martedì 27 giugno 2023

Normale essere geni!

 

Il progetto di Università di Pisa e Normale
La batteria quantistica che si ricarica all’istante Così una start up ha reinventato la pila

DI RICCARDO LUNA

Questa è una storia che ci porta in un futuro che non abbiamo ancora neanche immaginato: “Nella terra dei qubit”. Un luogo in cui le batterie si caricano quasi istantaneamente. Ed anzi, più sono grandi e prima si caricano. Sono batterie quantistiche che prenderanno il posto di quelle chimiche, consegnando l’invenzione della mitica pila di Alessandro Volta ad un glorioso passato remoto. Questa è anche la storia di una goliardica rivalità che ha improvvisamente cessato di esistere: quella fra i ricercatori di due università pisane, la statale e la Normale, che hanno scelto di unire le forze — in questo caso i cervelli — per provare a cambiare il mondo. Ed è una storia che non sarebbe stata possibile se l’Italia sul fronte dell’innovazione non avesse finalmente battuto un colpo creando gli strumenti — e quindi l’ecosistema — che hanno reso possibile la nascita di una startup che dieci anni fa sarebbe rimasta in un cassetto e invece oggi è una azienda con due milioni e settecentomila euro di investimento appena incassati per realizzare il prototipo che può cambiare tutto.

Questa è la storia di Planckian, un nome che è un chiaro omaggio a Max Planck, uno dei padri della meccanica quantistica; ma “planckiani” sono detti anche alcuni metalli con proprietà che ancora non riusciamo a spiegare. Ecco, diciamolo subito: non vi sentite in colpa se di questa storia non capirete proprio tutto. Del resto un fisico da Nobel come Richard Feynman una volta disse: «Penso si possa tranquillamente affermare che nessuno capisce davvero la meccanica quantistica». Siamo perdonati.
Ma la forza di questa storia invece la capiscono tutti. L’inizio è il marzo 2018, quando sulla più autorevole rivista scientifica di settore, Physical Review Letters , vengono pubblicati i risultati di una ricerca sulle batterie quantistiche. Tra gli autori c’è Marco Polini, rientrato all’università di Pisa, dove aveva studiato, dopo impegni negli Stati Uniti e in Inghilterra. Un cervello di ritorno, lo chiameremmo oggi. L’idea fondamentale, l’intuizione da cui tutto è partito, è questa: «L’invenzione della pila da parte di AlessandroVolta, che ha posto le fondamenta dell’era elettrica, gestisce l’energia sulla base di principi elettrochimici che hanno dei limiti. Il primo è l’esaurimento, in forza del processo di decadimento degli elementi chimici che la compongono. Allo stesso modo, il processo di carica è, in termini assoluti, “lento”, perché vincolato al tempo necessario per lo svolgimento delle reazioni elettrochimiche». Con la fisica quantistica, tutto potrebbe cambiare.

Polini inizia a lavorarci con Vittorio Giovannetti, un collega della Scuola Normale Superiore, anch’egli rientrato in patria dopo un periodo al Mit di Boston. A ottobre del 2018 arriva il secondo paper scientifico sul trasferimento di energia nelle batterie quantistiche. Per noi profani lo spiegano così: «La batteria quantistica è un dispositivo costituito da qubit. I qubit sono particelle fisiche nelle quali è possibile separare due stati caratterizzati da differenti livelli di energia. Se i qubit sono “arrangiati” in una specifica architettura, è possibile controllarne il comportamento. Questo processo dinamico rende possibile caricare la batteria in un tempo che si riduce via via che aumenta il numero dei qubit». Lasciate per un attimo da parte lo sforzo di immaginare cosa sono i qubit: qui stiamo parlando di creare batterie che si caricano in un tempo infinitamente inferiore. Una rivoluzione, se avrà successo.

