Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 25 febbraio 2023
L'Amaca
venerdì 24 febbraio 2023
Vorrei ma...
E' chiaro che non posso postarvi tutto il nuovo libro di Marco Travaglio! Ma sono sollevato di capire che non ero solo a pensarla così. Che la mia idea, becera rispetto al pensiero comune attuale, tutto sommato si può ritenere valida e non putiniana come ci vorrebbero far credere.
Vi posto ancora uno stralcio, invitandovi a leggere questo libro "Scemi di guerra"
Leggetelo con calma, prendetevi tutto il tempo necessario. Ne vale la pena!
Abbiamo abolito la storia. È vietato raccontare ciò che è accaduto in Ucraina prima del 24 febbraio 2022: gli otto anni di guerra civile in Donbass dopo il golpe bianco (anzi, nero) di Euromaidan nel 2014 e le migliaia di morti e feriti causati dai continui attacchi delle truppe di Kiev e delle milizie filo-naziste al seguito contro le popolazioni russofone e russofile che, col sostegno di Mosca, chiedevano l’indipendenza o almeno l’autonomia. Il tutto in barba ai due accordi di Minsk. La versione ufficiale, l’unica autorizzata, è che prima del 2022 non è successo niente: una mattina Putin s’è svegliato più pazzo del solito e ha invaso l’Ucraina. Se la gente scoprisse la verità, capirebbe che il mantra atlantista “Putin aggressore e Zelensky aggredito” vale solo dal 2022: prima, per otto anni, gli aggressori erano i governi di Kiev (l’ultimo, quello di Zelensky) e gli aggrediti i popoli del Donbass. Fra le vittime, c’è il giornalista italiano Andrea Rocchelli, ucciso dall’esercito ucraino. Un caso simile a quello di Giulio Regeni, che però nessuno conosce, perché “Andy” ha avuto il torto di farsi ammazzare dai killer sbagliati. Chiunque faccia un po’ di storia per “spiegare” la guerra e le sue cause viene scambiato per un putiniano che “giustifica” l’aggressore. Solo abolendo la storia si possono azzardare assurdi paragoni fra Putin e Hitler e fra Zelensky e Churchill, per farci credere che oggi, come nel 1938, un dittatore folle vuole impadronirsi dell’intera Europa. Ergo dobbiamo armare gli ucraini perché difendono anche noi: caduti loro, toccherebbe a noi. Solo abolendo la storia si può bestemmiare parlando di “nuova Shoah”, “nuovo Olocausto”, “nuova Auschwitz”, “genocidio”, “pulizia etnica”, “sostituzione ebraica” e via dicendo. Solo abolendo la storia si può raccontare che la Nato è un’“alleanza difensiva” (infatti, solo nell’ultimo quarto di secolo ha attaccato la Serbia, l’Afghanistan, l’Iraq e la Libia che non ci avevano fatto un bel nulla) e “difende i valori della liberaldemocrazia” (infatti fra i suoi membri c’è la Turchia di Erdoğan, che arresta gli oppositori, chiude i giornali e stermina i curdi). Solo abolendo la storia si può credere al presidente Sergio Mattarella quando ripete che “l’Ucraina è la prima guerra nel cuore dell’Europa nel dopoguerra”. E Belgrado bombardata anche dall’Italia nel 1999 dov’è, in Oceania? E chi era il vicepremier del governo D’Alema che bombardava Belgrado? Un certo Mattarella.
(Marco Travaglio - Scemi di guerra)
Inizio da replica
“Mi piacciono gli italiani”, diceva Winston Churchill: “vanno alla guerra come se fosse una partita di calcio e vanno a una partita di calcio come se fosse la guerra”. Infatti, da quando un anno fa la Russia dell’autocrate criminale Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina, abbiamo trasformato quella tragedia in una farsa. Con un dibattito politico-giornalistico da bar sport, umiliante, primitivo, cavernicolo, ridicolo: tutto slogan, grugniti e clave. Fino al giorno prima eravamo tutti virologi ed epidemiologi, poi siamo diventati tutti strateghi esperti di geopolitica e questioni militari. Anche i politici e i giornalisti che fino al 24 febbraio 2022 pensavano che il Donbass fosse un prete nano.
(Marco Travaglio - Scemi di guerra)
L’Amaca
Se vi venisse in mente di...
Fedez, uovo pasquale che fa beneficenza a Carlo De Benedetti
E LA FONDAZIONE DELL’INGEGNERE - Spingitori di spingitori. I Ferragnez tendono a organizzare sistemi un po’ opachi: quanto delle vendite andrà a progetti solidali?
di Selvaggia Lucarelli
E fin lì è lecito si crei un clima divisivo. Poi però c’è il fattore beneficenza e il modo ambiguo in cui talvolta la utilizzano e a meno che non si sia tifosi anziché semplici osservatori della realtà, è impossibile non notare una propensione per la scarsa trasparenza.
Ci eravamo lasciati a Natale con la questione “pandori di Chiara Ferragni”. Vado a rinfrescarvi la memoria. Sotto le feste natalizie l’imprenditrice digitale aveva lanciato un pandoro Balocco griffato Chiara Ferragni con annunci sulla sua pagina Instagram del tipo: “Questo Natale io e Balocco abbiamo pensato a un progetto benefico a favore di un ospedale, sosteniamo insieme un progetto di ricerca!”. I giornali più importanti del Paese avevano lodato l’iniziativa dedicando a Chiara-dal-cuore-d’oro titoli più zuccherosi del pandoro, si leggeva ovunque che parte del ricavato sarebbe andato in beneficenza.
