Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 28 ottobre 2023
Selvaggia e le slurp slurp
‘Meloni femminista’. Tutti nel trappolone da Nunzia alle dem
VITTIMISMO, CINISMO E LECCACULISMO - In massa a chiedere di essere delicati con la famiglia di chi da anni passa col bulldozer sulle famiglie degli altri
DI SELVAGGIA LUCARELLI
Se c’è una cosa che a Giorgia Meloni è riuscita benissimo è far passare il suo comunicato sulla (presunta) fine della storia con Andrea Giambruno per qualcosa che abbia a che fare col femminismo. O con l’eroismo. Tutti presi come eravamo a commentare le sue parole, ci siamo persi quelle degli altri. Ed è un peccato, perché a leggerle tutte insieme viene da tifare per il machismo, le battute da caserma e le mani sul pacco. Uno dei primi a twittare è stato Carlo Calenda, il quale si è prontamente indignato per la volgarità della vicenda: “Così in Italia non si produrrà mai nulla tranne il fango, finché il fango non sommergerà tutti e tutto”. Detto da quello che ama risolvere i conflitti con sobrietà e discrezione, che non cerca le risse nel fango. Come dimenticare quell’addio elegante tra lui e Matteo Renzi: “Caro Renzi, io non ho mai preso soldi da un assassino”, “Calenda è pazzo, ha sbagliato pillole”.
Abbiamo poi la fila delle pidine che come al solito perdono l’occasione per tracciare una linea di confine netta tra il femminismo e il piagnisteo rancoroso e si buttano sulla solidarietà pelosa. Scrivono tweet zuccherosi esibendo la superiorità morale di chi mostra benevolenza nei confronti dell’avversario, senza mai capire che Giorgia Meloni, su questo furbo bilanciamento tra vittimismo tattico in tutto quello che riguarda se stessa e sul cinismo spietato nei confronti delle debolezze altrui, ha costruito il consenso politico. E così, Alessandra Moretti scrive: “Giorgia Meloni ha agito da donna libera. Chiedo io per lei che le lascino fare la madre”. A leggerla così sembra che gli assistenti sociali siano andati all’alba, in casa Meloni, a portarle via la figlia. Alessia Morani: “Cerchiamo di evitare i dibattiti da bar dove ognuno dice la qualunque”. In pratica chiede di essere delicati con la famiglia di quella che da anni passa col bulldozer sulle famiglie altrui. Pina Picierno: “Solidarietà e abbraccio a Giorgia Meloni. Diffondere gli audio del compagno, utilizzare la vita privata per colpirla è stato spregevole e abietto”. Anziché esprimere solidarietà alle donne costrette a lavorare con lo spregevole compagno di Giorgia Meloni, lei abbraccia Giorgia Meloni per avere lasciato un uomo molesto, ringraziandolo pubblicamente per gli anni meravigliosi trascorsi insieme.
Poi, uscendo dal Pd, abbiamo Elena Bonetti: “Oggi una mamma e una figlia stanno soffrendo per un sistema mediatico che le ha colpite. Che si attacchi la premier in questo modo per indebolirla politicamente è disgustoso. Solidarietà a lei e alla sua bambina”. In pratica la colpa è di Ricci, mica di Giambruno. Ma soprattutto: che ne sa Elena Bonetti di come sta la figlia di Giorgia Meloni? Lei chatta con le bambine di 7 anni? Il suo tweet in effetti è da scuole elementari, forse siede al banco vicino a Ginevra. C’è anche Mariastella Gelmini che elogia Meloni perché “Tante donne si immedesimeranno”. Come no, io mi sono subito immedesimata, anche il mio compagno saluta sempre le colleghe cercando il biscottino della fortuna nelle mutande. Laura Ravetto: “Orgoglio, forza e nessuna paura. Sei un esempio per tutte”. Per fortuna c’è Giorgia Meloni a darci l’esempio mollando un compagno che propone sesso a tre alle colleghe, noi altre eravamo convinte che a uno così bisognasse intestare la polizza a vita.
Infine, la vincitrice assoluta: Nunzia De Girolamo. Nel suo Avanti popolo, programma tv che riesce a far indietreggiare il popolo al punto da realizzare il 2% di share, dopo aver invitato suo marito e un pluricondannato, è riuscita a fare di peggio. Nell’ultima puntata ha pensato bene di dedicare un monologo al caso Meloni/Giambruno con la sintassi della letterina “Piccola Chiara” a Sanremo e i contenuti della propaganda nordcoreana. Mancava solo che sparasse un razzo nel laghetto di Cologno Monzese come avvertimento a Mediaset. Ha iniziato con “IL NOSTRO presidente del consìio ci ha messo la faccia” per poi passare a un improvviso cambio di sesso: “LA NOSTRA presidente del consìio ha scritto sui social, lo ha fatto da donna, da madre, da presidente del consìio”. Perché voi forse non lo sapete, ma se uno scrive sui social non da sorella, da trans o da segretaria ma “da madre, da donna, da presidente del consìjo” c’è una tastiera a parte, proprio. È tutta glitterata, se premi il tasto cancelletto esce il colostro e manca la G, ovviamente. E poi: “Bisogna avere rispetto del dolore della presidente del consìio!”, “Vi chiedo di rispettare una famìia che è finita!”. Addirittura finita, come la benzina in autostrada. Davvero commovente. Una libertà intellettuale che Report se la sogna. Anzi, speriamo che la tutela legale che vogliono togliere alla squadra di Ranucci la diano a lei perché Nunzia sta rischiando grosso: una querela per eccesso colposo di legittima difesa del presidente del consìjo, se va avanti così, non gliela leva nessuno.
