giovedì 9 marzo 2023

Minoli travagliato

 

Meloni, Milioni, Minoli
di Marco Travaglio
Come a ogni cambio di stagione, ci tocca l’inevitabile “candidatura Minoli alla Rai”. “Spunta”, “avanza”, “se ne parla” sulle migliori gazzette: tutti eufemismi per non dire che è lui a candidarsi da solo. Ieri s’è pure fatto intervistare da Senaldi su Libero per dire che questa Meloni è un portento, “si muove per fare un grande partito conservatore” e “può essere davvero un leader di rottura” grazie al suo non meglio precisato “piano industriale e culturale” e alle sue nomine improntate all’“unico criterio della qualità, premiando chi ha dimostrato di saper fare bene anche al di fuori dal suo stretto giro di rapporti” e non farà certo “un mercato delle vacche”. Soprattutto se nominerà lui presidente della Rai. Purtroppo è vittima di “attacchi strumentali” da una “stampa in crisi” e ormai “senza credibilità”. Fortuna che c’è lui, credibilissimo da quando nel 1987 “intervistò” Craxi per uno spot elettorale al supermarket col garofano rosso all’occhiello. E nell’89 intinse la penna nella saliva per scrivere a Craxi: “Caro Bettino… in 10 anni ho prodotto molti dei programmi di Rai2 che hanno avuto più successo… Avrei potuto essere considerato un interlocutore nel momento dell’ennesima difficilissima scelta circa il destino della Rete 2… Non sono mai stato capace di spendere tempo nelle manovre di corridoio (sic, ndr)… Capirai lo sfogo ma anche l’amarezza di chi si sente a posto con la coscienza professionale e la lealtà politica, ma sempre scavalcato dai pregiudizi, dalle informazioni incomplete, tendenziose e forse cattive… Se servo, ci sono…”.
Poi da craxiano divenne, nell’ordine: martelliano, berlusconiano, veltroniano, prodiano, montiano e renziano. Nel 2018, coi gialloverdi, si scoprì sovranista (“se sovranismo significa tornare a produrre programmi in azienda, non mi dispiace”). E siccome il M5S aveva nominato dg Salini, flautò: “Sono contento, è competente e perbene. Ma la Rai è una balena spiaggiata, può salvarsi solo se trova un potentissimo rimorchiatore”. Tipo lui. Purtroppo non fu rimorchiato, anche perché è in pensione da 13 anni e ha un contenzioso con la Rai. Di recente era riuscito a convincerla che la gente non vede l’ora di riciucciarsi Mixer. Risultato: dal 3 al 2,5 al 2% di share. Ma il bello è che trova sempre qualcuno che ci casca. Tipo Cairo, che gli affidò un Faccia a faccia su La7, dove lui lanciò un’intervista a Matilde Bernabei: “Continuiamo il viaggio tra le donne top manager d’Italia. Siamo andati a incontrare la presidente della Lux Vide, che da 25 anni sforna in continuazione successi d’ascolti per la tv. Lei è Matilde Bernabei!”. Purtroppo si scordò di precisare che quel prodigio di donna era la moglie dell’ultimo giornalista credibile rimasto su piazza: lui.

Nota di servizio

 


Segnatevi questo nome: Hotel Colbricon di S.Martino di Castrozza, un quattro stelle. Non sceglietelo, depennatelo nel caso programmaste una vacanza in quei luoghi magnifici. Perché questo hotel ha preferito l'emarginazione alla libertà. Ha preferito dire alla mamma di Tommaso che alcuni ospiti si erano lamentati la sera precedente della presenza di Tommaso nella sala da pranzo. E invece di chiedere ai protestanti trogloditi culturalmente di lasciare la struttura, perché bisognosi di cure sociali, hanno scelto di proporre alla madre di Tommaso, una nuova location per i pasti, separata da un vetro mosaico. Nel 2023 esistono ancora queste forme di demenza culturale, di escalation di quella subdola forma di ignoranza che ci porta a confondere la propria posizione sociale con la perfezione genetica che in verità non esiste, che biforca la dignità di noi tutti. Tommaso comunica in altri modi ed è fucina di beltà per i cosiddetti normodotati, mentre il diverso è sempre colui che spinge ad esaltare forme di normalità pregne di stereotipi d'esclusione sociale, tra cui il non vedere per procrastinare la fede in una società perfetta, vippistica, modaiola e perennemente in baldoria. Occasione persa per il Colbricon e per gli inetti desiderosi di divisorio offuscante Tommaso. Il quale probabilmente riderà sguaiatamente nel constatare quanta stupidità vi sia ancora attorno a lui.

