Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 1 aprile 2023
Schietta e precisa all'inverosimile!
La Polpetta avvelenata e fascia serve a sviare i flop
DI DANIELA RANIERI
Ieri il presidente del Senato, seconda carica dello Stato, ha gettato all’opinione pubblica la quotidiana polpetta avvelenata: “Gli uccisi in via Rasella furono una banda musicale di semi-pensionati e non nazisti delle SS”.
Figuriamoci se ci mettiamo a dibattere di storia della Resistenza e del fascismo con uno che venera statue-feticcio di Mussolini col braccio in comica erezione priapesca; è chiaro che La Russa, dopo l’uscita di Meloni sui martiri delle Fosse Ardeatine “uccisi solo perché italiani” (i nazisti non avevano motivo di uccidere “gli italiani”, visto che tra essi c’erano i fascisti che gli facevano da servi; avevano invece loro motivi di uccidere antifascisti ed ebrei), ha rinfocolato la polemica per sviare l’attenzione pubblica dai flop del governo su migranti, codice degli appalti (o pro-mazzette) e Pnrr, come certifica il calo di consensi per tutti i Fratelli e Cognati d’Italia.
Che quelli uccisi in via Rasella fossero anziani membri della banda musicale è un’antica menzogna del mondo fascio. Il Polizeiregiment “Bozen” era invece un reggimento di uomini tra i 27 e i 43 anni addestrato per compiere stragi (il battaglione omologo in Veneto fu responsabile insieme alle SS della strage della valle del Biois), con 5-6 bombe a mano legate alla cintola, agli ordini di Kappler, capo della Gestapo a Roma e responsabile del rastrellamento del ghetto. Erano altoatesini, non perché lì suonano bene nelle bande, ma perché Bolzano era stata annessa al Reich (a riprova che quanto detto da Meloni sugli uccisi “solo perché italiani” è una fesseria).
La strategia è: spararla grossa, verificare la tenuta della pubblica indifferenza, farsi dare dei fascisti per poi fare le vittime (lo sguardo di Meloni, tra il candido e il feroce, dice: “E adesso che vogliono, questi rompicoglioni?”). È la famosa “pacificazione”, auspicata anche da leader del “centrosinistra”: rivalutare i fascisti (e perché no, in epoca di innamoramento lib-dem per lo sbarazzino battaglione Azov, anche i nazisti) e sputare sui partigiani che ci hanno liberato.
Come gira qui ad Alloccalia!
Ha stato Conte
di Marco Travaglio
1. Il 23.3.2020, in pieno lockdown, Conte e altri otto premier del Sud Europa lanciano un piano di ripresa post-Covid finanziato con Eurobond: no di Merkel, frugali del Nord e fronte di Visegrad. I giornaloni se la ridono: “L’azzeccagarbugli con la pochette andrà a sbattere, prenda il Mes”.
2. Il 21.7, dopo tre giorni e tre notti di battaglia al Consiglio Ue, mentre i giornaloni scrivono che quei soldi non ce li daranno mai o saranno molti meno, il Recovery passa all’unanimità e l’azzeccagarbugli torna a Roma con 209 miliardi: 36 più del piano Ursula. Pure Meloni, Salvini, B. e Renzi si complimentano. Ma FdI si astiene sul Pnrr sia in Ue sia in Italia.
3. Il governo Conte scrive il Pnrr e progetta una cabina di regia a Palazzo Chigi con il premier, Gualtieri (Mef), Patuanelli (Mise), 6 top manager e 300 tecnici per controllare progetti e gare. Renzi e Salvini gridano al golpe, Repubblica evoca i quadrumviri del Duce, Sole 24 Ore, Corriere&C. bombardano all’unisono.
4. Gennaio 2021. In piena seconda ondata Covid, si scrive il Pnrr e partono i vaccini: il momento giusto per rovesciare Conte. Ci pensa Renzi, previe consultazioni con Mancini in autogrill e Verdini a Rebibbia, col plauso di Confindustria e giornaloni al seguito.