Sulla tragedia
Il diplomatico
di Marco Travaglio
“L’obiettivo è distruggere Gaza, questo male assoluto”. L’ha detto a Rete4 Dror Eydar, ex ambasciatore di Israele a Roma dal 2019 al ’22. Non distruggere Hamas, ma Gaza: un territorio abitato da 2,3 milioni di palestinesi che in stragrande maggioranza non hanno alcun rapporto con Hamas. Buona parte dei maggiorenni ha al massimo votato Hamas alle ultime e uniche elezioni legislative per l’Autorità nazionale palestinese nel 2006, quando noi occidentali spiegammo loro che dovevano diventare democratici ed eleggere liberamente i propri rappresentanti. Poi, siccome vinse Hamas sia nella Striscia sia in Cisgiordania, Usa e Ue iniziarono a boicottare economicamente non Hamas, ma l’Anp, affamando e spingendo vieppiù la gente verso gli estremisti. Ma metà della popolazione è formata da bambini, che non votano, ma voteranno. E, continuando a trattarli così, possiamo immaginare per chi, sempreché qualcuno li chiami ancora alle urne. “Noi – ha aggiunto l’ex ambasciatore – non siamo interessati a discorsi razionali. Ogni persona che minaccia un ebreo, che vuole uccidere un ebreo, deve morire”. Ma si è scordato di spiegare come si fa a riconoscere chi, fra quei 2,3 milioni di civili quasi tutti inermi, vuole uccidere ebrei: a meno di presumere che lo vogliano tutti e sterminarli tutti.
Già l’idea che un simile soggetto che usa un tale linguaggio sia un diplomatico, se non fosse tragica sarebbe comica: perché è l’antitesi della diplomazia, anche di quella più ipocrita che usa toni suadenti ed espressioni soavi per nascondere le peggiori nefandezze del Paese che rappresenta. Ma il fatto che il governo israeliano mandi in giro per l’Europa a spiegare le sue ragioni figuri come Eydar, la dice lunga sull’ottusità dell’attuale classe dirigente di Tel Aviv. Che, anche dimenticando per un attimo gli orrori in corso a Gaza, non si pone minimamente il problema del consenso internazionale, convinta che le verrà permesso qualsiasi crimine di guerra per vendicare il terrificante “pogrom” di Hamas del 7 ottobre. È la terribile sintesi della storia israelo-palestinese di questi 14 anni di Era Netanyahu-Hamas: il sistematico sabotaggio bipartisan degli accordi di Oslo del ’93, siglati da Arafat e Rabin sul principio “due popoli, due Stati” e proseguiti da Sharon col ritiro da Gaza. Quel principio, così in voga in Occidente, è sparito da un pezzo dai radar del Medio Oriente: Israele è grande quanto la Puglia, ma ha la popolazione della Lombardia; la Cisgiordania è grande quanto la Liguria e Gaza è un decimo della Val d’Aosta e hanno ciascuna la popolazione della Calabria. Altro che “due popoli, due Stati”: oggi l’epilogo più probabile è “nessun popolo, nessuno Stato”.
Spettacolo!
DI MICHELE SERRA
I siti meteo annunciano “autunno estremo” o “autunno ruggente”, con dovizia di dettagli minacciosi, eventi che atterriscono, previsioni funeste. Da molti mesi lo scontro tra correnti africane e atlantiche sembra fare il verso a “Ercole contro Maciste” nei B-movie degli anni Cinquanta.
Non fosse, il cambiamento climatico, un problema serio, una novità vera e impressionante, questo proliferare incontrollato del meteo-pulp farebbe solo sorridere, come certi titolacci di cronaca nera che ricorrono agli effetti grevi per attirare la clientela. Ma il clima che cambia non è uno spettacolo a pagamento: è uno dei veri grandi temi di questa epoca. Ci sia consentito dunque lamentare, per l’ennesima volta, la poca quantità di scienza che la comunicazione meteo offre alla sua vastissima clientela, a vantaggio di una rincorsa ai clic fondata sul racconto apocalittico di vicende atmosferiche che meriterebbero una descrizione razionale, non emotiva, oserei dire adulta.
