domenica 26 marzo 2023

Oramai sono patologici!




Ragogna

 


Giro dell'allocco

 


Giudizi di parte

 

La gara degli orrori
di Marco Travaglio
In 13 mesi di invasione russa dell’Ucraina l’Onu ha accertato almeno 40 esecuzioni sommarie di militari prigionieri e disarmati: 25 commesse dalle forze ucraine su soldati russi e 15 da quelle russe su quelli ucraini. Sono dati parziali, frutto di un’indagine degli ispettori Onu tra agosto e gennaio con interviste a 400 prigionieri di guerra, metà ucraini e metà russi. Che raccontano anche torture, civili usati come scudi umani e altri abusi bipartisan che “potrebbero costituire crimini di guerra” su entrambi i fronti. La capo-missione Matilda Bogner spiega che Kiev, informata di tutto con tanto di prove, si è voltata dall’altra: “Nessun caso è stato finora portato in tribunale”. Idem Mosca. Il fatto che i crimini ucraini siano più numerosi di quelli russi non conferisce a Kiev il record di ferocia, né giustifica l’aggressione. Ma dimostra che ha ragione il Papa: questa non è la fiaba di Cappuccetto Rosso e del lupo cattivo, perché ci sono soltanto lupi cattivi. Lo scrivemmo un anno fa sulla strage di Bucha, quando ancora mancavano elementi certi per ricostruirne la dinamica, ma già la propaganda atlantista la enfatizzava per farne un unicum mai visto e spezzare l’esile filo dei negoziati russo-ucraini in Turchia. Invece era una storia di ordinario orrore bellico, come centinaia di stragi in ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq e altri Paesi aggrediti dai “buoni”. Usarla per uccidere i negoziati e allungare la guerra non fece che moltiplicare le Bucha da entrambe le parti. Già nel 2014 l’Onu denunciava crimini di guerra ucraini in Donbass: “Gravi violazioni dei diritti umani, continue uccisioni di civili, arresti illegali, persone torturate e fatte sparire, esecuzioni sommarie, stupri… Tra metà aprile e metà novembre, 4.317 civili uccisi e 9.921 feriti”. E nel 2016 segnalava “uccisioni, torture, rapimenti e lavori forzati… anche a opera di gruppi armati che combattono a fianco dell’esercito regolare” (i famigerati battaglioni Azov, Dnipro&C.).
Migliaia di casi mai perseguiti né dai governi ucraini (Poroshenko e Zelensky) e dalla loro “giustizia” né dai giudici strabici del famoso Tribunale dell’Aja. Infatti sono proseguiti nel 2022-23. Vedi i filmati di prigionieri russi ammanettati e gambizzati. E l’ultima denuncia di Amnesty del 4 agosto: “Le tattiche di combattimento ucraine mettono in pericolo i civili”, “violano il diritto internazionale e trasformano i civili in obiettivi militari”, cioè in scudi umani con “basi militari e sistemi d’arma messi in aree residenziali, compresi scuole e ospedali”. Siccome ora lo fanno anche con le nostre armi, chi ha votato per inviarne altre dovrebbe forse dire qualcosa. Non per stilare una classifica dell’orrore, ma per farlo finire al più presto. A qualunque costo.

Calcio nostrano

 

Lo stadio Picco è diventato troppo piccolo
Lo dicono i numeri: l’affluenza media delle gare di serie A è di 28.995 spettatori, mentre sono 8.840 per le partite giocate alla Spezia

