venerdì 13 ottobre 2023

Selvaggia

 

Cercansi amici dei “mozzateste” a sinistra, a costo di inventarseli
DI SELVAGGIA LUCARELLI
Come se questi giorni non fossero già abbastanza mesti, mi sono imbattuta in un articolo di Stefano Cappellini su Repubblica: “Quelli che giustificano gli orrori di Kfar Aza. Se l’ideologia acceca un pezzo della sinistra”.
Incuriosita dal titolo che prometteva di radere al suolo nientepopodimeno che un pezzo della sinistra, ho letto i brillanti argomenti. Cappellini riporta la notizia secondo cui Shani Louk, la povera ragazza rapita al rave party e caricata su un pick-up, non sarebbe morta, ma ricoverata in un ospedale di Gaza. La notizia, dice lui, “sui social si è trasformata in una disgustosa campagna di mistificazione”: gli agit prop “sono arrivati a sostenere che la ragazza era stata caricata sul mezzo solo per essere portata in ospedale!”. A Cappellini sfugge che è stata la madre di Shani Louk a dichiarare che la figlia sarebbe ferita in un ospedale a Gaza. Ma soprattutto dovrebbe spiegarci quanti sarebbero questi agit prop. Siccome il Pd alle ultime elezioni ha preso 5 milioni di voti, mi aspetto che Cappellini abbia contato almeno 2 milioni di tweet di mistificatori di sinistra per parlare di un “pezzo di sinistra”.
Il giornalista si scaglia poi contro chi mette in discussione l’attendibilità della notizia secondo cui gli israeliani avrebbero trovato 40 bambini decapitati. Da giorni è chiaro che la fonte non è affidabile, ma per lui le attente verifiche della notizia vanno catalogate come “miasmi di fogna”. E aggiunge: “come se, ammesso e non concesso che i bambini fossero stati solo uccisi e non decapitati, la cosa potesse cambiare segno all’azione. Come se, ammesso e non concesso che i trucidati fossero tutti adulti, la mattanza potesse passare da crimine contro l’umanità a legittima azione di guerra”. Insomma, se fai il reporter di guerra puoi scrivere, a piacere, che ci sono 40 neonati decapitati o 10 adulti falciati dai proiettili. È uguale. Se verifichi una notizia non sei un giornalista, ma un sostenitore di Hamas. Peccato che poche righe più su Cappellini si fosse appena lamentato per le fake news su Shani Louk in ospedale a Gaza. Insomma, le fake news si dividono in due filoni: quelle che piacciono a Cappellini e quelle che non piacciono a Cappellini. Il quale, dopo aver estrapolato a caso qualche frase di Elena Basile per infoltire le file dell’Hamas Fan Club, sfodera un’altra prova schiacciante della sinistra amica dei “mozzateste” (testuale): “A Barcellona alle manifestazioni pro Hamas sventolavano bandiere della comunità Lgbtq”. Si riferisce alla manifestazione dell’8 ottobre in piazza Sant Jaume dove 400 persone si sono radunate con bandiere palestinesi contro l’apartheid e l’odio etnico. Nessun riferimento ad Hamas. In tutta la piazza sventolava un’unica bandiera arcobaleno, che poi potrebbe anche significare “pace”. Questo, per Cappellini, sarebbe un pezzo di sinistra Lgbtq. Ma ho un’altra notizia per lui: il mio kebabbaro sotto casa dice che l’attacco se lo aspettava perché i palestinesi soffrono da troppo tempo. Con questa informazione, domani può scrivere che tutta la sinistra sta con i “mozzateste”.

