giovedì 30 marzo 2023

Lo fanno per noi!

 

Appetito insaziabile

di Mattia Feltri 

È struggente vedere il ministro Francesco Lollobrigida pronunciare la parola più amata dal governo: vietato! Nel caso, vietato produrre, importare e consumare carne coltivata in vitro, detta anche carne sintetica. Funziona così: da una sola cellula, in qualche settimana si ricavano dieci tonnellate di carne. Senza abbattere una sola bestia (ogni anno nel mondo si abbattono 50 miliardi di polli, un miliardo e mezzo di maiali, mezzo miliardo di pecore e così via). E a non dire dell'inquinamento, del consumo di acqua eccetera. Ma intanto Lollobrigida la vieta: lo fa per noi, perché non sappiamo delle conseguenze sulla salute. Secondo la Food and Drug Administration, che ha approvato il consumo di carne sintetica negli Stati Uniti, non c'è pericolo, ma in ogni caso grazie a Lollobrigida per la premura. L'altra ragione è la vigorosa e irriducibile difesa del Made in Italy, delle eccellenze italiane, della biodiversità e diciamolo tutti in coro. Al tanto fervente ministro dell'Agricoltura mi permetto di segnalare – dati Istat – che oggi l'Italia è in grado di produrre circa la metà della carne che consumiamo, il resto lo si importa. Siamo, per esempio, i più grandi importatori europei dal Brasile. Nel dettaglio, importiamo più di un milione di tonnellate di carne di maiale, quasi 400 mila tonnellate di carne bovina, e poi carni equine e ovine e un bel po' di pollastrelli. Il Made in Italy, qui, mi sembra già barcollante sotto i colpi di un appetito insaziabile. Per cui, caro ministro, capisco si debba parlare alla pancia del sovranismo, ma bisogna almeno sapere che è una pancia piena di bistecche brasiliane.

Dolci e affini


Caramelle dagli sconosciuti 

di Marco Travaglio

L’analisi clinica sui guerrafondai è tutta nelle parole che usano, con aria fra lo svagato e l’annoiato, senza neppure accorgersi dell’enormità di ciò che dicono e tacciono. Anche perché è quasi sempre roba d’importazione, made in Washington o in London. Ora, per dire, sono tutti eccitati per la prossima “controffensiva” ucraina che seguirà o anticiperà la prossima “controffensiva” russa: una doppia mattanza. A che pro? Quando ancora ci si capiva qualcosa, era chiaro che la Russia aveva attaccato dal 24 febbraio 2022 occupando quattro regioni ucraine (Donetsk, Lugansk, Zhaporizhzhia e Kherson), pari a un quinto-un sesto del Paese; poi a settembre Kiev aveva contrattaccato, recuperando una modica quantità di territori, per poi subire una lenta e faticosa controffensiva russa prima del gelo. Tutti gli esperti veri, come i generali Milley e Cavo Dragone, ne avevano dedotto che: una riconquista dei quattro oblast (per non dire della Crimea) è mission impossible; la “vittoria” di Kiev è una pia illusione; e l’unica soluzione è il negoziato con compromessi territoriali. In attesa che gli Usa e quel che resta dell’Ue presentino un piano, la Cina avanza il suo. È inevitabilmente vago (dei dettagli si parla in segreto) e colpevolmente unilaterale (Xi l’ha esposto a Putin, non ancora a Zelensky), ma è l’unico sul tavolo. Parte dal cessate il fuoco, che noi ingenui credevamo fosse il primo e più auspicabile obiettivo: tantopiù che tutti assicurano che Putin ha già perso la guerra. E poi il 1° marzo ’22 fu il ministro ucraino Kuleba a chiedere a Pechino di “mediare con Mosca per un cessate il fuoco”.
Invece, prim’ancora di un rifiuto di Mosca (e magari di Kiev) alla tregua, è giunto quello degli Usa. Che l’han respinta perché “adesso avvantaggerebbe i russi” (ma non avevano perso la guerra?). E hanno intimato a Zelensky di non accettare tregue dagli sconosciuti, peggio se cinesi. Per non avvantaggiare Putin, gli ucraini devono restarsene lì sotto le bombe a farsi sterminare almeno un altro annetto e mezzo, fino al novembre 2023, così Biden può farsi la campagna elettorale per la rielezione. Poi, se vince, seguiteranno a farsi macellare. Se invece torna Trump, addio armi e proiettili agli ucraini, ai quali non resterà che la resa, oppure altri massacri senza più difese, visto che nessuno avrà messo in piedi uno straccio di negoziato. E tutto questo, attenzione, dovrebbero farlo per il loro bene. Anziché chiamare un’ambulanza e inviarla alla Casa Bianca, il portavoce-consigliere di Zelensky, Podolyak, ha respinto l’idea del cessate il fuoco evocata da Xi Jinping perché – udite udite – “ogni tentativo di congelare il conflitto lo farebbe protrarre”. È il nuovo Comma 22: per fermare la guerra, bisogna proseguirla. E tutti morirono felici e contenti.

