sabato 25 febbraio 2023

L'Amaca

 

Niente è indiscutibile
DI MICHELE SERRA
Il New York Times ha ricevuto una severa lettera di biasimo, firmata da attivisti Lgbt+ e da molti collaboratori dello stesso Nyt, a proposito di alcuni articoli sulla transizione di genere giudicati molto negativamente dai firmatari della lettera. La vicenda è molto complicata e sconsiglia opinioni sommarie, chi volesse approfondirla può trovarne ampio resoconto in rete.
Ma c’è un dettaglio che mi ha particolarmente colpito. Nella lettera di critica si sostiene, tra le altre cose, che “queste discussioni hanno un impatto negativo sulla salute mentale delle persone Lgbt+, in particolare i nostri giovani”. Forse è solo un passaggio infelice, ma il lettore ne trae la conclusione che “le discussioni” sulla transizione di genere (esperienza in costante aumento tra gli adolescenti: chiedere agli insegnanti di scuole medie e superiori) sono considerate irricevibili in quanto tali, perché provocano turbamento nelle persone interessate.
Non le discriminazioni, non le offese, non i pregiudizi: le discussioni.
Ora, a me sembra che quella frase contenga tutta la pericolosa fragilità di quelle buone cause che, considerandosi “indiscutibili”, rischiano di sommare alla prevedibile ostilità dei reazionari anche la non necessaria diffidenza dei democratici. Perché, dai Lumi in poi, di “indiscutibile” non esiste proprio niente, e nessuna esperienza individuale, per quanto sofferta e rispettabile, merita di essere sottratta alla discussione, specie nel momento in cui si presenta sulla scena non solo come fenomeno sociale, anche come agente politico. Fare politica pretendendo di non avere contraddittorio rischia di rendere insostenibile anche la causa più giusta.

venerdì 24 febbraio 2023

Vorrei ma...

 

E' chiaro che non posso postarvi tutto il nuovo libro di Marco Travaglio! Ma sono sollevato di capire che non ero solo a pensarla così. Che la mia idea, becera rispetto al pensiero comune attuale, tutto sommato si può ritenere valida e non putiniana come ci vorrebbero far credere. 

Vi posto ancora uno stralcio, invitandovi a leggere questo libro "Scemi di guerra" 

Leggetelo con calma, prendetevi tutto il tempo necessario. Ne vale la pena! 


Abbiamo abolito la storia. È vietato raccontare ciò che è accaduto in Ucraina prima del 24 febbraio 2022: gli otto anni di guerra civile in Donbass dopo il golpe bianco (anzi, nero) di Euromaidan nel 2014 e le migliaia di morti e feriti causati dai continui attacchi delle truppe di Kiev e delle milizie filo-naziste al seguito contro le popolazioni russofone e russofile che, col sostegno di Mosca, chiedevano l’indipendenza o almeno l’autonomia. Il tutto in barba ai due accordi di Minsk. La versione ufficiale, l’unica autorizzata, è che prima del 2022 non è successo niente: una mattina Putin s’è svegliato più pazzo del solito e ha invaso l’Ucraina. Se la gente scoprisse la verità, capirebbe che il mantra atlantista “Putin aggressore e Zelensky aggredito” vale solo dal 2022: prima, per otto anni, gli aggressori erano i governi di Kiev (l’ultimo, quello di Zelensky) e gli aggrediti i popoli del Donbass. Fra le vittime, c’è il giornalista italiano Andrea Rocchelli, ucciso dall’esercito ucraino. Un caso simile a quello di Giulio Regeni, che però nessuno conosce, perché “Andy” ha avuto il torto di farsi ammazzare dai killer sbagliati. Chiunque faccia un po’ di storia per “spiegare” la guerra e le sue cause viene scambiato per un putiniano che “giustifica” l’aggressore. Solo abolendo la storia si possono azzardare assurdi paragoni fra Putin e Hitler e fra Zelensky e Churchill, per farci credere che oggi, come nel 1938, un dittatore folle vuole impadronirsi dell’intera Europa. Ergo dobbiamo armare gli ucraini perché difendono anche noi: caduti loro, toccherebbe a noi. Solo abolendo la storia si può bestemmiare parlando di “nuova Shoah”, “nuovo Olocausto”, “nuova Auschwitz”, “genocidio”, “pulizia etnica”, “sostituzione ebraica” e via dicendo. Solo abolendo la storia si può raccontare che la Nato è un’“alleanza difensiva” (infatti, solo nell’ultimo quarto di secolo ha attaccato la Serbia, l’Afghanistan, l’Iraq e la Libia che non ci avevano fatto un bel nulla) e “difende i valori della liberaldemocrazia” (infatti fra i suoi membri c’è la Turchia di Erdoğan, che arresta gli oppositori, chiude i giornali e stermina i curdi). Solo abolendo la storia si può credere al presidente Sergio Mattarella quando ripete che “l’Ucraina è la prima guerra nel cuore dell’Europa nel dopoguerra”. E Belgrado bombardata anche dall’Italia nel 1999 dov’è, in Oceania? E chi era il vicepremier del governo D’Alema che bombardava Belgrado? Un certo Mattarella.

