Portatori gaudenti di suffumigi…
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 7 maggio 2023
W gli step!
Ah gli step della vita! Lontani anni luce dagli occultamenti quasi comici che quotidianamente cerchiamo di produrre per sfanculare l’anno di nascita, goderecci per l’estetica e i suoi adepti magnaccioni che tra una liposoluzione e l’altra, tra un botulino e un bisturi, vorrebbero farti credere che la gioventù è per sempre, agevolando pletore di canuti vestiti come adolescenti, col tatuaggio di rappresentanza al seguito. Ma il ciclo biologico e gli step, sornioni e divertendosi all’eccesso, gustano questa sarabanda sfornante macchiette plastiche con labbra da standing ovation per una Lucca Comics incentrata sul tema scansante la canizie avanzante per tutti. E poi ci sono gli step che ti ricordano l’evangelico “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris”, benefici al punto da oramai irridere ogni aspetto tematico: ricordo il primo, il “lei” affibbiatomi da un’adolescente ad un campo scuola, e poi il secondo quando non mi chiamarono più per la canonica partita di calcio. Ed ora il terzo, in un bar con un avventore che chiacchierando con la barista, mi coinvolge dicendomi “lei che ha una certa età…” ahh gli step che ti fanno planare sulla realtà, che ti inducono ad apprezzare la filosofia universale, vedi le stelle che, terminato l’idrogeno e il loro ciclo, aumentano spaventosamente le loro dimensioni divorandosi tutti i pianeti del loro sistema, al nostro capiterà tra 5 miliardi di anni, forse al tempo non ci saranno più i Pooh e il Nano, insomma: tutto nasce, vive e si dissolve! E i prossimi step saranno sempre più convincenti al proposito: l’alzata del passeggero seduto in bus al tuo arrivo con tanto di faccia misericordiosa, l’attesa davanti alle strisce di un cireneo pronto ad affiancarsi per l’attraversata del manto stradale; le riduzioni per cinema e stadio, e il gran finale: la carezza sulla cervice protetta dall’immancabile cappello… viva gli step!
In marcia per la pace
Perché andare in piazza
di Marco Travaglio
Se anche fosse vero che 14 mesi fa Putin si illudeva di conquistare l’intera Ucraina e tenersela a dispetto dei due terzi della popolazione anti-russi, oggi è chiaro a tutti che il suo obiettivo è conservare il Donbass e la striscia sul Mar Nero, a presidio della Crimea. Se anche fosse vero che Zelensky pensa ciò che dice, e cioè che la controffensiva di primavera (annunciata a inizio inverno e forse pronta a inizio dell’estate) riconquisterà tutti i territori occupati dai russi, pari a un sesto del Paese, oggi è chiaro a tutti che si tratta di una pia illusione, come ripetono da mesi il Pentagono, il capo di Stato maggiore Usa Milley, quello italiano Cavo Dragone e persino le autorità più avvedute di Kiev. Perché dunque Usa, Nato e Ue non colgono al balzo le proposte di pace della Cina e del Papa per inchiodare Russia e Ucraina al tavolo dei negoziati? Si potrebbe partire dal principio di autodeterminazione dei popoli, lasciando che siano le popolazioni dei territori contesi a scegliere da chi vogliono essere governati, con un referendum garantito da Onu e Osce. Invece, pur sapendo che la controffensiva ucraina e la contro-controffensiva russa porteranno solo altre mattanze senza ribaltare lo status quo, le cancellerie occidentali preferiscono attendere altri mesi, cioè altre decine di migliaia di morti, prima di fare ciò che subito salverebbe tutte quelle vite e un anno fa, avrebbe risparmiato lutti a 200 o 300 mila famiglie russe e ucraine.
Questo attendismo cinico e criminale ha una sola spiegazione razionale: l’interesse di Biden di allungare la guerra per procura per i suoi sporchi interessi economici sulla pelle dell’Europa ed elettorali sulla pelle degli ucraini. Ma vale per gli Usa, non per l’Ue. Qui il solo a prendere sul serio l’iniziativa cinese è Macron, che avrebbe bisogno di sponde oltre a quella traballante del Sor Tentenna Scholz. Se l’Italia si spostasse su quell’asse mollando quello oltranzista anglo-american-polacco, ribalterebbe gli equilibri fra partito della guerra e partito del negoziato (che potrebbe anche limitarsi a un cessate il fuoco infinito senza trattati, come quello fra le due Coree). Perciò è non solo giusto, ma anche utile pressare il governo perché smetta di inviare armi. Dire che dovrebbe premere anche su Putin perché si ritiri non ha senso: Putin lo votano i russi; i guerrafondai Meloni, Salvini, B., Schlein, Renzi e Calenda li votano gli italiani. E se il “nuovo” Pd, come già Conte e Fratoianni, si schierasse contro le armi e per il negoziato, costringerebbe Lega e FI a smarcarsi vieppiù dal bellicismo meloniano. Oggi, come il 5 novembre in piazza San Giovanni a Roma, abbiamo un’altra occasione di farci sentire partecipando alla Staffetta per la Pace in tutta Italia e firmando i referendum anti-armi. Non sprechiamola.
