mercoledì 14 giugno 2023

mumble mumble

 


Robecchi e Marquez

 

“L’autunno del patriarca”. Rileggere Márquez per capire la ferocia del Cav
di Alessandro Robecchi
Sono un po’ restio a occupare questo mio quadratino di giornale con le gesta y la historia di Silvio Berlusconi, perché già si sono spese righe per migliaia di chilometri, ed è passato sotto gli occhi di noi tutti un coccodrillo ininterrotto di ore e ore e ore a reti unificate. Coccodrillo smemorato assai, peraltro, dove la morte non è Livella, ma Grande Prescrizione, e con la salma sono arrivate le autobotti di bianchetto per cancellare le imprese più grette, le parole più sconce e feroci, i disegni eversivi. Nessun titolo sulla P2, nulla su Eluana Englaro che “ha un bell’aspetto e potrebbe anche avere un figlio”, come lo incoraggiarono a dire i suoi più schifosi consiglieri. Nulla sul precariato e la ferocia del mercato che aveva soluzione semplice: “Le consiglio di sposare un miliardario”. Questo è stato Berlusconi. E chi oggi gli riconosce di aver plasmato il Paese, di averlo sagomato e profilato, si dimentica di dire che il Paese è cambiato in peggio, modellato sul cinismo del potere e dei dané: dalle superville alle case popolari, il premio di maggioranza spetta al ricco senza limiti, capace di finanziarsi una narrazione per cui il suddito può soltanto ammirarlo.
Ma non sarà la cronaca – né il ricordo a tassametro che oggi scorre come un fiume – a rendere i contorni dell’epopea. Servirebbe letteratura, racconto, implacabile autopsia di un Paese e di un popolo. Non è nelle lacrime dei suoi salariati di ieri e di oggi che si ritrova Berlusconi, ma in un capolavoro di Gabriel García Márquez, L’autunno del patriarca (1975), in cui in un lungo canto epico si disegnano i millemila interessi, i complotti, le furbizie, le infamie, le solitudini, le astuzie dei servi e dei complici, i nemici diventati amici, gli amici per convenienza, e tutte le sconcezze di un potere senza freni, senza limiti né confini. Come scrive inarrivabile Márquez: “Una tiepida e tenera brezza di morto grande e di putrefatta grandezza”.
Ed è solo l’inizio dello spettacolo, perché ora si assisterà a quello, più deprimente ancora, dello smembramento delle spoglie, della spartizione dell’eredità politica e culturale, dell’appropriazione centimetro per centimetro, frame per frame, di quella narrazione del potere feroce ma col sorriso sulle labbra, la barzelletta, il motto di spirito, l’ostentazione. Come in quei giganteschi affreschi di battaglie dove la scena è grandiosa ma l’occhio è catturato dal particolare, lo zoccolo di un cavallo, il ricciolo di una nuvola. Il dettaglio è tutto, per chi capisce che “il pullman di troie” non è freddura da bar, ma Zeitgeist, lo spirito del tempo, l’impronta ideologica e culturale.
E c’è un altro mirabile racconto di Márquez che ci parla dell’oggi, ed è Los funerales de la Mamà grande (1962), in cui per Macondo passano il cordoglio universale, le lacrime vere e finte, i famigli, i miracolati, i mediocri elevati a sub-potenti, i devoti per scelta, o per conformismo, o per convenienza. Spettacolo molto “sudamericano”, da provincia dell’Impero, da populismo estremo e conclamato, che finalmente si potrà raccontare. Ancora Márquez: “Ora che è impossibile passare da Macondo a causa delle bottiglie vuote, dei mozziconi di sigarette, degli ossi spolpati, degli stracci, degli escrementi lasciati dalla folla che ha partecipato ai funerali, ora è giunto il momento di accostare uno sgabello alla porta di strada e cominciare a raccontare dal principio i particolari di questa perturbazione nazionale, prima di dar tempo agli storici di arrivare”.

L'Amaca

 

Come è fragile il popolo
DI MICHELE SERRA
La più precisa e rivelatrice delle commemorazioni l’ha fatta, senza saperlo, un conduttore Rai di seconda fila, in quella fascia mattutina che (come quella pomeridiana eserale) è stata il tripudio della santificazione di Berlusconi (il “servizio pubblico”, di qui in poi, scordatevelo).
Ha raccontato di quella volta che B, in uno studio televisivo, gli andò incontro, e pur senza conoscerlo gli disse: “continui così, farà strada”. Tanto gli basta, al conduttore, per dedurne la grandezza e la generosità di Silvio. Non lo sfiora il sospetto che la stessa frase Silvio l’aveva rivolta a chiunque, dal barman all’usciere al posteggiatore, si imbattesse in lui.
Perché quella era la strategia: far sentire importante chiunque per dare importanza (e potere) a se stesso.
I venditori, gli imbonitori, sanno quanto conta la fragilità delle persone. La loro insicurezza, la loro vanità, il loro bisogno di gratificazione. Una comunità di persone forti, in grado di darsi autonomamente dignità e identità, non avrebbe avuto bisogno di Berlusconi — perché non è una comunità in vendita.
Ma le persone forti sono una minoranza — averlo dimenticato è la sola vera grande colpa della sinistra — e i deboli, se qualcuno li illude e li blandisce, sono sempre a disposizione. Per questo il populismo vince, per questo Berlusconi ha vinto e per questo assistiamo al drammatico spettacolo di questi giorni, il lutto nazionale, il Parlamento chiuso come un lavasecco quando muore la mamma del gestore. Il solo vero merito storico di Berlusconi è stato farci memoria — senza volerlo — di essere un popolo fragile, insicuro, asservibile. Ne ha saputo approfittare.

Booooooom!!!

