mercoledì 19 aprile 2023

Auguri!


 

Ma Yoghi!

 


Travaglio!

 

Elly, ti presento Salvo
di Marco Travaglio
Fortuna che si è riposata un po’, perché al rientro a Roma Elly Schlein ha avuto il suo daffare. Non a rispondere sull’inceneritore di Roma. Ma a cenare nell’attico ai Parioli di Claudio Baglioni con quasi tutto il meglio del cinema, della canzone e della tv. Nulla di scandaloso o di strano. Aveva già detto tutto Ennio Flaiano col suo immortale marziano Kunt: appena un alieno atterra nella Capitale, viene ricevuto, coccolato, riverito, sbaciucchiato, fagocitato, attovagliato, insalottito, interrazzato dalla Roma che conta. Poi inizia ad annoiare, da guest star diventa soprammobile, finisce spernacchiato o peggio ignorato e se ne riparte in astronave nell’indifferenza generale. È accaduto a Bossi, Monti, Renzi, Boschi, Salvini, Di Maio. Vediamo quanto impiegherà Elly. La vera notizia della cena in piedi, svelata dal Foglio e arricchita di dettagli da Dagospia, non è neppure la presenza di Franceschini e gentil consorte. Ma quella di Salvo Nastasi, un collezionista di cadreghe da far impallidire Poltrone e Sofà.
Barese, figlio di un funzionario di Bankitalia e di una giudice della Corte dei Conti, marito di Giulia Minoli (figlia di Giovanni Minoli e Matilde Bernabei), funzionario del ministero dei Beni culturali dal 2000, ne è stato ora segretario generale, ora capo di gabinetto, ora entrambe le cose insieme, con delega allo spettacolo dal vivo che non se n’è ancora riavuto; ma pure nei Cda del Petruzzelli di Bari e della Treccani; commissario al Maggio Musicale Fiorentino, al San Carlo di Napoli, all’Arena di Verona e alla bonifica ambientale di Bagnoli (tutto vero!); presidente dell’Accademia nazionale d’arte drammatica; vicepresidente e poi presidente della Siae, suo ultimo domicilio conosciuto. E tutto questo malgrado Salvo fosse rutelliano ai tempi di Rutelli, berlusconiano e cocco di Gianni Letta e Bisignani ai tempi di B., montiano ai tempi di Monti, renziano ai tempi di Renzi (che se lo portò a Palazzo Chigi come vicesegretario generale), franceschiniano con Franceschini nel Conte-2 e draghiano quando Dario passò a Draghi. Curriculum perfetto per i sugheroni galleggianti in tutti i regimi e vincenti su tutti i tavoli. Un po’ meno per la grande rivoluzione promessa da Elly. Torna in mente una vignetta di Forattini su Andreotti nel 1992, dopo gli omicidi di Lima e Salvo: “Salvo Lima. Ignazio Salvo. Salvo comunque”.
Ps. Oggi inizia a Perugia il Festival del Pensiero Unico, già Festival del Giornalismo che contribuimmo a tenere a battesimo nel 2006 e si era sempre avvalso delle firme del Fatto. Quest’anno non ci hanno invitati con scuse puerili: basta leggere il programma per capire che non c’è spazio per i pacifisti. Presto organizzeremo un’iniziativa per i lettori umbri.

L'Amaca

 

In difesa di quale razza?
DI MICHELE SERRA
«Non possiamo arrenderci alla sostituzione etnica». Ha detto proprio così, il ministro Lollobrigida: sostituzione etnica. Una lettura razzista (termine che non uso mai con leggerezza) in base alla quale il concetto di nazionalità — essere italiani — coincide con quello di razza. Con l’aggravante che una “razza italiana” — se non nell’obbrobrioso ventennio nel quale gli italiani furono costretti a immaginarsi “razza” — non esiste e non è mai esistita.
Discendiamo, a partire dall’Impero Romano, da una moltitudine di popoli (latini, greci, etruschi, sarmatici, goti, normanni, arabi, spagnoli, francesi, ebrei, nordafricani, e chissà quanti ne dimentico) e ciò che ci apparenta, oltre alla coabitazione, è la lingua, la cultura, la Costituzione, le leggi. Il concetto di “cittadinanza”, a Roma antica, era assai più moderno, inclusivo e dinamico che nella Roma del 2023. Di uguale universalità (altro che “razza”) sono le radici dell’Europa cristiana: San Paolo era siriano, Sant’Agostino algerino, Costantino serbo. E Gesù, ebreo di Nazareth.
Il futuro dell’Italia, che sta tanto a cuore ai meloniani, dipende dalla nostra capacità di accogliere e rendere partecipi i migranti senza mai sentirci “sostituiti”, semmai affiancati e sostenuti. E fare sì che i loro figli, italiani di fatto, lo diventino anche di diritto. L’idea di indire una specie di campionato della natalità, riempiendo le culle di “veri italiani” per contrastare l’invasione straniera, è uno dei capisaldi del razzismo moderno.
Di “difesa della razza” ne abbiamo già avuta una e ci è bastata. E Lollobrigida, che è ministro dell’Agricoltura, dovrebbe sapere meglio di ogni altro che senza immigrati non nascerebbe più un vitello italiano e non si riempirebbe più una botte di vino italiano.