martedì 14 febbraio 2023

Elezioni travagliate

 

Mortatti
di Marco Travaglio
I risultati delle Regionali erano purtroppo scontati. Le tre destre al governo, malgrado i disastri dei primi 120 giorni, vanno ancora di moda e ci vorrà del tempo prima che i loro elettori ammettano davanti a se stessi di essersi fatti fregare. Dall’altra, in mancanza del famoso campo largo, c’è il campo di Agramante dove tutti litigano su tutto. Ma i numeri dicono che oggi neppure l’impossibile alleanza M5S-Pd-Azione/Iv&C. avrebbe potuto battere Fontana e Rocca, che superano il 50% dei votanti. Ci sarebbe poi il Primo Polo, il 60% di astenuti, che non sanno più come esprimere il loro schifo. Ma anche stavolta, dopo un paio di giorni di frasi fatte, se ne fregheranno tutti, ben felici che a votare vada solo chi controllano loro. Quanto ai voti di lista, anche quelli seguono il copione: la Meloni vampirizza Lega e FI, ma Salvini in Lombardia non crolla sotto il 10%, anche se le cede il primato. E deve ringraziare: senza l’effetto-Giorgia, quella catastrofe ambulante di Fontana difficilmente sarebbe ancora lì. Nel Lazio invece nessun trompe l’oeil ha potuto mascherare gli scarsi risultati della giunta Zingaretti, discreta sulla pandemia ma disastrosa su ambiente, rifiuti, sanità e nomine: così il Pd perde il Lazio dopo otto anni. I 5Stelle confermano di andar peggio alle Regionali che alle Politiche, dove i voti di opinione contano più di quelli controllati e un leader popolare come Conte fa la differenza.
Due parole di conforto per Letizia Moratti e chi la spacciava per la carta vincente contro Fontana. Quando, a novembre, Ollio&Ollio la soffiarono astutamente alla destra con cui aveva governato fino a quel giorno come vicepresidente e assessora alla Sanità, facendo un gran favore alla destra che non sapeva dove metterla, un coro di tromboni e trombette iniziò a molestare il Pd perché la imbarcasse su due piedi: era l’asso nella manica per battere la destra con l’omeopatia. Salvati: “Al Pd serve Moratti”. Marcucci: “Con Letizia si vince”. Pinotti: “Va valutata, sennò rischiamo di perdere”. Morani: “Con lei il Pd può disarticolare il centrodestra”. Letizia Bricchetto Arnaboldi Cazzaniga Ajroldi in Moratti Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare fu poi adottata dai migliori portafortuna su piazza: il rag. Cerasa (“L’opzione Moratti per il Pd”), Polito el Drito (“Non c’è nessuna ragione per condannarla come voltagabbana”), De Benedetti (“Il Pd non sia schizzinoso e appoggi Moratti. Se prende la Lombardia, cade il governo”) e Cappellini di Rep (“Il Pd non deve vergognarsi a fare un patto con Moratti”). Risultato: alle Politiche del 25 settembre Azione e Iv fecero il 10% in Lombardia; alle Regionali la Moratti, sostenuta anche da +Europa, fa il 9%. Ma forse fanno ancora in tempo a candidarla alle primarie del Pd.

A proposito di...

 