Rimpianti

 

Rimpiangere Sharon
di Marco Travaglio
Per dire quanto questa guerra sfugga ai cori da curve ultrà, basta un fatto: dopo le speranze accese dagli accordi di Oslo del 1993 e dalla storica decisione di Ariel Sharon di ritirare le truppe e i coloni (con la forza) da Gaza nel 2005, tutto precipitò a fine anno quando questi fu abbattuto da un ictus. È un paradosso, ma è così. La pace fra ebrei e palestinesi è morta nella culla insieme al più falco dei falchi israeliani: l’eroe indisciplinato delle guerre dei Sei Giorni (1967) e del Kippur (’73); il ministro della Difesa che nell’82 invase il Libano e non fermò il massacro di palestinesi perpetrato dai falangisti cristiano-maroniti a Sabra e Chatila; il capo della destra Likud che nel 2000 passeggiò con la scorta armata sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, scatenando la seconda Intifada. Solo un premier come lui poteva far digerire a Israele l’addio a Gaza. Così come solo il falco Begin, nel 1978, poteva far ingoiare la pace a Camp David con l’Egitto di Sadat.
Begin e Sharon erano due ex militari con le mani insanguinate, ma anche un cervello fuori dal comune. E, quando la Storia chiamò, seppero diventare statisti: guardare oltre l’oggi pensando alle generazioni future. L’uno chiuse il fronte egiziano, pronto alla pace anche con Giordania, Siria e Libano se i tre vicini avessero voluto. L’altro mosse i primi passi per chiudere il fronte palestinese, sposando la linea che Rabin (altro ex generale, ucciso nel ’95 da un ebreo fanatico) e Peres (senza passato militare, sempre sospettato di mollezza) avevano tracciato a Oslo con Arafat: due popoli, due Stati. Non lo fece per buonismo, ma per lungimiranza: presto i palestinesi – in Israele e nei territori occupati – avrebbero superato gli ebrei; e l’occupazione militare non poteva durare in eterno senza minare la sicurezza, anzi la sopravvivenza dello Stato. Mentre lasciava Gaza, Sharon abbandonò anche il Likud per fondare il partito centrista Kadima (“Avanti”), a cui subito aderì l’ex avversario laburista Peres, che di lì a poco divenne capo dello Stato. Poi l’ictus di Sharon spezzò la strana coppia – pugno di ferro e guanto di velluto – che avrebbe accompagnato Israele nella traversata nel deserto. E poco dopo iniziò l’èra Netanyahu, il leader del Likud divenuto premier nel ’96 contestando gli accordi di Oslo, tornato al governo con Sharon, per poi dimettersi da ministro in polemica proprio sul ritiro da Gaza. Dal 2009, salvo brevi intervalli, questo politicante ottuso e corrotto ha governato Israele con la destra più becera, illudendo se stesso e i suoi di poter vivere spensieratamente a prescindere dalla questione palestinese. Sabato la ferocia di Hamas ha presentato il conto a un Paese che da un bel po’ non ha più statisti ed è costretto a rimpiangere Ariel Sharon.

L'Amaca

 

La centrale nel cortile
DI MICHELE SERRA
Nelle ultime elezioni (le regionali del 2023) la Lega ha preso a Milano solo il 7,4 per cento dei voti nonostante esprimesse il candidato alla presidenza, Attilio Fontana.
Risultato ai minimi storici, pure se in una città da sempre poco empatica con il Carroccio, che prende molti voti nelle valli e nei piccoli centri, pochi nelle grandi città.
È dunque abbastanza divertente che il Salvini, molto più votato in Aspromonte che in Duomo, dichiari di voler costruire “nella sua Milano” la prima centrale nucleare di nuova generazione. Come è giusto e logico, se sarà dimostrato che il nucleare di quarta generazione può quasi azzerare i rischi (il rischio zero non esiste) e ridurre la produzione di scorie, nessuna persona di buon senso può proclamarsi contraria a prescindere. Un nuovo referendum, su dati aggiornati, potrebbe anche smentire il risultato di quello dell’87. In trentacinque anni molte cose sono cambiate, non solo tecnologicamente: prima tra tutte la percezione che i combustibili fossili sono, per l’ambiente, il peggiore dei nemici.
Sarà però indispensabile, per i neo-nuclearisti, disinnescare per tempo il Salvini, che potrebbe nuocere gravemente alla causa facendone una marcetta propagandistica e non un iter scientifico-economico di enorme impegno e serietà.
Non esistono, nel mondo, centrali di quarta generazione funzionanti. Parlarne come di un regalo da fare “alla sua Milano” non solo è bassa politica, è anche un torto che viene fatto a chi sta lavorando e studiando con impegno sul passaggio d’epoca energetico. Passare dal NIMBY (non nel mio cortile) allo YIMBY (sì, nel mio cortile!) non cambia poi molto. Sempre in cortile si rimane.