(Marco Travaglio - Scemi di guerra) 


Inizio da replica

 

“Mi piacciono gli italiani”, diceva Winston Churchill: “vanno alla guerra come se fosse una partita di calcio e vanno a una partita di calcio come se fosse la guerra”. Infatti, da quando un anno fa la Russia dell’autocrate criminale Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina, abbiamo trasformato quella tragedia in una farsa. Con un dibattito politico-giornalistico da bar sport, umiliante, primitivo, cavernicolo, ridicolo: tutto slogan, grugniti e clave. Fino al giorno prima eravamo tutti virologi ed epidemiologi, poi siamo diventati tutti strateghi esperti di geopolitica e questioni militari. Anche i politici e i giornalisti che fino al 24 febbraio 2022 pensavano che il Donbass fosse un prete nano.

(Marco Travaglio - Scemi di guerra) 


L’Amaca



Correttezza non è censura

DI MICHELE SERRA

Con una certa ottusità, che va capita e soccorsa, qualche polemista di destra ha accolto con spregio e sghignazzi la levata di scudi di scrittori e intellettuali contro la riscrittura dei libri di Roald Dahl. Il loro ragionamento è più o meno questo: avete difeso il politicamente corretto, come potete lamentarvi della censura su libri e film?
La risposta è semplice, ammesso che si abbiano la voglia e il tempo di ascoltarla. Il politicamente corretto nasce con l’intenzione di difendere il linguaggio pubblico da messaggi di odio e da grevi e volontarie parole offensive: delle quali è possibile avere un ricco campionario sfogliando ogni giorno i quotidiani di destra (tutti) e anche qualcuno non di destra (pochi). La “scintilla” del politicamente corretto è dunque la difesa della qualità della vita democratica; della dignità delle persone; del concetto di rispetto.
Questa legittima preoccupazione ha generato negli anni, soprattutto nel mondo anglosassone, una vera e propria paranoia censoria. Per giunta retrospettiva – come nel caso di Dahl. E come nel precedente caso di Philip Roth e di tanti altri, puntualmente denunciati in Europa come caccia alle streghe. Questa degenerazione del principio di “rispetto” è l’oggetto in discussione. Si può uscirne dicendo che è legittimo vomitare qualunque insulto, perché questa è “la libertà”. Oppure difendendo il principio di rispetto, ma combattendo il fanatismo cieco, censorio, bigotto che pretende di applicarlo distruggendo la parola, l’arte, la sua inevitabile irriducibilità a un paradigma “buono per tutti”.
In sintesi: gridare “frocio” a un omosessuale è violenza. Censurare un cartoon di cinquant’anni fa, o un romanzo di cento anni fa, perché nel cast non ci sono omosessuali, è violenza anche quella. Non mi sembra così difficile da capire.

Già!

 


Se vi venisse in mente di...

