certo punto mi è venuto da pensare che non erano scene, ocomunque non erano solo scene, ma, esagerando un po’, erano canti scritti in prosa di un qualche poema perso dentro me stesso. È a quel punto che nella cartelletta che raccoglieva le pagine stampate ho scritto a mano quello che resta il primo titolo del libro che adesso si chiama Abel . Il titolo era: L’opera poetica di Abel Crow, sceriffo .
Decidi di non firmare più contratti e guarda dove finisci. Strani posti.
Ci sono rimasto per un bel po’ di tempo. Sempre con molta parsimonia: scrivevo lento, abbastanza di rado. Ma il sound e il sapore di quello che scrivevo avrei potuto ritrovarli in un istante in qualsiasi istante. Sono passato tempi di gioia e tempi di malattia, e sempre ancora Abel era là. Quando non avevola forza di scriverlo lo pensavo. Lo respiravo, come mi era successo tante altre volte, scrivendo i miei romanzi: solo che questa volta tutto era più segreto, più sospeso su nulla. Solamente io al mondo sapevo chi era Abel Crow, e, per quanto potessi immaginare in quel momento, nessuno mai l’avrebbe saputo oltre a me.
Be’, immagino che adesso si tratterebbe di spiegare perché alcuni di voi si troveranno a pagare degli euro per comprare un libro stampato, regolarmente edito da un editore, disponibile nelle librerie, frutto di un contratto regolarmente firmato, e intitolato Abel. È la parte banale della storia. A voler ridurre gli eventi all’osso, è andata così: ho iniziato a far leggere un “canto” al figlio, poi uno alla donna che amo, poi l’altro figlio, poi uno di qua e uno di là, erano come regali, o come messaggi da qualche lontananza, insomma mi veniva molto naturale, ogni tanto era così dolce spedire quelle righe. Aveva effettivamente il sapore del compimento. Di qualcosa riportato a casa. Un senso così forte, cristallino, che tutt’a un tratto il gesto di scrivere per me stesso mi è parso una sorta di gesto luttuoso, interrotto, celibe. A modo suo tristissimo. Insomma, alla fine, la gente che avevo intorno ci credeva così poco al fatto che non avrei pubblicato nulla che ho finito per non crederci più neanch’io. È scivolato tutto in modo molto naturale. Ho preso quello che avevo scritto, gli ho limato addosso l’ombra di una forma, ho aggiunto qualche canto che dava armonia. La figura che mi sono ritrovato sotto gli occhi era stranissima, ma con una sua bellezza preziosa. Era qualcosa che non avevo mai immaginato e adesso l’avevo fatta. Chiaramente non era un libro finito. Ma, capii con assoluta chiarezza che non era un libro fatto per finire. Un giorno ho detto al mio editore che avevo un romanzo. Poi è accaduto tutto il resto. Poi tutto il resto accadrà.
Contrariamente a quanto faccio talvolta nei miei romanzi, in Abel non ho scritto la parola Fine, nell’ultima pagina, in maiuscolo. Sapevo cosa sarebbe successo. Il computer l’ho riaperto ben prima che uscissero le prime bozze di copertina. Mi venivano incontro altre scene. Ho ripreso a scrivere lento e di rado. Ho ripreso a respirare dal punto in cui mi ero interrotto. Il primo canto nuovo l’ho dedicato al dottor Wood: adoro il suo humor e la confusione con cui passa sulla terra. È quello che cura i pazzi. Ma insomma, chi leggerà capirà. Si troverà bene, con lui. Io ci passo insieme intere serate.
Never ending book.

Un po' di salute interiore

 

EPICUREI
Lucrezio poeta latino contemporaneo
La comunione con le altre specie. L’amore per la natura E il racconto della pandemia. Ecco perché rileggere un classico

DI IVANO DIONIGI

«Io annuncio cose inaudite (res novae ) ». Con questo messaggio rivoluzionario Lucrezio irrompe nella conservatrice Roma repubblicana del I sec. a.C. E dopo duemila anni quell’annuncio dell’inaudito è ancora lì, con il suo richiamo all’indissolubilità del nostro destino con la natura e con il suo grido preoccupato e ultimativo sulla nostra condizione di dissennati (stulti )e infelici (miseri ).
Lucrezio resiste al tempo e alle mode, conforta e perfino sfida le grandi questioni del nostro presente, prefigurandone analisi, interrogativi e anche prospettive. Quel poema scandaloso, La natura, colpito prima dalla congiura del silenzio e poi scomparso dalla circolazione per un millennio, non solo ha cambiato il volto della cultura europea, ma continua a parlare di noi e a noi. Ha ancora da essere.