Forse per noia

 


Il centenario oramai vicino di una delle ex più belle cose del mondo, la Walt Disney, e spiegherò poi perché ex, fa affiorare un aspetto per certi versi comico, imitante uno degli eroi della fabbrica dei sogni, Zio Paperone: il 30 ottobre 2012 la multinazionale della fantasia decise di acquisire una delle perle del cinema mondiale, la Lucasfilm, liquidando uno dei "Michelangelo" moderni, George Lucas con un'adeguatissima cifra: 4.005.000.000. Si avete letto bene: quattro miliardi e 5 milioni di dollari, trasformando Lucas nel più ricco pensionato della storia terrestre. E sono quei 5 milioni, che probabilmente moltissimi di noi non vedranno mai in vita, a far la differenza, e a porre la domanda del secolo: come possono gli eroi dell'immaginazione avvilupparsi così mestamente al vil denaro? Il genio per antonomasia Buonarroti fu uno dei taccagni più mastodontici della storia dell'umanità, tanto che Raffaello nella Scuola di Atene lo rappresentò in primo piano con gli stivali che si narra indossasse fino allo sfinimento, cambiandoli soltanto per le eclatanti condizioni pietose; non solo: si privava di qualsiasi piacere, accatastando cifre per l'epoca mostruose che i parenti di allora e i discendenti a venire godettero in suo onore. Eppure pur essendo così avido, riuscì a creare dei capolavori unici, lambendo gli dei del pennello e dello scalpello. E probabilmente anche Lucas, nel suo mondo, con quei cinque milioni aggiunti agli altri quattromila, dentro di sé vivrà la madre di tutte le dicotomie, la morbosità dei bigliettoni vs l'immaginazione capace di portare tutti noi oltre gli orizzonti conosciuti. Come sia possibile conviverci, è un mistero. Resta il desiderio d'immaginare la trattativa, i dialoghi... "quattro miliardi e Lucasfilm è nostra!"... "facciamo 4 miliardi e 5 milioni! Sai ho un mucchio di spese..." 

E visto che c'hanno insegnato a fantasticare, ecco l'ipotetica risposta di Scrooge McDuck (se non sapete chi sia, v'auguro di passare un weekend con Donzelli e Gasparri) presente in videoconferenza dal Deposito: "George! Ma va a cagher!" 

NB: considero ex bella cosa del mondo la Walt Disney perché credo che via via dalle origini in poi, abbia miscelato l'attitudine a spronare bimbi ed adulti a fantasticare, con la strategia di farli abboccare per poterci lucrar sopra, al fine di spingere il proprio bilancio oltre l'inimmaginabile, sul modello attuale del così fan tutti. 

giovedì 12 ottobre 2023

Nobel



Spiace tanto e spero di cuore che non sia vero, perché Sandro è un bravo ragazzo. Ma se fosse vero…date il Nobel a quest’uomo! Ci sono 80milioni di ragioni…

Spunto di riflessione

 

di MARCO CARNELOS 

(Ex ambasciatore in Iraq ed ex inviato speciale per la Siria e il processo di pace israelo-palestinese.)

Lettera scritta a Dagospia 

Caro Dago,

per la prima volta accolgo con forte riluttanza la tua sollecitazione ad unire la mia voce al coro di quelle che da sabato 7 ottobre scorso stanno commentando i tragici eventi in Medio Oriente.