5. Il 2.2 Mattarella chiama Draghi, che completa il Pnrr e lo snatura: via il salario minimo, meno fondi al green e alla sanità, dentro l’idrogeno blu e lo stadio di Firenze (voce “Cultura”). La cabina di regia passa da Chigi al Mef, con migliaia di tecnici, ma ora niente scandalo. Renzi scopre che i 209 miliardi “non li ha portati Conte, ma un algoritmo olandese”. Molinari rivela su Rep che “il governo Draghi è riuscito a ottenere la maggioranza dei fondi del Next Generation Eu” (il Pnrr).
6. Il 22.12 Draghi si candida al Quirinale: “Abbiamo raggiunto i 51 obiettivi del Pnrr e creato le condizioni perché il lavoro sul Pnrr continui, indipendentemente da chi verrà”. Ma viene trombato, accumula altri ritardi sul Pnrr e fa casino con le assunzioni nella Pa.
7. Il 25.10.2022 Meloni va al governo e riporta la cabina di regia sul Pnrr dal Mef a Chigi, come voleva fare il golpista Conte. Si perde altro tempo. L’Ue se ne accorge congela la nuova rata.
8. Bisogna incolpare qualcuno. Stagnaro: “La responsabilità è di Conte e Draghi: hanno scelto di chiedere integralmente i fondi europei”. Borgonovo: “Siamo la nazione che ha chiesto più soldi, non si capisce perché. Ci troviamo una marea di soldi di cui non abbiamo bisogno”. Bernabé: “Si sapeva che non avremmo saputo spenderli, ma Conte chiese lo stesso tanti soldi”. Quindi non solo li ha portati Conte, non Draghi o l’algoritmo olandese. Ma ne ha portati troppi. Si vergogni.
venerdì 31 marzo 2023
Chiarimento
Per tutti i buonisti, i terrapancisti, i fautori del volemose bene, per i cocktailisti, per coloro che credono che alla fin fine il mescolamento di ideali, il tutti a governare per il bene del paese, i figli del napoletanismo - riferito allo squallido ex presidente della repubblica -, per i seguaci dell’Ebetino e della sua era del Ballismo: un fascista è per sempre! E in questa triste e martoriata nazione abbiamo avuto il coraggio di eleggerlo alla seconda carica dello stato! Grazie alle borotalcate dell’ex segretario pidino e a tutti coloro che credono che in fin dei conti il Pelato Criminale qualcosa di buono l’abbia fatto! E il fascista posizionato dal merdone dell’indifferenza si permette di offuscare uno dei più efferati delitti della nostra storia, ammorbidendo l’azione partigiana di via Rasella per offuscarne la drammaticità, tentando di inquinare la storia che vedeva da una parte nazisti e fascisti, e dall’altra l’antifascismo che ci donò la libertà.
Questo squallido energumeno deve essere spazzato via dalla presidenza del senato! Perché ce lo impone la nostra Costituzione, che è eretta sull’antifascismo! E tutti i balordi che compongono questo governo dall’aria fascista hanno giurato sulla Costituzione. Pertanto mentre si avvicina il 25 aprile, urge che il Presidente della Repubblica prenda posizione netta al proposito, senza fraintendimenti né tentennamenti! E la nera finta democratica abbia il coraggio di confermarne il suo giuramento sulla nostra Costituzione antifascista.
E tutte le persone libere ed antifasciste aderiscano all’Anpi come risposta a questo clima restauratore, agevolante il ritorno di politiche che credevamo essere disperse da piazzale Loreto. Ma ci sbagliavamo. W il 25 aprile! (Domani aderirò all’Anpi!)