Penso alla concezione cosmica per cui noi uomini, formati di atomi, siamo marginale e addirittura minuscola parte dell’universo. Nessuna centralità dell’uomo, dal momento che gli universi sono infiniti, e nessuna gerarchia tra le varie realtà – le foglie degli alberi, i fiocchi di neve, i sassi del fiume, tutte le specie dei viventi, il cielo, il mare, la terra: tutti formati dagli stessi atomi (eadem elementa ) e tutti vincolati dalla stessa legge (eadem ratio ).
Tutto è in relazione, anzi tutto è relazione, e quindi tutto ha la stessa dignità. IlCantico delle creature lo dirà in modo più lirico, personale, coinvolgente. Non stiamo forse assistendo alla perdita della nostra centralità nel mondo, da un lato richiamati e allarmati dai gemiti della natura che vuole essere libera e non più vexata , dall’altro spodestati dalle stesse macchine che abbiamo costruito?

Penso alla «visione e scienza della natura» (naturae species ratioque ),l’antenna lucreziana che consenta la “rivelazione”, quella “apocalisse” che dalle tenebre dell’ignoranza ci conduce alla luce della ragione. Politica, religione e amore sono costruzioni della mente, forme di alienazione e fonti di infelicità: indossano una maschera (persona )e nascondono la realtà (res ).Lasapientia è l’ ars suprema, la tecnica risolutiva. Tutte le altre arti e tecniche innescano una spirale perversa e una proporzione inversa tra il progresso tecnico e materiale e il regresso interiore e morale. Giunto al punto più alto (summum cacumen ) delle varie arti manuali e liberali, l’uomo sconta il suo fallimento e rimpiange la vita primitiva (vita prior ),quando considerava una grande ricchezza accontentarsi del poco (vivere parce ) e non conosceva ancora il malsano attaccamento alla vita (cupido vitae )e la paura della morte (timor mortis ). Quellasapientia – a fronte della religio tradizionale, inutile, falsa e criminale – ci fa sperimentare la forma più nobile e spirituale di pietas :contemplare il tutto con mente serena. Grazie a questa “visione e scienza della natura”, Lucrezio ha capovolto e sterilizzato eroi e simbologia del mito: si è spinto nell’indagine dell’universo fino al sole, senza dissolversi come Icaro; ha debellato la passione e la paura, mostri ben più terribili di quelli abbattuti da Ercole; ha guidato una nuova spedizione argonautica con lieto fine, a differenza di Giasone; è sceso agli Inferi riportando con sé i dannati, senza voltarsi indietro come Orfeo; ha disarmato gli dèi, rendendoli inoffensivi e incapaci di imprigionare Prometeo.

Penso all’individuazione del grande nel piccolo, a quello che i fisici chiamano «infinitamente piccolo», frontiera per la quale Lucrezio ci è guida e maestro: «Un piccolo fenomeno (parva res )può rappresentare un modello (exemplare ) / di grandi fenomeni (magnae res )».
Penso all’illusione degli amanti di realizzare compiutamente l’unione dei corpi nell’atto sessuale, alla vana aspirazione di fondersi in un unico corpo: nequiquam , «inutile, impossibile », ripete Lucrezio. Vano lo sforzo degli amanti di identificarsi l’uno con l’altro, stante la irriducibile trascendenza dell’alterità. Concezione, questa, che prelude alla celebre tesi lacaniana dell’inesistenza e dell’impossibilità del rapporto sessuale.

Penso all’agostiniana magna quaestio della morte, la quale alimenta la nevrosi del potere economico (avarities ) e politico (honorum cupido ), e spinge a prevaricare sugli altri, causando sciagure e delitti nell’illusione di allungare la propria vita: un’anticipazione della riflessione che ritroviamo in un autore a noi vicino e caro, come Elias Canetti. Con un aggiornamento: ora al potere della tecnica, più che a quello della politica o dell’economia, noi affidiamo la rimozione e addirittura il superamento della morte. Penso alla descrizione della tragica peste di Atene nel finale del poema, la quale, con consonanze sconcertanti, preannuncia gli stessi disorientamenti e traumi della pandemia di questi anni orribili. Impotenti, ora come allora, la medicina, la religione e la pietà dei parenti. Con i nostri occhi li abbiamo visti i medici supplire con la compassione alla carenza di terapie; le abbiamo viste le chiese diventare cimiteri, i carri funebri camere mortuarie, il Papa, solo, in una piazza San Pietro deserta, a testimoniare non la potenza del rito ma la passione della croce; li abbiamo visti negli ospedali i mariti separati dalle mogli, i fratelli dai fratelli, gli amici dagli amici. E morire senza potersi tenere per mano e neppure salutarsi. 
Lucrezio lo aveva detto.

