martedì 20 giugno 2023

Attorno a Grillo

 

Le Grillate Rosse
di Marco Travaglio
8 settembre 2007: V-Day promosso a Bologna da Grillo e Casaleggio a Bologna, 100mila persone in piazza Maggiore più dieci volte tante collegate da 200 piazze, 350mila firme in un giorno per tre leggi popolari (“Parlamento pulito”): incandidabilità dei condannati definitivi; abolizione del Porcellum per tornare a eleggere i parlamentari; limite di due mandati. Sul palco, giornalisti, scrittori, artisti e professori. I tg Rai, Mediaset e La7 non inviano neppure una telecamera (in piazza solo le troupe di SkyTg24 e Annozero). Le agenzie di stampa inventano “attacchi”, “insulti” e “offese a Marco Biagi”, anche se in 10 ore di V-Day nessuno ha mai citato il giuslavorista bolognese ucciso dalle Br nel 2002. Si è solo proiettato un video critico sulla legge 30 di Maroni, che incentiva il precariato e il centrosinistra ben prima di Grillo ha promesso di abolire. Si polemizza su un fatto mai avvenuto per non parlare del successo e dei contenuti del V-Day. Il Tg1 lo liquida con due frasette da studio: 29 secondi netti. Mauro Mazza, direttore del Tg2, legge con volto terreo l’editoriale “Grillo e grilletti” ammonendo col gesto della pistola: “Che accadrebbe se un mattino qualcuno, ascoltati gli insulti di Grillo, premesse il grilletto?”. Ma Grillo non ha mai parlato di armi, diversamente da Bossi che evoca i “mitra” e da B. che minaccia la “guerra civile” contro i giudici “peggio delle Br e della banda della Uno Bianca”: s’è limitato a elencare i 25 parlamentari pregiudicati invitando la folla a “mandarli affanculo”. La stampa scatena i suoi esperti all’unisono: Grillo è “antipolitico”, “qualunquista”, “populista”, “giustizialista”, “fascista”, “golpista”, “terrorista”. Andrea Romano, futuro deputato Pd, deplora sulla Stampa le inesistenti “accuse a Biagi”. Riotta rimedia al “buco” del suo Tg1 con uno speciale Tv7: “Ora vediamo chi è davvero Grillo, qui non esistono vergini”. È un mega- scoop: il comico, invitato a esibirsi a una Festa dell’Unità nel 1981, pretese financo che gli pagassero il cachet.
25 aprile 2008, V-Day2 a Torino sulla libertà d’informazione. Stavolta gli attacchi partono già il giorno prima. Il Riformista di Polito el Drito già sa che Grillo lancerà “minacce in stile Br ai giornalisti servi” (“Le Grillate Rosse”). Il Giornale sguinzaglia Filippo Facci con l’inchiesta a puntate “La vera vita di Grillo” pregna di scoop sensazionali: Grillo da giovane andava a letto con delle ragazze; alcuni suoi ex amici invidiosi parlano male di lui; la sua villa a Genova consuma energia; Grillo nel 1981 ebbe un tragico incidente stradale; è genovese, dunque “tirchio”; nel suo orto c’è una melanzana di plastica. Oggi, dopo 15 anni è cambiato tutto: il mondo, la politica, Grillo, noi. Ma non i giornaloni e i telegiornaloni: quelli restano la cloaca di sempre.

