giovedì 6 luglio 2023

La spartizione

 


Sembrano noccioline ma non le sono! E' la Spartizione del bottino di tanti anni di Era del Puttanesimo, il testamento di chi fino a trent'anni fa era ad un passo dal portare i libri in tribunale, visto che per ogni lira posseduta ne esistevano cinque di debiti, come Tatò gli fece notare a quei tempi. 

Ma qui ad Alloccalia può capitare questo ed altro: grazie alla formazione di un partito azienda, di un coacervo di stoltezze, di abnormi modifiche dell'ordine costituito, da leggi e leggine fatte per allontanare processi e condanne, l'attuale inquilino del Mausoleo ha potuto irrorare il forziere di famiglia di un'enorme quantità di ricchezze, acquistando villone enormi, come quella di Arcore, gabbando ragazze orfane che s'affidarono a quei tempi ad avvocati divenuti in seguito amiconi del mausoleante, alla Cesare Previti; turbinii di off-shore, di denari occultati, di ricchezze aumentate a dismisura grazie al doppio ruolo di padrone della metà dei media italiani e possessore unico del potere che permise al malandrino, pace all'anima sua, di imperversare allegramente anche nelle tv di stato, allontanando con editti bulgari personaggi a lui sgraditi come Enzo Biagi testimonia. 

E il forziere divenne immenso senza che il comune senso del pudore potesse interagire per frenare l'eclatante scempio costituzionale, senza che le forze di opposizione frenassero la razzia, senza che nessuno si frapponesse ai briganti forzisti. 

Ed ora scopriamo che la bontà d'animo del defunto malfattore ha premiato il fratello, la Casta Marta e l'altro fratello Marcello, autore ed inventore di Farsa Italia ed amico della malavita organizzata, come la sentenza definitiva accertò nel primo decennio del millennio. 

Resta l'amaro in bocca alle persone per bene di questa nazione disastrata dal trentennio mignottone. Resta la consapevolezza di essere stati usati dalla mania di grandezza di quel faraone oramai divenuto cenere, le cui gesta ancor oggi inficiano le nobili politiche, agevolando ministri dell'Ingiustizia alla Nordio per intenderci, che tentano di proteggere sempre più gli insofferenti alle regole, alla decenza, alla dignità di una classe dirigente frastornata e in cammino sulla via tracciata dell'Estinto, bignamicamente espressa nella celebre frase sordiana "io so' io e voi nun siete un cazzo!" 

(che poi a pensarci bene, accudire una mummia per pochi anni e ricevere un posto da deputato e cento milioni... quasi quasi...)     

Ricapitolando




L'Amaca

 

Troppa educazione

DI MICHELE SERRA

Per quanto si voglia evitare di pensar male, la gestione governativa della ricostruzione in Emilia-Romagna appare venata, e forse minata, da una grettezza politica evidente: solo la buona educazione delle autorità locali - sindaci e governo regionale - ha fin qui mantenuto il contenzioso sui quattrini e su chi deve gestirli, insomma su tutto, nei limiti di una semi-normalità.
Sono agli archivi, purtroppo per loro, le esternazioni odiose di vice-gerarchi (gerarchi è troppo) secondo i quali dare tutti quei soldi in mano “ai rossi” non sarebbe cosa confacente, come se non si trattasse di distribuire ai cittadini soldi dei cittadini, ma di centellinare gli aiuti a una “zona nemica”.
Ugualmente ostile e punitiva è sembrata la decisione di non affidare a Bonaccini il ruolo di commissario, tergiversando fino alla nomina (lentissima, ancora non ufficializzata) del generale Figliuolo, degna persona ma ovviamente sprovvista di quella dimestichezza con il territorio, e con gli amministratori locali, che avrebbe potuto mettere in campo il presidente della Regione, già protagonista positivo della ricostruzione post-terremoto.
Tornando alla buona educazione con la quale gli amministratori locali hanno sopportato le settimane di attesa e le battute ostili, sempre più spesso viene da chiedersi se sia giusto e utile mantenere questo aplomb con chi nemmeno si sogna di adottarlo. È una lotta impari, quella tra urlatori e parlatori, che pone il problema, annoso e non risolto, di quale sia il terreno giusto per fare opposizione a questa nuova classe di potere, che di freni inibitori ne ha zero. Parlare educato è come parlare tra noi: forse non va bene.

