sabato 15 aprile 2023

Se fosse vero!

 


Esiste, non esiste, Giletti dice di averla vista senza aver avuto la possibilità di verificare l'autenticità. Certo che se esistesse la storia degli ultimi decenni cambierebbe e di molto, decretando la nostra comune incapacità a vivere lontano dalla verità e, sopratutto, dalla libertà. La foto in questione, se esistesse, confermerebbe un dubbio atroce, incredibile, tanto grave da indurre a traslocare in un altro paese le bare di Falcone e Borsellino per manifesta indegnità a conservarne la memoria. Tutto sarebbe diverso, incontrollabile: sapere che un guappo miliardario, divenuto in seguito Primo Ministro, si sarebbe seduto ad un tavolo con un boss mafioso ed un generale dei carabinieri, squalificherebbe i nostri sentimenti, la nostra storia, le lotte contro il crimine organizzato, il sacrificio di molti eroi follemente dimenticati. Forse ha ragione Cairo: è ancora troppo presto per comprendere come la politica sia asservita da tempo immemore al male mafioso. Se esistesse quella foto, riponetela please! Lasciateci sognare ancora per un po' di essere un paese civile, normale, giusto...

Soldi ad minkiam

 

Che bei vedovi
di Marco Travaglio
Per la serie, anzi il cinepanettone “Non c’era una volta il Terzo Polo”, ma anche “Io non ce l’ho con te, ma col tuo vicino che non ti butta di sotto”, apprendiamo da Repubblica che “il gotha dell’imprenditoria” è molto deluso dai suoi ultimi beniamini Calenda e Renzi e dice a una sola voce: “Un’altra promessa tradita”, lacrimando a un solo occhio per i “4 milioni donati invano” ai due caratteristi che ora si tirano i piatti e gli stracci. Il Gotha dei boccaloni che avevano creduto nella farsa terzopolista comprende il meglio “del mondo imprenditoriale e finanziario italiano” (figuratevi il peggio). La lista dei vedovi inconsolabili annovera: Maurizio Bertelli, patron di Prada, che aveva donato 100 mila euro; le famiglie Zegna (60 mila) e Loro Piana (130 mila); Gianfelice Rocca dei gruppi Techint e Humanitas, “uno dei dieci uomini più ricchi del Paese” (100 mila); Alberto Bombassei, gruppo Brembo (100 mila); Davide Serra, leggendario finanziere italo-anglo-caymanense (100 mila), senza dimenticare, con varie pezzature, Antonio D’Amato, Lupo Rattazzi, Banzato, Arvedi, Garavoglia, Merloni, Brachetti Peretti, Cornetto Bourlot e Pietro Salini (quello del Ponte sullo Stretto e tante altre belle cose).
Alcuni avevano già creduto nell’uomo sòla al comando, cioè in B., con i risultati a tutti noti, per poi buttare i loro soldi nei migliori Titanic della nuova politica: Scelta (poi Sciolta) Civica montiana, il Pd renziano, l’Italia Futura montezemoliana e – dulcis in fundo – i due statisti del “polo della serietà” che ora si danno – comprensibilmente – del “pazzo che ha sbagliato il dosaggio delle pillole” e del “mitomane che prova a darci la fregatura”. Tutti casi di “circonvenzione di capaci”, per dirla col loro collega Gianni Agnelli, che coniò la battuta per l’amico Cesare Romiti che s’era fatto convincere a staccare cospicui assegni a Ferdinando Adornato per la catastrofica avventura di Liberal. Ecco: se l’Italia è ridotta così lo dobbiamo anche e soprattutto a loro, a questi lucidi e lungimiranti “uomini del fare” specializzati nel disfare buoni governi (rarissimi, tipo il Prodi-1 e il Conte-2) con la potenza di fuoco di Confindustria e dei suoi giornaloni, per rifilarci patacche epocali che esistono solo nella loro fantasia e nel loro conto in banca: la Rivoluzione Liberale di B., l’Agenda Monti, la Grande Riforma Renzi, l’Agenda Draghi, senza dimenticare l’innamoramento momentaneo per Salvini in funzione anti-5Stelle e ultimamente il Grande Centro del Terzo Pelo. Ora che ne hanno persi due in un colpo solo, attendiamo con ansia che trovino il nuovo spirito guida. Visto il progressivo scadimento degli obiettivi (da B. a Ollio e Ollio), non ci stupiremmo se fosse un totano. O un calamaro.