Insomma, sembrava che a comprare pandori rosa confetto si contribuisse a una buona causa. E invece finì che, insospettita da alcuni particolari fumosi, telefonai all’azienda Balocco e scoprii che la vendita dei dolci non incideva sulla cifra finale della donazione, ma che si trattava di una semplice operazione commerciale: Chiara Ferragni aveva ricevuto il suo lauto compenso come testimonial e Balocco aveva già stabilito che avrebbe donato una cifra per l’acquisto di un macchinario per l’ospedale. Più pandori si vendevano e più si arricchiva l’azienda. La Ferragni si portava a casa una buona operazione economica ma pure reputazionale, perché un accordo con compenso era percepito da fan, cronisti e consumatori come un’opera di bene.
L’imprenditrice digitale – smascherata – non diede mai alcuna spiegazione, salvo poi due mesi dopo indire una conferenza per annunciare che avrebbe devoluto il suo cachet sanremese a un’associazione benefica. Insomma, le conferenze stampa in tema di beneficenza si fanno solo quando c’è da interpretare il ruolo dell’eroina buona, quando c’è da chiarire un passaggio opaco, tutto tace.
Arriviamo a oggi, perché se è vero che tra i Ferragnez, nel privato, tirerebbe aria di crisi, dal punto di vista commerciale mi pare che i due mantengano un certo affiatamento. Due giorni fa, infatti, nei supermercati italiani sono apparse le uova di Pasqua dell’azienda cremonese Walcor brandizzate “Fedez”. Sulle uova appaiono un disegno con le sue fattezze e i suoi tatuaggi, c’è il suo nome sulla carta e indovinate un po’? Il cantante indossa una t-shirt con su scritto “sosteniamo Tog”. Considerato che Tog è una fondazione benefica e che quel “sosteniamo” è su un uovo di Pasqua con la faccia di Fedez sopra, io consumatore suppongo che il mio acquisto contribuisca a una qualche operazione benefica. Per me è una sorta di déjà vu, vedo di nuovo uno dei due Ferragnez legato a un dolce delle feste e a una operazione di beneficenza i cui contorni non sono troppo trasparenti. Faccio qualche ricerca: nessuna spiegazione esaustiva sulla carta dell’uovo, idem sul sito di Walcor che non si perde troppo in dettagli: “Un’iniziativa importante dal punto di vista del sociale, visto che Walcor sosterrà il progetto della fondazione TOG, specializzata nella riabilitazione dei bambini affetti da malattie neurologiche complesse, tramite la Fondazione Fedez E.T.S.”. Quindi a dire il vero la cosa non è solo oscura, ma pure complicata. Non si capisce ancora una volta se il numero delle uova vendute inciderà sull’entità della cifra donata, non si capisce se è un’operazione benefica o commerciale o entrambe le cose, se Fedez sia benefattore o beneficiato e perché siano citate due fondazioni. Spingitori di spingitori di fondazioni. È poi curioso che la fondazione destinataria della beneficenza sia proprio di proprietà di quel Carlo De Benedetti che è anche l’editore del giornale (Domani), che a Natale ha ospitato la precedente inchiesta sui pandori di Chiara Ferragni. Fatto sta che telefono all’ufficio marketing di Walcor e la mia domanda su come si sviluppi il progetto benefico ha subito l’effetto di gettare nel panico l’interlocutore. Nella prima telefonata ammette infatti di non conoscere bene i termini dell’accordo con Fedez e aggiunge che la cifra devoluta in beneficenza non è proporzionale alle vendite, ma già stabilita, solo che è “un dato sensibile” e non si può comunicare. Mi spiega che Fedez ha ceduto a Walcor, dietro compenso, la licenza per l’utilizzo del suo nome e del suo avatar sulle uova e poi lui donerà una cifra alla fondazione Tog di Carlo De Benedetti. Preciso che questo passaggio andrebbe chiarito ai consumatori e mi chiedo come mai Walcor, visto che non donerà una percentuale del venduto, non faccia direttamente beneficenza, senza mettere la faccia di Fedez sulle uova. Dopo un po’ la persona dell’azienda mi richiama perché, dice, mi ha dato informazioni inesatte e mi invia una mail in cui mi spiega che le cose stanno così: loro hanno pagato Fedez per la licenza (quindi per Fedez è un’operazione commerciale, da cui guadagna). Fedez però ha imposto da contratto che loro donino anche una cifra alla fondazione benefica di Fedez, cifra che la sua fondazione poi donerà (in che percentuale?) a Tog di De Benedetti. Insomma, ricchi che donano a ricchi.
Spingitori di spingitori di ricchi. Non si capisce perché Fedez chieda da contratto non che Walcor doni direttamente all’ente destinatario della beneficenza, come parrebbe logico, ma alla sua fondazione che poi dona a sua volta. Verrebbe da pensare a ragioni fiscali o al fatto che in questo modo sembri che la beneficenza la faccia la sua fondazione, di fatto però i soldi sono di Walcor e questa è una bella operazione commerciale a tutti gli effetti: Fedez ha venduto a caro prezzo la licenza, Walcor venderà un sacco di uova con la scusa che comprarle è (anzi, sembra) una buona azione.
Insomma, i Ferragnez sono come le uova di Pasqua: bella confezione, ma dentro, spesso, c’è una brutta sorpresa.
Già comprato!