 

Fedez, uovo pasquale che fa beneficenza a Carlo De Benedetti

E LA FONDAZIONE DELL’INGEGNERE - Spingitori di spingitori. I Ferragnez tendono a organizzare sistemi un po’ opachi: quanto delle vendite andrà a progetti solidali?


di Selvaggia Lucarelli 


E fin lì è lecito si crei un clima divisivo. Poi però c’è il fattore beneficenza e il modo ambiguo in cui talvolta la utilizzano e a meno che non si sia tifosi anziché semplici osservatori della realtà, è impossibile non notare una propensione per la scarsa trasparenza.

Ci eravamo lasciati a Natale con la questione “pandori di Chiara Ferragni”. Vado a rinfrescarvi la memoria. Sotto le feste natalizie l’imprenditrice digitale aveva lanciato un pandoro Balocco griffato Chiara Ferragni con annunci sulla sua pagina Instagram del tipo: “Questo Natale io e Balocco abbiamo pensato a un progetto benefico a favore di un ospedale, sosteniamo insieme un progetto di ricerca!”. I giornali più importanti del Paese avevano lodato l’iniziativa dedicando a Chiara-dal-cuore-d’oro titoli più zuccherosi del pandoro, si leggeva ovunque che parte del ricavato sarebbe andato in beneficenza.

Insomma, sembrava che a comprare pandori rosa confetto si contribuisse a una buona causa. E invece finì che, insospettita da alcuni particolari fumosi, telefonai all’azienda Balocco e scoprii che la vendita dei dolci non incideva sulla cifra finale della donazione, ma che si trattava di una semplice operazione commerciale: Chiara Ferragni aveva ricevuto il suo lauto compenso come testimonial e Balocco aveva già stabilito che avrebbe donato una cifra per l’acquisto di un macchinario per l’ospedale. Più pandori si vendevano e più si arricchiva l’azienda. La Ferragni si portava a casa una buona operazione economica ma pure reputazionale, perché un accordo con compenso era percepito da fan, cronisti e consumatori come un’opera di bene.

L’imprenditrice digitale – smascherata – non diede mai alcuna spiegazione, salvo poi due mesi dopo indire una conferenza per annunciare che avrebbe devoluto il suo cachet sanremese a un’associazione benefica. Insomma, le conferenze stampa in tema di beneficenza si fanno solo quando c’è da interpretare il ruolo dell’eroina buona, quando c’è da chiarire un passaggio opaco, tutto tace.

