mercoledì 2 agosto 2023

Come dargli torto?

 

Gli ambidestri
di Marco Travaglio
Peggio del governo Meloni che fa cassa sui poveri ci sono solo il Pd e le sue proiezioni editorial-giornalistiche, che difendono il Reddito di cittadinanza e il salario minimo solo perché il governo Meloni non li vuole. Ma fino all’altroieri li attaccavano solo perché erano bandiere “grilline”. Nel 2018-’19 il Conte-1 varò il Rdc coi voti favorevoli di M5S e Lega e quelli contrari di FI, di FdI e pure del Pd, che lo osteggiava con gli stessi argomenti oggi usati da Meloni&C. senza neppure pagare i diritti Siae. Zingaretti tuonava contro “la pagliacciata del Reddito di cittadinanza che nessuno sa cos’è”. Boccia lo definiva “una grande sciocchezza che aumenterà solo il lavoro nero. Il tema vero è come creare lavoro”. E la Camusso: “No al Reddito di cittadinanza! Quelle risorse vengano usate per trovare lavoro”. Oggi i destronzi hanno buon gioco a rinfacciare al Pd di aver detto prima di loro le stesse cose. E la risposta non può essere che allora comandava Renzi e ora c’è la Schlein: perché Renzi la guerra ai poveri la faceva allora come oggi; e soprattutto perché Zinga, Boccia e Camusso ora stanno con la Schlein.
Basterebbero tre paroline: “Ci siamo sbagliati”. Che andrebbero stampate a caratteri di scatola su Repubblica, che all’epoca dipingeva il Conte-1 – il governo che più ha dato ai bisognosi in trent’anni – come una robaccia di estrema destra. Rep titolava: “Un terzo degli italiani guadagna quanto il Rdc”, che dunque andava abbassato per non far concorrenza reale ai salari da fame. E l’Espresso di Damilano: “Per gli elettori del Pd il Rdc è peggio del condono fiscale”. Ancora il 20 luglio 2022, quando Draghi attaccò i 5Stelle sul Rdc in Senato, il Pd gli votò la fiducia da solo e Rep lo santificò. Facevano così su tutto. La blocca-prescrizione Rep la chiedeva da un quarto di secolo, ma siccome la fece Bonafede diventò un obbrobrio che “calpesta i fondamenti di uno Stato di diritto”, “giustizialismo”, “barbarie”, “Inquisizione” (Cappellini, noto giureconsulto). Il Recovery quando lo lanciò Conte era una ciofeca: “È isolato in Europa”, “Non lo otterrà mai”, “Meglio i 36 miliardi del Mes”. Poi ne arrivarono 209 e tutti fischiettavano. Ora accusano Conte di non aver battuto i pugni sul tavolo per ottenere meno soldi. Il salario minimo, siccome lo proponeva il M5S e non piaceva ai sindacati, era odiato dal Pd e da Rep: grandi peana al Pnrr di Draghi che l’aveva levato dal Pnrr di Conte. Ora tifano salario minimo e rintuzzano ogni giorno gli argomenti contrari del governo, che però sono gli stessi che usavano loro. La Meloni non deve inventarsi nulla: le basta copiare gli avversari. Che, come diceva Lenin dei capitalisti, le hanno venduto la corda a cui impiccarli. Anzi, gliel’hanno regalata.

martedì 1 agosto 2023

Perché?

 