Il piccolo rettile
di Mattia Feltri
Karima, amica mia, ti stavo soltanto aspettando. Quando ieri mattina ho letto il tuo dolorosissimo, magnifico pezzo sulla Stampa – hai scritto ok, avete vinto voi, non sono italiana, non sarò mai abbastanza italiana, diceva bene mia madre: per voi resterò sempre una marocchina – ho pensato che infine eri arrivata. Ogni qualvolta ti avevo vista dibattere in tv, gli occhi che ti si posavano addosso dicevano tutti la stessa cosa: sei una marocchina. Erano eccessivamente accondiscendenti o eccessivamente aggressivi per la stessa identica ragione, che resti una marocchina. Siamo un paese razzista – hai ragione tu, ha ragione Paola Egonu – e lo neghiamo soprattutto perché non ce ne rendiamo conto. Pensiamo che il razzismo produca i campi di concentramento, la caccia allo straniero, la teoria della superiorità. Ma quella è la malattia ormai evoluta in pestilenza. La malattia è uno strisciante, subdolo pregiudizio. È opporsi allo ius soli o allo ius scholae perché la cittadinanza bisogna meritarsela, e detto da chi l'ha avuta in sorte è razzismo scintillante. E scintilla in ognuno di noi. Quante volte, allungando una moneta a un immigrato, gli ho dato del tu? Quante volte, allungandola a un italiano, gli ho dato del lei? Al primo davo soldi, al secondo davo anche dignità. Quante volte non ho riconosciuto quel piccolo rettile dentro di me? Un pomeriggio mio figlio ospitò a casa un compagno delle elementari, un figlio di immigrati. Quando il bambino se ne andò, chiesi a mio figlio da dove venisse. Da Roma, mi rispose. Provai vergogna proprio perché la mia domanda era spontanea. Però era spontanea anche la sua risposta.

Riemersione

 

Da Storace a Batman la vecchia destra riconquista la Regione

DI ANTONIO FRASCHILLA

ROMA — Sono stati i volti delle giunte e delle maggioranze del centrodestra che tra Regione e Campidoglio hanno comandato negli anni d’oro dei vari Gianni Alemanno, Francesco Storace, Renata Polverini. Protagonisti di stagioni segnate da polemiche, scandali, sprechi, buchi di bilancio e indagini giudiziarie che hanno travolto queste amministrazioni e il loro seguito. Ma adesso, dopo dieci anni e oltre, senza molto clamore e salendo nel frattempo sul carro giusto che in fondo si chiama Lega o Fratelli d’Italia, stanno risalendo sulla scena che conta. Pronti a rientrare dalla porta principale della Regione Lazio seguendo il neo governatore Francesco Rocca. Alcuni restando magari nell’ombra, altri invece tornando direttamente a guidare tolde di comando che contano nel Lazio, a partire dalla sanità che da sola muove quasi 20 miliardi di euro, ma non solo.

Stanno ritornando, insomma, come se i rapporti passati con i protagonisti di indagini che hanno segnato Roma, su tutte “Mondo di mezzo” di quel Massimo Carminati oggi in libertà, ma anche “Lady Asl” e “Rimborsopoli”, non fossero mai esistiti. Alcuni nomi sembravano davvero finiti ormai nel dimenticatoio e invece eccoli qui in augegrazie al “nuovo”, si fa per dire, centrodestra che con Rocca si riprende la Regione. A partire da Domenico Gramazio, ex missino che frequentava proprio Carminati. Il figlio, Luca, è stato da poco condannato in via definitiva in quella inchiesta. Gramazio senior fino all’ultimo ha fatto appelli al voto in sostegno di Rocca, appoggiando in particolare le candidature di Fratelli d’Italia in consiglio regionale di Marco Bertucci, figlio di un dirigente Atac ai tempi della sindacatura Alemanno, e di Emanuela Mari.

Rocca ha fatto finta di nulla, anche se Gramazio ha partecipato a diversi eventi elettorali e di certo Fratelli d’Italia vuole il ritorno in giunta, e con un ruolo di peso, di Marco Mattei, ex assessore all’Ambiente con Renata Polverini. Oggi Mattei è a capo della segreteria del ministro della Salute Orazio Schillaci ma conosce bene Carminati: dalle indagini su “Mondo di mezzo” è emerso che per ben due volte è stato a pranzo con lui e Salvatore Buzzi.