mercoledì 29 marzo 2023

Ehi voi!

 


Venghino signori!

 


Diciottomila persone che muoiono ogni anno al pronto soccorso, uno ogni mezz’ora? Bazzecole, pure bazzecole! La sanità pubblica in via di annientamento per via della cronica mancanza di medici ed infermieri, sottopagati? Quisquilie!
Esami oncologici prenotati a un anno, anche due, il cui ritardo lede ciò che la Costituzione garantisce, mentre se lo richiedi nel privato te lo fanno quasi immediatamente, ma c’è gente che non se lo può permettere, come le persone della Sila che per fare la chemio devono andare a 100 km di distanza su pulmini di associazioni benefiche? Frescacce, insulse frescacce!
Quello che conta è spendere tanto krano in aerei militari come quello su cui si sta trastullando la premier coadiuvata dall’omone della difesa tanto felice dello scenario. E naturalmente: viva l’Italia!

Ahi Europa!

 

Ahi serva Europa, in balia di armi, denaro e potenti
DI RANIERO LA VALLE
“Ahi serva Italia, di dolore ostello…”. Quando Dante scriveva queste parole l’Italia era un faro di civiltà, un giardino di bellezza, la culla del pensiero. Però non sapeva leggere i segni dei tempi, era in balia dei potenti, tradiva le sue origini e non riusciva a stare senza guerra. Questo si potrebbe dire oggi dell’Europa, serva delle armi e del denaro, chiusa nel suo egoismo, dimentica dei suoi ideali, sovversiva delle ragioni stesse per cui è nata. Era nata per chiudere con le guerre, per togliere le dogane al carbone e all’acciaio al fine di costruire, e non ai cannoni e ai carri armati al fine di distruggere, era nata per abbracciare i suoi popoli e farsi amica e accogliente a quelli di altre comunità e perfino era decisa a fare rinunzie alla sua sovranità non per farsi serva di nessuno bensì per contribuire alla pace e alla giustizia tra le nazioni. E prima ancora di Spinelli e di Spaak, di Schumann e di Monnet, di Ursula Hirschmann e Simone Weil, di Adenauer e di De Gasperi, l’“idea di Europa” era cresciuta lungo un millennio, come l’avevano illustrata Erich Przywara e Friedrich Heer, tanto cari a papa Francesco, e come aveva ispirato le lettere dei condannati antifascisti (l’identità cancellata da Giorgia Meloni) della Resistenza europea.
E ora che cosa è diventata? L’ultimo Consiglio europeo ce l’ha mostrato con la massima evidenza. L’Unione europea ha fallito sulle sue due massime responsabilità, la pace e l’immigrazione, le due massime cure in cui ne andava della sua “identità culturale”, secondo il “progetto di pace e amicizia che ne è il fondamento”, come aveva detto Francesco al Consiglio europeo del 25 novembre 2014. La pace l’hanno licenziata a tempo indeterminato non solo i suoi cattivi capi, i suoi membri più atlantici, a cominciare dal Regno Unito, che arriva a promettere armi a componenti nucleari, ma anche i due personaggi che ne dovrebbero rappresentare l’unità e lo sguardo sul mondo, Ursula von der Leyen e Jens Stoltenberg, l’una pavesata con i colori di un Paese in guerra, l’altro, dimentico della storia, andato a chiedere di votare i “crediti di guerra” ai partiti socialisti a Bruxelles, come alla vigilia della Prima guerra mondiale.