E' arrivato così, nudo e crudo senza neppure un buongiorno che avrebbe insufflato un minimo di umanità, peraltro ingiustificata visto il tema del messaggio, voluto da questa maggioranza velata di nero perdi sempre. Grazie alle fregnacce di stato ci hanno convinti che i destinatari del Reddito di Cittadinanza altro non siano che giovinastri imbolsiti stravaccati sul divano, insensibili alle loquaci sirene dei cosiddetti imprenditori che, poveretti, sono in difficoltà per mancanza di manodopera, vedi bar, ristoranti e stabilimenti balneari che soffrono della mancanza di camerieri a cui proporre poco più di mille euro mensili per dodici ore di lavoro, senza pause, con magari una spruzzatina del sano nero, per loro, inficiante nel futuro una pensione già ora rasentante la povertà. Ma se in questo paese credemmo al fatto che una minorenne disturbata da un anziano puttaniere passato al mausoleo e venerato da un lutto nazionale, fosse la nipote del ras egiziano, come meravigliarci che la briatoriana campagna contro i poveri nullafacenti e attendenti i soldi dalla stato non sortisse gli effetti sperati? Si rallegra Confindustria, i tuttologi blateranti all'ombra di stipendi faraonici, il mondo dell'agricoltura di Lollo cognato della ducetta, che fremono per riportare schiavi nei campi a raccogliere pomodori sotto il sole a quattro euro l'ora, molte volte anche qui in nero; cantano litanie di ringraziamento tutti gli orchi famelici e mai contenti di introitare pacchiane ricchezze alla faccia della stragrande maggioranza, che siamo noi. Se un governo priva bisognosi di un minimo di dignità e nel contempo sperpera risorse in armi, 4 miliardi per i nuovi blindati Leopard vero Crosettone?, in condoni sempre più vergognosi, in modifiche alla giustizia per evitare noie ai compagni del coro, perché non augurarsi un pacifico, la violenza lasciamola a loro, sollevamento popolare di protesta, in grado di mettere un po' di sale sulla coda a questi signorotti dediti alla protezione della propria casta, ed ora felicemente in vacanza come la ministra del turismo la quale, dopo aver scansato accuse di malestri comportamenti finanziari, se ne sta serenamente distesa sul lettino del suo mega stabilimento marino a meditare sulla nostra idiozia culturale? Già, perché non presentarsi in massa davanti al parlamento, in rigoroso silenzio per manifestare la certezza che in fondo in fondo proprio coglioni non siamo?

Sempre lui!

 



Vai di sfottò!

 



Non in punta di fioretto

 

Visibilia Viva
di Marco Travaglio
Siamo molto preoccupati per Giorgia Meloni. E non per quisquilie come la rivolta dei poveri senza più Reddito, il crollo del Pil, il boom di bollette, inflazione e benzina, le gaffe e le chiome del fidanzato-mezzobusto: a questo e a molto altro c’è rimedio. Ma per l’unico guaio davvero irreparabile e definitivo che sta per investirla, ben più letale dei cambiamenti climatici e a prova di negazionisti: Renzi nella maggioranza. I cimiteri della politica sono lastricati di lapidi degli altri sventurati premier che ebbero in sorte anche solo un fugace contatto con la mortifera e pestilenziale presenza: Letta, a cui bastò il tweet “Enrico stai sereno” per schiantarsi dopo 9 mesi; Conte, del cui secondo governo il nostro fu l’ideatore e poi il killer; Draghi, che mai riuscì a liberarsi dello stigma di essere salito a Palazzo Chigi grazie a lui e infatti perse tutto, il Quirinale e poi il governo; e Salvini, che dal Papeete rovesciò Conte per prenderne il posto con “pieni poteri” quand’era in love col Rignanese e ne fu fregato. Senza dimenticare il Renzi medesimo, che si autosterminò portandosi rogna da solo col geniale referendum e, già che c’era, rase al suolo anche il Pd di cui era anche segretario. Alla lista delle vittime s’è aggiunto ultimamente il povero Calenda, l’ultimo allocco a mettersi in casa l’impiastro.
La Meloni è furba e ha buona memoria, ma può farci poco. Le avance renziane non basta rifiutarle: bisogna non meritarle. E lei le merita tutte, da quando ha rottamato la destra sociale, legalitaria e sovranista per metter su quella asociale che fa la guerra ai poveri, s’inchina a Biden e agli eurofalchi, regala impunità ai ladroni e alla razza cafona di nuovi ricchi e vecchi parvenu: praticamente tutti i cavalli di battaglia del berlusconismo e del renzismo (che si distinguono per numero di voti: tanti per B., nessuno per R.). Infatti i Renzi boys votano tutto il peggio del suo governo, che non ne ha bisogno e non chiede nulla, ma si ritrova Iv in maggioranza a sua insaputa. E i renziani in pancia sono peggio della tenia, che ti s’insinua nell’intestino quando meno te l’aspetti e si mangia tutto. Guai a ignorare i sintomi anche più trascurabili: tipo la cena dello scorso weekend al Twiga, rivelata dal Corriere, fra la Santanchè, l’ex marito Canio, il compagno Dimitri e i renziani Boschi, Bonifazi, Nobili con tutta la panza e Ruggieri, nipote di Vespa e direttore responsabile del Riformista (quello che prende le querele per Renzi), a cui Visibilia fornisce la pubblicità. Il tutto due giorni dopo il voto sulla Santanchè, che Iv ha respinto sostenendo che sfiduciarla era farle un favore. Invece cenare da lei è farle un dispetto. Chi ancora pensa che Renzi punti a FI si aggiorni: punta alla Meloni col progetto Fratelli d’Italia Viva. Lei porta i voti, lui la sfiga.