Pino e la Santadeché
Matrimoni rottamati, Twiga e napalm nero: è Open to Pitonessa
CARRIERA, GAFFE E SVOLTE A DESTRA - Te la do io Venere. Prototipo del rampantismo (ha come gemello Briatore), dà di gomito a La Russa, Bisignani e Verdini Tra Cortina e divani di coccodrillo, s’è assisa al ministero, combinandone da par suo
DI PINO CORRIAS
Per dare un’occhiata alle meraviglie della neoministra Daniela Santanchè, in arte, la Pitonessa, bisogna aprire il freezer delle sue molte dimore – la Pagoda in riva al mare al Twiga di Forte dei Marmi, la villa a Marina di Pietrasanta, la palazzina di quattro piani a Milano, l’attico a Roma, le case a Londra e a Cortina – spostare le provviste di cuori infranti che fanno curriculum, aspettare che scongeli il suo incarnato e si vesta per scalare la dura giornata di lavoro e di litigi che la aspetta.
Se è lunedì e ha dormito a Milano, dopo la fitness, il parrucchiere, le telefonate ai suoi amici più cari, Luigi Bisignani, piduista di lungo corso, Denis Verdini, faccendiere di nuovo in sorprendente libertà, dovrà issarsi sui tacchi a spillo da public relation, sbrigare qualche appuntamento, per poi infilarsi nella carrozza ministeriale che la condurrà, all’ora di colazione, a mangiare un paio di grissini e fragole a Casa Cipriani, nuovo specchio della razza padrona, una specie di Club inglese per i molto ricchi, niente accesso senza presentazione dei soci, ristorante adeguato allo standard, un arredo finto coloniale con maggiordomi incorporati, zona relax con sauna e massaggi, sale da bagno in marmo rosa, camere da 1.500 euro a notte. In cima, la terrazza affacciata sui giardini Montanelli, il principe dell’inchiostro che fa la guardia alla sua gloria, e che a Casa Cipriani non ci avrebbe mai messo piede.
Dani ha il suo tavolo fisso, guai a toccarlo. Tutto intorno la allieta un fritto misto di potenti, per lo più banchieri come Gaetano Miccichè di Banca Intesa e Massimo Ponzellini, presidente onorario della Banca europea degli investimenti, qualche ereditiera tipo Giulia Ligresti, e naturalmente l’inseparabile Ignazio La Russa, attuale governatore del business politico in Lombardia, incidentalmente seconda carica dello Stato, che onora quasi ogni giorno con il braccio teso e una risata. Più spesso viceversa.
Gomitata dopo gomitata, la nuovissima ministra del Turismo con titolarità turistico-balneare in proprio, scandalo che indossa come fosse un bikini (embè, che c’è da guardare?) è finalmente in cima alla piramide del potere e se lo gode. Perché è il potere il suo personale Open to Meraviglia, la campagna pubblicitaria che ha trasformato l’Italia in cibo per comitive planetarie.
Celebrata per il suo sangue freddo, veste luminescente e aggressiva. Riempie le sue case di lampadari con le piume di struzzo e divani di coccodrillo, i suoi armadi di (finte) borse Hermes. Il lusso in modalità oligarca russo è il suo modo di cancellare le tracce del suo passato. Viene da lontanissimo e qualche scheggia ancora si vede, a cominciare dal cognome di famiglia, Garnero che è fatto di sassi del cuneese tra i quali è nata nell’anno 1961. Padre imprenditore nel ramo trasporti. Lei figlia insofferente che non vede l’ora di levarsi di dosso quella polvere di gente comune che le fa “sgiai”, locuzione piemontese a significare disgusto, da pronunciarsi sempre con la smorfia. Il suo gemello diverso di quei tempi antichi e cupi si chiama Flavio Briatore, cuneese anche lui, impaziente come lei di scendere nelle pianure del jet-set, coltivare soldi, detestare in santa pace i perdenti e i comunisti. Briatore scala il mondo con le carte da gioco e le automobili. Lei con i mariti. Il primo, sposato a 21 anni, è il chirurgo plastico Paolo Santanchè. Lo scuote, lo motiva, lo issa per il bavero verso la celebrità. Per lui, dirà, organizza cene e vita mondana. Lo lancia a Milano e a Porto Cervo, dove ogni estate attraccano con la barca battezzata nientemeno che “Bisturi”. Dirà: “Lasciavo credere che mi avesse rifatto tutta. In verità solo il naso. Gli ho fatto da testimonial, facendogli guadagnare miliardi”.