Ma non solo: l’Europa non capisce nemmeno quello che, se mossi da probità professionale, le stanno dicendo gli esperti di geopolitica: che il suo vero “competitor” sono gli Stati Uniti, che per averla vassalla sono interessati a tenerla in guerra senza fine, vogliono dominarla col loro gas e i loro prodotti più avanzati, che non per niente hanno fatto saltare l’oleodotto che univa la Russia al resto dell’Europa. E non c’è nemmeno bisogno di particolari doti interpretative: l’hanno scritto gli Stati Uniti nella loro “Strategia della sicurezza nazionale” che la loro sicurezza, la loro difesa e l’obiettivo della loro bulimia militare stanno nel fatto che non vi sia alcuna potenza al mondo che non solo non superi, ma “nemmeno eguagli” la potenza americana. E se c’è una potenza che potrebbe osare eguagliarla non è la Russia, data già per disfatta, né la Cina, designata come suprema sfida del futuro, ma è l’Europa che, se facesse una politica meno suicida, potrebbe già ora competere economicamente e grazie alla proiezione della sua cultura, con l’egemonia degli Stati Uniti; ciò che potrebbe e dovrebbe fare proprio restando loro amica ed alleata per costruire insieme “un mondo libero, aperto, prospero e sicuro”, come essi lo vogliono, aiutandoli a evitare gli errori, come quello che fanno, e che facevano ben prima dei crimini di Putin, col volere la fine della Russia.
Certo non è alzando l’età di pensione e gettando un Paese intero in una lotta sociale a oltranza, non è stando appesi alle labbra e al “Crimea o morte” di Zelensky, non è dicendo “nazione” per non dire “fascismo”, né incentivando le fabbriche a stipulare contratti pluriennali per la costruzione di armi che avranno bisogno di altrettanti anni per essere consumate sui campi di battaglia, sulle città e sui famosi vecchi e bambini costretti a morire anche loro in guerra, non è con queste scelte che l’Europa potrà ritrovare la sua dignità, la nobiltà delle sue origini, gli ideali che l’hanno spinta a unirsi. È per quegli ideali, non per essere “provincia” di un Impero che l’Europa è nata, con la vocazione ad attraversare il Mediterraneo e a guardare a Sud, a Israele alla Palestina e al mondo arabo, a Est, alla Russia e alla Turchia, e a Ovest, non solo a un’America sola, ma a tutte e due; e non è togliendo ai suoi popoli la loro tutela sociale che l’Europa unita sarà in grado di prevalere, politicamente e culturalmente, sui sovranismi. Ma allora quale politica dovremmo fare? E quanto dobbiamo aspettare per vedere arrivare qui una vera Schlein, non il dominio del passato, ma il coraggio del cambiamento?

Robecchi

 