La fortuna di Polini e Giovannetti è che in quei mesi ha iniziato a operare Enea Tech, una fondazione che ha la missione di scovare nei laboratori tecnologie dirompenti in grado di dar vita ad aziende “disruptive”. Siamo nel mondo del deep tech , tecnologie complesse che nascono in ambito universitario; e del tech transfer , il processo che le porta a diventare imprese. Enea Tech è guidata dal suo ideatore, Salvo Mizzi, uno dei padri dell’ecosistema delle startup nostrane. Un giorno nel radar di Mizzi finisce uno dei massimi esperti di meccanica quantistica, Simone Severini, capo del progetto del computer quantistico di Amazon a Seattle. «Mi ha detto: la cosa più fulminante che ho visto sta a Pisa». Mizzi si entusiasma e coinvolge due donne di peso: prima Anna Amati, che guida Eureka!, un fondo di venture capital specializzato in deep tech; e poi Claudia Pingue, che da poco è approdata a Cdp Ventures per creare la rete del tech transfer nostrano. Nel frattempo un governo decide inopinatamente di sbarazzarsi di Mizzi e ridurre Enea Tech a ben poca cosa, ma ormai la macchina è partita. Per la nascita di Planckian, nel 2021, manca solo un ingrediente: un amministratore delegato, da Enea Tech arriva Michele Dallari, anch’egli tornato in Italia dopo un’esperienza con le Nazioni Unite in Africa. E arriviamo al round di oggi, sottoscritto anche da Exor Ventures oltre che da un gruppetto di business angels che per primi hanno messo pochi, fondamentali soldi per far arrivare la startup fin qui.
Ora parte la costruzione del prototipo. Ci vorranno due anni per la prima batteria quantistica. Se funziona cambierà il mondo.

Rumiz e il Pronto

 

Sdraiato su un letto al pronto soccorso ho visto il lato bello della sanità pubblica
Da una barella è più facile apprezzare i pregi di un sistema solidale e democratico sempre più minacciato
DI PAOLO RUMIZ

Per mettere a fuoco un oggetto, a volte è sufficiente cambiare inquadratura. Per capire fino in fondo la trappola del liberismo spinto, basta assumere la posizione supina; lasciare per qualche giorno la tribù dei Verticali ed entrare in barella in un pronto soccorso. In un ingorgo di lettighe in attesa, aspettando il mio turno nell’ospedale di Trieste, ho assistito torcendo il collo allo spettacolo di un esercito di medici, infermieri e personale sanitario sfinito dai turni e travolto da una perenne emergenza, che, nonostante tutto, non mi faceva sentire un numero, si preoccupava di me, mi chiamava per nome senza conoscermi. Una confraternita dell’accoglienza davanti alla quale non ero un cliente ma venivo investito del rango di cittadino avente diritto.

Da orizzontale, avvertivo la miracolosa tensione positiva che quel caos infernale riusciva non so come a esprimere. In un momento in cui l’Europa lasciava morire in mare migliaia di innocenti e tirava attorno a sé linee di filo spinato, sentivo di essere approdato a un porto protetto che non andava mai in vacanza, funzionava 24 ore su 24, 365 giorni all’anno e non poteva respingere nessuno. Il monumento a un sistema solidale, universalistico, che non fa distinzione di reddito, razza e provenienza. La negazione della cultura dello scarto.
È solo quando ti scopri inerme che capisci. Nel primo camice bianco, verde o azzurro che ti si avvicina, vedi lo Stato nella sua massima espressione, la società di diritto che ci è costata tante battaglie. E quella sera, in pronto soccorso, mentre la presidente del consiglio parlava delle tasse come «pizzo di stato», sentivo crescere in me l’orgoglio patriottico di tenere in piedi, pagando quelle tasse, sistemi che garantivano la civiltà del mio Paese — scuola, strade, sicurezza, ospedali — e la voglia di lottare per difenderli. Ero spiaggiato su una battigia dove la tempesta spingeva centinaia di vite, ma a differenza di un migrante mi sentivo accolto da un presidio di umanità, libertà, equità, solidarietà. Una trincea di resistenza alla liquidazione del welfare, oltre che alla mercificazione della vita.