Il business funziona, l’amore meno. L’ingrato chiede l’annullamento alla Sacra Rota, lei si tiene il cognome, butta il resto. Evolve nel ramo farmaceutici, sposando l’imprenditore Caio Mazzaro. Sogna un figlio. Lo ottiene. Sogna l’impresa, si inventa Visibilia, che è comunicazione, editoria, mondanità e debiti che vanno e vengono.
Il passo successivo è la politica. Ignazio è il suo primo mentore. Di notte sudano insieme al Gilda e al Nepentha, di giorno si risciacquano a Fiuggi, dove la fiamma diventa Alleanza nazionale. Nel 2001 entra alla Camera dei deputati, adora Gianfranco Fini, ricambiata. Il secondo mentore, Bisignani, la affida a Paolo Cirino Pomicino, una garanzia, che le insegna a far di conto dentro ai velluti della Commissione Finanza. “Io sono come i giapponesi – dirà –. Osservo. Imparo. Copio”.
Anche il secondo marito dilegua, scappandosene con Rita Rusic che ha appena rottamato Vittorio Cecchi Gori. I rotocalchi e la tv la adorano, specialmente quando avanza sulla scena incazzata e addobbata Versace. Odia i sinistri. Irride le “false femministe dalla penna rossa”. Esibisce diamanti al dito. Assalta l’Islam e insieme il conformismo piccolo borghese: “Le donne sognano me o Rosy Bindi?”. Cerca uomini risoluti, ma si ritrova circondata da maschi “con le palle di velluto”. Politicamente imbocca ogni incrocio a destra. Ma sempre a suo vantaggio. Lascia Fini per gli scarponi chiodati di Francesco Storace. Lascia Storace per i forzieri di Silvio B. Diventa la sua amazzone e insieme la fidanzata del suo scudiero Alessandro Sallusti, il giornalista. All’alba fa jogging con Francesca Pascale, al pomeriggio arreda la sede sontuosa di Forza Italia a Roma, alla sera organizza le cene di finanziamento del partito in villa Gernetto, 10 mila euro a tavolo. Incarico che salterà per incomprensioni contabili e poi litigi che finiranno per cancellare tutto il resto. Il tempo di un addio – “Silvio usa le donne come un predellino per salirci sopra e sembrare più alto” – e Dani si è già riaccomodata sulla scia di Giorgia, l’altra underdog, che morde più di lei. Con il solito Ignazio a coprirle le spalle, ha chiesto un ministero. Lo ha ottenuto. Ha festeggiato l’evento proprio al suo Twiga, lo stabilimento balneare che ogni anno incassa 6 milioni di euro e paga la concessione con 17 mila euro di spiccioli. Si sente furba, si sente spietata. Una sera delle tante in tv se l’è presa con un ragazzo in collegamento: “Lei bello paffuto, prende il Reddito di cittadinanza?” gli ha detto con sgiai. Il privilegio è il suo napalm, profuma di vittoria.
sabato 6 maggio 2023
Fini solitario
Siamo succubi di un capitalismo selvaggio: ce lo dice pure il Papa
DI MASSIMO FINI
Del viaggio del Papa a Budapest i media, nazionali e internazionali, hanno colto o cercato di cogliere solo gli aspetti politici: una possibile mediazione fra Ucraina e Russia attraverso il metropolita ortodosso di Budapest e un possibile, anche se parecchio improbabile, incontro col Patriarca di tutte le Russie Kirill, ortodosso ovviamente anche lui e sostenitore aperto di Putin. Hanno invece sorvolato sul discorso che Bergoglio ha fatto domenica 30 aprile all’Università di Budapest. Potendo parlare per una volta a persone colte e con persone colte, invece che con politici più o meno bifolchi, Bergoglio ha tenuto un discorso di alto profilo che, mettendo da parte le questioni pratiche che appaiono più evidenti, la pace e l’immigrazione, tocca la sostanza del mondo che stiamo vivendo.