L'Amaca

 

Due Bruti senza Cesare
DI MICHELE SERRA
Il Terzo Polo, almeno sulla carta, dovrebbe occupare quello spazio della politica (il centro liberal-democratico) che è per definizione meno passionale, meno ideologico, più pragmatico. I fatti più importanti delle opinioni — insomma.
Sorprende scoprire che questo Parnaso della concretezza soccombe a causa di una scissione che potrebbe fare ombra alla sinistra, da sempre maestra nel campo della lite furibonda — a volte finita a picconate, altre volte, più affettuosamente, a scomuniche. Cioè: non sorprende, perché già si sapeva che il diumvirato tra Calenda e Renzi non poteva reggere per manifesto complesso di superiorità di entrambi. Ma un qual certo rammarico, per i non ideologici, per i pragmatici, per i concreti, per i compassati elettori che niente vogliono sapere delle intemperanze ideologiche di destra e sinistra, deve pure esserci. Come mai è andato tutto in vacca?
Come è possibile che, pur in presenza di un sapiente spregio per il fanatismo, le intransigenze, le rigidità culturali, il Terzo Polo si sia spezzato in due tronconi? Azzardo un’ipotesi. Quanto a effetti rovinosi, nemmeno la più arcigna delle ideologie, o la più sciocca delle faziosità, vale quanto l’egocentrismo.
L’Io è il macigno contro il quale deragliano anche i convogli più poderosi. Se poi si tratta di un Io maschile, beh potrebbe deviare anche il corso del Mississippi.
Resta da aggiungere una cosa, da spettatore disinteressato alla questione.
Tra i due Bruti (senza Cesare) che si sono accoltellati, dovessi salvarne uno è Calenda. È un rissante a viso aperto, perfino simpatico nella sua esagerata concezione di se stesso. Gioca perché gli piace il gioco. L’altro, invece, gioca solo per vincere.

venerdì 14 aprile 2023

Senza parole!

 


Minkia!

 

Difficilmente Marco Lillo prende delle sole. Vuoi vedere che alla fine il "Gillo" si voleva intrufolare nelle vicende del Santo Ricoverato?? Minkia!
Sentito dai pm, scorta doppia: Cairo non dà un buon segnale
DI MARCO LILLO
La rimozione di Massimo Giletti da La7 non va sottovalutata come una mera notizia di ascolti e palinsesti. La cancellazione a sorpresa di un volto simbolo di La7 seguita da notizie infondate su pretese perquisizioni a casa sua per il pagamento di un ospite come Salvatore Baiardo (cosa mai negata da Giletti, magari non bella, ma lecita) non è cosa di tutti i giorni. Anche lo strano video di Baiardo su TikTok desta inquietudine. Baiardo (già favoreggiatore della latitanza dei boss Graviano nei ‘90 e poi profeta dell’arresto di Messina Denaro) poche ore prima della notizia di Giletti annuncia l’addio a La7, dove non lo farebbero esprimere, e il suo probabile approdo a Mediaset (chissà se accadrà).
Proviamo allora a mettere in fila alcuni fatti anche a beneficio dell’editore de La7 Urbano Cairo che magari non li conosce.
Giletti è stato sentito dai pm di Firenze che indagano sulle stragi del 1993 due volte (il 19 dicembre e il 23 febbraio) probabilmente proprio su Baiardo. Il livello della sua scorta pochi mesi fa è stato innalzato e c’è da pensare quindi che i pm di Firenze non lo tengano affatto nel mirino, come insinuato ieri su alcuni siti. Anzi. Lo ritengano attendibile.
Secondo: Giletti intendeva occuparsi di mafia e politica nelle prossime puntate. Per domenica era nel mirino della redazione l’ex sottosegretario di Forza Italia Antonio D’Alì. Poi Giletti stava pensando di alzare il tiro con una o più puntate su Marcello Dell’Utri. Il conduttore aveva preso già contatti con gli esperti della materia e stava studiando le indagini fiorentine che coinvolgono anche Berlusconi. L’ipotesi di accusa (tutta da dimostrare) relativa alle stragi del 1993 è un tabù in tv. Giletti voleva infrangerlo perché affascinato dalle potenzialità televisive del personaggio Dell’Utri.
Al Fatto risulta che Giletti si stava interessando delle informative della Dia sui rapporti di Dell’Utri con i mafiosi, alle perizie sui primi capitali in Fininvest e ai ‘generosi’ prestiti e pagamenti di Berlusconi e delle sue società a Dell’Utri e famiglia, con le immancabili intercettazioni che i nostri lettori conoscono bene, ma il pubblico della tv ignora.
Chissà cosa sarebbe andato in onda. Una cosa è certa: Urbano Cairo, senza rendersene conto, cancellando così il programma di un giornalista sotto scorta per la sua attività, che ha appena testimoniato ai pm che indagano sulle stragi e che dell’indagine stragi voleva occuparsi, non sta dando un bel segnale.