Era appena arrivata la notizia che la Regione Friuli-Venezia Giulia, dopo aver annunciato un forte incremento di spesa in favore della sanità privata, bloccava le assunzioni del personale socio- sanitario pubblico e il turn-over per decine di amministrativi del settore a Trieste e Gorizia. Mi chiedevo: chi avrebbe fatto il loro lavoro? I medici? Gli infermieri? Come coniugare, in quelle condizioni, l’assistenza, la tecnologia e l’umanizzazione delle cure? Come meravigliarsi che i tempi di attesa per gli esami di malattie anche gravi si stiano allungando a dismisura, favorendo il privato e abbandonando al loro destino i malati non abbienti?
Dalla mia postazione distesa pensavo: come possiamo essere complici di un simile smantellamento? In poche ore ero stato preso in cura da un affascinante sistema complesso: un laboratorio di analisi che aveva lavorato con controlli di qualità, la Radiologia, l’ortopedico, l’anestesista, il chirurgo, gli infermieri di reparto, quelli di sala operatoria e quelli della recovery room, poi di nuovo il reparto, i fisioterapisti, gli operatori socio-sanitari, gli addetti alla pulizia. Decine di professionisti, spesso mal pagati, talvolta demotivati, che il settore privato convenzionato è pronto a portarsi via in qualsiasi momento offrendo talvolta stipendi migliori.
Ero appena tornato dalla Germania con una pessima sensazione. Ore di ritardi dei treni, coincidenze saltate, aeroporti in tilt: avevo vissuto il crollo di un mito, quello di un sistema trasportistico modello nel cuore del Continente. Amici francesi nel frattempo si lamentavano con me per lettera del collasso di un sistema sanitario pubblico disumanizzato («En France il vaut mieux ne pas tomber malade»), mentre mail sconsolate da Madrid descrivevano scuole a pezzi, con insegnanti aggrediti da genitori o allievi fuori di testa. Il sistema Thatcher, che aveva portato l’Inghilterra alla rovina, trionfava e faceva danni ovunque.

Spinto da un barelliere, viaggiavo per corridoi e stanze illuminate al neon, seguendo una lineaa zigzag di soffitti, non di pavimenti, mentre camici di diverso colore si affacciavano nel mio campo visivo dall’alto, come dall’orlo di un pozzo. Eppure, quanto più lucidamente vedevo il mondo da quella posizione svantaggiata. Sentivo che l’Europa tutta, distratta dagli eventi in Russia e Ucraina, era sotto attacco nelle sue conquiste più sacre, mentre la gente non votava più o, peggio, votava proprio gli smantellatori del welfare. Nelle insonnie d’ospedale, sentivo nel buio il sordo rosicare di un tarlo che corrodeva le fondamenta di quel mondo. Tutto appariva chiaro: bastava star lontani per un attimo da un bombardamento mediatico ormai governato dai like e non del peso reale dei fatti, dove tutto — persino la canonizzazione di Berlusconi o il crepuscolo di Putin — assumeva contorni di tragicommedia e dove la mobilitazione per salvare cinque turisti ricchi in cerca del Titanic surclassava scandalosamente quella per i 700 naufragati nell’Egeo.

Emergenza immigrazione, non si parla d’altro. Ma senza stranieri la macchina sanitaria si ferma. Anche questo appare più evidente al malato che al sano. In Ortopedia incontri sanitari serbi, caraibici, argentini, africani del Camerun, orchestrati in un ensemble capace di coniugare efficienza, puntualità e buon umore, fondamentale per il morale del malato. E poi gente di tutt’Italia, con storie personali e familiari diversissime, con la fatica di percorsi di inserimento da seguire e ventagli di competenze da acquisire. «Per non parlare — mi dicono — delle giovani professioniste che sono anche mamme, con affitto, mutui e figli che crescono, che sarebbe bello studiassero a lungo, perché la cultura rende liberi».
Problemi? Certo che ci sono, riconosce un medico. «Affrontarli in emergenza non aiuta. Alcune rigidità organizzative sono un problema. Un processo di informatizzazione inadeguato che non rende immediato individuare le inefficienze e i rischi e che costringe operatori esausti e frustrati a compilare a penna chili di carte, i cui contenuti non sono poi sempre fruibili. Programmi di miglioramento basati su indicatori parziali e asimmetrici che, partendo dagli effetti finali e non dalle cause, allungano i tempi d’attesa in pronto soccorso o per interventi urgenti».
Il privato accreditato è il diavolo? «No. È complementare, ed è direi indispensabile dentro canoni di monitoraggio costante. Ma non può però essere un’insidia per la sopravvivenza del pubblico, perché è nel pubblico che l’equità e la solidarietà si esprimono sempre. È nel pubblico che l’urgenza e l’emergenza dovranno continuare ad avere risposte qualificate, tempestive, tecnologicamente avanzate in organizzazioni efficienti armoniche serene e umanamente attente».