Arriviamo a oggi, perché se è vero che tra i Ferragnez, nel privato, tirerebbe aria di crisi, dal punto di vista commerciale mi pare che i due mantengano un certo affiatamento. Due giorni fa, infatti, nei supermercati italiani sono apparse le uova di Pasqua dell’azienda cremonese Walcor brandizzate “Fedez”. Sulle uova appaiono un disegno con le sue fattezze e i suoi tatuaggi, c’è il suo nome sulla carta e indovinate un po’? Il cantante indossa una t-shirt con su scritto “sosteniamo Tog”. Considerato che Tog è una fondazione benefica e che quel “sosteniamo” è su un uovo di Pasqua con la faccia di Fedez sopra, io consumatore suppongo che il mio acquisto contribuisca a una qualche operazione benefica. Per me è una sorta di déjà vu, vedo di nuovo uno dei due Ferragnez legato a un dolce delle feste e a una operazione di beneficenza i cui contorni non sono troppo trasparenti. Faccio qualche ricerca: nessuna spiegazione esaustiva sulla carta dell’uovo, idem sul sito di Walcor che non si perde troppo in dettagli: “Un’iniziativa importante dal punto di vista del sociale, visto che Walcor sosterrà il progetto della fondazione TOG, specializzata nella riabilitazione dei bambini affetti da malattie neurologiche complesse, tramite la Fondazione Fedez E.T.S.”. Quindi a dire il vero la cosa non è solo oscura, ma pure complicata. Non si capisce ancora una volta se il numero delle uova vendute inciderà sull’entità della cifra donata, non si capisce se è un’operazione benefica o commerciale o entrambe le cose, se Fedez sia benefattore o beneficiato e perché siano citate due fondazioni. Spingitori di spingitori di fondazioni. È poi curioso che la fondazione destinataria della beneficenza sia proprio di proprietà di quel Carlo De Benedetti che è anche l’editore del giornale (Domani), che a Natale ha ospitato la precedente inchiesta sui pandori di Chiara Ferragni. Fatto sta che telefono all’ufficio marketing di Walcor e la mia domanda su come si sviluppi il progetto benefico ha subito l’effetto di gettare nel panico l’interlocutore. Nella prima telefonata ammette infatti di non conoscere bene i termini dell’accordo con Fedez e aggiunge che la cifra devoluta in beneficenza non è proporzionale alle vendite, ma già stabilita, solo che è “un dato sensibile” e non si può comunicare. Mi spiega che Fedez ha ceduto a Walcor, dietro compenso, la licenza per l’utilizzo del suo nome e del suo avatar sulle uova e poi lui donerà una cifra alla fondazione Tog di Carlo De Benedetti. Preciso che questo passaggio andrebbe chiarito ai consumatori e mi chiedo come mai Walcor, visto che non donerà una percentuale del venduto, non faccia direttamente beneficenza, senza mettere la faccia di Fedez sulle uova. Dopo un po’ la persona dell’azienda mi richiama perché, dice, mi ha dato informazioni inesatte e mi invia una mail in cui mi spiega che le cose stanno così: loro hanno pagato Fedez per la licenza (quindi per Fedez è un’operazione commerciale, da cui guadagna). Fedez però ha imposto da contratto che loro donino anche una cifra alla fondazione benefica di Fedez, cifra che la sua fondazione poi donerà (in che percentuale?) a Tog di De Benedetti. Insomma, ricchi che donano a ricchi.

Spingitori di spingitori di ricchi. Non si capisce perché Fedez chieda da contratto non che Walcor doni direttamente all’ente destinatario della beneficenza, come parrebbe logico, ma alla sua fondazione che poi dona a sua volta. Verrebbe da pensare a ragioni fiscali o al fatto che in questo modo sembri che la beneficenza la faccia la sua fondazione, di fatto però i soldi sono di Walcor e questa è una bella operazione commerciale a tutti gli effetti: Fedez ha venduto a caro prezzo la licenza, Walcor venderà un sacco di uova con la scusa che comprarle è (anzi, sembra) una buona azione.

Insomma, i Ferragnez sono come le uova di Pasqua: bella confezione, ma dentro, spesso, c’è una brutta sorpresa.

Già comprato!

 