Lo faccio ammonendo che la mia sarà una lunga requisitoria poco adatta a quest’epoca contraddistinta da menti deboli, riflessi pavloviani, devastanti ipersemplificazioni, e letture brevi, anzi brevissime, e dove le emozioni hanno ormai definitivamente preso il sopravvento sulla razionalità.

Una requisitoria che è e vuole essere un vero e proprio pugno nello stomaco per destarci da una sorta di condizione catatonica dove stiamo tutti precipitando. Dal momento che me l’hai chiesta, se mi pubblicherai integralmente te ne sarò grato, l’auspicio, o forse l’illusione, è che qualcuno che fa politica ed informazione nel nostro Paese possa farne almeno tesoro.

Il motivo della mia riluttanza è dovuto al fatto che sfortunatamente (o fortunatamente, dipende dai punti di vista!) non mi trovo in Israele, sono Italia. Se fossi stato in Israele mi sarei trovato molto più libero e sereno, pur nell’estrema tragicità del momento, di esprimere la mia opinione senza correre il rischio di essere iscritto in qualche lista di proscrizione.

Aggiungo, doverosamente, che di una simile libertà non avrei potuto godere a Gaza, e non solo perché quest’ultima – di fatto – è la più grande prigione a cielo aperto presente nel nostro pianeta, ma anche perché i detenuti di questa stessa prigione non me lo avrebbero permesso.

Israele è una democrazia, con pregi e i difetti di tutte le democrazie, quest’ultimi, in verità, si sono piuttosto accentuati da diversi anni a questa parte, stanno purtroppo minando le fondamenta democratiche di Israele, che sono un’eccezione meravigliosa in una regione afflitta dall’autoritarismo.

Gaza è una prigione sotto un regime autoritario ispirato da alcuni precetti islamici e dalla distorsione di alcuni di questi a fini politici. Ma è una prigione in cui guardie (Israele) e detenuti (Hamas e chi li circonda) sono avviluppati in un gioco macabro di cui fanno le spese le rispettive popolazioni civili, in una contabilità tradizionalmente ben diversa tra loro, ma che questa volta sta riservando delle dolorosissime sorprese a quella israeliana, credo si sia ormai superata la soglia dei 1300 morti. Non ho idea di quella palestinese sepolta sotto le macerie.

La riluttanza è dovuta perché – nella migliore delle ipotesi – quello che dirò mi esporrà all’accusa di antisemitismo da una parte, e a quella di essere un sostenitore di politiche neocoloniali e di apartheid dall’altra; e questo rischio già di per sé sintetizza tutta l’assurdità della situazione per chiunque si occupi – come ho fatto per anni in una mia precedente vita – del conflitto israelo-palestinese.

Come è possibile, infatti, che una persona possa essere accusata di razzismo da coloro che lo praticano e lo subiscono allo stesso tempo, e a parti invertite? Ebbene, in Medio Oriente, e soprattutto con il pluriennale conflitto israelo-palestinese, è possibile!

Aggiungo un’altra premessa, nella mia adolescenza, negli anni 70’ del secolo scorso, quando il conflitto era già deflagrato con il terrorismo anche nelle strade europee, grazie alle esortazioni di mia madre che intratteneva rapporti di lavoro con lui, ho trascorso molti pomeriggi ad ascoltare i racconti raccapriccianti di un sopravvissuto di Mauthausen. Si chiamava Daniele Disegni e faceva il rappresentante di commercio.

Assistevo anche ad accalorate, ma all’epoca civili, discussioni tra lui ed un socio di mia madre sul conflitto israelo-palestinese, in sintesi, il sacrosanto diritto di Israele ad esistere in pace e sicurezza, e l’altrettanto sacrosanto diritto palestinese all’autodeterminazione, ovvero avere un proprio Stato sovrano ed indipendente nei territori della Cisgiordania e di Gaza con Gerusalemme Est come capitale.

Successivamente ho provato rammarico per averlo perso di vista. Da adulto sono finito a fare il diplomatico e ad occuparmi in larga parte della mia esperienza professionale anche del conflitto israelo-palestinese come Inviato Speciale e, naturalmente, la mia visione e comprensione del problema ha inevitabilmente subito dei cambiamenti che possono derivare solo dalla conoscenza dei fatti, quella vera, e dall’esperienza sul campo.