Nel Giornalismo la Verità!

 


Mattoni, yacht, tele, libri, cessi: da dove viene il bottino berlusconiano di 8mld

di Pino Corrias

Ecce Roba. Ci siamo, si è aperto il Testamento come un tempo fece il Mar Rosso. Tutte le agenzie battono l’elenco dei denari e dei forzieri. Nessuno che si chieda – in queste ore di massimo tripudio – da dove venga il grano e la grana del Dottore. Da quale giacimento. Da quale caverna di Ali Babà e i Quaranta Trilioni. Domanda impopolare. È il potere che giustifica l’oro. È l’oro che certifica il potere. Ogni esitazione non è cronaca, è invidia. Ogni dubbio una offesa alla memoria. A quella di lui, il Defunto, sempre sia lodato, e al suo lascito. Che da stanotte – a Borse chiuse – finirà nei forzieri della Famiglia Reale, nelle tasche della Corte, nei borsellini dei servi e delle pupe.

Il notaio Arrigo Roveda s’è svegliato di buon umore e ha detto: ci siamo. Davanti ai cinque figli ha alzato il pane e il vino. Da quell’istante, dozzine di gnomi si sono messi al lavoro. A quanto ammonta il patrimonio, 6 miliardi di euro? No 7, forse 8. Tutti investiti in imprese, lingotti, azioni. depositati nel velluto delle Holding, nel silenzio funzionale delle banche, forse sepolti sotto certi boschi d’oltre confine.

E quanti sono i mattoni all’appello? Venti ville almeno, dalla Brianza fino a Antigua, passando per Lampedusa e per Bermuda. Tanto tempo fa Luigi Pintor, l’inarrivabile, si chiedeva cosa ci facesse quel miliardario con 7 ville nella sua Sardegna, 35 bagni per stare comodo, calcolava, ma può davvero un uomo avere 35 bagni a sua disposizione? Ah, ingenuo Pintor! I bagni sono 35, ma nella sola Villa La Certosa, quella dei cento ettari di parco, del finto vulcano, dei finti laghetti, dei 2 mila cactus dotati di un sistema di ventilazione per il riciclo dell’aria, il riciclo delle bimbe, il riciclo del topolone di Topolanek, scatto memorabile del fotografo Zappadu.

E i quadri? Sono 20 mila. Di più. Sono 24 mila assicura il nostro “cacca, culo, pipì” Vittorio Sgarbi, il Lenny Bruce della Pubblica amministrazione, stivati in un hangar poco distante dal Mausoleo di Arcore, entrambi in zona Vita Eterna. Tutte opere d’arte catalogate, non solo i due o tre Canaletto, anche le croste che nelle notti insonni – da solo poveraccio, con il telefono sul comodino e una Rubacuori che gli ronfava accanto – comprava alle aste televisive: il finto Tintoretto e il vero Clown che piange, la Natura morta con l’Aringa. Quanto costa? Lo compro!

E i libri? Non dimenticate i libri posseduti da uno che non ne aveva mai letto uno per intero, presi in blocco e per due lire insieme con il villone di Arcore che includeva la collezione secolare dei conti Casati Stampa, 10 mila libri ben archiviati, compresi quelli erotici, e con la libreria venne il primo segretario, un tale Marcello Dell’Utri, che i libri li spolverava ogni mattina e qualcuno persino lo leggeva.

Poi ci sono le barche, i canotti, i motoscafi, gli scooter d’acqua per la scorta che presidiava i tramonti del Dottore visti dal ponte del Principessa VaiVia, veliero da 80 piedi, dal Morning Glory e dal Magnum 70. Tutto verrà varato di nuovo, con la bottiglia di Dom Pérignon lanciata sulla chiglia, evviva, mentre le strade, le piazze, gli aeroporti d’Italia, strilleranno il nome: Berlusconi Silvio, politico, imprenditore, miliardario.