Bergoglio è partito da uno scritto, Lettere dal Lago di Como, del 1924, ripubblicato nel 2022, del teologo italiano ma naturalizzato tedesco Romano Guardini. Cosa scriveva Guardini nel 1924 e quindi in anticipo anche su Martin Heidegger che ha posto al centro della sua riflessione la questione fondamentale della Tecnica e della sua ambiguità? Guardini sostiene, in contrapposizione radicale alla attuale cultura dominante totalmente assoggettata alla Scienza tecnologicamente applicata – sono costretto ovviamente a semplificare – che c’è un modo diverso di porsi verso l’esistente “un creare secondo la natura, che non oltrepassa i limiti stabiliti” e prosegue affermando “le energie e le sostanze sono fatte convergere ad un unico fine: la macchina e così si sviluppa una tecnica dell’assoggettamento dell’essere vivente”. Facendo proprie le questioni poste da Guardini, Bergoglio ha detto “cosa ne sarà della vita se essa finirà sotto questo giogo? Cosa accadrà quando ci troveremo davanti al prevalere degli imperativi della tecnica? La vita, ormai, è inquadrata in un sistema di macchine. In un tale sistema, la vita può rimanere vivente?”. E attualizzando il discorso ai giorni nostri con osservazioni che un secolo fa potevano anche sfuggire o non essere così evidenti ha affermato: “Siamo succubi di un capitalismo selvaggio, gli uomini sentono come più dolorose le proprie debolezze, in una società dove la velocità esteriore va di pari passo con la fragilità interiore”. In qualche punto del suo discorso Bergoglio diventa quasi pasoliniano affermando, anche se non la nomina in modo esplicito, che esiste una dittatura del consumo che tutto appiattisce e tutto uniforma di fronte alla quale l’uomo si sente smarrito.
Un giovane prete – o meglio era giovane come lo ero io quando ci incontrammo per la prima volta – che fa un ottimo lavoro sociale nel disastroso quartiere siracusano di Ortigia, mi ha scritto dicendo che i discorsi di Guardini e soprattutto di Bergoglio sono “finiani”. Non esageriamo. Però una cosa è se certi pensieri eterodossi li esprimo io altra se appartengono a un Papa che meriterebbero quindi un’attenzione molto diversa da parte della cultura dominante.
Booom!
Troppo Fuortes
di Marco Travaglio
Le scorrerie banditesche della Brigata Meloni per mettere le mani pure su Rai, Inps e Inail con largo anticipo sulla scadenza dei vertici, come se le istituzioni fossero bottini di guerra, rischiano di oscurare l’ultima impresa del noto tanguero Carlo Fuortes, intronato da Draghi&Pd alla carica di ad e dg della Rai. Siccome non voleva andarsene anzitempo senz’avere pronta un’altra poltrona su cui accomodare le nobili terga, il governo gli apparecchia un decreto ad personam, anzi contra personam: quello che riduce a 70 l’età pensionabile dei sovrintendenti degli enti lirici. Anzi di uno solo: quello del San Carlo di Napoli, Stéphane Lissner, che deve fare le valigie per liberare il posto a Fuortes, che a sua volta lascia la cadrega a una coppia comica voluta da Meloni&C.. Già, perché per fare il nulla che faceva lui, ora ce ne vogliono due: il nerissimo meloniano Rossi come Dg e il casinian-renziano Sergio come Ad, pronti a invertirsi i ruoli fra un anno. Lissner, che accettò il San Carlo nel 2019 quando non c’erano limiti di età, ricorrerà contro la norma retroattiva e illegittima. Ma il fatto stupefacente è che Fuortes, nei suoi vari pellegrinaggi a Palazzo Chigi, abbia accettato o addirittura caldeggiato l’ignobile legge che fa fuori l’illustre collega per fregargli il posto.
Tutto ciò non ha nulla a che fare con lo spoils system e col diritto del governo di amministrare con uomini suoi. E non c’entra nulla neppure con la lottizzazione. Ci tocca rimpiangere persino gli editti bulgari e le epurazioni leopoldine di berlusconiana e renziana memoria, che almeno reagivano a qualche barlume superstite di informazione: qui, a parte un paio di programmi (Report, Cartabianca e Presadiretta), da censurare non è rimasto nulla. Il promoveatur ut amoveatur del tanguero non ha alcuna motivazione politica, se non la fame atavica di questi banditi, ansiosi di sistemare le loro nullità al posto delle attuali, già sdraiate ai loro piedi senza bisogno di cambi della guardia. Se contasse almeno il “merito”, di cui al famoso ministero, Fuortes non verrebbe promosso al San Carlo, ma licenziato per scarso rendimento, visti la deprimente qualità dei programmi Rai, il vomitevole servilismo dei tg più velinari di sempre e il crollo di ascolti a vantaggio di Mediaset (che pure fa orrore). Stiamo parlando del genio che Repubblica salutò come l’uomo della “rivoluzione” e del “nuovo corso”, che aveva “imposto il ‘lei’ a chiunque, dall’ultimo degli uscieri ai top manager. Una rottura di prassi consolidate che la dice lunga sul nuovo corso del servizio pubblico. E sulla mission ricevuta da Draghi”. Il fenomeno che giurava, restando serio: “I partiti non bussano alla mia porta”. Ma solo perché bussava lui da loro.
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