Profusione di gioia

 


L'Amaca

 

La sola cosa che gli importa
DI MICHELE SERRA
Quando si dice che il problema numero uno della destra di governo è una classe dirigente di basso livello, si dice una cosa tragicamente vera. Ma si parla, in genere, dell’impreparazione politica.Nel caso del viceministro Galeazzo Bignami, già noto per una festicciola con svastica al braccio, il dubbio invece è sulla persona, sulla sua capacità di provare empatia umana e di esprimere quel minimo di autorevolezza, e di signorilità, richiesti a chiunque rappresenti qualcosa che va oltre il proprio naso. Come è noto il Bignami, che dell’alluvione in Romagna dovrebbe occuparsi per mestiere in quanto sottosegretario ai Lavori Pubblici (è il vice del Salvini), ha postato sui social, a proposito dei fondi da destinare agli alluvionati in Romagna, una frase di quelle che, ai tempi, poteva risolversi solo con una sfida a duello: “Vi fidereste di Schlein e compagni?” Cioè: possiamo dare soldi ai comunisti? È forse la prima volta che, in modo così esplicito, si parla di soccorso agli offesi, e di solidarietà umana, sulla base del fanatismo politico.
Questo signore sa — o dovrebbe sapere, dato il suo incarico — che sarà il Commissario a dovere indicare, voce per voce, il computo dei danni. Sa anche, o dovrebbe sapere, che un commissario ancora non c’è per precisa volontà del suo governo e soprattutto del suo principale, il Salvini, che non ne vuole sapere di Bonaccini commissario, ovvero della più logica e rapida delle scelte.
Dico io quello che i politici, forse giustamente, non possono dire per non far degenerare una situazione già pessima. Il Bignami è un fascista, di famiglia fascista (una sorella si chiama Maria Runa: ci saranno anche il cugino Odino e la cugina Valchiria?). Non gliene frega niente degli alluvionati. La sola cosa che gli importa è la resa dei conti con i rossi. Questo è lo stato delle cose, nel 2023, in Italia, regione d’Europa.

Titanic e dintorni

 