Tutti dimenticando che giusto 30 anni fa il futuro miliardario doveva portare i libri contabili in tribunale, come suggeriva Franco Tatò, l’amministratore imposto dalle banche. Dicevano gli analisti della Banca d’Italia che Fininvest aveva 5 lire di debito per ogni lira di capitale.

Dall’abisso – in compagnia di Fedele Confalonieri, Gianni Letta, Cesare Previti, Dell’Utri, tre televisioni e un Bettino Craxi in fuga – tirò fuori il coniglio e il partito. La sua parola d’ordine era: “Sono ricco, non ho bisogno di rubare”. I più poveri e i più ricchi d’Italia gli hanno creduto, anche se per ragioni opposte. Poi sono venuti gli anni di potere, le leggi fatte e disfatte, l’opposizione più stupida d’Europa a spianargli la strada. La santa amicizia con Vladimir Putin, lo Zar che pompa gas per tutti gli oligarchi russi e non russi. In trent’anni, per il suo bene, ha coltivato soldi. Li ha moltiplicati. Ci ha regalato le barzellette, Emilio Fede, Lele Mora e Giorgia Meloni. La roba buona l’ha messa nel Testamento. Esultiamo.

Daje!


Cretinetti

di Marco Travaglio

Tutto ci aspettavamo dalla vita, fuorché di sentir parlare di odio (altrui) da una che gira da sempre col dito medio alzato e che, quando osavi trovare vagamente inopportuni i cargo di mignotte in casa B., ti dava del frocio. Invece, nel Daniela Santanchè in Dimitri Kunz D’Asburgo Lorena Piast Bielitz Bielice Belluno Spalia Rasponi Spinelli Romano Show, è capitato anche questo. Insieme a una collezione di balle da Guinness, col contorno di interventi destronzi e renziani, ansiosi di ripulire le proprie vergogne con quelle della ministra. Madama Garnero ha pasticciato sulla sua veste di indagata, come se l’avesse scoperta dai giornali con grande stupore. Oh bella, e chi dovrebbe essere indagato nell’inchiesta per falsi in bilancio e bancarotta delle sue società: sua zia? Lei “giura” di non esserlo perché non ha ricevuto avvisi di garanzia, ma la seconda circostanza non esclude la prima; e perché il suo certificato dei carichi pendenti è vuoto, ma o è falso o è vecchio di almeno 5 mesi (l’iscrizione sua e di altri sul registro è di novembre ‘22, desegretata a febbraio ‘23). Motivo in più per dimettersi. In ogni caso, non doveva rispondere di eventuali reati (per appurarli occorrono grosso modo 10-15 anni), ma di condotte certe, eticamente indecenti e politicamente imbarazzanti. Non invenzioni “scandalistiche” del Fatto e di Report, ma fatti scandalosi documentati dalle carte delle società, dalle testimonianze dei dipendenti, dalla consulenza fallimentare e persino dalle sue parole di ieri. Fatti che partono dal 2016, quando era azionista n.1 e amministratrice del gruppo quotato Visibilia: altro che estranea. Tutta roba che, se fosse emersa su un 5S o un dem, avrebbe portato lei stessa a chiederne le dimissioni.
Il fatto poi che abbia “messo a disposizione il mio patrimonio” per tentare di tappare le voragini della sua brillante attività di “imprenditore” non è un beau geste caritatevole “per cui mi aspetterei un plauso”: è il tentativo disperato di evitare i fallimenti e almeno l’accusa di bancarotta. A meno che non le risulti un altro, oltre a lei, che diventa ministro e lo rimane essendo in debito con lo Stato che rappresenta (2,7 milioni che dichiara di non voler restituire), con fornitori strozzati, con dipendenti non pagati e con banche non rimborsate. La crisi dell’editoria la conosciamo bene, ma usarla per coprire il verminaio è roba da commedia all’italiana. Nel Vedovo, Alberto Sordi è anche lui un “imprenditore” che non azzecca un affare e inventa scuse puerili, tipo “tutta colpa degli inglesi che mi hanno chiuso il Canale di Suez. Ma come: prima me lo chiudete, poi me lo riaprite proprio mentre sto speculando sulla benzina?!”. Infatti la moglie, Franca Valeri, gli taglia i viveri e non lo chiama ministro. Ma “cretinetti”.

