giovedì 7 settembre 2023

Puff!

 


Commento al ritorno

 

I Rolling Stones sono tornati e sembra il 1968
DI STEFANO MANNUCCI
Gli Stones sono come la prima pisciata del mattino. Un rito e una certezza. Là fuori cambia tutto: potrebbe essere il 1968, il ’77, il 2001. O il 2005, quando pubblicarono l’ultimo album di inediti, A bigger bang. E 18 anni dopo eccoli di nuovo. Hanoi è diventata Kiev, l’Italia è alla quarta repubblica, molti politici loro coetanei sono già imbalsamati. Mick & Keith restano quelli del Novecento. Ok, ottuagenari, con medici al seguito, ma pure con la wild card di Satana che fa ipotizzare nuove paternità per Jagger o il rinvio ad libitum della destinazione alla scienza del cadavere di Richards. Spiega il cantante: “Il segreto per stare insieme tutta la vita? Parlarsi poco”, I Rolling Stones sono la costante del Tempo: sessant’anni fa debuttavano con live che duravano un niente prima dell’assalto delle teen in deliquio, oggi rassicurano con il mantra del rock, un elisir di energia di antica e segreta ricetta. Hanno presentato il nuovo disco dall’Hackney Empire di Londra, un incontro cazzeggione con Jimmy Fallon. Hackney Diamonds uscirà il 20 ottobre: non aspettatevi un testamento. Ci saranno Paul McCartney (fanculo le rivalità posticce), Stevie Wonder e nel brano Sweet sounds of Heaven Lady Gaga, che Mick ha definito “incredibile”. Keith ha tuonato: “Un gospel? Tu non sei mai andato in chiesa!”. Per i miracoli non servono preghiere. Se non rivolte al caro spettro Charlie Watts, che comparirà in due pezzi (“Ci manca, ma è sempre il quarto, e ha dato la benedizione al sostituto Steve Jordan”, ha detto Richards). In un brano, per omaggio all’estinto, tornerà pure il vecchio bassista Bill Wyman, il vero lumacone del gruppo. Per ora è stato lanciato il primo, potente singolo Angry: la quintessenza del suono Stones, col video in cui Sydney Sweeney, la star di White Lotus, si contorce in una spider sul Sunset Boulevard. Ai lati della strada, i cartelloni con le immagini retrò della band. E davvero, che cacchio di anno sia lo sanno solo loro.

Idiozia travagliata

 

Idiocy International
di Marco Travaglio
Nella classifica della minchiata del giorno, si contendono il primato il presidente romeno e il governo italiano. Klaus Iohannis, capo dello Stato di Bucarest, compie una piroetta che, al confronto, Giuliano Amato è un dilettante. Da giorni il governo Zelensky, sempre ansioso di trascinare la Nato in una guerra mondiale contro la Russia, soffia sul fuoco di un incidente di confine invocando l’articolo 5 del Trattato Atlantico, che prevede l’intervento militare Nato a difesa di uno Stato membro attaccato da non-membri, per via di alcuni frammenti di un drone, forse russo, precipitati in Romania. L’altroieri Iohannis smentisce tutto: “Non è esistito né un drone né alcun pezzo di questo dispositivo che sia giunto sul territorio della Romania”. Ieri conferma tutto: “Se i pezzi di drone fossero russi, sarebbe una grave e inaccettabile violazione della sovranità e integrità territoriale di uno Stato Nato”. Ma l’articolo 5 impegnerebbe la Nato anche se i frammenti fossero di Kiev, che almeno ufficialmente non è nella Nato. E speriamo che non lo siano, sennò dovremmo armarci contro l’Ucraina che già armiamo. Cosa che peraltro avremmo già dovuto fare 10 mesi fa, quando un missile ucraino cadde in Polonia uccidendo due innocenti, mentre Zelensky e le sue cheerleader italiote lo spacciavano per russo.
La minchiata n. 2 è un’ideona del governo Meloni per sbaragliare la criminalità giovanile: un decreto che vieta ai 14-17enni condannati anche in primo o in secondo grado di usare “piattaforme o servizi informatici e telematici nonché… di possedere telefoni cellulari”. Il primo effetto sarà che i baby condannati il cellulare, anziché comprarlo, lo ruberanno. Il secondo sarà che, se rispetteranno il divieto, sarà impossibile intercettarli. Il terzo sarà la bocciatura del decreto, visto che la Consulta ha già stroncato norme simili. Ma resterà a imperitura memoria il messaggio pedagogico della destra “legalitaria”: in Italia il buon esempio non devono darlo gli adulti ai giovani, ma i giovani agli adulti. E i ragazzi di strada devono tenere standard di legalità superiori a quelli dei politici che glieli impongono. Infatti i divieti pensati per i minorenni nessuno li ha mai pensati per i maggiorenni. Altrimenti un buon terzo della classe dirigente sarebbe da un pezzo isolata dal mondo, anche se i divieti valessero solo per gli over 18 condannati definitivi. Salvini come farebbe a parlare col suocero Verdini, che sta ai domiciliari (o almeno dovrebbe): con i segnali di fumo? E la Montaruli come comunicherebbe con i fratelli d’Italia e gli altri commissari della Vigilanza: con i piccioni viaggiatori? Vien quasi da rimpiangere B., che avrebbe subito bloccato la pagliacciata: per senso non dello Stato, ma del ridicolo.