La tragedia che ha ispirato un secolo di complottismi
DI GABRIELE ROMAGNOLI
Non esistono maledizioni, ma soltanto uomini che le vanno a cercare. Facendolo, spesso le trovano, sommando disgrazie. Un anatema è una profezia che si autoavvera. Chi scende a 3800 metri per vedere un relitto dovrebbe mettere in conto la possibilità di viaggiare su un futuro esemplare della stessa specie. Non lo fa? Nemmeno i passeggeri del Titanic, allora, o il comandante prossimo alla pensione, il direttore dell’orchestra che continuò a suonare, nemmeno Thomas Millar, il tecnico che la costruì e avrebbe involontariamente chiuso il cerchio della storia.
Ci sono eventi di cui non si accetta la logica. Un’imbarcazione “inaffondabile”, realizzata nel miglior cantiere del mondo (Belfast), finanziata da uno degli uomini più ricchi della Terra (John Pierpont Morgan) fa naufragio dopo 4 giorni e mezzo di viaggio, provocando 1518 vittime e, anziché ammettere la catena di errori, in partenza e durante la rotta, si dà la caccia ai presagi e alle streghe, si reinterpretano segni e intenzioni. Si esige una versione alternativa, più umana e al contempo soprannaturale, più maligna e più sciocca. La scomparsa del Titanic è stata la madre di tutte le teorie del complotto. Un filo nero collega il 15 aprile 1912, la nave mai arrivata a New York, e l’11 settembre 2001, le Torri abbattute nella stessa città. O forse anche questo è negli occhi di chi rilegge.
In comune ci sono la volontà di potenza, la hybris del colosso e l’inconfessabile desiderio di punizione. Nella revisione leggendaria a questo tendono coincidenze e macchinazioni. Nel 1898 un autore di nome Morgan Robertson aveva pubblicato il romanzo Il naufragio del Titan, storia di un transatlantico affondato da un iceberg. Scavando nella letteratura una trama che precede un avvenimento si trova sempre. Il numero della nave (390904) riflesso(se scritto però in un certo modo) può sembrare No Pope (come Coca Cola al contrario sarebbe No Maometto). La manovalanza nord-irlandese era tutta protestante e si dice abbia pronunciato una frase anti- cattolica per ogni chiodo conficcato. Che razza di Dio parziale può essere invocato, come fosse un derby allo stadio. È stata pure scomodata una mummia del malaugurio, che un giornalista e spiritista avrebbe portato a bordo. In realtà si limitò a parlarne a cena, mentre quella riposava al British Museum. La nave non ebbe il varo, non fu “battezzata”, l’oceano è il suo limbo? E ancora: era la gemella affondata da Morgan per l’assicurazione, era un attentato contro lo stesso Morgan dei gesuiti. Decine di storie si sovrapposero come per ogni tragedia: chi si salva per caso e chi trova un passaggio all’ultimo e muore. Due tennisti (Karl Behr e Dick Williams) si sarebbero re-incontrati anni dopo a quelli che oggi chiamiamo Us Open e si sostiene che Behr perse per il senso di colpa: aveva raggiunto subito la scialuppa mentre Williams aveva lottato con l’ipotermia e rischiato l’amputazione delle gambe.
Quel che non si ricorda è che gli sbagli resero più sicura la navigazione successiva. Salvarono vite, forse più di quante se ne persero in quella traversata. Fu aumentato il numero dei membri dell’equipaggio. Divennero obbligatori i binocoli a bordo (un ufficiale trasferito portò via i suoi, altri non ce n’erano o erano in un cassetto chiuso a chiave) e la consegna dei messaggi al comandante (non gli fu dato quello che avvertiva degli iceberg).
Una serie di mancanze è meno affascinante di una congiura di oscure forze. Quelle, semmai, spingono a visitare i luoghi dove i drammi si sono consumati. Li si è visti al cinema o in tv, ma vuoi mettere, il relitto nell’oblò. Il turismo nero ha destinazioni che insegnano (Pompei o gli ex lager) e altre che aggiungono nuovi pericoli, come la Zona di Chernobyl. L’omaggio può confondersi con la morbosità. Per capire la vicenda del Titanic, meglio il Museo a Belfast. Ero lì nel febbraio scorso. Una discendente di Thomas Millar, il tecnico costruttore, me ne raccontò la storia.
Avendo visto migliaia di persone andare in America, decise di scoprire che cosa c’era di bello là, poi farsi eventualmente raggiungere dalla famiglia. Al figlio Robert regalò una moneta da due penny, dicendogli di conservarla per spenderla insieme a New York. Il bambino, 5 anni, la strinse nel pugno fino a imprimersi un marchio sul palmo della mano. Qualche giorno dopo, mentre giocava con una barchetta sul fiume Lagan, vennero a dirgli che il più grande transatlantico mai costruito era affondato e suo padre era scomparso. La moneta passò di Millar in Millar. La pronipote di Thomas la portò con sé nel viaggio del centenario. Arrivata sul punto in cui giace il relitto resistette alla tentazione di buttarla e a quella di scendere in profondità. La fece arrivare a New York. Un viaggio lungo un secolo.

lunedì 19 giugno 2023

L'Amaca

 