Per provare a far capire meglio il dilemma in cui mi ritrovo, e soprattutto la “gabbia mentale” in cui chi in Occidente tenta di spiegare la complessità dei nostri tempi si va ad infrangere, mi avvalgo di una dichiarazione attribuita al Prof. Andrea Zhok professore di Filosofia Morale presso l’Università degli Studi di Milano che cito testualmente:

“Il dibattito pubblico italiano (ok, diciamo pure occidentale) mi ricorda il protagonista del film "Memento" di Nolan. È costitutivamente affetto da amnesia anterograda, dunque, a ciclo continuo, quanto è accaduto ieri svanisce dalla propria memoria senza lasciare traccia. Si ritrova perciò in un eterno presente scervellato, vittima di emozioni violente, sconcerti, indignazioni, desideri di vendetta per i lutti di cui è stato vittima. Passa così da un'azione spregiudicata all'altra, travolto dal desiderio di pacificare gli sdegni da cui è travolto. Fino al giorno in cui scoprirà di essere stato già sempre lui stesso l'assassino.”

Mi rendo conto che quella di Zhok è un’espressione forte ma fotografa alla perfezione il periodo che stiamo vivendo; a differenza di Zhok, tuttavia, io non direi che l’Occidente è stato sempre l’assassino ma, più prudentemente, che lo è stato spesso.  La dichiarazione di Zhok offre l’assist per introdurre alcune puntualizzazioni essenziali nell’animato dibattitto di questi giorni.

Il primo è che il conflitto israelo-palestinese non (dico non) è iniziato il 7 ottobre 2023, come quello russo-ucraino non (dico non) è iniziato il 22 febbraio 2022. Mentre per il secondo dobbiamo andare indietro almeno al 2004 per il primo dobbiamo ritornare al secolo scorso, 1967.

Il secondo è un ammonimento sul tentativo di far passare quanto sta accadendo tra Israele e Gaza come una ripetizione del mantra che ci accompagna dall’inizio del conflitto in Ucraina, ovvero c’è un aggressore ed un aggredito. Hamas è l’aggressore e Israele è l’aggredito. Ebbene questa equazione non regge al vaglio della storia e chi si ferma al 7 ottobre 2023, ovvero quasi tutti media e Governi occidentali, conferma in pieno la diagnosi circa l’amnesia anterograda evocata dal Prof. Zhok.

Il terzo punto concerne il ben più complesso tema esemplificato dal ricorrente slogan “Con Israele senza se e senza ma”. Dietro questo slogan, altamente comprensibile in un momento in cui intere famiglie di civili israeliani sono state massacrate senza pietà in quelli che non sono altro che atti efferati di terrorismo che, oltre ad essere inaccettabili finiscono anche con il danneggiare una causa legittima come quella palestinese, vi è tuttavia una rimozione; e questa, a sua volta, danneggia Israele.

Chi afferma di stare “con Israele senza se e senza ma” ignora il passato e le radici del conflitto e finisce con il legittimare l’impunità di alcune azioni sbagliate che Israele (alcuni suoi Governi beninteso) hanno compiuto in passato e continuano a compiere nella tolleranza e impunità, complici, garantite dai Paesi occidentali, Stati Uniti in primis.

Sottoporre un popolo per quasi 60 anni ad un’Occupazione vessatoria caratterizzata da umiliazioni quotidiane alle quali si aggiungono distruzioni e sottrazioni arbitrarie di terreni agricoli, confisca o demolizioni di case, posti di blocco a singhiozzo e il letale grilletto facile di alcuni soldati e coloni che resta sempre impunito, non è altro che una forma di sistematico incitamento all’odio verso generazioni di palestinesi già cresciuti in cattività.