L'Amaca

 

Il Rinascimento degli animali
DI MICHELE SERRA
Il Corpo Forestale dello Stato venne soppresso nel 2016 dal governo Renzi, e accorpato all’Arma dei Carabinieri.
Avvenne per ragioni di “razionalizzazione” e risparmio. Forse pesò il fatto che in due Regioni (Calabria e Sicilia) i forestali fossero molto numerosi e nonostante questo le foreste patissero l’assalto indisturbato dei piromani.
Fatto sta che quella decisione, alla luce dei fatti, si è rivelata cieca e sbagliata. Come ha scritto Paolo Cognetti su questo giornale, quel Corpo andava piuttosto potenziato, a fronte dell’impressionante prosperare dei boschi e della fauna selvatica, quasi estinta alla metà del secolo scorso; e quasi rasi al suolo i boschi per riscaldare le case di un Paese povero e arretrato. Provate a confrontare due fotografie della stessa valle alpina o appenninica nel Dopoguerra e ai nostri giorni, e vi sembrerà di vedere un Paese calvo che ha rimesso i capelli.
Scrivo da anni, forse da decenni, che abbiamo rimosso quasi del tutto la cognizione stessa della natura, e non è un problema astratto: significa che abbiamo rimosso la cognizione del nostro territorio (un terzo è boschivo, due terzi montani).
Due soli agenti della Forestale (bravissimi: ma due) dovrebbero custodire, in teoria, la vallata dove abito e quella accanto. Un territorio enorme, nel quale lupi, cinghiali, caprioli e cervi vivono, grazie al progressivo ritiro dell’uomo, un loro Rinascimento. Disse Marco Paolini: siamo un Paese di montagna convinto di essere un Paese di pianura. Il lungo itinerario di parole e di passi di Paolo Rumiz dice lo stesso.
L’orso del Trentino è uscito da quel vuoto.
Pensavamo che “moderno” volesse dire sterilizzato, neutralizzato, ma non è così, davvero non è così. La Guardia Forestale ci servirebbe molto. Molto più di prima.

Commissioni travagliate

 