lunedì 6 novembre 2023

Saccheggio Italia

 

Ora perde la rete, ma l’omicidio di Tim è durato quasi trent’anni
FINANZA CONTRO INDUSTRIA - Via libera alla vendita al fondo Kkr, il futuro è lo spezzatino di quel che resta: dalla privatizzazione con lo 0,6% degli Agnelli alle scalate a debito, ecco chi ha distrutto l’azienda
DI MARCO PALOMBI
Ella fu. Tim continuerà ancora formalmente a vivere per un po’, almeno fino alla vendita pezzo dopo pezzo di quel che rimane, ma la lunga storia della società iniziata nel 1933 con la fondazione della Stet è finita ieri ed è, per i suoi ultimi trent’anni, una storia ingloriosa in cui convergono l’insipienza dolosa o colposa della classe dirigente politica e il cialtronismo straccione della cosiddetta “grande impresa” italiana, ché “il cretinismo degli industriali” di cui Antonio Gramsci non può coprire tutta la vicenda.
L’ultimo atto, com’è noto, l’ha scritto ieri pomeriggio il cda della malmessa Tim: vendere entro l’estate – e senza manco passare da un’assemblea dei soci – la rete telefonica al fondo Kkr, che grazie a Meloni&Giorgetti si ritroverà come soci di minoranza il Tesoro e Cdp. Quel che resterà è una società di servizi debole, con troppi debiti, troppi dipendenti e un azionariato che si prepara a una sanguinosa guerra legale – annunciata ieri dal primo azionista, la francese Vivendi – per annullare la vendita della rete. Questo disastro inizia però trent’anni fa, quando “la madre di tutte le privatizzazioni” fu necessaria all’Italia per rispettare i parametri di Maastricht: nessun piano industriale, solo il bisogno di fare cassa. È la prima delle molte scelte finanziarie che hanno portato all’inferno un colosso industriale.
Tim nel suo perimetro attuale nasce tra il 1994 e il 1997 dalla fusione della Sip con la Stet dell’Iri. L’azienda, citiamo dal recente Illusioni perdute di Marco Onado e Pietro Modiano (Il Mulino), nel 1998 è “la quarta in Italia per fatturato e la prima per valore aggiunto, aveva una elevata redditività (l’utile superava l’11% del fatturato) e praticamente non aveva debiti”. A non dire che occupava 120mila persone contro le 40mila di oggi e aveva “una forte capacità innovativa” garantita da consociate all’avanguardia come la Cselt.
A Palazzo Chigi c’è Romano Prodi e la privatizzazione è gestita a livello politico dal ministro dell’Economia Carlo Azeglio Ciampi e a livello tecnico dal dg del Tesoro Mario Draghi: si decide di venderla tutta, ma spingendo a investire un gruppo di azionisti italiani, il “nocciolo duro”. Lo Stato incasserà 26mila miliardi di lire e Telecom finirà a un “nocciolino” che ha meno del 7% del capitale ed è guidato dalla Fiat con un misero 0,6%. Si butta un anno e più tra incertezze e litigi, con gli Agnelli che impongono un vertice digiuno di competenze nel settore, finché (febbraio 1999) non arriva l’Opa di Roberto Colaninno, frontman di una cordata basata in Lussemburgo a cui partecipano Enrico Gnutti, i Lonati e altri. Sono “i capitani coraggiosi” benedetti dal premier dell’epoca, Massimo D’Alema, che prendono il controllo di Telecom via scatole cinesi e leva finanziaria. Tradotto: il controllo della società passa in una finanziaria estera, la Bell, che controlla Olivetti che controlla Telecom; la gran parte dell’Opa viene finanziata a debito, debito che – come sempre in questi casi – viene poi scaricato sulla stessa Telecom, che in sostanza paga per farsi comprare.
Passano due anni, a Palazzo Chigi torna Silvio Berlusconi ed è il turno di Marco Tronchetti Provera di Pirelli: stavolta non c’è nessuna Opa perché per prendersi Telecom basta prendersi Bell. Tronchetti strapaga le azioni dei padani, che ne escono con una plusvalenza miliardaria su cui il Fisco contesterà evasione e sanzioni per 2 miliardi di euro (tutto sarà perdonato pagando 200 milioni circa). Il debito aumenta ancora e a questo punto, siamo nel 2003, è ormai il doppio del patrimonio: gli utili finiscono quasi tutti alle controllanti che devono pagare gli interessi sui prestiti presi per le loro scalate, mentre Tronchetti controlla il tutto dall’alto del suo 1,12% del capitale. La sua gestione è quella che è, anche in termini di buon gusto, tipo le dismissioni di immobili Telecom a cui partecipa indirettamente Pirelli RE. La società s’avvia ormai moribonda alla rivoluzione delle tlc: non la salveranno “l’operazione di sistema” tra le banche e la spagnola Telefonica (2007), che pure consentì di andarsene felice pure al buon Tronchetti, né l’ingresso “ostile” dei francesi di Vivendi (2018) o la reazione della strana coppia tra il fondo britannico Elliott e Cdp, oggi secondo azionista di Tim col 9% circa.
È stato calcolato che questo rutilante avvicendarsi di azionisti sia costato a Tim tra debito e dividendi qualcosa come 70-80 miliardi. E così si arriva all’ennesima operazione finanziaria: la vendita della rete al prezzo di 20-22 miliardi, che Kkr pagherà per metà a debito. La Tim che resterà, ServiceCo, è un’azienda senza futuro: “La società sarà venduta a pezzi”, ha detto ieri Franco Bernabè, che nel 1999 da presidente Telecom provò a resistere a Colaninno e soci e oggi, ironia della sorte, è presidente dimissionario dell’Ilva, un’altra storia di privatizzazione fallimentare.
Quanto alla rete Tim, un’infrastruttura strategica e monopolista del mercato, viene venduta a Kkr con la contrarietà del primo azionista e il non voto del secondo (è in conflitto di interessi: controlla Open Fiber), ma con la benedizione di Meloni e i soldi dei contribuenti (ma ce ne vorranno di più: il cda di Tim chiede un prezzo migliore per i cavi sottomarini di Sparkle, destinati appunto al Mef). Non si sa se la rete avrà gli investimenti di cui necessita: quello che si sa è che il fondo Usa avrà il solito rendimento del 10% sul capitale investito.

