venerdì 30 giugno 2023

Intanto...


...il quasi ottantenne....



 

Premier nervosa

 

Non ride più
di Marco Travaglio
Giorgia Meloni è una romanaccia simpatica. Battuta pronta, risata contagiosa e un po’ di sana autoironia. Anche sulla statura non proprio slanciata, eterno cruccio dell’altro nano ancor più della calvizie (“Sono alto un metro e 71, cribbio!”). Ma, nelle ultime uscite pubbliche, di quella Giorgia non rimane neppure l’ombra. La sostituisce una donna truce, torva, astiosa, biliosa, minacciosa, in una permanente crisi di nervi. Non ride né sorride: ghigna e digrigna. Non parla: ruggisce. Non c’è più l’underdog che, dopo un’infanzia difficile e una carriera costruita con le sue mani, ce l’ha fatta. Ora c’è una capetta che fa la spavalda per nascondere l’insicurezza e attacca per difendersi da nemici immaginari. Come se fosse ancora lì col 4% a fare opposizione sola contro tutto e tutti. Invece è a Palazzo Chigi con un potere smisurato, il 99% dei media che canta le sue lodi e le opposizioni che balbettano (quando non la fiancheggiano). E il travestimento da San Sebastiano non suscita solidarietà, ma ilarità. Dalle praterie dell’opposizione solitaria alle strettoie del governo, dai voli della campagna elettorale all’atterraggio sulla realtà, c’è un bel salto. Che però non basta a spiegare una metamorfosi che può costarle cara. Ci dev’essere dell’altro.
Forse si rende conto di quanto sia scadente il personale politico di cui si circonda (e giustamente diffida). Forse in cuor suo soffre a fare o a subire tutto ciò che rinfacciava agli “altri” (migranti, accise, austerità, condoni, politiche anti-sociali e anti-legalitarie, riverenze a Usa e Ue, Mes, draghismo, Figliuolo, Panetta, scandali di ministri gaffeur o impresentabili). La “pacchia” che doveva finire per l’Ue è finita per lei. E questo suo primo luglio al governo lo ricorderà e lo ricorderemo tutti. Ci rammenta quello di un altro neo-premier che Montanelli immortalò sulla Voce nel luglio ’94, nei giorni del “Salvaladri”: “Uno strazio aggiuntivo di questi torridi giorni sono per me le apparizioni sul video del Cavaliere che, avendone a disposizione sei tra pubblici e privati, non perde occasione di abusarne… A opprimermi è il sorriso con cui Sua Presidenza accompagna le parole: tirato, stirato, studiato col consueto puntiglio cosmetico, ma ormai completamente estraneo a un volto non più bene ambrato come una volta, ma lucido di sudore. Non erano questi i sorrisi di Berlusconi quando non era ancora ‘il Cavaliere’. Anzi, quelli non erano nemmeno sorrisi, ma risate: belle, aperte, squillanti, a gola spiegata… Ecco perché mi fa tanto male vederlo sul video con quel sorriso fasullo. Quasi un ghigno, che non ricorda neanche da lontano la bella risata fresca e squillante del Silvio di Arcore, non ancora Cavaliere”. Era il ritratto di Silvio. Pare quello di Giorgia.

L'Amaca

 

Vecchi e inamovibili
DI MICHELE SERRA
L’ipotesi che Joe Biden davvero si ricandidi — come ha già annunciato — per le presidenziali del ’24, per giunta avendo per probabile sfidante Donald Trump, è per metà surreale e per metà angosciante. Biden avrà 82 anni, Trump 78, si tratterebbe della sfida tra due vecchi. Non ho niente contro i vecchi, sono anche io sulla soglia di quell’età che è piena di risorse, di esperienza, di pacificazione con se stessi e con gli altri, di pensiero libero — finalmente libero dall’ansia di dover dimostrare qualcosa. Ma santo cielo, con quale energia, quale rapporto con il futuro, quale conoscenza delle nuove “forme di vita” (tali sono i ventenni per chi ne ha ottanta), quale affidabilità fisica e mentale quei due signori pensano per davvero di potersi e anzi doversi ricandidare?
Ho sempre pensato che riflettere su quale sia il momento giusto di levarsi dai piedi e dedicarsi alla pesca o al biliardo o all’acquerello, avendo nel frattempo provveduto alla propria successione — in tutti i sensi — sia un dovere tra i più importanti per chiunque, e specialmente per chi ha un ruolo di potere.
Nelle monarchie semplificava le cose l’idea, stramba ma efficace, che il potere fosse trasmissibile per via dinastica, come i bilocali e i Bot. Ma in democrazia?
Possibile che il non freschissimo Biden e l’apoplettico Trump (con quei capelli!) non abbiano pensato che nessuno è indispensabile, che gli anni passano, che l’artrosi impedisce di camminare bene di fronte ai picchetti d’onore, e infine che il futuro non appartiene a loro, ma ai giovani, che nel decrepito Occidente ormai sono quelli al di sotto dei cinquant’anni?