L'Italia che non vogliamo
“Questa è la legalizzazione della nuova Tangentopoli”
EX MAGISTRATO E SENATORE M5S - "Gli imprenditori onesti sfavoriti, vinceranno quelli più spregiudicati agganciati con il potere"
DI GIANNI BARBACETTO
“Hanno legalizzato Tangentopoli”. Così il nuovo codice degli appalti viene sintetizzato da Roberto Scarpinato, ex magistrato in Sicilia e ora senatore del Movimento 5 stelle. “Questo codice ha abolito tutte le regole che servivano a evitare abusi e ha fatto saltare tutti i controlli amministrativi. Sono già stati criticati l’affidamento diretto fino a 150 mila euro, procedure negoziate senza bando fino a 5 milioni di euro, piccoli Comuni che possono fare affidamenti diretti fino a 500 mila euro nonostante non abbiamo le competenze amministrative necessarie, subappalti a cascata, liberalizzazione dell’appalto integrato. Ma la gravità della situazione si percepisce se si allarga lo sguardo.
E che cosa si vede?
Si vede che non soltanto hanno fatto saltare tutti i controlli amministrativi, ma anche i controlli penali e quelli contabili. Dobbiamo ricordare che dal 2020 è stato abolito il controllo di legalità della magistratura penale su tutti gli atti amministrativi aventi carattere discrezionale.
Eppure i politici di governo, con il ministro Carlo Nordio in prima fila, continuano a parlare di amministratori con la “paura della firma”.
Non si capisce che paura possano avere, visto che la loro attività discrezionale non è più sottoposta al controllo penale. Ma non c’è solo questo. Hanno eliminato anche la responsabilità contabile degli amministratori. Lo ha stabilito il decreto Conte-2 durante la stagione della pandemia, per accelerare le procedure di spesa. Ma allora si era previsto che fosse una misura a tempo. Invece Mario Draghi l’ha prorogato fino al giugno 2024 ed ecco che ora c’è un emendamento del centrodestra, che riguarda il decreto del Pnrr ma che dovrebbe estendersi a tutte le procedure d’appalto, che vuole portare questo scudo erariale fino al 2025. L’associazione dei magistrati della Corte dei conti con una lettera del 4 marzo ha segnalato che così si crea di fatto una abrogazione dell’articolo 103 nella Costituzione che attribuisce alla Corte dei conti il controllo dei legittimità sul modo in cui gli amministratori esercitano i loro poteri. Ma non basta. Questo centrodestra non vuole fare una seria legge sul conflitto di interessi, non abbiamo una legge sulle lobby e, dopo avere lobotomizzato l’abuso d’ufficio, vogliono anche lobotomizzare il reato di traffico di influenze illecite, nonostante ci sia stato imposto dall’Europa. E nonostante questo sia il reato per cui l’anno scorso in Francia è stato condannato Sarkozy e quest’anno in Italia è stato condannato Alemanno. Insomma, diamo via libera all’azione occulta delle lobby per influire nei procedimenti di affidamento di appalti. Ecco: ci sono tutti i presupposti per una sorta di legalizzazione di Tangentopoli e per la creazione di un sistema criminogeno che accende il semaforo verde affinché il denaro pubblico finisca nel buco nero della corruzione e anche del sistema clientelare.
Si torna alla Prima Repubblica?
Sì, ci sono tutti i presupposti per un ritorno alla politica della Prima Repubblica, cioè il finanziamento pubblico per finanziare enormi catene clientelari e innescare il voto di scambio. Un pubblico amministratore, non essendo più sottoposto al controllo penale, al controllo amministrativo, al controllo contabile, può utilizzare il suo potere non solo per la corruzione, ma anche per alimentare il consenso alla propria parte politica favorendo non solo se stesso, ma anche una clientela politica, che potrà essere agevolata nell’affidamento di appalti pubblici.
La “semplificazione delle procedure” viene giustificata con la necessità di ridurre la burocrazia.
Quando sento questa giustificazione, mi viene in mente la metafora del tubo e dell’acqua. È come pompare un’enorme quantità d’acqua in una conduttura, ma senza preoccuparsi di controllare se poi qualcuno non la toglie con allacciamenti abusivi, con il risultato che l’acqua che arriva sia alla fine del tubo solo una piccola parte di quella pompata. Così, più che alimentare la crescita del Paese, si alimenteranno i portafogli dei comitati d’affari e delle mafie.
E gli imprenditori onesti?