Piazze e guerre. L’opinione pubblica è “lucida” solo se obbedisce ai governi
di Alessandro Robecchi
Non è sempre facile seguire un filo, dipanare una matassa, cercare qualcosa che colleghi vari argomenti apparentemente slegati tra loro che invece, come per magia, portano allo stesso punto. Quindi eccoci, nello spazio di una settimana, a strabiliare per il puzzle che si compone, pezzettino dopo pezzettino, da Parigi a Roma, a Kiev, a Tel Aviv, e altri posti più o meno esotici, fino alla storia passata e – si teme – futura. Soltanto qualche anno fa sarebbe stato impensabile in una democrazia per un politico – un ministro, un uomo di Stato – attaccare frontalmente l’opinione pubblica. Si preferiva lisciarle il pelo, o perlomeno tenerne conto, e anche la Storia in qualche modo lo faceva: la guerra del Vietnam, per fare un esempio, fu persa in casa, in America, per la crescente ostilità degli americani a mandare i loro figli a morire in una giungla lontana.
Così si strabilia a sentire Emmanuel Macron dire che “la folla non ha legittimità di fronte al popolo che si esprime attraverso i suoi eletti”. Una nuance filosofica, molto furbetta, che serve a dividere i francesi che protestano in piazza (cattivi) dal potere, emanazione del popolo (buono). Una specie di “il popolo c’est moi” che strappa un sorriso, specie nel Paese della ghigliottina.
Non è difficile tracciare una linea dritta tra le parole di Macron e quelle del ministro dell’Interno italiano Piantedosi. Anche per lui l’opinione pubblica è un problema: quella italiana sarebbe troppo incline all’accoglienza dei migranti e questo farebbe da pull-factor per i barconi di disperati. Certo, con un popolo fatto tutto di Traini, lo stragista di Macerata che se ne andava per la città sparacchiando ai neri, forse Piantedosi avrebbe un compito più facile, ma è evidente che il suo prendersela con gli italiani – troppo buoni (mah!, ndr) – non è altro che depistare l’attenzione dall’incapacità del governo.
Una cosa che fa scopa con la teoria, ben espressa da Francesca Mannocchi in tivù, che l’opinione pubblica non è lucida, mentre “i decisori” (credo si intenda i governi) sì. Quindi i lucidi decisori continuano a spedire armi sempre più letali in zone di guerra, mentre l’opinione pubblica, che lucida non è, si ostina a rimanere contraria nonostante le pressioni di chi dovrebbe informarla, e che sta al 99 per cento dalla parte dei “lucidi”. Che frustrazione!
Purtroppo ci sono eccezioni: se a Gerusalemme e Tel Aviv grandi manifestazioni popolari evitano che il governo di Israele porti la magistratura a obbedire alla politica, ecco i toni di trionfo, e il testacoda: lì sono “lucidi” i manifestanti, e non il governo, colpo di scena, perché preme molto dire di quanto sia democratico Israele, nonostante l’apartheid. Mentre invece per l’Ucraina si usa un altro metro: il popolo è fatto coincidere perfettamente, in scala uno a uno, con il governo, per cui Zelensky e il popolo ucraino vengono usati come sinonimi e mai, in questo anno e passa di guerra, si è sentita qualche voce dissidente, che so, qualche ucraino pacifista, o anche solo qualche lettore dei giornali chiusi dal governo, o qualche elettore dei numerosi partiti messi fuorilegge a Kiev. Dunque il popolo, l’opinione pubblica, i cittadini, sono lucidi quando si identificano con chi li governa, e sono invece poco lucidi quando non si allineano. Ed ecco così sistemate le annose questioni della democrazia, dell’opposizione e della protesta sociale: il “popolo” va bene se annuisce, ma guai se diventa “folla”, o anche solo (come qui) sondaggio.

L'Amaca

 

Per far piangere le mamme
DI MICHELE SERRA
So che è contrario a ogni regola di trasparenza e al diritto di informazione, so anche che il processo penale è per definizione un atto pubblico, eppure sono sicuro che la punizione più giusta, forse anche la più severa, per i protagonisti della “guerra fra trapper” sotto processo a Milano, sarebbe il totale oscuramento dei loro nomi, delle loro imprese, delle loro facce, del loro ambiente.
Il sospetto che la fragilità artistica di questi giovani maschi sovreccitati scelga come corazza e come scorciatoia una cattiva fama, per impressionare le ragazze e far piangere le mamme, è fortissimo. E vederli molto citati e molto fotografati perché si menano e si sparacchiano, si minacciano e si accapigliano, un poco dispiace: come tutti, facciano i loro provini, patiscano i loro fallimenti e gioiscano dei loro molto eventuali successi. Troppo comodo, per dirsi “artista”, fare affidamento sui verbali della Questura.
Purtroppo, anche nel caso che i media tradizionali decidessero (e non lo decideranno mai) di non dare troppa corda a questi aspiranti maudit in coda per il successo, loro potranno comunque contare su quella parodia autogestita di “informazione” che sono le catacombe social dove i loro nomi e le loro gesta sono noti. Bene. Se riescono ad alimentare quel focherello, bravi. Ma la benzina e la legna, almeno, se la procurino per loro conto. Avere gratis la promozione di giornali e telegiornali non è educativo e, a pensarci bene, non è nemmeno giusto.