lunedì 2 ottobre 2023

Don Tonino

 

La meritocrazia è un totem che colpevolizza la povertà
LA LEZIONE DI DON TONINO BELLO - Il vescovo vedeva il culto del successo come il motore morale di una economia mostruosa, che degrada a sottouomo chi non ce la fa
DI TOMASO MONTANARI
Ogni giorno sembra conoscere un record di abissale disumanità: leggi mostruose minacciano di chiudere i più poveri, quelli che non possono pagare il riscatto, in campi di concentramento, violandone il corpo per accertarne l’età. Non sia mai che un diciottenne in fuga dalla guerra o dalla fame ci raggiri per potersi salvare.
Perché non ci ribelliamo? È una discesa agli inferi che ci riguarda: oggi come complici muti dei nostri governanti eletti, domani come vittime delle pratiche biopolitiche sperimentate sui corpi di serie b. Questo, in fondo, il messaggio: i neri, i migranti, i pezzenti non sono proprio come noi. Sono di meno. A loro si può fare ciò che mai faremmo a “quelli come noi”. Cosa ci è successo, dunque? Come siamo arrivati fin qui?
Una parte della risposta si trova nei cosiddetti “valori” che governano la nostra società: la società della meritocrazia, del successo “meritato”, del “si salvi chi può” (chi può economicamente, sia chiaro). La società del sorpasso. È la formula che campeggia nel bel libro che Enrico Mauro ha dedicato alle idee e alle parole di Tonino Bello (Contro la società del sorpasso. Il pensiero antimeritocratico di don Tonino Bello, San Paolo 2023, 16 euro). Antonio Bello (1935-1993) è stato vescovo di Molfetta, e papa Francesco lo ha dichiarato venerabile, un primo passo nel processo di canonizzazione: a lui apparteneva la voce più radicale e profetica dell’episcopato italiano del secondo Novecento, una voce che solo in quella di don Lorenzo Milani trova forse un adeguato termine di paragone.
Enrico Mauro è un ricercatore di diritto amministrativo, ed è un laico: il suo interesse per la figura di don Tonino (oltre che in alcuni nessi del tutto personali) sta nella frase di Martin Luther King che scelto per aprire il libro: “Se una religione dichiara di preoccuparsi dell’anima degli uomini senza manifestare altrettanta preoccupazione per i quartieri degradati che li portano alla dannazione, per le condizioni economiche che li strangolano, per le condizioni sociali che li paralizzano, quella religione è spiritualmente moribonda, e aspetta soltanto la sepoltura”. Da laico, e soprattutto da essere umano che la vita ha condotto a misurarsi fino in fondo con la profondità dolente della propria umanità, Mauro cerca (e trova) nelle parole di Tonino Bello una visione del mondo e dei rapporti umani spiritualmente viva. Anzi, rivoluzionaria.
Il radicalismo evangelico di don Tonino – che poi significa semplicemente la sua disposizione a fare proprie le idee e le parole del Cristo – ha saputo smontare, demistificare, denunciare l’atroce logica del successo che fonda la nostra società. In uno dei suoi scritti più mirabili, la lettera di auguri alla diocesi per il Natale del 1985 (in piena “Italia da bere” craxiana), scrive: “Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la carriera diventa idolo della vostra vita; il sorpasso […] progetto dei vostri giorni; la schiena del prossimo […] strumento delle vostre scalate”. Come commenta Mauro, “non esattamente le parole che ci si immagina di ascoltare andando in chiesa a Natale, prima di abbuffarsi”. Ma don Tonino sapeva che proprio questo, il successo, era il nuovo idolo: “La carriera. Questa spregiudicata professione dell’arrivismo per cui ogni soldato francese, come amava dire Napoleone, porta nella sua giberna il bastone di maresciallo di Francia. La carriera. Questa viscida idolatria degli arrampicatori sociali, dinanzi al cui altare tanta gente offre olocausti”.
Il vescovo vedeva che il culto del successo era il motore morale di una economia mostruosa, che degrada i poveri, coloro che non ce la fanno, riducendoli a sottouomini: “L’economia disumana, l’esasperazione dei parametri economici ridotti a criterio supremo dell’umana convivenza, le logiche di guerra [che] dai campi di battaglia hanno traslocato sui tavoli di un’economia che penalizza i poveri, il dominio assoluto della logica del profitto [che] è la vera causa dei gravi squilibri del mondo contemporaneo, […] che partorisce l’esodo di milioni di ‘dannati della terra’ verso le nostre società opulente”.
Come ben vede Enrico Mauro, una “conseguenza della cosiddetta ‘meritocrazia’ è il cambiamento della cultura della povertà. Il povero è considerato un demeritevole e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa. Questa è la vecchia logica degli amici di Giobbe, che volevano convincerlo che fosse colpevole della sua sventura. Ma non è la logica del Vangelo, non è la logica della vita”.
La logica del Vangelo: quella cui don Tonino ha dedicato intere la sua vita e la sua intelligenza. Quella che pare mancare del tutto a chi dice di voler difendere Dio (!), mentre spoglia i più poveri (cioè proprio quelli in cui Dio ha detto che sarebbe tornato a noi) di ogni umana dignità. Quasi che il nostro vero, collettivo, successo – il nostro sorpasso – fosse esser nati bianchi e cristiani, qualche chilometro più a nord.