Saranno danneggiati, perché favoriti saranno i più spregiudicati, che sanno come utilizzare gli agganci con il potere.
E alla fine è previsto anche un condono per chi non paga le tasse.
È un invito all’evasione fiscale: intanto non pago, al massimo pago dopo che mi hai scoperto. È anche un attacco allo Stato sociale, perché priva di risorse il welfare. Nel complesso, siamo di fronte a una legislazione che mira a ottenere il consenso del proprio elettorato. Ai danni dello Stato.
giovedì 30 marzo 2023
Da meditare
Ecco un articolo di Selvaggia Lucarelli che fa pensare, e che non giudico, non mi permetterei mai! Lascio a voi ogni vostro pensiero in merito.
Porsche, lasciare la moglie “demente” è un suo diritto
LA MALATTIA FA SCOMPARIRE LA PERSONA - È successo anche a me. Continuare a vivere con lei significava perdere pezzi di vita, stare in un limbo di paure: un sacrificio inutile
di Selvaggia Lucarelli
“Ha la demenza, io divorzio”. “Mr. Porsche rottama la moglie”. “Wolfgang Porsche divorzia dalla moglie perché lei ha la demenza”.
Da giorni leggo titoli come questi sui principali siti e giornali italiani e non posso fare a meno di pensare a quanto sarebbe importante conoscere la malattia – quella malattia – prima di semplificare la vita altrui. Prima di appropriarsi di una storia così, di trasformarla in gossip manicheo in cui i cattivi hanno la Porsche e una nuova fidanzata, i buoni sono la moglie abbandonata con la demenza senile.
Riassumo velocemente la storia, quella della fredda cronaca: Wolfgang Porsche, 79 anni, presidente del consiglio d’amministrazione della omonima Casa automobilistica, ha chiesto il divorzio dalla moglie Claudia Hübner, 74 anni, dopo una relazione durata circa 15 anni. Lei si era ammalata di demenza senile due anni fa, è immobile, deve essere assistita dalla figlia e dalle badanti 24 ore su 24. I comportamenti della donna sarebbero molto cambiati divenendo anche aggressivi, e questo avrebbe reso impossibile la convivenza. Il marito ha una nuova relazione con una vecchia amica, Gabriela di Leiningen. L’opinione pubblica tedesca ha accusato Porsche di cinismo, in Italia non è andata meglio. Valeria Braghieri, per esempio, sul Giornale ha scritto: “L’ha confusa con un’auto. Ma non una delle sue, perché quelle si venerano in eterno, pezzo dopo pezzo, anno dopo anno, persino graffio dopo graffio. No, deve averla scambiata per una di quelle più ‘da battaglia’ che carichi fino allo sfinimento partendo per le vacanze, che frusti fino al duecentomillesimo chilometro, che spingi su ruote sgonfie e lisce col motore che tossisce e la marmitta penzoloni. Il ‘signor’ Porsche ha deciso di rottamare la moglie perché lei ha commesso l’imperdonabile errore di ammalarsi di demenza senile”. E così molti altri.
Credo e spero che quest’orda di penne giudicanti non abbia la più pallida idea di cosa sia la demenza, perché se solo conoscesse risvolti e sfumature di questa infame malattia forse riuscirebbe a provare compassione persino per un anziano milionario tedesco col sedere sulla Porsche.
Quando mia mamma un anno fa è stata ricoverata in una Rsa per via dell’Alzheimer e della sua immobilità, per la prima volta nella mia vita ho esplorato quel mondo spaventoso, struggente, malinconico che è una casa di risposo. Mia mamma aveva una forma di demenza quieta, quasi timida. Non parlava, aveva dei momenti di tenerezza, sembrava riconoscerci a tratti ma poi, un attimo dopo, era già smarrita in mondi inaccessibili. Sua madre, che aveva vissuto con noi molti anni fa, invece era stata colta da una demenza feroce, con sbalzi d’umore che per me ancora bambina erano tanto incomprensibili quanto terrorizzanti. La notte, soprattutto, ci svegliava con grida oscene, ci accusava di averla rapita, di volerla uccidere, ci chiamava bastardi. Alzava le mani su mia madre. Dopo un anno di quella vita sottosopra, un anno in cui le nostre esistenze furono oppresse dal peso dei suoi umori incontrollabili, andò in una casa di riposo. Continuare a vivere con lei significava perdere dei pezzi di vita, rimanere sospesi in un limbo di paure e insensatezza, senza che nessuno potesse trarre davvero beneficio da quel sacrificio.