Scemi di guerra
di Marco Travaglio
Da oggi è nelle edicole e nelle librerie il mio nuovo libro “Scemi di guerra. La tragedia dell’Ucraina, la farsa dell’Italia: un Paese pacifista preso in ostaggio dai NoPax” (ed. PaperFirst). Vi anticipo un’ampia sintesi della mia introduzione.
“Mi piacciono gli italiani”, diceva Winston Churchill: “Vanno alla guerra come se fosse una partita di calcio e vanno a una partita di calcio come se fosse la guerra”. Infatti, da quando un anno fa la Russia dell’autocrate criminale Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina, abbiamo trasformato quella tragedia in una farsa. Con un dibattito politico-giornalistico da bar sport, umiliante, primitivo, cavernicolo, ridicolo: tutto slogan, grugniti e clave. Fino al giorno prima eravamo tutti virologi ed epidemiologi, poi siamo diventati tutti strateghi esperti di geopolitica e questioni militari…
Ma gli scemi di guerra non sono soltanto i foreign fighter da salotto che ogni sera, nei talk show, fanno il presentat’arm in soggiorno e marciano in assetto di guerra sul divano con l’elmetto di cartapesta sulle ventitré: quelli semmai sono i furbi di guerra, perché ci guadagnano sempre. Gli scemi di guerra siamo tutti noi cittadini italiani ed europei che, a parte rare eccezioni (come la manifestazione del 5 novembre 2022 in piazza San Giovanni a Roma), non ci siamo ancora ribellati a questa propaganda, sempre più tragicomica a mano a mano che i sondaggi fotografano la realtà: un Paese in gran parte pacifista tenuto in ostaggio da politici e opinionisti… No Pax. Tutti impegnati in una mission impossible: giustificare l’ingiustificabile per trascinarci in una guerra per procura, nata come conflitto regionale, che lorsignori hanno trasformato in conflitto mondiale al fianco di un Paese che non è nostro alleato né nell’Ue né nella Nato. Un Paese aggredito, certo, ma come centinaia di altri dal 1946 a oggi, ai quali non abbiamo mai inviato neppure un fucile a tappo. Anzi, gli altri aggrediti continuiamo a non aiutarli e ad abbandonarli: dai curdi bombardati dalla Turchia di Erdogan agli yemeniti massacrati dall’Arabia Saudita e dall’Iran. Il dovere della cobelligeranza incostituzionale vale solo per l’Ucraina. E solo perché ce lo ordinano gli Stati Uniti…
In questo anno abbiamo subìto, accettato e digerito di tutto. Si cita spesso la massima di Eschilo: “In guerra la verità è la prima vittima”. Magari fosse soltanto quella. Se in Russia è vietato parlare di guerra (chi lo fa si becca 15 anni di galera), in Italia è vietato parlare di pace (chi lo fa finisce alla gogna, linciato e lapidato sulla pubblica piazza). Perciò sono state abolite tutte le basi del discorso pubblico di una democrazia evoluta.
Abbiamo abolito la Costituzione, che all’articolo 11 “ripudia la guerra come strumento di offesa agli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Siccome poi aggiunge che “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, i giureconsulti di regime l’hanno stiracchiata come la pelle delle palle per attribuire ai Padri costituenti l’intenzione di autorizzare, anzi di imporre invii di armi a Paesi in guerra purché “aggrediti”.
Tantopiù che l’articolo 52 prescrive come “dovere” la “difesa della patria”. A parte il fatto che ci vuole molta fantasia per vedere una “condizione di parità” fra Italia e Usa e una finalità di “assicurare la pace e la giustizia” nella continua escalation a base di armamenti sempre più devastanti, se avessero voluto dire questo i nostri Padri costituenti sarebbero stati affetti da schizofrenia: al comma 1 usavano il verbo “ripudiare” e al comma 2 lo contraddicevano, per imporre la cobelligeranza in tutti i conflitti dell’orbe terracqueo. Già, perché in ogni guerra che si rispetti c’è sempre un aggressore e un aggredito. Dunque l’Italia dovrebbe intervenire in tutte le guerre del pianeta. La verità è semplice come la lingua in cui è stata scritta la Costituzione. L’unica guerra giusta è quella per difendere la patria: la nostra, non quella degli altri, a meno che con gli altri non abbiamo stipulato trattati che ci vincolino al soccorso armato. E non è il caso dell’Ucraina.