Quanto si impara in un luogo come la corsia, che si sottrae alla privatizzazione del tempo, resiste alla tirannia degli algoritmi, e ti spalanca il varco più diretto di accesso all’Uomo in un laboratorio di relazione unico, al punto che talvolta i degenti sembrano più vitali dei sani. Uno spazio chiuso dove nasce un cameratismo nuovo, dove chi sta meno male sente la responsabilità di chi sta peggio, non per altruismo ma per un senso di sopravvivenza che non può essere che solidale. La notte specialmente. Un temporale imminente che propaga di stanza in stanza un’onda di lamento e di inquietudine. Un vicino di letto che bisbiglia versi di Virgilio in latino per vincere il dolore. Un mucchietto di ossa fasciate di bianco da cui esce un braccio che cerca di afferrare in alto qualcosa che non c’è. Il letto accanto al tuo che viene portato via in silenzio perché lì c’è qualcuno che ha le ore contate.
A volte la solidarietà nella confraternita dei Distesi fa sì che a volte ci sia più sorriso in corsia che fuori. A volte accade che i Verticali che approdano al capezzale dei degenti appaiano dei visitors balbettanti, capaci a malapena di magre parole di circostanza, con un occhio incollato allo smartphone e soprattutto impossibilitati a immaginare se stessi malati, distesi a loro volta su un lettino e quindi capacissimi (come è accaduto in Lombardia e Friuli) di rivotare i demolitori della sanità pubblica pronti ad alzarsi gli stipendi e a finanziare iniziative megalomani tagliando la spesa corrente.

lunedì 26 giugno 2023

Possibile?

 


E quindi ci vorreste far credere che il mondo è restato col fiato sospeso perché un bandito irrorato di potere da un assassino ha deciso di puntare la prua dei suoi scagnozzi verso Mosca? 

Che questo brigante avrebbe potuto dar scacco matto all'umanità? 

Perché una cosa è chiara: ci sono seimila, forse 9mila, testate nucleari in Russia. E se cadesse l'assassino potrebbero finire in mano a nani barbari che non avrebbero nessuna remora a farne esplodere qualcuna. 

Perché questo mondo così prossimo alla distruzione, tanto impegnato nello spionaggio, è vulnerabilissimo come mai nessun'altra epoca lo fu. 

Sarà stato il pazzo ad innescare l'ex cuoco per saggiare la fedeltà dei suoi generali, oppure il bandito credeva che i militari lo avrebbero appoggiato. Non ha importanza. 

Quello che lede la nostra intelligenza è vedere uno stato enorme che si credeva impenetrabile, titanico, finire in mano a dei ballerini della ragione, a una squadraccia di mercenari tronfi di sostanze illecite che per qualche ora hanno raggelato gli uomini di buona volontà sparsi, ancora si suppone, in ogni angolo di questo martoriato paese. 

E' l'ora di finirla con questi idioti!

E' ora che la guerra cessi in ogni angolo, e che quel comico ingalluzzito da un'Europa prona ai voleri di un rimbambito americano, la smetta di rompere i coglioni ai quattro venti perché prima o poi l'assassino sparerà un confetto di quelli che lasceranno segni indelebili per migliaia di anni. 

E allora vaffanculo a tutti coloro che credono ancora che con la violenza si possa scardinare le mire espansionistiche di un terrorista assassino russo! 

Basta! Che si siedano ad un tavolo e trovino una soluzione. 

L'aggredito ha i suoi diritti. L'aggressore ha i suoi errori da scontare. 

Vogliamo vivere in serenità sulla Terra, godere del poco tempo che abbiamo a disposizione e vedere i cultori della guerra precipitare in un pozzo nero. 

Ci avete rotto i coglioni con i vostri giochi da psicolabili! 