L'Amaca

 

Centodieci forse è troppo
DI MICHELE SERRA
Il problema del “centodieci per cento” è soprattutto il suo nome, così spropositatamente generoso dopo lunghi anni nei quali la lesina di Stato pareva unaregola inamovibile, quasi un dogma religioso.
Quasi non ce ne ricordiamo, ma per colpa del Covid, o grazie a lui, siamo passati da un clima politico nel quale anche le briciole parevano un lusso proibitivo a una fase nella quale lo Stato, di colpo, ha lasciato intendere che ce n’era per tutti. È stato forse per eccesso di slancio che si è deciso quel numero, centodieci, così incautamente superiore a qualunque aspettativa, producendo lo stesso effetto di quando, nei mercati rionali, viene esposto il cartello “Siamo impazziti!
Vendiamo sottocosto!”.
Oggi qualcuno, di quel provvedimento, sottolinea i benefici, qualcuno i costi.
Difficile trovare chi tiene a mente entrambi, a conferma che l’economia non è una scienza, è una branca della politica, una coperta che ognuno tira dalla sua parte. Quello che forse si potrebbe dire, senza paura di sbagliare troppo, è che anche il buon vecchio “centodieci” non si sottrae all’idea che si proceda sempre per tentativi, per trovate estemporanee, magari con tanta buona volontà ma senza un’idea strutturale di economia pubblica.
Più soldi per la sanità pubblica, per la scuola pubblica e per la ricerca: lì si capirebbe senza equivoci qual è l’intenzione di fondo, quale l’idea che lo Stato ha di se stesso. Più soldi per rifare la facciata, coibentare il tetto e cambiare la caldaia magari è utile, nonché green quanto basta: ma si presta a discussioni meno limpide, e molto più incerte.

mercoledì 6 settembre 2023

Belle notizie



Le belle notizie. Soprattutto la fornitura delle munizioni ad uranio impoverito da parte del baluardo della democrazia mondiale riempie il cuore. Sovrabbondiamo di letizia. Okkegaudio!