L'Amaca

 

Il ritorno di un bolognese
DI MICHELE SERRA
Il ritorno di Patrick Zaki nella sua Bologna è una delle poche pagine confortanti di questi giorni. Un evento sorridente e civile dentro un groviglio di cattivi umori e notizie diguerra.
La città ha abbracciato come un figlio uno studente straniero in difficoltà (Alma Mater non è sembrato solo un fregio accademico ma una vocazione), non ha mai smesso di aspettarlo e di quell’attesa cocciuta ha dato segno permanente sulla facciata del suo antico municipio; lo studente l’ha continuamente nominata, come una madre adottiva, lungo la sua assurda detenzione.
Diciamo “prigioniero politico” senza renderci mai abbastanza conto di quanto barbarica, scandalosa sia quella condizione: persone in carcere non per avere commesso un crimine, ma per avere espresso un’opinione, o scritto parole sgradite a chi comanda. Nel mondo sono decine di migliaia: non sono riuscito a trovare in rete un numero attendibile, spero di non avere approssimato per difetto.
Bologna non poteva che fare sua la storia di Zaki, perché la tolleranza è un tratto molto forte della sua identità. Anche troppa, dicono quelli che non amano la tradizione consociativa della città, post-comunista, curiale, massonica.
Poco litigiosa, insomma. Sta di fatto che la detenzione di Zaki, colpendo una comunità così tollerante, suonava particolarmente oltraggiosa. La libertà di parola, nel 2023, è ancora un problema di prima grandezza in grande parte nel mondo. Non in piazza Grande, dove le parole galleggiano libere e felici sui capannelli degli anziani che ne hanno viste di tutti i colori: ora anche il ritorno di un figliolo egiziano, bolognese come loro.

Domani ricorderemo

 

“Una strage fascista” La verità su Bologna che imbarazza la destra di governo
Domani è prevista la commemorazione del quarantatreesimo anniversario della strage della stazione in cui morirono 85 persone. Meloni non parteciperà Per il governo ci sarà il ministro Piantedosi
I processi hanno confermato la responsabilità dei neo fascisti. Ma gli eredi del Msi parlano ancora di “pista palestinese”
DI STEFANO CAPPELLINI
Come tutte le stragi commesse in Italia, anche quella alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 è stata presto seguita da tentativi di depistaggio e di falsificazione politica. La differenza è che grazie a più processi, alcuni dei quali ancora in svolgimento, è da molto tempo possibile ufficialmente associare a questa strage un aggettivo: fascista. Così c’è scritto anche sulla lapide commemorativa in stazione, dove domani sarà ricordato il quarantatreesimo anniversario: strage fascista. La verità, a molte e molti, non è mai andata giù.
Una parte della destra italiana, oggi al potere, non ha mai accettato che la mattanza di 85 persone fosse attribuita con doppia verità, storica e giudiziaria, ai terroristi neri e ai loro finanziatori (in uno dei procedimenti il mandante e finanziatore del massacro è individuato in Licio Gelli, il capo della loggia massonica P2, morto nel 2015). Negli anni il tentativo di riscrivere la verità allontanando le responsabilità accertate e partorendo funamboliche piste alternative - una sua tutte, quella palestinese - si è fatto forsennato.
Non era certo il primo, ma il più alto in grado a mischiare le carte su Bologna fu un presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che all’epoca della strage era presidente del Consiglio e due giorni dopo l’eccidio disse: «C’è il timbro fascista». Poco più di dieci anni dopo, dal Quirinale, Cossiga ritrattò pubblicamente: «Non fu una strage fascista – disse – all’epoca fui depistato e chiedo scusa al Movimento sociale». Che era il partito postfascista nel quale all’epoca delle dichirazioni di Cossiga militava ancora minorenne l’attuale premier Giorgia Meloni.
Fu un grande regalo ai teorici delle piste alternative. Perché Cossiga non si limitò a negare la matrice, suggerì l’idea che la strage fosse maturata nell’ambito di una vendetta palestinese contro l’Italia, rea di aver tradito quello che alla storia è passato come lodo Moro. Si trattava di una soffiata insidiosa, perché mischiava un fatto reale – l’accordo negli anni Settanta tra il governo italiano e la resistenza palestinese, che dava via libera all’uso del territorio nazionale per il transito di uomini e armi in cambio della garanzia di non realizzare attentati in Italia – con una fandonia, che ci fosse appunto lo zampino dei palestinesi e delle fazioni politiche di sinistra a loro vicine nella bomba a Bologna. Soffiata insidiosa due volte, perché quando Cossiga parlò non era nemmeno arrivata la condanna in via definitiva per Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, terroristi dei Nuclei armati rivoluzionari, che sarebbero stati giudicati colpevoli in Cassazione per la strage solo nel novembre del 1995. Sono stati recentemente condannati in primo grado in due diversi processi anche un altro ex Nar, Gilberto Cavallini, e un esponente di Avanguardia nazionale, Paolo Bellini, nel filone sui mandanti che ha ricostruito il ruolo di Gelli.