Abbiamo abolito i valori della pace, del disarmo e dell’antifascismo. Ora pace e disarmo sono disvalori perché disturbano i “valori” atlantisti del riarmo e del bellicismo. Si esaltano le stragi, purché compiute dagli ucraini ai danni dei russi, e addirittura gli atti terroristici come l’assassinio di Darya Dugina, saltata in aria a Mosca a 29 anni soltanto perché era figlia di suo padre, filosofo nazionalista e putiniano. Si esaltano i neonazisti del battaglione Azov e delle altre milizie ucraine di estrema destra, con le SS e il sole nero stilizzati sulle bandiere e le svastiche tatuate sulla pelle. La svastica, se è ucraina, è chic: sfina.
Abbiamo abolito la geografia. Proibito mostrare la cartina dell’allargamento della Nato a Est negli ultimi 25 anni (da 16 a 30 membri). E chi la mostra muore, almeno professionalmente: Marc Innaro, storico corrispondente della Rai a Mosca, prima imbavagliato e poi trasferito al Cairo; il professor Alessandro Orsini censurato dalla sua università, la Luiss, e dal Messaggero, il suo ex giornale, poi linciato da tutti. Eppure, che la Nato si sia allargata a Est, accerchiando e assediando la Russia, minacciandone la sicurezza con installazioni di missili nucleari sempre più vicine al confine, in barba alle promesse fatte a Gorbaciov nel 1990, fino all’ultima provocazione di annunciare l’imminente ingresso nell’Alleanza dei vicini di casa della Russia – Georgia e Ucraina – è un fatto storico indiscutibile. Che non giustifica l’invasione, ma aiuta a spiegarla. L’ha detto anche quel pericoloso putiniano del Papa: “La Nato abbaiava alla porta di Putin”. L’altra cartina proibita è quella dei Paesi che non condannano o non sanzionano la Russia, o se ne restano neutrali: quasi tutta l’Asia, l’Africa e l’America Latina, cioè l’87% della popolazione mondiale. Ma al nostro piccolo mondo antico occidentale piace far credere che Putin è isolato e noi lo stiamo circondando. Sul fatto che Cina, India, Brasile e altri paesucoli stiano con lui o non stiano con noi, meglio sorvolare: altrimenti lo capiscono tutti che le sanzioni non funzionano.
Abbiamo abolito la storia. È vietato raccontare ciò che è accaduto in Ucraina prima del 24 febbraio 2022: gli otto anni di guerra civile in Donbass dopo il golpe bianco (anzi, nero) di Euromaidan nel 2014 e le migliaia di morti e feriti causati dai continui attacchi delle truppe di Kiev e delle milizie filo-naziste al seguito contro le popolazioni russofone e russofile che, col sostegno di Mosca, chiedevano l’indipendenza o almeno l’autonomia. Il tutto in barba ai due accordi di Minsk. La versione ufficiale, l’unica autorizzata, è che prima del 2022 non è successo niente: una mattina Putin s’è svegliato più pazzo del solito e ha invaso l’Ucraina. Se la gente scoprisse la verità, capirebbe che il mantra atlantista “Putin aggressore e Zelensky aggredito” vale solo dal 2022: prima, per otto anni, gli aggressori erano i governi di Kiev (l’ultimo, quello di Zelensky) e gli aggrediti i popoli del Donbass. Fra le vittime, c’è il giornalista italiano Andrea Rocchelli, ucciso dall’esercito ucraino. Un caso simile a quello di Giulio Regeni, che però nessuno conosce, perché “Andy” ha avuto il torto di farsi ammazzare dai killer sbagliati. Chiunque faccia un po’ di storia per “spiegare” la guerra e le sue cause viene scambiato per un putiniano che “giustifica” l’aggressore. Solo abolendo la storia si possono azzardare assurdi paragoni fra Putin e Hitler e fra Zelensky e Churchill, per farci credere che oggi, come nel 1938, un dittatore folle vuole impadronirsi dell’intera Europa. Ergo dobbiamo armare gli ucraini perché difendono anche noi: caduti loro, toccherebbe a noi. Solo abolendo la storia si può bestemmiare parlando di “nuova Shoah”, “nuovo Olocausto”, “nuova Auschwitz”, “genocidio”, “pulizia etnica” e via delirando… E si può raccontare che la Nato è un’“alleanza difensiva” (infatti, solo nell’ultimo quarto di secolo ha attaccato la Serbia, l’Afghanistan, l’Iraq e la Libia che non ci avevano fatto un bel nulla) e “difende i valori della liberaldemocrazia” (infatti fra i suoi membri c’è la Turchia di Erdogan, che arresta gli oppositori, chiude i giornali e stermina i curdi). Solo abolendo la storia si può credere al presidente Sergio Mattarella quando ripete che “l’Ucraina è la prima guerra nel cuore dell’Europa nel dopoguerra”. E Belgrado bombardata anche dall’Italia nel 1999 dov’è, in Oceania? E chi era il vicepremier del governo D’Alema che bombardava Belgrado? Un certo Mattarella.