Tomaso e il dipartito

Lutto per B. nelle università, l’apoteosi della sudditanza

Chi dice che le bandiere dell’ateneo per stranieri di Siena andavano abbassate perché “non si fa politica”, non capisce che le cose stanno all’inverso

du Tomaso Montanari

L’interrogazione presentata da un cospicuo numero di parlamentari della Lega alla ministra dell’Università e della ricerca per chiedere “che si accertino le responsabilità” di chi scrive (nella scelta di non abbassare le bandiere di una università in ossequio al lutto nazionale imposto dal governo Meloni per la morte di Silvio Berlusconi) intende “assicurare che l’università resti un luogo di apprendimento e convivialità apartitico e apolitico”. Sorvoliamo sull’evocazione tragicomica della convivialità (forse pensano al declino delle mense universitarie?), e concentriamoci sul rapporto università-politica.
Da un punto di vista formale, la questione sta esattamente al contrario di come è stata raccontata da un sistema mediatico nutrito di ignoranza e fondato sulla servitù volontaria. Nessuna legge prescrive il collocamento delle bandiere a lutto sugli edifici pubblici in occasione del lutto nazionale: lo fa una circolare della Presidenza del Consiglio del 18 dicembre 1992, richiamata da quella della Presidenza Meloni del 13 giugno 2023. Ma la legge 168 del maggio 1989, attuando l’autonomia universitaria sancita dalla Costituzione, stabilisce che per le università “è esclusa l’applicabilità di disposizioni emanate con circolare”. Sta dunque ai rettori e agli organi di governo delle università stabilire, di volta in volta, se partecipare o meno al lutto nazionale attraverso il simbolo delle bandiere a mezz’asta: mi chiedo quali siano le ragioni che hanno convinto tutti gli altri rettori e rettrici ad abbassare le bandiere, aderendo al lutto più smaccatamente politico della storia della Repubblica, dedicato proprio a colui cui si deve (come ha ricordato Francesco Pallante qui sul Fatto) il massacro del sistema universitario italiano.
Ma si sbaglierebbe a pensare che coloro che guidano le università italiane abbiano inteso proporre a chi studia il modello di uomo pubblico incarnato da Berlusconi (anche se proprio questo, purtroppo, dicevano quelle bandiere calate): il problema è assai più profondo, e più grave. Ed è la totale sudditanza dell’università al potere politico, nazionale e locale.
Le passerelle universitarie dei potenti del momento (ricoperti di lauree ad honorem e invitati a tenere improbabili lectiones magistrales) ne sono solo la manifestazione più grottesca, ma la sostanza è che, dopo aver ridotto alla fame il sistema universitario con un continuo definanziamento, il potere politico ha iniziato a eroderne l’autonomia con crescente successo. A partire dalla ricerca: l’università ha accettato che essa sia valutata da una agenzia (l’Anvur) i cui vertici sono nominati dal potere esecutivo, e che opera secondo criteri la cui logica ultima non è scientifica ma appunto politica. Basti citare l’obbligo di classificare i cosiddetti ‘prodotti della ricerca’ in fasce che non avrebbero dovuto ospitare più del 25% dei testi e non meno del 5%: come ha scritto Maria Chiara Pievatolo, “se adottassimo una simile regola per gli esami di profitto, ci troveremmo a dire: ‘Lei meriterebbe 30, ma dovremo darle un voto più basso perché abbiamo già attribuito un voto di fascia superiore al 25% dei candidati all’appello’”. La stessa studiosa commenta la situazione della valutazione prendendo atto che “Caesar est supra grammaticos”, cioè che il potere politico è riuscito a fare quel che voleva fare un imperatore tardo-medioevale: comandare anche sulle regole grammaticali. In questo caso, sulla grammatica elementare della scienza: che infatti si vede costretta, a causa di queste politiche, a favorire le ricerche più conformiste e meno innovative.
Anche peggio vanno le cose per l’altra missione fondamentale dell’università, la didattica: e qua si deve citare il silenzio delle istituzioni universitarie sul progetto di autonomia differenziata che mira a dare alla Regione Lombardia nientemeno che il “coordinamento delle università lombarde”, e in generale al potere politico delle tre regioni-locomotiva (Lombardia, Veneto ed Emilia) un ruolo determinante nella creazione di corsi professionalizzanti al servizio del territorio regionale.
Come anche con il Pnrr, e con altri infiniti provvedimenti, si stabilisce che di fatto i “portatori di interesse” del sistema universitario non sono i cittadini, ma i vari interessi economici legati alla politica. E che, di conseguenza, l’università non deve essere lasciata libera di elaborare idee e progetti per costruire una società diversa, ma deve essere messa al servizio della società come è oggi: così, di fatto, annullandone la funzione ultima.
Chi, dentro e fuori dell’università, dice che le bandiere del mio ateneo andavano abbassate perché nell’università non si fa politica, dovrebbe riflettere su tutto questo e su moltissimo altro: prendendo atto che le cose stanno esattamente all’inverso. E cioè che le bandiere di tutte le altre università sono automaticamente scese proprio perché da troppo tempo ci siamo abituati a non esercitare il pensiero critico, in una triste sudditanza al potere politico.
Lutto per B. nelle università, l’apoteosi della sudditanza