 

La leggenda del santo corruttore
di Marco Travaglio
Agli innumerevoli delitti commessi da vivo, B. ne ha aggiunto un ultimo da morto. Il più imperdonabile: averci lasciato questa corte di vedove (non le due vere e quella finta: tutte le altre), prefiche, leccaculi, paraculi, piduisti, terzisti, parassiti, prosseneti, camerieri, servi sciocchi e soprattutto furbi che da due giorni lacrimano per finta (solo lui riusciva a piangere davvero a comando) a reti unificate, devastando quel po’ di informazione e di dignità nazionale che gli erano sopravvissute.
Il giorno di lutto nazionale e i sette di lutto parlamentare, più che a B., sono un omaggio a Fantozzi e ai funerali della madre del megadirettore naturale conte Lamberti, immaturamente scomparsa all’età di 126 anni. Ora mancano solo la Coppa Cobram di ciclismo da Arcore a Pinerolo e la statua del de cuius all’ingresso del fu Parlamento, con inchino forzato e craniata incorporata per i cari inferiori.
Le cascate di saliva che tracimano da ogni canale tv e da ogni giornale regalano perle inimmaginabili persino nei suoi anni d’oro. L’ex conduttore Mediaset intervista su La7 il suo editore ex Mediaset su quanto era buono e democratico l’editore precedente che stipendiava entrambi prima che lo mollassero perché era troppo buono e democratico. L’ex direttore del Corriere Paolo Mieli si pente in diretta dell’unico scoop della sua vita, sull’invito a comparire del ’94 a B. per le mazzette alla Guardia di Finanza, accusa i pm di non averlo torchiato a dovere per estorcergli le sue fonti che lui avrebbe senz’altro spiattellato in barba alla deontologia professionale, e comunque si scusa pubblicamente per aver pubblicato una notizia vera. Renzi, un Berlusconi che non ce l’ha fatta, saltella da una rete all’altra per leccare la bara a distanza, sperando di ereditare qualche briciola dal desco del caro estinto, peraltro invano (a parte i processi). Il rag. Cerasa, un Sallusti che non ce l’ha fatta, dipinge sul Foglio col pennino intinto nella bava il leader più estremista e populista mai visto in Europa come “argine all’estremismo e al populismo” e, siccome era culo e camicia con Putin, pure come “seduttore atlantista”. Attori, registi e soubrette “de sinistra” spendono capitali in necrologi piangenti per l’amico Silvio, sperando che pure gli eredi si ricordino degli amici. Francesco Gaetano Caltagirone svela finalmente chi fa i titoli e gli editoriali del suo Messaggero, firmandone finalmente uno al posto dei soliti nom de plume: “Un uomo che ha lasciato un’orma profonda”. Più che altro, un’impronta digitale. E un vuoto incolmabile nelle casse dell’Erario.
Il Corriere fa rivoltare nelle tombe Montanelli, Biagi e Sartori col titolo cubital-vedovile “L’Italia senza Berlusconi”, presidiato da una schiera di lingue erette sul presentat’arm e seguito dalla doverosa intervista all’editore Cairo, che parla alla sua tv ma anche al suo giornale, casomai qualcuno pensasse che il berlusconismo è morto con B.. La Moratti assicura che la sua Rai del ’94 era liberissima perché B. l’aveva nominata presidente, ma poi non fece mai pressioni (non ce n’era bisogno), così lei poté nominare direttori i berlusconiani Rossella, Mimun e Vigorelli a sua insaputa. Le Camere Penali smentiscono persino Coppi (“B. perseguitato dai pm? Mai pensato”) e piangono comprensibilmente il cliente più illustre e munifico della categoria, “oggetto di una aggressione politico-giudiziaria che non ha precedenti nella storia della Repubblica”, visto che ha subìto “decine e decine di indagini e processi, con accuse fino alla collusione mafiosa e al ruolo di mandante di stragi, conclusesi con una sola condanna per elusione fiscale”. A parte il fatto che non fu per elusione né per evasione, ma per una frode fiscale pluriaggravata da 368 milioni di dollari, di cui 360 prescritti (come altri nove processi per gravissimi reati accertati, ma rimasti impuniti perché l’imputato aveva dimezzato i termini di decorrenza, senza dimenticare i fedelissimi finiti in galera al posto suo e i soldi alla mafia consacrati dalla sentenza Dell’Utri), le Camere Penose potrebbero vergare una nota identica per Al Capone: perseguitato con accuse di mafia, ma condannato “solo per elusione fiscale”.
Un solo beneficato, Vittorio Feltri, ha il coraggio di dire la verità: “Non posso parlarne male perché mi ha fatto ricco”. Tutti gli altri ammantano le pompe funebri di “rivoluzione liberale” che “ha cambiato l’Italia”, anche se si scordano le 60 leggi ad personam e non riescono a citare uno straccio di sua riforma che abbia migliorato la vita di qualcuno che non fosse lui. Infatti vanno forte le corna a Caceres, il cucù alla Merkel, lo sguardo lubrico alla Obama e la spolverata alla sedia, come se uno statista si misurasse dal numero di guittate. Ma il ridicolo eccesso santificatorio non si deve solo al fatto che B. s’è comprato mezza Italia che conta e l’altra mezza avrebbe pagato per vendersi. Chi ha retto il sacco a un bandito per decenni ora deve dimostrare che era cosa buona e giusta. E chi vorrebbe delinquere anche lui in santa pace, avendo perso il grande alibi, cerca almeno un lasciapassare e un santo patrono. Oscar Wilde diceva che “certi uomini migliorano il mondo soltanto lasciandolo”. Ma, ora che ha raggiunto il paradiso (fiscale), possiamo dire senza tema di smentita che il padrone morto era molto meglio dei servi vivi.

Differenze ne abbiamo?