Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 31 maggio 2023
Lucidissimo Robecchi!
Populismo Giorgia attacca il “pizzo di Stato” (che serve a sanità e scuola)
di Alessandro Robecchi
Un caro pensiero va a tutti gli italiani che in questi giorni o settimane saranno sollecitati da un’associazione chiamata Agenzia delle Entrate a pagare il “pizzo di Stato”, come ha detto in un comizio a Catania il/la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Un vero e accorato appello contro un’organizzazione che vessa e deruba i cittadini, cercando di far pagare le tasse o di recuperare quelle non pagate. Tasse che poi dovrebbero servire a non chiarissimi scopi come per esempio sanità, scuole, servizi, insomma tutte cose di cui potremmo fare allegramente a meno tornando a curarci con erbe e radici, oppure pagando sanità, scuole e servizi privati (cosa che peraltro facciamo sempre più spesso). Potremmo ovviare a questa richiesta estorsiva anche prendendoci a colpi di clava e facendoci giustizia da soli, invece di chiamare carabinieri, magistrati e altri membri della stessa organizzazione che chiede il pizzo.
Fa parte dell’imperdonabile distrazione di questi tempi allegri che nessuno abbia usato a proposito delle esternazioni meloniane sul “pizzo di Stato” l’abusata parola “populismo”. Davvero strano: per anni e anni si è accusato di “populismo” chiunque avesse una visione del mondo appena un po’ discosta da quella consigliata e autorizzata dall’autorità costituita. Era “populista” aiutare i poveri, per esempio, mentre invece correre in soccorso di chi non paga le tasse, perdipiù durante una campagna elettorale, colpo di scena, non è “populista”. Bizzarro.
E ancor più populista, se possibile, è l’ottima intuizione del/della presidente del Consiglio, secondo cui la lotta all’evasione fiscale va fatta contro multinazionali e banche, e non contro il piccolo commerciante. Vero, sacrosanto, nemmeno da dire, ma anche un po’ comodo, visto che le multinazionali e le banche non votano per il sindaco di Catania, mentre invece molti piccoli commercianti sì.
A parte le considerazioni semantiche, però, c’è questo piccolo dettaglio che non è vero. Cioè, non è vero che l’evasione fiscale in Italia è in gran parte un’evasione di necessità (che pure esiste, data la crisi perenne, l’inflazione e altri doni del sistema economico vigente). Solo il venti per cento, infatti, è “evasione da versamento”, cioè dichiari le tue entrate e poi non hai i soldi per pagare il dovuto. L’80 per cento deriva invece da omesse dichiarazioni o dichiarazioni infedeli, cioè, diciamo così, da eroici resistenti al “pizzo di Stato” che si portano avanti col lavoro già in fase di dichiarazione dei redditi.
Esiste una cosa che si chiama “tax gap” e che misura la differenza tra le tasse che lo Stato si aspetta e quelle che arrivano veramente. Le cifre non sono sbandierate da picciotti con il rigonfiamento sotto la giacca, ma rese note dal ministero dell’Economia e delle Finanze e il tax gap per il 2020, per esempio, era di 89,8 miliardi. Non proprio noccioline: più di 28 miliardi di Irpef, più di 25 di Iva, 9 miliardi di Ires (questi sarebbero a carico delle imprese), oltre 5 miliardi tra Imu e Tasi (questi sarebbero i proprietari di immobili), più 4 miliardi e mezzo di Irap e poi giù per li rami con cifre meno eclatanti ma che, sommate, pesano quanto peserebbero tre o quattro manovre economiche all’anno. Tutte cose che però, in un comizio per sostenere un sindaco valgono poco e niente. Meglio il messaggio squillante, diretto e cristallino: se le tasse sono un pizzo e se a richiederle è un “intollerante sistema di potere”, come ha detto Meloni, si risolve così: non pagatelo. Niente male, per non essere “populismo”.
Post sconfitta
Oh sìììì ancoraaaa!
di Marco Travaglio
Leggendo le dotte analisi degli esperti sulla sconfitta del Pd stavamo per precipitare nel sonno dei giusti, quando ci ha destati e trafitti un’illuminazione: l’incipit di un tweet di Giorgio Gori, sindaco renziano di Bergamo. Che recita testuale: “Con la vittoria di Giacomo Possamai (a Vicenza, ndr) si completa l’asse che lungo l’A4 vede tutti i capoluoghi, da Milano a Padova, governati dal centrosinistra. E così lungo l’A1 da Milano a Bologna”. Ecco perché il Pd ha perso tutti i capoluoghi tranne Vicenza: perché gli altri non stavano sull’A4 né sull’A1. È tutta una questione autostradale: non sono i programmi e le alleanze a mobilitare gli elettori, ma il profumo dell’asfalto e dei panini Camogli. Resta da spiegare perché Gori tronchi l’A4 a Padova anziché a Trieste (dove c’è un sindaco di destra, Di Piazza, al quarto mandato), e l’A1 a Bologna anziché a Napoli (forse perché in mezzo c’è una decina di capoluoghi di destra). Ma, dettagli a parte, il ragionamento fila. A saperlo prima, si potevano abolire le elezioni in tutti i comuni non attraversati dalle due suddette arterie, e la vittoria era assicurata. Nell’attesa, commuovono altre ficcanti analisi, di cui la più originale è che “si vince al centro con più riformismo”. Infatti ha vinto l’estrema destra di cui non si ricordano riforme a memoria d’uomo.