Chi dice che le bandiere dell’ateneo per stranieri di Siena andavano abbassate perché “non si fa politica”, non capisce che le cose stanno all’inverso

du Tomaso Montanari

L’interrogazione presentata da un cospicuo numero di parlamentari della Lega alla ministra dell’Università e della ricerca per chiedere “che si accertino le responsabilità” di chi scrive (nella scelta di non abbassare le bandiere di una università in ossequio al lutto nazionale imposto dal governo Meloni per la morte di Silvio Berlusconi) intende “assicurare che l’università resti un luogo di apprendimento e convivialità apartitico e apolitico”. Sorvoliamo sull’evocazione tragicomica della convivialità (forse pensano al declino delle mense universitarie?), e concentriamoci sul rapporto università-politica.
Da un punto di vista formale, la questione sta esattamente al contrario di come è stata raccontata da un sistema mediatico nutrito di ignoranza e fondato sulla servitù volontaria. Nessuna legge prescrive il collocamento delle bandiere a lutto sugli edifici pubblici in occasione del lutto nazionale: lo fa una circolare della Presidenza del Consiglio del 18 dicembre 1992, richiamata da quella della Presidenza Meloni del 13 giugno 2023. Ma la legge 168 del maggio 1989, attuando l’autonomia universitaria sancita dalla Costituzione, stabilisce che per le università “è esclusa l’applicabilità di disposizioni emanate con circolare”. Sta dunque ai rettori e agli organi di governo delle università stabilire, di volta in volta, se partecipare o meno al lutto nazionale attraverso il simbolo delle bandiere a mezz’asta: mi chiedo quali siano le ragioni che hanno convinto tutti gli altri rettori e rettrici ad abbassare le bandiere, aderendo al lutto più smaccatamente politico della storia della Repubblica, dedicato proprio a colui cui si deve (come ha ricordato Francesco Pallante qui sul Fatto) il massacro del sistema universitario italiano.
Ma si sbaglierebbe a pensare che coloro che guidano le università italiane abbiano inteso proporre a chi studia il modello di uomo pubblico incarnato da Berlusconi (anche se proprio questo, purtroppo, dicevano quelle bandiere calate): il problema è assai più profondo, e più grave. Ed è la totale sudditanza dell’università al potere politico, nazionale e locale.
Le passerelle universitarie dei potenti del momento (ricoperti di lauree ad honorem e invitati a tenere improbabili lectiones magistrales) ne sono solo la manifestazione più grottesca, ma la sostanza è che, dopo aver ridotto alla fame il sistema universitario con un continuo definanziamento, il potere politico ha iniziato a eroderne l’autonomia con crescente successo. A partire dalla ricerca: l’università ha accettato che essa sia valutata da una agenzia (l’Anvur) i cui vertici sono nominati dal potere esecutivo, e che opera secondo criteri la cui logica ultima non è scientifica ma appunto politica. Basti citare l’obbligo di classificare i cosiddetti ‘prodotti della ricerca’ in fasce che non avrebbero dovuto ospitare più del 25% dei testi e non meno del 5%: come ha scritto Maria Chiara Pievatolo, “se adottassimo una simile regola per gli esami di profitto, ci troveremmo a dire: ‘Lei meriterebbe 30, ma dovremo darle un voto più basso perché abbiamo già attribuito un voto di fascia superiore al 25% dei candidati all’appello’”. La stessa studiosa commenta la situazione della valutazione prendendo atto che “Caesar est supra grammaticos”, cioè che il potere politico è riuscito a fare quel che voleva fare un imperatore tardo-medioevale: comandare anche sulle regole grammaticali. In questo caso, sulla grammatica elementare della scienza: che infatti si vede costretta, a causa di queste politiche, a favorire le ricerche più conformiste e meno innovative.
Anche peggio vanno le cose per l’altra missione fondamentale dell’università, la didattica: e qua si deve citare il silenzio delle istituzioni universitarie sul progetto di autonomia differenziata che mira a dare alla Regione Lombardia nientemeno che il “coordinamento delle università lombarde”, e in generale al potere politico delle tre regioni-locomotiva (Lombardia, Veneto ed Emilia) un ruolo determinante nella creazione di corsi professionalizzanti al servizio del territorio regionale.
Come anche con il Pnrr, e con altri infiniti provvedimenti, si stabilisce che di fatto i “portatori di interesse” del sistema universitario non sono i cittadini, ma i vari interessi economici legati alla politica. E che, di conseguenza, l’università non deve essere lasciata libera di elaborare idee e progetti per costruire una società diversa, ma deve essere messa al servizio della società come è oggi: così, di fatto, annullandone la funzione ultima.
Chi, dentro e fuori dell’università, dice che le bandiere del mio ateneo andavano abbassate perché nell’università non si fa politica, dovrebbe riflettere su tutto questo e su moltissimo altro: prendendo atto che le cose stanno esattamente all’inverso. E cioè che le bandiere di tutte le altre università sono automaticamente scese proprio perché da troppo tempo ci siamo abituati a non esercitare il pensiero critico, in una triste sudditanza al potere politico.