domenica 1 ottobre 2023

Preserviamolo!




In effetti...

 


Dall'Hotel

 


Lasciatecelo!

 

Cambiate tutti i governi che volete, però nessuno tocchi Lollobrigida
DI SELVAGGIA LUCARELLI
Vi prego. Vi scongiuro. Se mai dovesse arrivare un governo tecnico non vi azzardate a spostare il ministro Francesco Lollobrigida dalla sua poltrona. Non esiste al mondo un tecnico della gaffe, del nonsense, della boiata estemporanea capace come lui. Dove lo troviamo un altro Lollo. Io per esempio ho proprio stilato una classifica delle sue boiate preferite, talvolta invito della gente a cena e le votiamo, tipo Sanremo. Ecco le prime cinque, partendo dall’ultima posizione: al quinto posto quella più recente, ovvero “abbiniamo il consumo di vino al benessere fisico con gli eventi sportivi”. Davvero una bella idea invitare gli atleti a farsi un grappino prima della gara. Speriamo che non allarghi la proposta anche alle frecce tricolori. Al quarto posto la sua memorabile frase “Le donne non si dovrebbero toccare nemmeno con un fiore e invece tratterò un argomento che è quello della produzione dei fiori”. Nessuno ha ancora capito il nesso logico tra i due concetti, è tipo “non dire gatto se non l’hai nel sacco e invece oggi tratteremo il tema della produzione della juta”.
Al terzo posto la dichiarazione “Non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica, gli italiani fanno meno figli quindi li sostituiamo con qualcun altro, non è quella la strada”. Esatto. Sarebbe un vero delitto se il pregiato dna di Lollo finisse per estinguersi. Dovremmo estrarre le cellule di Lollo, metterle nel bioreattore e produrre chili e chili di Lollo coltivato. È l’unica carne sintetica che piacerà anche a Coldiretti. Il secondo posto è occupato dalla sua risposta alla domanda della giornalista di Piazza Pulita: “A proposito di Cutro, ancora non sappiamo niente della catena di comando?”, ovvero: ”E le crea frustrazione, questo?”. Reazione che, nella sfera dell’intelligenza emotiva, si colloca approssimativamente tra la testata sul naso e “Dillo alla mamma dillo all’avvocato!”.
Ma al primo posto, senza rivali, rimane la sua frase “In Italia i poveri mangiano meglio dei ricchi”. Giusto. Quindi ci aspettiamo che il cognato e la presidente la smettano di chiamare i poveretti che arrivano sui barconi “clandestini” e li definiscano finalmente con un’espressione più appropriata: gourmand.