domenica 5 novembre 2023

Aneddoto


Nel 1978 una ragazza che lavorava presso un piccolo editore, chiese a uno studioso di cui era amica, di scrivere un breve racconto poliziesco. 
Lo studioso le disse che se per caso avesse dovuto raccontare una vicenda poliziesca, ne sarebbe uscito un volume di almeno cinquecento pagine. La ragazza rispose che non era interessata a un tomo commerciale che giudicò al tempo un prodotto “poco ispirato.” 
Lo studioso si chiamava Umberto Eco,“Il Nome della Rosa” non era stato ancora realizzato…

Poeticamente liberi

 

La mia bohème (Rimbaud 1870)
Me ne andavo, i pugni nelle tasche sfondate;
ed anche il mio cappotto diventava fittizio;
Andavo sotto il cielo, Musa! ed ero il tuo seguace;
Oh! quanti amori splendidi ho sognato!
I miei unici pantaloni avevano un largo squarcio.
Pollicino sognatore, nella mia scorribanda sgranavo
rime. Il mio giaciglio era sotto l’Orsa Maggiore,
nel cielo dolcemente frusciavano le mie stelle
Le ascoltavo, seduto sul ciglio delle strade
in quelle belle sere di settembre in cui sentivo gocce
di rugiada sulla fronte, come vino corposo;
dove, facendo rime in mezzo a fantastiche ombre,
tendevo, come fossero corde musicali, le stringhe
delle mie scarpe ferite, un piede vicino al cuore!

La Prova



Ieri sera senza nessun filmato, basandomi solo sulla narrazione romanzata, mi è capitata la Prova, era il mio turno, e la fortuna è stata di non essere né toscano, né veneto, per ovvie ragioni legate alla cultura bestemmiologica: uscito dall’auto per andare al Megacine, nel pieno di una tormenta, col capitano Achab a fianco che continuava a dirmi “ma dove caxxo vai?”, sono stato provato con la tecnica oramai collaudata nota come “dell’ombrello” che s’è accartocciato, smembrato, liofilizzato, mentre l’acqua entrava ovunque, compresa nella famigerata “canala”. Ed in quel momento, topico, l’ho lanciato via, accompagnato da un abnorme vaffanculo! Eolo, il mattacchione, me l’ha ritornato colpendomi in testa… stavo per partire in un orrendo soliloquio, ben sapendo che, visto il momento, la penalizzazione sarebbe risultata minima, che ci sono cioè situazioni - vedasi mignolo contro comodino in piena notte o chiusura della porta di casa con le chiavi dentro - che, da fonti vaticane riservate, hanno un benigno handicap riconosciuto che sottintende una lieve pena. Entrato al cinema, fradicio, avvolto da sguardi che volevano dirmi “ma c’è anche Capitan Findus?”, ho ritrovato la serenità, superando parzialmente la Prova…

Dixit