domenica 25 giugno 2023

Driiinn!

 


Spinoza


 

Punto di vista travagliato

 

Ridateci il Puzzone
di Marco Travaglio
Nessuno può sapere come finirà la marcia-retromarcia su Mosca di Prigozhin e della sua banda mercenaria. Perché nessuno è nella sua testa e in quella dei suoi eventuali mandanti, interni o esterni, né in quella di Putin e degli altri boss russi. Ma gli epiloghi delle prove di guerra civile possono essere soltanto quattro. 1) Putin spazza via la rivolta della brigata Wagner e resta al potere più forte di prima. 2) Putin viene spazzato via dalla saldatura fra il tradimento dei soldati di ventura e quello di parte forze armate regolari e sostituito da qualcun altro, probabilmente peggiore di lui: uno di quelli che lo contestano non per la guerra in Ucraina, ma per essersi limitato a un’“operazione speciale” troppo prudente ed esitante. 3) Putin tratta con Prigozhin e si arriva a un compromesso, che rafforza il secondo e indebolisce il primo, sacrificando il ministro della Difesa Shoigu e riconoscendo in qualche modo il ruolo della Wagner nelle forze regolari. 4) Si apre una lunga e caotica guerra civile senza sbocchi, con pezzi di Russia controllati dai militari lealisti e altri dai mercenari e da reparti ammutinati; intanto la controffensiva ucraina, finora disastrosa, riprende fiato e piede approfittando del caos sul fronte avverso, magari riconquistando la Crimea che non solo Putin, ma tutti i russi e gran parte dei crimeani considerano Russia.
Malgrado il tifo che gli “atlantisti” più stupidi (quelli di casa nostra) fanno in queste ore per Prigozhin, non più cuoco-macellaio ma benemerito alfiere della verità che “smaschera le menzogne di Putin”, nessuno dei quattro scenari conviene all’Occidente, tantomeno all’Europa: né un Putin rafforzato, né un Putin indebolito e ostaggio dei falchi o addirittura rimpiazzato da qualcuno più estremista e feroce di lui (c’è l’imbarazzo della scelta); né una Russia destabilizzata dalla seconda guerra alle porte dell’Europa oltre a quella ucraina. Anche perché ciascuno scenario (tranne forse il primo) avvicinerebbe il rischio che qualcuno ricorra al nucleare, pescando per disperazione fra le 6mila o 9mila testate atomiche disseminate in Russia (e forse in Bielorussia). Chi, ingenuamente o dolosamente, pensava che i problemi a Est si sarebbero risolti con un bel golpe a Mosca – da Biden, subito smentito da chi a Washington ancora ragiona, ai fanatici inglesi, polacchi e baltici – ora trema all’idea che la Russia si spappoli come i Balcani, l’Iraq, l’Afghanistan e la Libia. Con la differenza che la Russia è infinitamente più vasta e pericolosa di tutti quei Paesi destabilizzati dalle guerre folli e suicide della Nato. Nulla è peggio della permanenza di Putin al potere, tranne la prospettiva di vederlo cadere e poi di doverlo rimpiangere.