Paradossalmente, gli ideologi fanatici di Hamas potrebbero tranquillamente smettere di fare il loro lavoro di indottrinamento all’odio verso le nuove generazioni palestinesi, il trattamento che queste subiscono e a cui assistono a Gaza e nella Cisgiordania è già più sufficiente per forgiare nuove generazioni di terroristi.

Il clima di intimidazione che regna nei Paesi occidentali verso coloro che tentano di spiegare le cause di questo conflitto ponendo l’attenzione anche sui danni causati dall’Occupazione è tale che immediatamente scatta l’ignobile accusa di antisemitismo. L’intento è quello di tacitare le ragioni profonde del conflitto perché non le si vuole affrontare, né a Gerusalemme né a Washington e nemmeno, ormai, a Bruxelles e nelle principali capitali europee.

Per risolvere un problema, occorre capirlo, approfondendone anche le cause di fondo per trovare le opportune soluzioni. Rimuoverne le cause implica l’assenza di soluzioni e/o l’adozione di soluzioni sbagliate, entrambe finiscono con il perpetuare ed esacerbare il problema…e gli animi. 

Inoltre, spiegare le cause, sovente complesse, di un problema non equivale a giustificare le efferatezze di cui le parti in causa in quello stesso problema possono macchiarsi.

Nelle mie pluriennali interazioni con i miei colleghi israeliani vi è stata sempre una costante. Si lamentavano - correttamente direi - dell’infausta circostanza in cui Israele era sempre additata da anni nei consessi ONU per i crimini commessi ai danni dei Palestinesi, mentre veniva mantenuto un ipocrita silenzio verso altri ben più gravi crimini compiuti da altri Paesi.

La mia risposta è stata sempre quella che a Israele per anni all’ONU era tuttavia sempre stata concessa, e lo è tuttora, anche una sorta di impunità verso diversi crimini e violazioni delle norme internazionali di cui si era macchiata con il sistematico ricorso al veto in Consiglio di Sicurezza da parte degli Stati Uniti.

Questa impunità – sulla quale i governi e i media occidentali mantengono un silenzio assordante – provoca danni e risentimenti, suscita rancore nei Palestinesi che spesso, purtroppo, sfocia in efferatezza terroristica dovuta all’esasperazione.

Se Ursula von der Leyen denuncia giustamente come crimine di guerra la decisione russa di aver interrotto le forniture elettriche, idriche ed energetiche all’Ucraina, perché se ne resta in silenzio quando Israele fa la stessa cosa a Gaza, che peraltro non può reperirle altrove perché è sigillata a causa del blocco israeliano e dove vivono 2 milioni di persone di cui la metà minori?

Perché in ogni intervista effettuata in questi giorni a esponenti palestinesi dai grandi networks televisivi internazionali (CNN, BBC, etc.) viene chiesto loro di condannare subito le efferatezze terroristiche di Hamas ma ad esponenti israeliani non viene mai chiesto di rendere conto delle loro politiche che hanno contribuito ad incendiare nuovamente la regione e di condannarle?

Quando nel 2018 si svolsero una serie di manifestazioni pacifiche palestinesi lungo la barriera che separava Gaza da Israele, i soldati israeliani appostati dietro una serie di collinette si divertirono a cecchinare a sangue freddo i manifestanti inclusi gli operatori sanitari. Ne uccisero almeno 60, per caso qualcuno all’epoca ha visto la bandiera palestinese proiettata sulla facciata di Palazzo Berlaymont a Bruxelles o di Palazzo Chigi a Roma?

È mai possibile che la coscienza selettiva dell’Europa, così orgogliosa dei propri valori, sia scesa così in basso. È mai possibile che la politica estera dell’Unione e dei suoi principali stati membri in Medio Oriente si sia ridotta alla mera proiezione della bandiera di Israele sulle facciate dei palazzi governativi senza poi essere più in grado di proporre alcuna soluzione politica? E se dovesse trovare il coraggio di farla la sottoporrebbe comunque al vaglio preventivo degli Stati Uniti?