L’isobara e l’anticiclone non sono entità mitologiche e neppure attori di uno show, sono manifestazioni oggettive di come funziona la natura, della sua maestà e della sua potenza. Perché mai si debbano annunciare le perturbazioni come se il popolo dovesse gridare per la meraviglia e rabbrividire per la paura, piuttosto che prenderne coscienza e farsene un’idea ragionevole, è presto detto. Si tratta — come tutto — di un mercato. Contano il numero dei clienti e il fatturato. Se mai verrà il Diluvio Universale, l’importante non sarà costruire l’Arca, ma vendere i biglietti.
venerdì 27 ottobre 2023
Sassolino insignificante
Commento
Cause ed effetti esistono in natura come in guerra
di Eugenio Mazzarella*
Ex nihilo nihil fit, “nulla viene dal nulla”. È Lucrezio, nel De rerum natura. Natura non facit saltus, “la natura non fa salti”, procede per gradi. È formula scolastica, ripresa da Linneo e Leibniz. Nella natura le cose vanno così, e questo è il principio che serve a capirne i fenomeni. Checché ne pensi l’ambasciatore israeliano all’Onu, Gilad Erdan, lo stesso principio governa gli eventi storici, se li si vuole capire, comprendere, indirizzare diversamente, metterli su un altro percorso, sottrarli all’ineluttabile, evitare gli errori fatti.
Biden, che invita Israele a non commettere gli stessi errori fatti dagli Usa dopo le Torri gemelle, fortunatamente sul punto sembra più informato dell’ambasciatore di Israele. Non credo che un diplomatico possa permettersi la rabbia. Ecco perché penso che all’ambasciatore israeliano all’Onu – e al suo ministro degli Esteri, che ha rifiutato di incontrare Guterres – sia venuta meno la logica elementare delle cose, nell’attaccare in modo così virulento il Segretario generale dell’Onu, accusandolo di giustificare l’attacco terroristico di Hamas il 7 ottobre.
Guterres ha detto due verità. La prima, ribadita due volte nel suo discorso, che il terrorismo di Hamas è inescusabile e indifendibile. La seconda, con le sue parole, che “è anche importante riconoscere che gli attacchi di Hamas contro Israele non nascono dal nulla, considerando che i palestinesi sono sottoposti a 56 anni di occupazione soffocante. I palestinesi hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti, tormentata dalla violenza, la loro economia soffocata, la loro gente sfollata e le loro case demolite; le loro speranze di una soluzione politica alla loro situazione sono svanite”. Cinquantasei anni di occupazione militare della Striscia di Gaza, aggiungiamo noi, solo fittiziamente sotto controllo palestinese, o meglio controllata, fatta controllare da Hamas dalla politica di Netanyahu per indebolire l’Autorità palestinese di Abu Mazen e allontanare sine die la prospettiva già malcerta di uno Stato palestinese, sono stati il brodo di cultura di risentimento, frustrazione, rabbia che hanno costruito le fortune di Hamas nei territori palestinesi e l’esito terroristico della sua azione politico-militare. È un’evidenza sottolineata anche da autorevoli osservatori israeliani. Questo ha detto Guterres, ribadendo anche in replica alle accuse di Erdogan la sua condanna di Hamas.
Che il governo di Netanyahu non voglia vederla questa realtà è del tutto in linea con la politica che ha seguito per più di un decennio. Guterres ha detto due verità, le responsabilità ingiustificabili dell’attacco terroristico di Hamas e l’oppressione pluridecennale del popolo palestinese. Queste due verità non si elidono a vicenda, ma sì sommano. E bisogna ragionare a partire da questa somma. È l’unico modo per portare a zero i torti reciproci delle due parti e di garantire loro una possibilità di convivenza e di pace. Ogni altro punto di vista è oltranzismo nazionalistico di parte e porterà alla rovina la regione, costringendoci a sperare o a fingere di credere che la rovina si fermerà li.
Israele non può chiedere al Segretario generale dell’Onu, motivata da esigenze di sicurezza frustrate dal fallimento della sua intelligence e da una scelta strategica di non concedere nulla a una statualità palestinese decente, una franchigia dal diritto umanitario, mettendo per altro i suoi alleati di fronte alla scelta del diavolo con noi o contro di noi, e peggio con noi contro i palestinesi. Il vero salto che si può fare nella storia, e in politica, non è quello logico di eventi senza cause prossime e remote, dove il solo accennarle è “giustificare”. Questa è propaganda, e mettere avanti le proprie ragioni come fossero tutte e solo le ragioni in campo. Il vero salto che si può fare nella storia, soprattutto quando va a rovescio dell’umanità, è quello di una volontà politica che vada da un’altra parte di come sono andate, e cambi una realtà in terra di Palestina inaccettabile per tutti. Una realtà dove tra terrorismo e coventrizzazione di Gaza (il raderla al suolo, come fece la Luftwaffe a Coventry e poi replicarono gli alleati sulle città tedesche) rischiano di avere ragione solo i morti innocenti dell’una e dell’altra parte.
*Ordinario di Teoretica all’Università degli Studi di Napoli Federico II, è filosofo, politico (del Pd) e poeta
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