mercoledì 5 luglio 2023

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Selvaggia e Giuli

 

Insulti, sessismo e stalking: a quei due tutto è perdonato

I MITI CONVERSATORI DEL MAXXI - Quante lacrime di coccodrillo contro le loro sparate. Peccato che li invitino proprio per il loro curriculum

di Selvaggia Lucarelli 

Ce l’avevano detto che la vittoria di Giorgia Meloni sarebbe stata una vittoria per tutte le donne, che avrebbe messo un freno alla politica di esclusione delle donne dai centri del potere e che avrebbe creato un terreno fertile per la parità. Parità che non è un problema di linguaggio. Insomma, chi se ne frega se Meloni si fa chiamare “il presidente”, se poi – nei fatti – col suo arrivo le donne hanno spazio e ruoli che contano. Ce l’avevano detto. Purtroppo però qualcosa deve essere andato storto: da quando c’è lei, in effetti, i treni continuano ad arrivare in ritardo ma gli uomini occupano, puntualissimi, i posti che contano, da quelli della politica a quelli della cultura. E possono farlo in un’atmosfera cameratesca, dandosi di gomito, contando su un clima da “notte del giudizio”, quel film in cui per una notte all’anno ogni crimine è reso legale. Ecco, l’avvento del governo Meloni è un po’ la notte del giudizio della destra, quello spazio temporale in cui tutto finalmente diventa lecito, in cui si possono dire o fare porcherie variopinte e intanto sapere che la si passerà liscia. In questo clima, appunto, è stato possibile decidere che fosse il caso di invitare al Maxxi il sottosegretario alla Cultura, Vittorio Sgarbi, e il cantautore Morgan, per poi stupirsi del fatto che insieme abbiano potuto mettere in scena un siparietto squallido e sessista, con battute sul numero di donne conquistate, prostata, penetrazioni e amanti avute da Silvio Berlusconi. Ed è strano, perché nessuno avrebbe potuto prevederlo, sono entrambi celebri per la raffinatezza e quella proverbiale continenza nei discorsi sulle donne e sul femminile. Il povero presidente del Maxxi, Alessandro Giuli, è stato davvero tradito dagli abbaglianti precedenti dei due. “Il turpiloquio e il sessismo non possono avere diritto di cittadinanza nel discorso pubblico e in particolare nei luoghi della cultura. Tutto nasceva con presupposti diversi, doveva essere una libera e mite conversazione tra un artista e un sottosegretario… Chiedo scusa… Sono scuse che il Maxxi fa a se stesso e a tutte le persone che si sono legittimamente sentite offese da una serata che nei presupposti doveva andare su un altro binario”, ha dichiarato. Dunque, vediamoli questi presupposti, partendo dal presupposto – appunto – che secondo Treccani il significato del termine “presupposto” sia “stato di cose necessario preliminarmente per lo svolgersi di una data azione”. I presupposti perché con Morgan e Sgarbi potesse svolgersi una pacata conversazione sulle passioni di entrambi sgombra di qualsiasi turpiloquio o scivolone sessista erano i seguenti: Vittorio Sgarbi nel 2018 disse di Cecilia Strada “non troverà fascista che voglia fare sesso con lei, la figa è un’altra cosa, per questo faticherà a trovare anche comunisti a fare sesso con lei”. Nel 2021, in una gag col sindaco di Giulianova, dichiarò: “Avendo fidanzate ad Ascoli, Teramo e anche in altri paesi lì vicino, andavo a Giulianova, raccoglievo le forze e salivo… ho lasciato questa eredità al sindaco che è un formidabile interprete di questa visione che è il Pse, pronto soccorso erotico… quello che non manca a Teramo è la gnocca”. Sgarbi nel 2020 fu portato via di peso dall’aula dopo aver dato della “Stronza” e della “Troi…” alla deputata di Forza Italia Giusi Bartolozzi e alla vicepresidente della Camera Mara Carfagna, che poi definì “Sorcagna” (è iniziato il processo). A chi scrive è andata meglio, mi ha definita solo “Selvaggia Ficarelli”, non ha scomodato quadrupedi per qualificare la mia disinvoltura sessuale. A Domenica in, quest’anno, in presenza di due sue figlie, ha scoperto che una è nata nel 2000 e ha commentato: “Ah devi stare attenta allora, la mia assistente dice che quelle nate nel 2000 sono tutte troi…”. Insomma, capisco che il povero Alessandro Giuli sia stato colto di sorpresa, chi mai si sarebbe aspettato un linguaggio sessista da Sgarbi. E in fondo c’è pure qualcuno che l’ha fatto sottosegretario alla Cultura ovviamente ignorando quali perle di cultura ed educazione Sgarbi regali al Paese da qualche decennio, in fondo Giuli s’è accodato alla lunga fila di estimatori nel governo. Del resto, all’impertinente Sgarbi tutto è perdonato, lui possiede un infinito carnet di “bonus sessismo e parolacce” da sfruttare a piacimento in occasioni informali e istituzionali e a Giorgia Meloni sembra non dare fastidio.