Aridateci Aigor
di Marco Travaglio
Allegria! Nasce una Commissione parlamentare per indagare sulla gestione del Covid da parte dei governi Conte e Draghi (e non delle Regioni, competenti in sanità): cioè sul lockdown, le zone rosse, arancioni e gialle, gli acquisti di mascherine, i vaccini, perfino i banchi “a rotelle”. Insomma su tutte le benemerite iniziative, poi copiate dai migliori governi d’Europa, che hanno arginato la pandemia e salvato decine di migliaia di vite. Nelle vere democrazie le commissioni d’inchiesta le crea l’opposizione per controllare chi detiene il potere, non chi detiene il potere per ricattare l’opposizione. Perciò M5S e Pd protestano. Ma al loro posto ci limiteremmo a disertare le sedute e a goderci lo spettacolo dei segugi destronzi che indagano da soli. Uno spettacolo che, visti i precedenti, si annuncia imperdibile. In Italia le commissioni parlamentari non scoprono mai nulla più dell’acqua calda, riuscendo semmai a incasinare il poco che ha accertato la magistratura. E colpiscono pure come boomerang chi le architetta. La più recente è quella sulle banche, voluta da Renzi nel 2017 contro i 5Stelle, Lega e FdI che osavano denunciare i conflitti d’interessi del suo Pd nei crac bancari. Partito per suonarle agli oppositori, il poveretto finì suonato dallo scandalo della sua soffiata sul dl Banche Popolari a De Benedetti, che ci speculò in Borsa. Si scoprì pure che la Boschi aveva fatto il giro delle sette banche, più Consob e Bankitalia, per raccomandare l’Etruria tanto cara al babbo.
Il meglio però lo diedero i berluscones con due capolavori della commedia all’italiana: le commissioni Telekom Serbia e Mitrokhin. La prima, presieduta dall’avvocato di Dell’Utri, Enzo Trantino, nasce nel 2003 per indagare sull’acquisto nel 1997 del 29% della compagnia telefonica serba da Stet-Telecom Italia: 900 miliardi di lire al governo di Milosevic, già sotto embargo e poi catturato e condannato all’Aja. Per nascondere le tangenti (vere) pagate da Previti ai giudici romani per comprare le sentenze Mondadori e Imi-Sir, salta fuori un “supertestimone” delle tangenti (false) intascate da Prodi, Fassino e Dini sui conti cifrati “Mortadella”, “Cicogna” e “Ranocchio”. Il portentoso teste, tal Igor Marini, si presenta come “conte polacco”, giura di aver trattato personalmente l’acquisto di Telekom, ma afferma di aver dimenticato le carte in Svizzera. La commissione gli crede sulla parola e parte con lui per Lugano. Ma si scorda di avvertire gli svizzeri, che arrestano i nostri eroi. I parlamentari vengono poi rilasciati. Marini lo trattengono in galera, essendo ricercato per aver truffato alcuni alberghi: mangiava, beveva e dormiva, ma non pagava il conto come un altro conte, il Mascetti di Amici miei.
Appena sentono il suo nome, i giudici di Torino chiedono la sua estradizione: lo cercavano da mesi per una truffa su titoli indonesiani. I pm, diversamente dalla Commissione, indagano su di lui e scoprono che vive in un tugurio nel Bresciano e fa il facchino al mercato ortofrutticolo: l’attività tipica degli intermediari da Stato a Stato. La seconda moglie racconta in lacrime che Igor ha truffato anche lei: non era conte né polacco, si spacciava per numero 2 dello Ior e amico del Papa. La prima moglie, la soubrette Isabel Russinova, dichiara ai pm: “Igor ha preso in giro anche me. Mi sono vergognata per anni, ma ora che ha truffato l’intero Parlamento mi sento meno sola”. Dei conti Cicogna, Mortadella e Ranocchio e della maxi-tangente da 450 miliardi non si troverà traccia. Marini sarà condannato a dieci anni per calunnia. E si scoprirà che l’unico a prendere soldi provenienti dall’affare Telekom Serbia è stato un membro della Commissione Telekom Srrbia: Italo Bocchino di An.
Il degno pendant del conte Aigor è Mario Scaramella da Napoli, “superconsulente” della commissione Mitrokhin, che indaga sugli infiltrati del fu Kgb in Italia sotto la presidenza di Paolo Guzzanti, padre d’arte. Una vita di espedienti, trascorsa a millantare credito e fondare inesistenti centri studi e organizzazioni internazionali antiatomiche formate da lui e dalla fidanzata, nonché a spacciarsi per “giudice antimafia”: un cazzaro legato al Sismi e alla Cia. La Commissione gli crede ciecamente e lo manda in giro per l’Europa a torchiare vecchie spie russe in andropausa. Quelle gli raccontano le porcate di Putin, ma lui è più interessato a Prodi, di cui purtroppo nessuno sa nulla, a parte una spia che ha sentito dire da un’altra (morta) che un’altra (morta) aveva saputo da un’altra che Prodi piaciucchiava al Kgb. Quindi Prodi agente sovietico, forse coinvolto nel caso Moro. “Una bomba termonucleare!”, esclama Guzzanti al telefono con Scaramella, “lo dico subito al Capo”. Cioè a B.. Ma neanche lui lo prende sul serio. Scaramella continua a molestare gente nei bar di Londra, mostrando foto di Prodi e persino di Diliberto e Pecoraro Scanio (anche loro del Kgb, malgrado l’età). Nei suoi rapporti cifrati, Pecoraro è ‘Pecorosky’ e ‘Culattosky’. Una delle spie molestate prega Guzzanti di riprendersi lo stalker: “Your friend is a mental case”. Mario sostiene di essere stato avvelenato a Londra col polonio insieme all’ex agente Litvinenko: “Mi han dato una dose dieci volte superiore a quella mortale”. Solo che Litvinenko muore, mentre Scaramella resuscita e torna in Italia. Lo arrestano appena scende dall’aereo e lo condannano per armi e calunnie. Ora sia lui sia Marini sono fuori. Pronti per la Commissione Covid.