In quella casa di riposo in cui mia madre forse aveva davvero trovato riposo, il tempo con lei era infinito. Fuori da ogni retorica, comunicare con una persona affetta da demenza che non parla, non cammina, ti oltrepassa con lo sguardo oppure ti fissa per un tempo indefinito chiedendosi chi tu sia e cosa tu ci faccia lì, è un’agonia.
Io tiravo fuori le foto dei gatti dal telefono e poi mettevo della musica e mia mamma ogni tanto ricordava qualche parola di una strofa di De Andrè o di Fossati, riesumavo vecchie storie sperando che la parte più sedimentata della sua memoria avesse ancora qualche appiglio, oppure facevo facce buffe come si fa coi bambini, per strapparle un sorriso. Magari restavo lì un’ora e quando andavo a casa ero esausta, mi chiedevo se ne valesse la pena. Per me e per lei. Era uno strazio. E lo strazio era anche guardarmi intorno, osservare come la demenza avesse un abito diverso a seconda del corpo che vestiva. C’era una signora con i capelli bianchissimi che mi chiedeva sempre “aiuto, fammi uscire di qui” e provava a infilarsi in ascensore quando andavo via. Mi faceva pena e paura perché voleva la mia mano, ma la stringeva troppo forte e mi diceva che sua figlia l’aveva abbandonata, poi all’improvviso chiamava sua madre. “Mammaaaa mammaaaa”, urlava. Un’altra signora non diceva niente, come mia mamma. Alle volte le trovavo vicine, nella saletta in cui mangiavano, e sembravano due statue di un tempio. Dritte, parallele, immobili, senza poter comunicare. Vedevo i parenti di tutti, o quasi, entrare, uscire, impegnarsi, sforzarsi, spazientirsi talvolta. Piangere. C’era un comico famoso che veniva tutti i giorni, sua mamma si era rotta il femore e non camminava, la sua testa era lucida, era una signora dolcissima che mi diceva “la guardo io sua madre”, ma non ci voleva stare lì. “Voglio andare a casa” la sentivo dire (credo che poi in effetti se ne sia andata). E io la capivo. Non ci voleva stare in mezzo a persone che non sanno più chi sono, lei che era ancora lì. La capivo, io, mentre voi che giudicate il milionario tedesco evidentemente non sapete nulla e avete un’idea romantica della demenza, pensate che il malato si istupidisca un po’, che si diventi delle bambole tristi da accudire come bambini. Docili e malleabili. Non sapete cosa significhi perdere la memoria e la parola, gradualmente, sentire che la tua essenza ti sta abbandonando. Non sapete cose significhi la quotidianità con chi non ti riconosce più, con chi non riconosci più, doverti difendere dall’aggressività inattesa di chi ti ha accarezzato tutta la vita o assistere alla resa triste di chi amava vivere in battaglia. La malattia degenerativa è una sentenza per chi si ammala, non può diventarlo anche per chi ama quella persona, perché sarebbe una doppia ingiustizia. Io non giudico Wolfgang Porsche. Non ha abbandonato sua moglie. Ha una situazione economica che gli consente di affidarla alle migliori cure. Si occuperà ancora di lei e delle sue necessità, ma evidentemente ha il desiderio di non essere inghiottito da quell’oblio senza ritorno, di assaporare il presente. Non ha abbandonato sua moglie perché è la malattia della moglie che costringe a un abbandono prematuro. Quando mia madre è morta ho pianto poco. Le avevo detto ciao molto tempo prima. Non l’avevo abbandonata. L’avevo salutata. Se non lo capite, i dementi siete voi.
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