di Mirco Giorgi 

LA SPEZIA 
Ora che il Covid non è più un’emergenza, dopo quasi tre stagioni di serie A, con la speranza di vederne una quarta, la questione della capienza inadeguata del Picco esplode. Tutti si beano dell’ennesimo tutto esaurito in arrivo con la Salernitana, ma nessuno che dica che vendere tutti i biglietti in un stadio così piccolo è semplicissimo persino con le assurde scelte di marketing che hanno escluso un sacco di famiglie. A chi si esalta con poco, rispondiamo con la forza di tre numeri. Il primo è 28.995, affluenza media delle gare di serie A fino ad oggi, nonostante le dirette televisive, le problematiche degli impianti e i costi dei biglietti non certo alla portata di tutti. Il secondo è 8.840, affluenza media delle partite giocate al Picco. Il terzo è 11.676, capienza attuale dell’impianto di viale Fieschi. E’ evidente che non si potrà rimanere a lungo in questa categoria se la distanza non viene sensibilmente abbattuta. Salire a 12.000 garantirebbe il minimo richiesto, ma è anche un vicolo cieco. Intanto perché la pressione del baraccone, e di tante grandi piazze che al momento non sono in A, potrebbe far salire facilmente questo limite e rendere lo stadio off limits. Ma soprattutto perché numeri così bassi sono destinati, prima o poi, a tagliarti fuori, non fosse altro che per economia di scala. Che sia stato perso un sacco di tempo è incontestabile. Che si sia persa l’occasione unica di sfruttare il periodo di porte chiuse (durato ben un anno e mezzo) per lavorare a un potenziamento strutturale dell’impianto è un altro dato di fatto. Che la tribuna, ad esempio, sia semplicemente impresentabile a qualsiasi livello professionistico basta la sua ridicola capienza di 1.162 posti a dimostrarlo (il Luperi di Sarzana, che ospita la Fezzanese in D, ha una tribuna coperta da 2.500). Viene il nervoso a pensare quante decine di città in Italia si sarebbero comportate al posto nostro. Facciamo sempre l’esempio di Cesena, ma è utile ricordarlo: promozione in A nell’estate del 1988, demolizione di tre settori iniziata il giorno dopo la fine del campionato, stadio completamente rifatto in tre mesi, prima partita del nuovo campionato con l’impianto agibile, copertura terminata durante la stagione, primo stadio totalmente coperto in Italia, un gioiello. Tecnologia allora avveniristica, con blocchi di stadio costruiti altrove e poi assemblati in loco, perfettamente replicabile con trent’anni di vantaggio e tecniche probabilmente molto più avanzate. Ma la logica del «maniman» (termine purtroppo ormai in disuso nella pur ligure La Spezia) ha prevalso su ogni cosa. Progetti di minima, non sia mai. E non trascuriamo i grandissimi problemi di sicurezza che sono sempre lì sul tavolo. A nessuno interessa il potenziale redditizio di un grande stadio, che potrebbe ospitare, in una città turistica come la nostra, eventi di ogni tipo durante l’estate, facendo aumentare le possibilità di rientro sull’investimento: un weekend estivo con tre date di Vasco Rossi, ad esempio, quanto farebbe incassare? Qui nessuno chiede di buttare via i soldi ma di spenderli bene, perché ritornerebbero con gli interessi, visione del tutto sconosciuta ai nostri politici.

sabato 25 marzo 2023

L'incompetenza al potere

 

Salvini e la costosissima barzelletta del ponte
DI ALBERTO ZIPARO *
Gli annunci reiterati di Matteo Salvini sul Ponte sullo Stretto di Messina – una vera campagna mediatica – non vanno presi per novità di rilievo politico e programmatico. Il neo ministro delle Infrastrutture ha intensificato frequenza e quantità di annunci, anche perché aumenta la quota di inadempienze e incapacità che l’agitare della figurina del Ponte deve coprire. Se all’inizio era solo l’ignoranza e il vuoto di conoscenza e azione rispetto ai problemi e alle necessità del Sud, specie di Calabria e Sicilia, da occultare, ora si sono aggiunte due autentiche catastrofi sociali per i territori meridionali: la cancellazione del Reddito di cittadinanza e l’avanzata dell’Autonomia differenziata. E questo a non dire delle liti di governo.
Ci sono però alcuni punti da chiarire per spiegare la grande balla del Ponte. Innanzitutto non c’è un atto ufficiale: il verbale del Cdm in cui si è trattato l’argomento chiarisce che l’approvazione del decreto è stata “salvo intese”. Tradotto: questa potrà potrà essere definita una volta che i problemi legali, normativi, economici, tecnici e programmatici della questione siano stati affrontati e risolti, forse tra altri cinquant’anni.
Fonti informali di governo specificano la natura di tali problemi. Il mancato decreto risultava “privo di fondamenti” normativi e legali, prima che tecnici e programmatici. L’elenco delle bizzarrie giuridiche è lungo: “Resuscitare” la società concessionaria del progetto e dei lavori del Ponte, già liquidata; ripristinare i diritti di affidamento dei lavori al Contraente generale (che intanto non esiste più, essendo cambiate natura giuridica e caratteristiche dell’impresa capofila, che prima era Impregilo e adesso è Webuild); riattivare la procedura ex Legge Obiettivo (cosa possibile per la procedure già in corso al momento dell’abrogazione della stessa legge, ma non in questo caso, in quanto la caducazione di tutti i contratti di appalto e la cancellazione ufficiale del progetto ha chiuso anche la continuità di procedura ex Legge Obiettivo e cancellato la fonte normativa dell’operazione). Oggi riaffidare i lavori alla società in cui è parzialmente presente la società ex capofila del general contractor significherebbe affidare un contratto d’appalto di una decina di miliardi a trattativa privata, in barba a tutte le norme nazionali e comunitarie. Come irregolarità e illegalità non c’è male.
La cosa incredibile è che non sono solo e non tanto questi i problemi del Ponte. Gli attuali fan del progetto omettono infatti un passaggio fondamentale, che fu decisivo nel 2013 per la sua cancellazione ufficiale: lo stesso coordinatore tecnico-scientifico del progetto, professor Remo Calzona, aveva ammesso che, a fronte delle numerosissime edizioni di un progetto infinito, la sua versione esecutiva, quella cruciale per dimostrare la reale fattibilità dell’opera, non era mai stata redatta perché avrebbe provato l’esatto contrario della fattibilità, ovvero che il Ponte non si può fare. Non è che sia difficile, problematico, complicato, arduo o pieno di incognite: è semplicemente impossibile. Il progetto è giudicato “allo stato non realizzabile” dalla massima autorità tecnica competente, non da un gruppuscolo di ostinati luddisti, sia nell’ultima versione con campata unica di 3,3 chilometri, sia nella versione con i piloni nello Stretto, bocciata anni prima proprio dai luminari coinvolti all’uopo dalla società e dal ministero, che avevano stabilito l’impossibilità di poggiare il manufatto su pile “nel mare” proprio per le condizioni sismo-tettoniche e meteo-climatiche dello Stretto.
Stessa sorte è toccata alle altre ipotesi progettuali. Il perché di tutto ciò è semplice: a oggi non esistono ancora materiali che assicurino le prestazioni tecnologiche necessarie per costruirlo. Questo problema insormontabile non è mai menzionato dai politici e dai decisori pubblici locali e nazionali che continuano a perseverare sulla favola del Ponte sullo Stretto. La stessa stupefacente insistenza rappresenta un’autodenuncia della sua ignoranza e incapacità. Pur di annunciare “i cantieri tra un paio di anni” è costretta a ignorare il problema capitale della non costruibilità, per non parlare delle gravissime criticità territoriali, ambientali, economiche, sociali, trasportistiche emerse in decenni di studi sul progetto.
Il Ponte è un annuncio perenne, immagine paravento di mancanze e insipienze della politica istituzionale rispetto alle regioni coinvolte e in generale al Mezzogiorno. Più di questo, è stato una formidabile fonte di sprechi e sparizione di risorse pubbliche (oltre mezzo miliardo di euro in cinquant’anni): sarebbe bene smetterla davvero con questa costosissima barzelletta diventata una piaga sociale.
* Ingegnere ed Urbanista Università di Firenze

