domenica 5 marzo 2023

Bellezza

 

Antifascismo e scuola: come era bella la mia città
DI TOMASO MONTANARI
Era da tanto tempo che la mia Firenze non era così bella: bella come l’antifascismo. In Piazza Santa Croce, la persone e le bandiere erano così tante e così festose che anche Dante (nonostante qualcuno la pensi diversamente) sembrava antifascista.
Grazie alla saggia regia di Francesco Sinopoli (segretario della Cgil scuola e università) e di Maurizio Landini, è stata la scuola a parlare: studenti, insegnanti e genitori hanno potuto dire come deve essere la scuola che sappia davvero costruire l’antifascismo. Non la scuola che serve a trasformare i ragazzi in capitale umano, in merce nel mercato del lavoro, in pezzi di ricambio per il mondo così com’è. Non la scuola che, come diceva don Milani, fa parti eguali fra diseguali: e lo chiama “merito”. Non la scuola che manda via i malati, e cura i sani: e la chiama “selezione”. E invece la scuola che forma persone, cittadini, pensiero critico. Nonostante che i soliti “giornaloni” abbiano fatto titoli, interviste e riprese ossessivamente dedicati ai leader di partito, questi ultimi (e in primo luogo Elly Schlein e Giuseppe Conte) sono venuti ad ascoltare, senza voler prendere a loro volta la parola. E così l’immagine è stata quella, così rara e preziosa, di una politica disposta a servire il Paese, non pronta a usarlo. Il messaggio della manifestazione è stato molto chiaro: il pestaggio fascista dei ragazzi del Michelangiolo e le intimidazioni del ministro Valditara non sarebbero stati nemmeno pensabili se la sinistra fosse stata capace di fare il suo mestiere, che è quello di attuare la Costituzione, costruendo giustizia sociale ed eguaglianza. Ora, il consenso ai fascisti (quelli di strada e quelli del palazzo del potere) può crollare solo se quel progetto politico ritorna attuale. E a Firenze, ieri, sembrava perfino possibile.

Nobeltravagliati

 

Ignobel per la Guerra
di Marco Travaglio
Il feroce regime filoputiniano bielorusso di Aleksandr Lukashenko ha condannato a 10 anni il dissidente Ales Bialiatski, Nobel per la Pace 2022. L’oppositore era già in galera dal 2021 con altri 1.457 detenuti politici della sua organizzazione Vyasna (Primavera). La Stampa gli ha dedicato un commosso e commovente ritratto di Anna Zafesova, che nota come i presidenti sovietici Breznev e Andropov ai premi Nobel russi Sakharov e Solzhenitsyn avessero risparmiato almeno il carcere, spedendoli l’uno al confino e l’altro in esilio. Lukashenko è molto più spietato e se ne infischia della notorietà moltiplicata dal Nobel, appena vinto ex aequo “con il Centro delle libertà civili ucraino che indaga i crimini di guerra di Mosca e con Memorial, la storica Ong russa messa al bando dal Cremlino, nata nel 1996 per diventare una rete di assistenza ai detenuti politici e agli attivisti della protesta”.
La notizia del Nobel al bielorusso Bialiatski e alle due Ong ucraina e russa arrivò l’8 ottobre. E curiosamente, anziché esultare per il riconoscimento a tre organizzazioni antiputiniane, suscitò l’ira funesta del consigliere-portavoce più ascoltato e più fanatico di Zelensky, Mykhailo Podolyak, che protestò vibratamente con l’Accademia di Oslo per aver osato premiare “i rappresentanti di un Paese attaccato e quelli dei due Paesi che l’hanno attaccato”. Il genio confondeva i cittadini con i loro governi: con la stessa (il)logica avrebbe dovuto contestare i Nobel a Sacharov (un favore a Breznev), a Lech Walesa (un regalo a Jaruzelski) e a Nelson Mandela (un concorso esterno in apartheid). Ma sull’imbarazzante protesta ucraina i media italiani, al solito, sorvolarono. Tranne Stampa e Foglio, che la fecero propria in due articoli con la stessa firma: quella di Anna Zafesova. Ma sì, la stessa che ora inneggia giustamente a Bialiatski il 9 ottobre accusava la giuria del Nobel di “equiparare due dittature e una democrazia, due aggressori e un aggredito”, anziché premiare per la Pace “il candidato più ovvio: Zelensky”. Cioè il capo di un governo responsabile di tre degli otto anni di guerra civile contro le minoranze del Donbass (15mila morti), che proprio quattro giorni prima, il 4 ottobre, aveva firmato un decreto per sancire la “impossibità di intrattenere negoziati col presidente russo Putin”. Cioè per proibire a se stesso e a ogni altra autorità ucraina di trattare con Mosca e continuare a ripetere il mantra ”armi armi armi”. Non proprio il curriculum ideale di un Nobel per la Pace. Eppure all’epoca Zafesova lo preferiva a Bialiatsky e alle due Ong antiputiniane. E mancò poco che i giornaloni lo candidassero pure all’Oscar, al Pallone d’Oro e a Miss Italia. Poi dice che uno scrive “Scemi di guerra”.

L'Amaca

 

Un protocollo da alleggerire
DI MICHELE SERRA
Deve esistere da qualche parte un rigido protocollo che regola il fenomeno delle madonnine ploranti, ultima quella di Trevignano, sul lago di Bracciano. Sono tutte di umilissime origini e fattura (mai che piangano una Madonna quattrocentesca, o una preziosa Madonna lignea), tutte risiedono in piccoli centri o luoghi agresti, come se la vita metropolitana non favorisse miracoli e apparizioni, tutte piangono sangue, tutte annunciano sventure apocalittiche, la prediletta delle quali è la guerra. Previsione, quest’ultima, già ampiamente superata dai fatti, per la serie: grazie, ma lo sapevamo già.
Mai una che abiti non dico a Parigi, ma perlomeno a Milano o a Bologna, mai una che sorrida, o perlomeno pianga le stesse lacrime trasparenti che tutti piangiamo, mai una che ci dica qualche parola non dico allegra, ma almeno carina. Non so, un annunzio di buona sorte, una benedizione gratuita, senza il prezzo della contrizione e della sciagura universale, una condivisione amichevole di quanto sia piacevole vivere e condividere il creato, nonostante tutto.
A chiunque, in ottima o cattiva fede, organizzi o pratichi questa forma di culto, bisognerebbe suggerire qualche variazione nell’offerta (la domanda, si sa, è comunque inesauribile). Un kit meno gravoso emotivamente, una proposta mariana più amichevole, diciamo così. Bene invece che gli appassionati di questo genere di raduni espongano sempre la foto di papa Wojtyla e mai quella di Bergoglio che, con tutti i problemi che ha, almeno questo se lo risparmia.

sabato 4 marzo 2023

Chapeau



La grande preside Savino in corteo antifascista a Firenze. Grande donna!

A volte il destino…



Come in tutte le grandi cose, la casualità la fa da padrona: se nel 1986 non si fosse rotta la sua barca “Catarro”, Lucio non si sarebbe fermato all’Hotel Excelsior Vittoria, dove gli dissero tra l’altro che c‘era la camera ove un tempo soggiornò per sei mesi Caruso; Lucio vi rimase due giorni interi, senza mai uscire, regalandoci appunto “Caruso”.

Sempre con noi!




Già!