Come dicevamo all’inizio, ce l’avevano detto che una donna al governo era un bel segnale. Un segnale d’allarme forse. E che dire del suo amico e consigliere Morgan, un altro personaggio che Giuli ha pensato bene di invitare al Maxxi “visti i presupposti” che mai e poi mai avrebbero potuto far temere derive sessiste? Morgan, del resto, non ha mai dato segnali di scarso rispetto per le donne, di misoginia, di sessismo manifesto e interiorizzato. Quando ebbe un figlio con Jessica Mazzoli riuscì a dire alla stampa “lei mi ha incastrato”, ha giustificato l’utilizzo di droghe affermando “Asia Argento, è lei l’iniziatrice, mi ha fatto provare tutto”, ora è tornato a fare il giudice a X-Factor (dopo aver insultato il programma) e le prime indiscrezioni parlano di discussioni tra lui e Ambra perché il cantante, oltre alle canzoni, giudicherebbe i culi delle concorrenti. Ma questo è nulla. Nessuno sembra farci caso, perché Morgan è una di quelle persone a cui, come Sgarbi, tutto è perdonato. Sono dei simpatici ragazzacci che alle volte la sparano grossa o fanno una marachella, ma che ci vuoi fare, sono fatti così. Questa volta però sarà un giudice a stabilire se quelle di Morgan nei confronti delle donne siano solo marachelle o reati molto gravi. Presso la Procura di Lecco, nei confronti del cantautore, c’è infatti una richiesta di rinvio a giudizio per stalking e diffamazione, con udienza preliminare il 10 ottobre. La sua ex Angelica lo aveva denunciato dopo una serie di episodi gravissimi, alcuni dei quali hanno avuto un seguito anche dopo la denuncia. E non sono episodi trascurabili, visto che avrebbe perfino minacciato la ex di diffondere dei suoi video intimi se lei non fosse tornata con lui. Il tutto ha provocato molta sofferenza nella ragazza che, secondo la ricostruzione di suoi conoscenti, ha vissuto anni di paura e grave sofferenza psicologica. Insomma, Alessandro Giuli ha invitato al Maxxi un uomo che è stato portato via di peso dalla Camera mentre urlava epiteti sessisti a Mara Carfagna e un cantante con una denuncia per stalking, però “i presupposti per una mite e libera conversazione c’erano tutti”. Certo, mancava solo un collegamento con Donald Trump via Skype, peccato non averci pensato prima.