Che cosa c’entra la giustizia

DI MICHELE SERRA

Poiché “sindaci” e “corrotti” non sono sinonimi, sarebbe utile capire se il pacchetto Nordio è “salva-sindaci” oppure “salva-corrotti”.
Se lo si chiede a un sindaco inquisito per uno dei reati più incerti e deformabili mai visti al mondo, che è l’abuso di ufficio, vi dirà: è salva-sindaci. Se lo chiedete a un piemme che rischia di non poter più ricorrere contro un’assoluzione che gli pare ingiusta, vi dirà che è salva-corrotti. Se lo chiedete a un giornalista d’inchiesta penalizzato nel suo lavoro (che è un servizio pubblico) è salva-inquisiti. Se lo chiedete a uno dei tanti imputati innocenti che si sono visti sputtanare sui media (disservizio pubblico) è salva-innocenti.
L’impressione è che il pacchetto Nordio sia un po’ di cose messe insieme e poi spacciate per “garantiste” tanto per darsi un tono. Un governo forte e trasparente avrebbe detto: ecco le nostre proposte. L’opposizione le avrebbe discusse aggiungendone altre (per esempio l’affanno degli uffici giudiziari: che riforma è, una riforma che per prima cosa non ripara il motore?).
Ma non può accadere perché la giustizia italiana è, da tempo, il più pretestuoso degli argomenti, sbandierato in faccia al nemico come uno stendardo rubato in un derby. Ora lo stendardo è nelle mani degli “eredi di Berlusconi”, e come si può capire è la peggiore possibile tra le condizioni credibili, in materia di giustizia. Specie se ci si affretta a sventolarlo, questo stendardo, a esequie appena concluse, come omaggio al più illustre imputato plurimo degli ultimi decenni. Inevitabile che le opposizioni si mettano di traverso.
E i sindaci, che hanno rischiato e spesso conosciuto la galera per una firma di troppo? Non sono loro, e nemmeno i diritti dei cittadini, la ragione del contendere. Si sta ancora parlando, e chissà per quanto, di Berlusconi.

Dal mondo merdoso

 

LA TESTIMONIANZA ESCLUSIVA
“Pronti 30 barconi
da Sfax per l’Italia
Ecco il mio business”
Repubblica ha incontrato uno dei passeur più influenti della città. Ci ha raccontato come funziona l’industria delle partenze “Abbiamo già i clienti per agosto”
A 29 anni è al vertice di una delle organizzazioni illegali che gestiscono le traversate dei migranti verso l’Europa: il viaggio può costare fino a 5mila euro a testa. Un affare intorno al quale girano tangenti e su cui investono anche i colletti bianchi