Già sulla condanna di Mambro e Fioravanti ci fu una mobilitazione innocentista, trasversale e affollata.Dopo la sentenza su di loro partì invece una campagna revisionista sempre più forte e subdola. Uno snodo importante fu la circense commissione Mitrokhin, insuperabile esempio di come le commissioni di inchiesta da noi servano per fini paralleli o opposti a quelli dichiarati. Quella sede istituzionale fu infatti usata da Alleanza nazionale, tappa intermedia dei missini prima della fondazione di FdI, per alimentare la tesi della pista palestinese. I dati a sostegno? Tutti falsi o parziali o tendenziosi: si cominciò con la presunta presenza a Bologna nel giorno della strage del terrorista tedesco Thomas Kram, legato al gruppo terrorista internazionale di Carlos lo sciacallo, quindi si accreditò il passaggio in città di Christa Margot Frohlic, sempre legata a Carlos, fatto ancora più fumoso e indimostrato. Infine si cominciò a sostenere che il vero attentatore potesse essere morto insieme alle altre vittime e che i suoi resti non fossero stati identificati perché distrutti dalla potenza dell’esplosione. Non era una ricostruzione originale. L’aveva suggerita anche Gelli in persona, nel libro Parola di venerabile : «Io penso che l’esplosivo fosse stato appoggiato come un comune pacco e che un banalissimo mozzicone di sigaretta buttato a terra ancora accesso abbia generato lo scoppio». Molti parlamentari, quelli di An in testa, condivisero la suggestione di Gelli. Uno di loro, Enzo Raisi, arrivò a identificare un responsabile tra le vittime: Mauro Di Vittorio, un ragazzo vicino a Lotta continua che aveva lasciato la politica attiva ed era finito a fare lavoretti a Londra. Il 2 agosto 1980 era a Bologna per puro caso, ma su di lui è stata costruita negli anni una abominevole narrazione intessuta di menzogne.
Anche tutte le speculazioni sul lodo Moro come movente sono state smentite. Per anni si è favoleggiato sulle carte secretate del capocentro Sismi a Beirut, Stefano Giovannone. Si puntava a dimostrare che in quei documenti c’erano le prove che la strage fosse stata compiuta o commissionata dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina come ritorsione per il tradimento del lodo Moro. Questo perché l’anno prima, a Ortona, alcuni esponenti dell’Autonomia operaia romana erano stati fermati per caso mentre trasportavano su un furgone un missile appartenente ai palestinesi e un membro del Fplp era stato perciò arrestato. Le carte di Giovannone, oggi interamente consultabili, rivelano che alla data della strage, servizi e palestinesi avevano già trovato un accordo per la soluzione della vicenda.
Oggi il partito che più si è speso per cancellare la verità su Bologna è al governo e la sua leader è a Palazzo Chigi. Meloni non sarà a Bologna. Il governo sarà rappresentato dal ministro dell’Interno Maurizio Piantedosi. La speranza è che le parole di Piantedosi non siano quelle usate da Meloni per il quarantesimo anniversario della strage, quando la futura premier disse che erano trascrosi «40 anni senza giustizia».