Io sto con Israele, con i se e con i ma! È così deve essere per ammonire Israele quando sbaglia nel suo stesso interesse. Con l’impunità il paese rischia di diventare il principale nemico di sé stesso, rischia di perdere lucidità, di coltivare un eccesso di arroganza e sicurezza che può rivelarsi pericoloso, come drammaticamente testimoniato il 7 ottobre scorso.

Israele sta devastando Gaza con il dichiarato intento di demolire le infrastrutture terroristiche di Hamas. Quella che appare invece sembra una vendetta scatenata dall’orrore che ha subito. Ovvero far pagare ai Palestinesi quello che hanno fatto ed esercitare una fortissima azione deterrente affinché non si azzardino a farlo di nuovo.

Purtroppo, non è la prima volta che accade, episodi simili si sono verificati e metodi simili sono stati adottati nei conflitti di Gaza ni conflitti del 2008 e del 2014 e non sono serviti a nulla. Nel 2023, Hamas, in una striscia di Gaza sigillata, ha dimostrato una ferocia e una capacità militare addirittura superiore rispetto al passato. La deterrenza di Israele nei suoi confronti non ha funzionato. Temo che continuerà a non funzionare.

Io sto con Israele con i se e con i ma perché mi ritengo un vero amico di Israele, che lo esorta e lo critica quando sbaglia perché merita di essere criticato affinché non faccia ulteriori sbagli che finiscono con il danneggiarlo.

Io sto con Israele e gli riconosco il diritto all’esistenza in pace e sicurezza, anzi gli riconosco addirittura il diritto all’esistenza come Stato ebraico se questo può lenire il suo senso di insicurezza. Nel 2006 convinsi l’allora Presidente del Consiglio, Romano Prodi a fare una dichiarazione formale in tale senso, all’epoca fu il primo Paese occidentale a farlo.

Io sto con Israele con i se e con i ma perché non voglio che i suoi sbagli e la sua cecità possano portarlo a macchiare tutto quello di buono che ha finora rappresentato e che un branco di fanatici religiosi di estrema destra sta sistematicamente tentando distruggere nel vergognoso, omertoso, assordante, silenzio delle democrazie occidentali.


Dal Diritto Romano

 

Già in tempi lontanissimi uno dei precetti fondamentali del diritto romano era: 

Alterum non laedere

Non danneggiare gli altri. 

Non danneggiare gli altri, appunto. E allora rientriamo ai giorni nostri: se fosse applicato alla regola questa norma, non si starebbe tutti meglio? 

Guardiamoci intorno: da decenni abbiamo fatto finta di nulla, relegando un popolo, non dei soggetti, un popolo, in gabbia senza dar peso a decine di risoluzioni del Circo chiamato Onu; abbiamo fatto finta di nulla, tanto la foia di progredire in quel marcio processo innovativo che in realtà altro non è che un costante e infinito regredire, in logica, in convivenza, in socialità, è costantemente in crescita. Tutto ruota attorno alla ricchezza, al potere, al successo. 

E il popolo di Palestina, privato della sua terra, ha subito dal dopoguerra incresciosi sgarbi e abomini di cui tutti, ma proprio tutti, siamo responsabili. 

E la segregazione ha agevolato la nascita di movimenti come Hamas che per efferatezza e spietatezza ricorda da vicino epoche come quella nazista. Ma il popolo palestinese non è Hamas, bensì composto da bimbi, da giovani, da madri, da uomini che vorrebbero semplicemente vivere nella loro terra, possibilmente in pace. 

Questo non è possibile, ad oggi, perché il nemico numero uno del popolo palestinese, che è pure democrazia, attualmente è diretto da un malvivente scalmanato, onnivoro di potere, che per sfamare la sua avidità ha stretto accordi con lestofanti fascisti iper tradizionalisti. 

Hamas ha infamato la causa giusta del popolo palestinese. I bimbi martiri saranno la tomba delle loro angherie. 

Israele distruggerà la striscia di Gaza ed il mondo farà un ennesimo, mastodontico passo indietro, autostrada per l'autodistruzione.