Abbiamo abolito l’economia. Altrimenti l’avrebbero capito tutti, guardando i precedenti dell’Italia fascista dopo l’avventura africana, e poi di Cuba, dell’Iran e della stessa Russia, che le sanzioni servono a poco e spesso danneggiano più i sanzionatori dei sanzionati, che peraltro tendono a stringersi attorno al loro regime (Mussolini, Castro, gli ayatollah e ora Putin). Invece il noto economista Draghi, il 31 maggio 2022, oracolava: “Il momento di massimo impatto delle sanzioni alla Russia sarà da questa estate in poi”. Il professor Enrico Letta, il 9 marzo 2022, vaticinava: “La Russia andrà in default entro qualche giorno”. E Fmi, università anglo-americane, agenzie di rating facevano a gara nel prevedere immediati crolli del Pil russo del 40, del 30, del 20, del 15%, salvo poi rassegnarsi a un misero 2 virgola qualcosa.
Abbiamo abolito la medicina. Siccome la Russia non va in default, mentre rischiano di andarci le economie europee, ci hanno raccontato che il sacrificio durerà poco, pochissimo, perché Putin sta per essere destituito, è solo al mondo, ha tutti contro anche dentro il Cremlino e soprattutto è malatissimo, ha le ore contate, anzi forse è già morto e quello che vediamo è un sosia… Ha praticamente tutte le malattie note in letteratura, da quelle psichiatriche a quelle muscolari e ossee, a ogni varietà di tumore e di leucemia, al Parkinson, a mezze paresi qua e là, per non parlare del diabete… Ed è pure completamente pazzo, visto che tutti ripetono che si era illuso di occupare l’Ucraina (grande due volte l’Italia) in una settimana e di essere accolto con i tappeti rossi da un popolo che per due terzi odia i russi da almeno un secolo e da dieci anni viene armato da Usa e Gran Bretagna.
Abbiamo abolito il comune senso del pudore. Diciamo che le sanzioni sono un sacrificio indispensabile per difendere la democrazia liberale dalla tirannide di Putin. Infatti, per sostituire il gas e il petrolio russi, li compriamo da Algeria, Egitto, Angola, Mozambico, Congo, Emirati, Arabia Saudita, Qatar: tutti regimi al cui confronto Putin è un’educanda. Per colpire un dittatore, ne ingrassiamo una decina.
Abbiamo abolito il vocabolario. Draghi fa approvare dal Parlamento il primo invio di armi italiane all’Ucraina e fa scrivere nella risoluzione che servono alla “de-escalation”. Più armi, meno escalation. E quando il leader dei 5 Stelle Giuseppe Conte si oppone all’aumento della spesa militare al 2% del Pil, i grandi giornali titolano: “Escalation anti-armi”, “escalation grillina”. Meno armi, più escalation. Una neolingua da far impallidire quella del Ministero della Verità di George Orwell in 1984: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”. Non solo. “Pace” diventa sinonimo di “resa”: chi chiede un negoziato e un cessate il fuoco ai due eserciti viene accusato di negare la legittimità della splendida ed eroica resistenza ai tanti ucraini e di pretendere che questi si arrendano, anche se non l’ha mai detto né pensato. Anzi tutti riconoscono loro il sacrosanto diritto di difendersi: ma con le loro armi e con quelle di chi può inviarle, non con quelle dell’Italia che non può per Costituzione.
Abbiamo abolito la libertà di pensiero. Chi non pende dalle labbra di Biden, Zelensky e Stoltenberg, ma li critica se sbagliano o pubblica notizie a loro sgradite, è un venduto a Putin. E viene linciato, infilato in liste di proscrizione come “putiniano” con tanto di foto segnaletiche sui grandi giornali.