DI LEONARDO MARTINELLI

SFAX (TUNISIA)
In questo bar affollato di Sfax, aperto su una strada polverosa, piena di vita e d’incertezze, risuona in sottofondo la canzone di Balti, il rapper tunisino. Qui tutti conoscono “Allo”, canto dolente di un ragazzo emigrato in Italia, sospeso tra nostalgia e rimorsi. «Dov’è finita la mia vita? La mia giovinezza?», chiede al telefono alla fidanzata, rimasta a casa. All’apparenza indifferenti, nel locale tutti bevono un caffè e scappano via dentro la città, così frenetica: crocevia di migranti, tunisini e subsahariani, che tentano il viaggio della speranza verso Lampedusa. Un pick-up si ferma davanti.
Al volante c’è Hassan. Lo chiameremo così ma il suo vero nome è un altro, M.B.. È uno dei «passeur» più importanti di Sfax, al vertice di una delle organizzazioni (sostanzialmente mafiose), che gestiscono i passaggi illegali attraverso il Mediterraneo. Un po’ nervoso, sfreccia via nel traffico, denso e anarchico, alla ricerca di un posto dove parlare al sicuro. Sarà uno spiazzo di terra, mentre i sacchetti di plastica volano via per aria. Di fronte, una superstrada in costruzione da chissà quanti anni: quei progetti abortiti, come ce ne sono tanti in Tunisia. Perdute illusioni. Hassan ha 29 anni. Ha la barba nera curata e gli occhiali da vista metallici leggeri, una faccia da bravo ragazzo. È domenica. Maglietta e shorts giusti, sembra il direttore finanziario di un’azienda milanese in pausa week-end. Ha appena visto la fidanzata.
La sua attività? È un’»agenzia di viaggi illegale». Parlerà spesso di «clienti» e di «domanda e offerta», preciso ed educato. Siamo anni luce dall’immagine tipica e ruspante di uno scafista, quelli che conducono le barche dei migranti. No, lui è il big boss. «Sono originario delle isole Kerkennah », dice. S’intravedono all’orizzonte, in fondo a una distesa piatta di mare: tradizionalmente terre di pescatori e di passeur. «Ho iniziato dal basso, cinque anni fa. Partecipavo all’organizzazione dei viaggi, ma non sono stato mai scafista. I clienti erano contenti, mi sono fatto un nome e poi un gruzzolo. Ho iniziato a investire nelle trasferte». Si esprime bene, anche in francese. Ha fatto un po’ d’università.
Le società di copertura
Come i colleghi, ha una copertura. «Una società in regola, in un altro settore». Non vuole dire quale: spesso sono aziende informatiche o agenzie immobiliari. «Serve per lavare il denaro sporco e per giustificare il mio tenore di vita». Lui è in cima a una piramide. Sotto ci sono i «coordinatori » a diversi livelli: chi raccoglie i «clienti» in tutto il Paese o chisi procura la barca e i motori. Giù, fino allo scafista. «Fra di loro non si conoscono. Solo io conosco tutti». Li dirige come marionette dal suo cellulare. Hassan non si vede mai, non ci mette la faccia. Dice che non lavora con i nuovi barchini metallici, troppo pericolosi, ma solo con quelli di legno. E soprattutto con il pubblico tunisino, che paga di più.
«Viaggiano donne con neonati o famiglie intere. Non voglio macchiarmi le mani del loro sangue. E poi un naufragio è un grosso rischio anche per me». Recentemente hanno beccato un passeur di Sfax, già condannato a un totale di 79 anni, proprio perché una delle sue imbarcazioni era affondata, venti i morti. «Grazie a Dio, non ho mai avuto un naufragio», dice Hassan. E non si capisce bene se sia più per la paura del carcere o perché dovrebbe confrontarsi con la propria coscienza. Precisa che «anche chi viaggia si deve assumere i suoi rischi e le sue responsabilità ». In ogni caso, se nessuno dei clienti morirà, ma lo cattureranno comunque, «con tutti i soldi che ho fatto, pagherò qualcuno e usciròpresto dal carcere». Hassan è sicuro, calmo. «Ma ho paura. Anche ora, perché sto parlando con te». Non ha nessun interesse a rilasciare un’intervista, probabilmente la vive come una sfida a sé stesso. È uno sfizio, non ha messaggi da lanciare. Neanche al presidente Kais Saied. «Ci faccia lavorare in pace e basta».
I conti dell’ “harka”