Demaniale

 


Proprietà e popolo Cosa dice la Carta e cosa fanno i governi

IL DISASTRO DELLE PRIVATIZZAZIONI - Il patrimonio dello Stato. L’articolo 42 della Costituzione assegna il Demanio alla “totalità” dei cittadini, perciò non dovrebbe esser dato in “gestione” ai privati

di Paolo Maddalena 

La situazione economica italiana è in continuo peggioramento. Solo per fare qualche esempio, può ricordarsi che, secondo le statistiche ufficiali del 2022, i “poveri assoluti” sono circa cinque milioni e seicentomila persone, mentre sempre più carenti sono i servizi pubblici essenziali, specie quelli della sanità e della pubblica istruzione. Di questo si parla poco nei media, i cui programmi riguardano, di solito, ben altre cose, e soprattutto se ne parla poco tra la gente.

La causa di questo oscuramento delle coscienze è da ricercare, a mio sommesso avviso, nel predominio del pensiero economico unico dominante del neoliberismo, diffusosi in tutto il mondo occidentale attraverso una continua e battente propaganda, che ha indotto le menti di ciascuno a considerare l’economia del libero mercato come un dato di fatto irrefutabile e irrinunciabile, al quale non resta che assoggettarsi passivamente. È invero un pensiero balordo, poiché, come è da sempre noto, in economia il pesce grosso mangia il pesce piccolo, e avventurarsi in un mercato senza nessuna protezione di salvataggio, è pura follia. Lo si è sempre saputo e non si può fare a meno di ricordare che Gaio, giurista romano del secondo secolo dopo Cristo, pone come presupposto dell’esistenza di una sana economia la necessità della divisio tra le res extra commercium in proprietà pubblica del Popolo romano (e pertanto, inalienabili e inusucapibili, in quanto destinate all’uso gratuito di tutti), e le res in commercio, che potevano essere liberamente gestite da ciascuno. Questo perché Roma, sostanzialmente come la nostra Repubblica, era una “comunità” a fini generali, nella quale la ricchezza prodotta dal “territorio” doveva essere messa a disposizione del Popolo in modo da assicurare il miglior livello possibile di vita.

Contro questo dato innegabile, e facendo leva sull’oscuro concetto di “globalizzazione” (che i recenti eventi bellici sembrano porre in discussione), Milton Friedman della Scuola di Chicago, nel 1960, pubblicò un libro dal titolo Storia della moneta americana dal 1867 al 1960, che fece il giro del mondo, arrecando dappertutto danni immensi, con il quale affermò che: “L’essenza dell’ordine del mercato non sta nello scambio, ma nella concorrenza”; il suo obiettivo non è soddisfare i “bisogni individuali”, ma “il massimo profitto” del singolo; la ricetta per raggiungere detti fini è la seguente: a) deregulation; b) privatizzazione; c) riduzione delle spese sociali. Come agevolmente si può capire, una rovina per il popolo intero.

A questa teoria si ispirò Mario Draghi, il quale, dopo che già nel 1990 erano state privatizzate tutte le nostre banche pubbliche, il 2 giugno 1992, sul panfilo Britannia, con a bordo cento delegati della City londinese, chiese un forte aiuto politico per privatizzare l’intero complesso industriale e commerciale italiano, facendo in modo che i governi che si susseguirono da quella data privatizzassero i nostri Enti pubblici economici e le relative Aziende pubbliche. “Oggi, oltre 30 anni dopo, abbiamo il record di debito pubblico: 2.755 miliardi; l’Ocse certifica che l’Italia ha dal 2001 la più bassa produttività assoluta tra i Paesi industrializzati (secondo Eurostat in 20 anni di euro la produttività italiana è calata del 5%) con i redditi reali diminuiti del 3,8% a fronte di un aumento del 50% della Germania, e i salari più bassi dell’Ocse. Infine, secondo Bloomberg, tra il 1985 e il 2001, il Pil italiano è cresciuto del 44%, pari a 482 miliardi di euro. Nei successivi 20 anni – fatte le privatizzazioni – la crescita è stata del 2%, per 31 miliardi”. E si potrebbe continuare.