L'Amaca

 

L’importanza di chiamarsi vip

DI MICHELE SERRA

Leggo di incresciosi fatti di cronaca in una “palestra dei vip” e mi domando quali attributi — architettonici, igienici, ginnici — distinguano le palestre dei vip da quelle normali. Mi ero fatto la stessa domanda pochi giorni fa alla notizia che un “dentista dei vip” era nei guai: che trapano userà, su quali poltrone favolose farà sedere i pazienti, e quale camice indosserà mai, un dentista dei vip?
Anche quando andò in fiamme, a Milano, “il condominio dei vip”, un onesto grattacielo di periferia, fermai la macchina — giuro — nelle vicinanze per valutare l’imponente sagomatura dell’edificio, le lussuose rifiniture e il circostante splendore: senza trovarne traccia.
Il termine vip (acronimo divery important person) si diffuse ormai mezzo secolo fa.
E nonostante sia una paroletta al tempo stesso scema e classista, o forse proprio per questo, ebbe un travolgente e durevole successo giornalistico. La categoria, in origine, comprendeva star del cinema, cantanti, volti della televisione, principesse, playboy e miliardari celebri.
Il cosiddetto jet-set. Via via ha inglobato anche miliardari non celebri, concorrenti di reality show (anche quelli eliminati dopo un quarto d’ora), influencer, fidanzate di calciatori, ballerini di TikTok, cani eroi, chiunque sia riuscito a ritagliarsi i suoi dieci minuti non di celebrità, come si suole dire distrattamente, ma di esistenza pubblica, che è tutt’altra cosa.
Propongo una via d’uscita. Si decida una buona volta che, grazie al prodigioso evolversi dei media, e specialmente dei social, tutti sono vip. Così che qualunque palestra, qualunque dentista, qualunque condominio sia “dei vip”. Fino a rendere, piano piano, inutile specificarlo.

mercoledì 8 marzo 2023

Daiiii!!!

 


Dati mefitici

 


In effetti

 


Robecchi

 

Migranti e poveri In Italia è sempre “colpa loro”: i più deboli e indifesi
di Alessandro Robecchi
Un fantasma si aggira per l’Italia, ed è il fantasma della colpa. Concetto antichissimo, praticamente un pilastro, molto gettonato dalle religioni (quasi tutte), dalle assicurazioni auto (tutte), e da chi governa il Paese, impegnatissimo a dar la colpa alle vittime anziché a chi le ha fatte diventare tali.
Caso di scuola, il naufragio di Cutro. Passate per infami e disumane le parole del ministro Piantedosi sui profughi che se la sono cercata, non hanno destato lo stesso scalpore quelle della premier Meloni: “Quelle persone non erano in condizione di essere salvate”. Cioè, tradotto in italiano, il soggetto sono “loro”: loro non erano in condizione di essere salvati, maledetti, e non noi, che non li abbiamo salvati a cento metri dalla riva. Un modo un po’ più arabescato e furbetto di dire la stessa cosa: colpa loro.
Che oltre cinquanta di quei naufraghi venissero dall’Afghanistan non è passato inosservato, ma è stato per così dire notato a metà, la sola metà del discorso che consentisse di dare la colpa a loro e non a noi. Ancora il ministro Piantedosi, ineffabile, ha fatto notare che lui è stato educato alla responsabilità, cioè a chiedersi cosa può fare lui per il suo Paese (lo stiamo vedendo, ndr), e non cosa deve fare il suo Paese per lui. Un ragionamento che finisce per battere lì: come sono irresponsabili questi afghani, che invece di fare qualcosa per il loro Paese – che so, combattere a mani nude i talebani a cui abbiamo lasciato un patrimonio di armamenti da far spavento – decidono di partire in condizioni precarie e pericolose. Che stronzi, eh?
Faceva notizia, sui giornali di ieri, la storia della giornalista afghana Torpekai Amarkhel, quarantadue anni, morta nel naufragio insieme al marito e tre nipoti. Nelle redazioni hanno messo insieme in fretta e furia la sua storia, dimenticandosi, ahimè, la Storia, con la s maiuscola, del posto da cui veniva. In quarantadue anni di vita, un afghano (qualunque afghano, uomo, donna, giornalista e non) ha visto solo guerra: prima i russi, poi gli americani che hanno armato i mujaheddin, poi i talebani ingrassati e foraggiati in chiave anti-russi, poi la “guerra giusta” che ammazzava civili a grappoli, poi la fuga senza dignità su cui campeggiava un cartello a caratteri cubitali: “Ciao, afghani, cazzi vostri”.
Certo non sempre è facile districare le storie personali dalla Storia collettiva, ma direi che in questo caso il compito non è difficilissimo: il famoso Occidente – noi compresi – una come Torpekai Amarkhel, suo marito e i suoi nipoti, avrebbe dovuto andare a prenderla con un volo di prima classe, portarla qui servita e riverita (forse voleva andare in Olanda, dalla sorella). Invece no. Invece le ha invaso il Paese, l’ha bombardato e riempito di armi per vent’anni, dicendo che lo faceva per il suo bene, ha finito per rafforzare un regime delirante e oppressivo e poi – quando lei è venuta qui – non l’ha aiutata nemmeno a non affogare, e come ultimo atto le ha detto che è stata colpa sua, che non doveva partire.
Come si vede, la questione della colpa, apparentemente complicata, è molto semplice: la colpa è dei poveracci. Che si parli di immigrati che attraversano i mari (e allora si complicano e si ostacolano i salvataggi, vedi le recenti norme sulle navi delle Ong) o di poveri italiani che “non hanno voglia di lavorare” (e allora gli si tagliano i sussidi per costringerli ad accettare offerte al ribasso), la colpa è sempre dei più deboli, che è il trucco migliore – e infallibile – per assolvere i più forti.