Abbiamo abolito il dovere di cronaca e anche la deontologia professionale dei giornalisti. Tutte le notizie diffuse da Kiev vengono prese per oro colato, tutte quelle targate Mosca bollate come fake news, anche se spesso si scopre l’opposto. Papa Francesco attacca Draghi e la Nato per l’aumento delle spese militari al 2% del Pil e viene censurato da Tg1, Corriere della Sera e Repubblica… Nei primi mesi di guerra, mentre l’armata russa occupava oltre un sesto dell’Ucraina (un terzo dell’Italia), i nostri giornaloni descrivevano l’avanzata di Mosca come un rosario di disfatte militari inflitte dall’invincibile armata ucraino-occidentale, ribaltando di 180 gradi la realtà della (tristissima) situazione sul campo di battaglia. Tant’è che, quando a settembre è partita la controffensiva ucraina con le prime sconfitte russe, l’opinione pubblica si domandava incredula: ma come, gli ucraini non stanno stravincendo dal primo giorno?
Abbiamo abolito la diplomazia e le sue regole-base. Il refrain è: “Non si tratta col nemico”. Oh bella, e con chi si tratta? Con l’amico? E su cosa? “Con la Russia si tratta solo se prima si ritira”. Oh bella, ma il ritiro delle truppe, da che mondo è mondo, viene dopo le trattative, non prima. “I tempi e le condizioni dei negoziati li decide Zelensky”. Cioè mai, visto che ha firmato un decreto che vieta di negoziare con la Russia di Putin. E poi, con tutti i miliardi e le armi che invia all’Ucraina, è mai possibile che l’Occidente non debba avere voce in capitolo? Possibile che possa contribuire solo alla guerra, ma non alla pace? E se Zelensky ritiene che il negoziato possa iniziare solo dopo la riconquista completa delle regioni occupate dai russi, Crimea inclusa, e non riesce a riprenderle nei prossimi 10 o 20 anni, l’Europa che fa: si dissangua economicamente con le auto-sanzioni e invia armi su armi e miliardi su miliardi a Kiev, come in Afghanistan, finché l’ultimo ucraino resterà in vita? E perché non lasciare che siano i popoli del Donbass e della Crimea a decidere con chi vogliono stare, con un referendum sotto l’egida dell’Onu? Il diritto all’autodeterminazione per loro non vale? O si teme di scoprire che abbiamo trasformato un conflitto locale in una guerra mondiale per difendere dalla Russia popolazioni che vogliono stare con la Russia?
Abbiamo abolito il rispetto per le altre culture. In una folle ondata di russofobia, abbiamo visto ostracizzare direttori d’orchestra, cantanti liriche, pianiste di fama mondiale, fotografi, atleti (anche paralimpici), persino gatti e querce, soltanto perché russi. E poi censurare corsi su Dostoevskij, cancellare dai teatri i balletti di Cajkovskij, addirittura estromettere la delegazione russa dalle celebrazioni per la liberazione di Auschwitz. Come se il lager l’avessero liberato gli americani o gli ucraini e non l’Armata Rossa…
Abbiamo abolito il senso del ridicolo. Infatti, quando Draghi pose l’assurdo aut-aut fra “la pace e i condizionatori o i termosifoni accesi” (non spenti), nessuno gli rise in faccia. Una sera il noto stratega Beppe Severgnini, a Otto e mezzo, ha sentenziato: “Se non ci fosse la Nato, Putin sarebbe già a Lisbona” (meno male che c’è l’Oceano). E poi: “Vinciamo noi: siamo 40 contro uno”. Come se la guerra russo-ucraina fosse il derby Milan-Inter. Solo che nei derby, di solito, nessuna delle due squadre possiede 6 mila testate atomiche. Invece Putin le ha e l’Ucraina no. E, quando un uomo con l’atomica incontra uno senza atomica, quello senza atomica è un uomo morto. Ma anche quello con l’atomica. Perché tutti fingono di ignorarlo, ma questa è una guerra che non può avere vincitori, ma solo sconfitti. Almeno in Europa, dove arrivano le radiazioni: negli Stati Uniti no. Infatti gli Usa sono l’unico soggetto belligerante (per procura) che, comunque vada, non rischia nulla. Anzi, ci guadagna… Eppure i trombettieri della Nato propagandano la bufala dell’“euroatlantismo” e gli scemi di guerra se la bevono, senz’accorgersi che mai come oggi gli interessi dell’Europa sono opposti a quelli dell’America.