Interessantissimo

 Povera Sanità 

di Nino Cartabellotta - Presidente Fondazione GIMBE

Ogni anno, in occasione della discussione sulla Legge di Bilancio, va in scena la stessa farsa: un déjà-vu che si ripete ormai da almeno 15 anni. Il dibattito politico sulle risorse da assegnare alla sanità inizia con la richiesta, spesso consistente, del Ministro della Salute, poi regolarmente ridimensionata o rispedita al mittente dal Ministro dell'Economia e delle Finanze. Infatti, anche per il 2024 il Ministro Schillaci, consapevole della grave crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e delle richieste delle Regioni, chiede almeno 4 miliardi di euro in più. Il Ministro Giorgetti, prima possibilista seppur al ribasso, da Cernobbio annuncia che "sarà una manovra prudente", confermando in politichese puro che, ben che vada, per la sanità non ci saranno tagli o forse rimarrà qualche briciola.
Questa farsa annuale segue un copione in tre atti, fedelmente interpretato da Governi di tutti i "colori". Nel primo atto la spesa sanitaria viene identificata come la fetta di spesa pubblica più facilmente aggredibile: una sorta di salvadanaio sempre aperto, a cui è possibile attingere per qualsiasi necessità, che si tratti di reperire risorse per risanare la finanza pubblica, o più spesso di soddisfare il proprio elettorato. Il secondo atto dimostra che il saccheggio ripetuto alla spesa sanitaria non crea dissenso nel breve e medio termine, perché gli effetti del definanziamento sull'organizzazione dei servizi sanitari organizzazioni sanitarie si vedono dopo qualche anno, quelli sull'accesso alle cure dopo lustri e le conseguenze sulla salute delle persone dopo decenni. Nell'ultimo atto si sceglie di non investire in sanità per la stagnante crescita economica, ignorando che il grado di salute e benessere della popolazione è una determinante dello sviluppo economico del Paese.
E con l'annuale messa in scena della stessa farsa da un lato arrivano disservizi e disagi per cittadini e pazienti, dall'altro i confronti internazionali restituiscono numeri impietosi. Nel 2022 in Italia la spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,8% del PIL a fronte di una media OCSE del 7,1% e dei paesi europei: un -0,3% che non ci dà la misura del baratro che appare in tutta la sua profondità guardando alla spesa sanitaria pubblica pro-capite. Dove l'Italia nel 2022 ha speso $ 3.255, al di sotto della media OCSE ($ 3.899) e della media dei paesi europei ($ 4.128): meno di noi in Europa spendono solo i paesi dell'Est (Repubblica Ceca esclusa), oltre a Spagna, Portogallo e Grecia. E sorprendentemente il gap si è ampliato con la pandemia, quando l'aumento di oltre € 11,4 miliardi di finanziamento pubblico nel triennio 2020-2022 (peraltro insufficienti a mantenere in ordine i conti delle Regioni) sembrava una manna dal cielo rispetto agli esigui investimenti degli anni precedenti. E così, dopo 15 anni di definanziamento pubblico oggi raccogliamo frutti amari: al cambio corrente dollaro/euro l'Italia spende € 808 pro-capite in meno della media europea; ovvero, oltre € 47,6 miliardi in meno. Per non parlare dell'impietoso confronto con i Paesi del G7, di cui nel 2024 l'Italia avrà la presidenza. Siamo fanalino di coda da sempre, ma se nel 2008 tutti i Paesi del G7 destinavano alla spesa pubblica pro-capite una cifra compresa tra $ 2.000 e $ 3.500, nel 2022 i gap sono incolmabili: la Germania spende quasi $ 7.000 pro-capite e la Francia oltre $ 5.500.

Pur in questo contesto di imponente sottofinanziamento della sanità pubblica nessun Governo, nessun Ministro della Sanità accetterà mai che la politica ha intenzione di privatizzare il SSN. Tralasciando che il mancato potenziamento della sanità pubblica spiana la strada alla forma peggiore di privatizzazione, quella strisciante e occulta. Con un finale della farsa già scritto: il progressivo indebolimento del SSN porta sempre più la popolazione a cercare nel privato le risposte ai propri bisogni di salute, al punto che la sanità privata non è ormai più una libera scelta, ma diventa una necessità. Scivolando silenziosamente da un servizio sanitario nato per tutelare un diritto costituzionale ad un sistema sanitario regolato dal libero mercato.

Ecco perché bisogna riscrivere interamente il copione. Uscire innanzitutto dalla "manutenzione ordinaria" del SSN e dall'annuale tira e molla sulle cifre da assegnare alla sanità pubblica in Legge di Bilancio. Avviare una radicale e moderna riorganizzazione dei servizi sanitari, che non può prescindere da un progressivo rilancio del finanziamento pubblico. Ovvero, non serve solo conoscere quante risorse saranno destinate alla sanità nella Legge di Bilancio 2024, ma quale trend si prevede per la spesa sanitaria a partire dall'imminente Nota di Aggiornamento del DEF. Ridefinire le regole della leale collaborazione tra Governo e Regioni che, in sanità, configura proprio quella Repubblica che "tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività", accantonando sia nostalgiche ipotesi di un neo-centralismo sanitario, sia le pericolose derive regionaliste dell'autonomia differenziata, destinate ad aumentare diseguaglianze regionali e migrazione sanitaria e a dare il colpo di grazie al SSN. Qui occorre semplicemente potenziare, con strumenti già disponibili, le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni, al fine di garantire l'uniforme erogazione delle prestazioni essenziali. Favorire la collaborazione tra tutti gli attori della sanità, rendendoli consapevoli che il momento storico che vive il SSN richiede di rinunciare ai privilegi acquisiti per salvare il bene comune. Sensibilizzare l'opinione pubblica che la perdita del SSN avrà un impatto non solo sulla salute e il benessere della popolazione, ma anche sull'economia e sulla società del Paese. Last, but not least, se la politica vuole mantenere un SSN equo e universalistico e finanziato con la fiscalità generale, deve avviare serie politiche per contrastare l'evasione fiscale. Oggi il nemico pubblico numero uno del SSN.

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