Un rimedio tuttavia esiste e riguarda sia i giuristi, sia i politici. Per quanto riguarda i giuristi, dico subito che, in generale, essi, nel passaggio dallo Statuto albertino alla Costituzione repubblicana, non si sono accorti che la “forma di Stato” era cambiata, per cui si era passati da uno Stato “soggetto singolo”, la Persona giuridica Stato, a uno Stato “soggetto plurimo”, lo Stato Comunità e cioè il Popolo. Per cui sono mutate anche le forme di appartenenza, che nel primo caso, trattandosi di un soggetto individuale”, era la “proprietà privata” (anche se talvolta era chiamata “pubblica” per la natura pubblica del proprietario), mentre nel secondo caso, trattandosi di un “soggetto plurimo”, la forma di appartenenza è diventata quella della “proprietà pubblica”, come molto chiaramente si legge nell’art. 42 Cost., comma 1, primo alinea, secondo il quale “la proprietà è pubblica o privata”, intendendo la prima originaria e illimitata, e soggetta a limiti intrinseci ed estrinseci la seconda.

Si è trattato di un errore grave. Infatti, nel cogliere la reazione popolare contro le privatizzazioni (si ricordi il referendum contro la privatizzazione dell’acqua del 2011), la Commissione Rodotà, che tanto ha parlato dei “beni comuni”, ha finito per concepire questi come oggetto anche di “proprietà privata”, addirittura proponendo, nel disegno di legge delega appositamente preparato, l’abrogazione del “Demanio”, proprio di quell’istituto che l’Imperatore Federico II aveva creato con il Liber Constitutionum, emanato a Melfi nel 1231, per contrastare l’appropriazione privata e riportare nel suo dominium eminens quei beni di rilevante interesse pubblico, come le strade (diventate a pagamento), i fiumi, i porti, le rade, le spiagge, i palazzi di gran valore, ecc., che erano caduti, nel corso dei secoli, nel dominium utile dei singoli, e sottratti all’uso pubblico, che l’Imperatore riuscì a ristabilire.

Un altro disegno di legge, comunque, è intervenuto in proposito, quello presentato in Senato il 12 maggio 2022, n. 2610, dalla senatrice Paola Nugnes e altri, che fa luce sui “beni comuni”, giustamente considerandoli in “proprietà pubblica demaniale”, alla pari degli altri “beni pubblici” (del resto, anche l’aggettivo “comune” induce a ragionare in questo senso) . Ed è da sottolineare che la “proprietà pubblica”, appartenendo, per disposizione costituzionale (art. 42 Cost.), al popolo nella sua “totalità”, non può essere concessa in “gestione” a singoli, poiché ciò comporterebbe una “scissione” tra “titolarità astratta” del diritto e “contenuto concreto” del diritto stesso, come avviene per la proprietà privata, quando il proprietario riserva a sé la “nuda proprietà” e conferisce ad altri “l’usufrutto”. Dunque, la “gestione” di “beni pubblici” non può che essere affidata a “soggetti pubblici”, idonei a perseguire realmente interessi pubblici. E altrettanto vale per i “servizi pubblici essenziali” e le “attività” relative a “fonti di energia” o a “situazioni di monopolio, che l’art. 43 Cost. considera “proprietà pubblica” o di “comunità di lavoratori o di utenti”.

Insomma, come si nota, i confini del “demanio civilistico” appaiono nettamente superati ed è arrivato il momento di parlare di un nuovo e aggiornato “demanio costituzionale”.

giovedì 29 giugno 2023

Nano

 


Vive nel suo mondo dorato, si vanta di essere un imprenditore, di stipendiare centinaia di persone. Gli piace da morire questo mondo malevolo con un'inaudita forbice sociale che arricchente sempre di più pochi a scapito della maggioranza degli umani. Questa società che arranca per arrivare a fine mese ma che convive con riccastri che si possono permettere di stappare bottiglie da migliaia di euro nei suoi locali. 

Università che orrore! Lo studio infatti molte volte apre la mente. E come si potrebbe vivere come lui vorrebbe se molti si svegliassero? 

Chi apparecchierebbe al Billionaire? La sua amichetta del cuore Garnero in Santa(de)chè?  

Eccezione

 


Per bastardi come Bellini, responsabile della strage alla stazione di Bologna, fascista della malora, ammetto che farei un'eccezione sulla democratica convinzione che la pena di morte debba essere abolita ovunque. Un'eccezione non guasterebbe il concetto. 

La Strada



Il Cardinale Zuppi in Russia sulla strada che scorre lontana dai clamori dei potenti, dalle convinzioni dell’aggredito che crede di vincere una guerra impari, dalle violenze di chi continua a fornire armi, dalla schizofrenia di un assassino che possiede migliaia di testate nucleari. La strada di Zuppi fu già derisa due millenni fa dai filosofi, appare fuffa per gli intellettualoni, per i pensatori dell’aria fritta che anelano al gettone di presenza, per gli anchormen convinti che valga solo armare l’aggredito per ottenere la pace.  
La strada di Zuppi si corrobora col silenzio e l’ascolto. L’icona lo testimonia.