Molto gettonato anche l’invito alla Schlein a essere “meno radicale” (senza spiegare quale delle sue supercazzole lo fosse) e “puntare su temi più vicini ai bisogni della gente”. Che, detto da un marziano, sarebbe anche un consiglio utile, visto che gli strilli su temi importanti ma minoritari come Ius soli, Ong, fascismo, sovranismo e Lgbtq+ non hanno calamitato gli elettori. Ma l’invito viene da chi ha retto il Pd nei suoi primi 15 anni e dai giornaloni che gli han consigliato come perdere tutte le elezioni (con tassi di successo che rasentano l’infallibilità). L’idea è di ingolosire gli elettori riesumando i cavalli di battaglia acchiappa-voti di Renzi, Gentiloni e Letta: il sempre arrapante Mes, l’appassionante flessibilità sul mercato del lavoro (possibilmente fino ai 90 gradi), l’elettrizzante aumento della produttività, le eccitanti grandi opere (con sblocca-cantieri), l’esaltante diritto alla prescrizione, l’emozionante lotta garantista al giustizialismo, i trascinanti sgravi fiscali alle imprese, le coinvolgenti riforme istituzionali e, dulcis in fundo, l’agognato riarmo al 2% del Pil in nome dell’euroatlantismo e della terza guerra mondiale possibilmente nucleare con la Russia e, se tutto va bene, pure con la Cina. Casomai non bastasse ancora, c’è sempre l’arma segreta che tanta fortuna già portò a Letta, Renzi, Calenda e Di Maio: la stimolante Agenda Draghi, che potrebbe emergere da un momento all’altro dai nuovi scavi di Pompei.
martedì 30 maggio 2023
D'accordo
In Ucraina. L’unico interesse dell’Italia è difendere la pace, non inviare armi
di Alessandro Orsini
Il fine delle mie analisi è difendere l’interesse nazionale dell’Italia che coincide con la difesa della pace giacché le guerre danneggiano l’interesse nazionale dell’Italia sempre a causa della struttura delle relazioni internazionali sorta dopo la Seconda guerra mondiale.
Scoppiata la guerra, enunciai la seguente regolarità: “Per ogni proiettile della Nato che l’Ucraina lancerà contro la Russia, la Russia lancerà dieci proiettili contro l’Ucraina”. Detto più semplicemente, per ogni passo avanti, l’Ucraina farà due passi indietro. L’osservazione distaccata della realtà mostra che questa regolarità ha trovato continue conferme e induce a ritenere che continuerà a trovarle nel prossimo futuro portando la guerra verso esiti più tragici. Data la complessità della materia, presenterò le prove che dimostrano la correttezza della mia intuizione per concludere con un monito sull’escalation nucleare. Quanto alle prove, la Russia ha cercato una mediazione prima dell’invasione e dopo lo sfondamento del fronte. Prima dell’invasione, il blocco occidentale ha respinto le richieste del Cremlino. Dopo lo sfondamento, Biden e Johnson, come sappiamo dall’ex premier israeliano Bennett, hanno minato le trattative tra Zelensky e Putin nel marzo 2022. Biden è contrario persino a un cessate il fuoco mediato dalla Cina che John Kirby ha definito “inaccettabile”, il 17 marzo 2023. La guerra si è aggravata. L’Ucraina ha terminato la controffensiva nella regione di Kharkiv a settembre 2022 (un passo avanti) e la Russia ha mobilitato nuovi soldati e annesso quattro regioni (due passi indietro). L’Ucraina ha colpito il ponte di Crimea nell’ottobre 2022 (un passo avanti) e la Russia ha reagito con una spaventosa campagna missilistica contro l’Ucraina (due passi indietro). L’Ucraina ha ripreso Kherson nel novembre 2022 (un passo avanti) e la Russia ha spostato i soldati in Donbass conquistando Soledar e Bakhmut, la battaglia più importante della guerra (due passi indietro). L’Ucraina ha ottenuto i carri Leopard (un passo avanti) e la Russia ha annunciato il trasferimento delle testate nucleari in Bielorussia (due passi indietro). Quando Biden ha detto sì all’addestramento degli ucraini agli F-16 (un passo avanti), Putin ha trasferito le sue testate nucleari in Bielorussia (due passi indietro).
Vengo al pericolo dell’escalation nucleare. Putin userà le armi nucleari se rischia di perdere la guerra. Questo impone al governo Meloni di soppesare l’apparato militare. In caso di guerra con la Russia, Meloni sarebbe in grave difficoltà nel difendere il Paese con le proprie forze a causa dell’enorme debolezza del suo apparato bellico, sprovvisto persino di carri armati e con una flotta debolissima rispetto all’impresa che si configura all’orizzonte. Che cosa fare?
Se il governo Meloni opta per l’aggravamento della guerra, deve armare la Marina militare con urgenza per proteggere il fianco Mediterraneo e, quindi, deve spostare le risorse dall’Ucraina verso la Sicilia tenendo per sé le poche armi di cui dispone e producendone di nuove da trattenere sul territorio nazionale. Deve inoltre valutare la possibilità di tornare alla leva obbligatoria giacché il passaggio all’esercito professionale escludeva la possibilità di una guerra con la Russia. Il governo Meloni dovrebbe sganciarsi dalla linea di Biden e assumere la guida della diplomazia in seno all’Unione europea. Tuttavia, se Guido Crosetto vuole alimentare la guerra, allora sta sbagliando tutto. La Russia sta combattendo una guerra esistenziale e noi stiamo procedendo verso l’escalation nucleare.
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