Le nubi draghiane

 

Sono forse io, maestra?
di Marco Travaglio
La Meloni teme che i soliti noti stiano preparandole la forca, o la pira, dell’ennesimo governo tecnico. E i soliti noti, tramite i soliti giornaloni, rispondono fischiettando “Sono forse io, maestra?”, come Giuda Iscariota nell’ultima cena, quando Gesù confida ai Dodici che uno lo tradirà. Ma Giuda non aveva confidato a nessuno il suo inciucio con i sommi sacerdoti (anche se non aveva calcolato che con l’Onnisciente non c’era segreto che tenesse); invece il fan club dei tecnici non riesce a tenersi un cecio in bocca, infatti è da quest’estate che si eccita per il golpe bianco. È bastato che lo spirito guida Draghi e il suo valletto Enrico letta accettassero due strapuntini in Europa (scriveranno nientemeno che un rapporto sulla competitività e una relazione sul futuro del mercato unico: roba forte) per scatenare gridolini di giubilo e polluzioni fra i signorini grandi firme. L’udienza di Gentiloni, parlandone da sveglio, al Quirinale e il ritorno dello spread a 200 punti han fatto il resto nel nostro establishment, notoriamente allergico alla democrazia e alla sovranità popolare. Probabilmente non c’è una congiura, che fra l’altro non avrebbe i numeri, a meno che Meloni, Salvini e Conte non bràmino il suicidio (lo sport preferito del Pd). C’è solo l’ennesimo riflesso condizionato di un piccolo mondo antico che sfila da anni al proprio funerale come se il morto fosse un altro. E, ogni volta che il popolo bue sbaglia a votare, prima lo scomunica come “populista” o “sovranista”, poi cerca un banchiere o un tecnocrate pret à porter per ribaltare le elezioni.
Fanno tenerezza i Cavalieri Gedi di Stampubblica che irridono l’“ossessione complottista” meloniana dopo aver esaltato per 12 anni i Monti e i Draghi e pubblicato negli ultimi due mesi editoriali e retroscena sul ritorno di SuperMario con Agenda incorporata, o in alternativa su Fabio Panetta come “Draghi di destra” (l’originale è notoriamente di sinistra), ma anche su Gentiloni al posto della “grillina” e “massimalista” Schlein, sull’”Europa” e i “mercati” che agitano “lo spettro del governo tecnico” per stringere un bel “cordone di sicurezza intorno all’Italia”. Prima confessano, poi fanno gli gnorri. A scanso d’equivoci e per quel vale, i lettori sanno già dove troverebbero il Fatto se dall’empireo calasse un altro “tecnico”: all’opposizione solitaria, come nel 2011 quando Monti rimpiazzò il pessimo governo B. e nel 2021 quando Draghi subentrò all’ottimo governo Conte2. Anche il governo Meloni è pessimo, ma un anno fa ha avuto dagli elettori votanti la maggioranza in Parlamento. Se crolla, sono gli elettori che devono fare mea culpa e decidere chi metterci al posto. Il peggior governo politico è sempre meno peggio del miglior governo tecnico.

L'Amaca


Andare in taxi a Roma
DI MICHELE SERRA
Sui tassisti romani devo avere scritto almeno sei o sette amache, lungo gli anni. Tutte uguali.
Dicevano, in sintesi: a Roma non ci sono abbastanza taxi. La dose di acume necessaria per scriverle era bassissima. Bastava cercare un taxi a Roma.
Questo vuol dire due cose: la prima è che mi ripeto, la seconda è che mi ripeto perché si ripetono, inesorabili, i problemi italiani. Ora siamo a un nuovo picco di proteste e di sdegno, anche “dei vip”, come dicono i giornali. Gente che aspetta per ore e poi rinuncia, e “non sono cose degne di una grande capitale”, e “basta con la dittatura dei tassisti”, e via sottolineando ciò che è già ampiamente sottolineato da parecchi anni. Ripeto: da parecchi anni.
Secondo me il problema è insolubile.
Perché i tassisti romani non sono un servizio pubblico, sono una corporazione, una delle tante in Italia. E scopo delle corporazioni è preservare se stesse. E tutto il resto: ciccia. Non per caso la parte politica che consacrò il corporativismo (la destra illiberale) ha sempre protetto, ricambiata, i tassisti romani, che ai tempi di Alemanno furono una pittoresca falange elettorale. E chi se ne frega se poi il servizio fa pena: anche il “me ne frego” discende da quei lombi politici, oggi tornati trionfalmente a Palazzo.

Dunque il consiglio è: se volete un taxi a Roma, non consideratelo il diritto di un cliente, consideratela un’avventura romantica. Come Walter Chiari e Anna Magnani in giro in Lambretta (Bellissima)o Gregory Peck e Audrey Hepburn in Vespa (Vacanze romane). Smettetela di considerare Roma “una capitale europea”. È solo un set cinematografico.