Quando gli si ricorda che da più di un mese gli arrivi a Lampedusa, aumentati in precedenza fino a dieci volte rispetto a un anno prima, sono diminuiti e che forse la ragione è che i controlli tunisini, coordinati con gli italiani, funzionano, diventa un po’ sprezzante. «Se i viaggi si sono ridotti, è solo perché il tempo è strano quest’anno. Soffia un vento forte. È il cambiamento climatico. Non fatevi illusioni». Neanche sugli accordi che Giorgia Meloni e l’Ue negoziano con la Tunisia: soldi in cambio di un blocco dei migranti nel Mediterraneo. «Neppure il profeta in persona potrebbe bloccare l’harka». Così si chiama l’emigrazione clandestina. E lui, Hassan, il passeur, è l’harak. «Non finirà, perché in Tunisia la gente è come strozzata: impedirgli di partire significherebbe ucciderli subito. Ormai qui siamo a un punto di non ritorno». Ha consultato esperti di meteorologia: pure in luglio il clima sarà bizzoso. «Ma ad agosto ho già trenta viaggi completi e pronti a partire. La Meloni si deve rassegnare». A proposito, facciamo un po’ di conti. «Il prezzo richiesto ai clienti — aggiunge Hassan — dipende sempre dal servizio fornito. Sono 2500-3000 dinari (740-880 euro) su una barca di legno con più di cinquanta persone a bordo. Chi, invece, ne pagherà 7000-8000 andrà nella stessa imbarcazione, ma solo con una trentina di migranti e due motori invece di uno, nel caso il primo faccia cilecca». C’è perfino chi non paga. «Se qualcuno non ha i soldi, può partire gratis ma deve procurarci almeno cinque clienti. E poi, se in navigazione ci saranno problemi, dovrà essere il primo a saltare in mare». Non può pretendere: «Il cliente è il re». Spesso Hassan organizza una barca con un centinaio di persone.In questo caso, dice, l’organizzazione deve investire 240.000 dinari, compreso l’acquisto della barca. Ne incasserà 450.000. La differenza è pari a 210.000. «Io ne trattengo il 20% (ndr,oltre 12mila euro). Il resto lo divido tra i coordinatori, in genere sono cinque quelli coinvolti».
Il 20% per i colletti bianchi
Visto il ritmo di partenze, se Hassan non ha tutti soldi da investire, fa appello a «uomini d’affari e liberi professionisti » locali: sono i colletti bianchi che investono nella tratta. «Ad esempio, mi prestano 100.000 dinari. E io dopo un mese, una volta effettuata la traversata, ne rendo 120.000. Mi sembra un buon investimento». Uno dei problemi maggiorioggi è procurarsi l’imbarcazione. «Prima convincevamo i pescatori a cedere le loro, pagandole il doppio. Poi ne denunciavano la scomparsa, come se le avessero rubate. Ma ci sono sempre più controlli della polizia e i pescatori hanno paura, possono essere incriminati. Allora, facciamo costruire barche di legno qui nella zona di Sfax, in appena 5-6 giorni. I componenti sono già pronti, vanno solo assemblati. Ma è caro».
Hassan non vuole fare questo tutta la vita. «Mi sono dato un obiettivo, una cifra ben precisa, per realizzare un progetto personale e lecito». Lui, intanto, è in contatto con altri passeur. «Non c’è concorrenza tra di noi — spiega — . Nel nostro campo la domanda è fortissima: tutti abbiamo anche troppo lavoro. Io devo respingere molte richieste». Anzi, tra passeur si aiutano. Sono come cosche diverse, separate ma amiche. «Ci scambiamo informazioni, soprattutto sulla polizia. E ogni volta ce le paghiamo a vicenda». Proprio questo è il momento dell’anno in cui una parte dei funzionari della polizia e della Garde Nationale, da cui dipende la Guardia costiera, viene trasferita in una nuova sede. «Dobbiamo individuare, tra i nuovi, chi possiamo corrompere e chi no. Ce ne sono di incorruttibili, ma anche quelli che accettano di essere pagati per chiudere un occhio sui controlli in mare e su terra. Cerchiamo di ottenere informazioni su questi personaggi. Spesso contatto i passeur delle località dove erano in servizio».
Il tempo è finito. Gli affari chiamano. Hassan guida di nuovo tra i clacson di Sfax: stavolta con meno grinta, quasi si fosse confessato e un po’ rassicurato. Al bar qualcuno ha ancora in mente il ritornello di Balti. «Siamo partiti per la disperazione — dice il migrante della canzone, al telefono dall’Italia — . Qui non vogliono la mia gentilezza, c’è chi vede solo cattiveria. Non sappiamo più chi sono i nostri amici, né la differenza fra l’onestà e il tradimento». Tra i clienti qualcuno penserà già a partire. Fuggire via.

domenica 18 giugno 2023

Arriva



E arriva lui bello bello! Il circense distruttore di tutto quanto profumava di sinistra, il mescolatore di ideali per un’allegra tavolata rimpinzante i soliti noti! Ragliano Guerini, D’Amato e tutti coloro che credono nell’ annacquata brancaleone responsabile di misfatti inauditi, di giaculatorie pro faraone entrato nel mausoleo. Mentre cessano gli aiuti di stato alle famiglie bisognose per mano nera perdi sempre, i rimpiangenti l’inviato delle banche, temono che un partito di sinistra faccia il partito di sinistra! Non so cosa gli trattenga ancora! Se se ne andranno finalmente l’aria diverrà più respirabile. Per tutti.