Anche l'uranio è buono?

 

Uranio Fan Club
di Marco Travaglio
L’uranio sarà anche impoverito, ma il suo Fan Club non fa che arricchirsi. Dopo il duo Caprarica-Fubini, giovedì a Piazzapulita ne parlavano Vittorio Emanuele Parsi e Francesca Mannocchi. Invano Corrado Formigli ricordava la strage infinita di soldati in missione all’estero, mentre quelle dei civili possiamo soltanto immaginarle. Poi intervistava Sigfrido Ranucci sui bombardamenti anglo-americani a Fallujah (Iraq) col fosforo bianco. E, con Padellaro e Negri, notava il doppiopesismo del Tribunale dell’Aja che vuole arrestare Putin dopo aver dormito sonni profondi sulle stragi occidentali da uranio impoverito e da fosforo bianco. Ma ora che l’uranio impoverito lo donano generosamente gli inglesi agli amici di Kiev non riesce proprio a indignare né Parsi né Mannocchi. Sì, certo, spiegava Parsi, agli ucraini va raccomandato di “non raccogliere queste cose (sic, ndr) senza cautela, perché potrebbero essere pericolose” e financo “avere delle controindicazioni”, tipo l’aspirina. Ma “non hanno nessuna capacità di escalation”, quindi “sta a noi decidere se vogliamo fare (sic, ndr) l’agenda dei russi o la nostra”. Ovvio che è meglio la nostra, anche se è difficile distinguerla da una cartella clinica di oncologia. Mica possiamo darla vinta a Putin rinunciando a sterminare un po’ di ucraini con un po’ d’uranio.
Padellaro osservava che la parola “uranio” allarma vieppiù l’opinione pubblica per un’escalation senza sbocchi né strategie. Ma Mannocchi metteva su l’arietta di Parsi: queste cose spettano ai “decisori”, non certo all’“opinione pubblica, che non ha la lucidità”. A noi pare l’opposto, ma non essendo decisori non siamo lucidi. Invece il lucido Parsi spiegava che i giudici dell’Aja “applicano la legge in ossequio alla separazione dei poteri, non all’opportunità politica”: infatti hanno inviato “un segnale a Putin”, che è proprio una scelta politica. E la lucida Mannocchi opinava che non si può chiedere a quei giudici perché non processano tutti i criminali di guerra, ma solo chi conviene alla Nato: “L’Iraq è una vergogna che ci portiamo dietro, ma è un fatto storico, mentre ora parliamo di Ucraina”. E il milione di morti ammazzati da noi fra Iraq e Afghanistan è prescritto, sennò “c’è un pregiudizio antiamericano”. Cose che càpitano quando l’opinione pubblica poco lucida si ostina a non apprezzare le virtù taumaturgiche dell’uranio impoverito che “si libera attraverso le urine con molta più facilità” (Fubini). Ed è meglio del Viagra: vuoi mettere avere lì sotto un razzo a testata nucleare fosforescente che ti illumina a giorno la stanza da letto, così risparmi sull’abat jour? La preziosa sostanza è consigliata anche come profumo per ambienti e sale da bagno: la famosa essenza di geranio impoverito.