venerdì 27 ottobre 2023

Testimonianza


Osservo le bombe dalla mia finestra

di Aya Ashour

Avete mai sentito il rumore del vostro cuore che batte di paura ogni volta che inizia la notte? È quello che mi succede dall’8 ottobre sempre dopo il tramonto, quando l’esercito israeliano di occupazione comincia a lanciare bombe a caso dalla frontiera e i caccia dell’aviazione bombardano le case “sicure” dei civili. Ormai capisco dal rumore se si tratta di artiglieria o bombardamenti dal cielo; infatti, il boato dei caccia è più forte e poi… l’aria viene illuminata da una luce rossa e, quindi, si percepisce il suono del missile mentre impatta, poi trema tutto sotto di noi, come fosse un terremoto. E arriva l’esplosione: un rumore terrificante. Ogni notte ho la sensazione che la morte sia lì, a pochi passi, che si stia avvicinando alla mia casa, con trenta persone dentro. E al mattino non riesco davvero a credere di avercela fatta ancora una volta, di essere sopravvissuta, di vedere la mia casa ancora in piedi. Finora, secondo i dati del nostro ministero della Sanità, dovrebbero esser stati uccisi più di 6.000 palestinesi, di cui 2.500 bambini. La mia amica Farida al-Ghoul ha perso il suo fidanzato, Yasser Barbakh, in un bombardamento di un caccia israeliano che ha colpito una casa accanto alla quale lui forniva servizi di assistenza agli sfollati. Farida mi ha inviato questo messaggio: “Aya Yasser mi aveva detto: ‘mezz’ora e ti chiamerò’. Non mi ha ancora chiamato… ma mi aveva promesso che ci saremo sposati dopo la guerra”. Mi sono appisolata. Sono circa le due e i rumori dell’artiglieria mi hanno svegliata. Rumore di vetri rotti, cadono pietre. Stanno colpendo le case qui intorno. Una granata è caduta sulla casa di fronte, un’altra è caduta senza esplodere. Quando toccherà a me? Scrivo mentre continuo a sentire il rumore delle esplosioni, faccio una foto a quel che si vede dalla mia finestra, il cuore batte forte.

Bravi difendete chi vi vota!

 


Prima

 



Scusate

 


Pluto!



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Un pianeta di panna con velature di cacao! 

L'Amaca

 

La cancel culture che ci vorrebbe
DI MICHELE SERRA
“Gli Usa non hanno l’esclusiva dei problemi mentali, statisticamente simili a quelli di tutti gli altri paesi comparabili del mondo. La differenza è che negli Stati Uniti le armi sono a portata di mano di chiunque, e chi vuole usarle riesce a farlo troppo facilmente. La verità evidente è questa, ma il Paese non riesce ad affrontarla per una malintesa interpretazione del Secondo emendamento della Costituzione, che garantisce il diritto di avere fucili e pistole; per gli interessi della lobby dei produttori; e per i politici soprattutto repubblicani che ci speculano sopra. Perciò il problema non viene risolto e centinaia di innocenti continuano a morire”.
Questa è la conclusione della più recente cronaca del corrispondente di Repubblica da New York, Paolo Mastrolilli. La riporto nella sua implacabile oggettività — non è un’opinione, è una sintesi dei fatti — perché non saprei scrivere di meglio, ovvero senza farmi influenzare dal mio disgusto, quasi fisico, per le armi. Mastrolilli racconta l’ennesima strage di passanti, attuata nel Maine da un istruttore di armi uscito di testa: diciotto morti, il corrispettivo di un’azione di guerra. Si aggiungono alle decine di migliaia di vittime degli ultimi anni: ne sono morti di più per le strade di America, crivellati dalle pallottole di mentecatti e maniaci di svariata estrazione (quasi sempre maschi bianchi) che nella guerra del Vietnam.
Alle parole di Mastrolilli mi sento di aggiungere solo questo: i “politici che ci speculano sopra” sono, con tutta evidenza, i veri mandanti della strage. La sola vera e opportuna cancel culture che l’America non è capace di mettere in campo è quella contro la sua mania suicida per le armi. È più facile abbattere una statua che bloccare un grilletto.

Per la serie "Perché siamo ridotti così!"

 

Il nonnetto dove lo metto
di Marco Travaglio
Eravamo in pensiero per Giuliano Amato, rimasto col culetto al freddo dopo una vita al calduccio alla tenera età di 85 anni. Prematuramente scaduto dalla Consulta, speravamo che le sue sparate retrattili sulla strage di Ustica inducessero la Rai a riesumare Telefono Giallo per affidargliene la conduzione: se ha un programma Nunzia De Girolamo, c’è speranza per tutti. Invece niente. Fortuna che FI, tradizionalmente sensibile al dramma degli anziani disoccupati, gli è corsa in soccorso nominando l’emerito indigente alla presidenza della Commissione Algoritmo: che non è uno scherzo, ma l’organo consultivo del governo sull’Intelligenza Artificiale. Molto più fico del Comitato Calderoli per valutare il nuovo Porcellum dell’autonomia differenziata, in cui Amato si era fiondato con agile balzo, per poi dimettersene subito dopo. Perché lui fa sempre così: agguanta una poltrona per aggiungerla alla collezione, poi si annoia e se ne va. Non per nulla, nella sua quarantennale vita politica – quattro ministeri, una vicepresidenza e due presidenze del Consiglio, cinque mandati parlamentari col Psi e col centrosinistra e mezza dozzina di candidature al Quirinale – diede tre volte l’addio alla vita politica: nel 1992, nel ’97 e nel 2008.
Intanto, fra un ritiro e l’altro, collezionava un’ottantina di poltrone in 40 anni: presidente dell’Antitrust e della Treccani, docente alla Sapienza, membro del Comitato nazionale e del Coordinamento nazionale del Pd (qualunque cosa significhino), presidente della “commissione Attali” all’amatriciana del sindaco Alemanno, consulente Deutsche Bank, presidente onorario della Fondazione Ildebrando Imberciadori, presidente dei Garanti per i 150 anni dell’Unità d’Italia, garante del Codice etico-sportivo del Coni, vicepresidente della Convenzione Ue, presidente del Comitato per riscrivere la Carta Ue, consulente di Monti sui fondi ai partiti, presidente della Scuola Sant’Anna di Pisa nonché dei relativi ex-allievi, ma pure dell’International advisory board di Unicredit, presidente onorario del Circolo Tennis Orbetello, giudice poi vicepresidente poi presidente della Corte costituzionale e tante altre belle cose. Il tutto a sua insaputa, visto che in una straziante intervista a Rep dichiarò: “Io non faccio parte della Casta” (come se qualcuno l’avesse mai sospettato). Voi capite la drammatica astinenza da cadrega e la nobiltà del gesto caritatevole di FI. Ora purtroppo corre voce che la Meloni voglia levargli di bocca pure l’Intelligenza Artificiale, come vendetta trasversale contro FI, cioè Mediaset, per Giambruno. Non sia mai: il poveretto potrebbe non riaversene più. Giorgia, non farlo: con tutti i guai che ti dà la famiglia, adotta un nonno.