Un altro nome delle giunte d’oro della destra romana sta tornando nel palazzo e anche lui in pole come possibile assessore: Giuseppe Cangemi, ex paracadutista della Folgore ma soprattutto già braccio destro della stessa Polverini in Regione. Cangemi entrerebbe in quota Lega, e sempre grazie al partito di Salvini si parla del ritorno con ruoli importanti in Regione anche di Francesco Aracri, ex assessore nella giunta Storace, e di Fabio Armeni, ex assessore sempre nella giunta Polverini. Tornando a Fratelli d’Italia, che tra i suoi militanti ha il cuore delle giunte Alemanno, Storace e Polverini, per un posto nella squadra di Rocca si fa il nome di Fabrizio Ghera, già assessore comunale. E un altro volto di quelle giunte potrebbe avere un ruolo in Regione: quello di Mauro Antonini, candidato al consiglio regionale con la Lega e in passato componente di punta di Casapound. L’organizzazione di estrema destra che su Alemanno aveva puntato molto e che allora salutò con diversi suoi militanti la conquista del Campidoglio con il braccio ben alzato. Molta di quella destra è stata accolta oggi dalla Lega di Salvini: tra questi Adriano Palozzi, con Polverini a capo della Cotral, l’azienda di trasporti regionali, coinvolto nell’indagine Parnasi sullo stadio e arrivato agli onori della cronaca per aver dato del “tossico” a Stefano Cucchi.

Ma è la sanità un settore chiave nella Regione Lazio: un comparto nel quale lo stesso Rocca ha sulle spalle l’ombra di un conflitto di interesse, avendo rappresentato big del settore come Antonio Angelucci ma anche la Fondazione Maria Monti che gestisce un budget di rimborsi da venti milioni di euro. In questi giorni di campagna elettorale si è fatto rivedere a qualche evento anche l’ex assessore alla Sanità della giunta Storace, Marco Verzaschi, travolto dall’indagine “Lady Asl”. Come si è rifatto vivo Fiorito, ex capogruppo del Pdl in Regione, meglio noto con il soprannome di Batman, che ha scontato una condanna per le spese pazze del consiglio regionale di allora. Adesso frequenta gli eventi organizzati dalla Lega, come tanti che vogliono ricominciare da dove erano stati, in fondo, prima dell’arrivo delle giunte del centrosinistra e dei 5 stelle tra Capidoglio e Regione. Come dire: dove eravamo rimasti dunque?

lunedì 13 febbraio 2023

Così è!



Quindi è sufficiente gestire la pandemia letteralmente a cazzo, infettare le Rsa, mettere qualche milione in off shore, donare migliaia di camici una volta scopertisi che erano venduti dal cognato, depotenziare la sanità pubblica a favore di quella privata, per venir rieletto alla grande. Qui, in Alloccalia.

Wow!



Poi in un lunedì di febbraio, lontano dalle orde che a breve arriveranno, raggiungi La Serra e comprendi cosa sia la bellezza!

Montanari


“Fratelli d’Italia”, il triste inno nazionalista fuori dalla storia

di Tomaso Montanari

“Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta”. Una nazione etnica, per via di sangue: modellata sulla famiglia di consanguinei. E su una famiglia rigidamente patriarcale: nella quale contano, e dunque vengono menzionati, solo i maschi: delle sorelle, nessuna traccia. E contano solo i maschi perché il nesso essenziale è quello tra nazione, sangue e guerra: “Dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa”. La storia al servizio del presente, in una lettura figurale e mitica che innalza la xenofobia a caratteristica essenziale della nazione italiana: Scipione che batte Cartagine è immagine della eterna lotta degli italiani contro gli stranieri (gli africani, nella fattispecie). Accanto alla nazione maschia e guerriera, ecco Dio: che combatte con lei (Dio con noi!), e assicura la vittoria all’Impero con cui l’Italia si identifica (“Dov’è la vittoria, le porga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creò”). Personificata in una donna, la Vittoria appare dunque ridotta in schiavitù: e cioè rasata, secondo un uso antico che intreccia all’umiliazione dello schiavo l’umiliazione della donna in quanto tale.
L’immaginario è militarista, la ricerca del martirio martellante: è un inno di morte, e alla morte (“Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”). La patria è il fine, la vita dei suoi figli è il mezzo. La persona umana non conta nulla: conta solo il destino della nazione. Una nazione tipicamente vittimista e lamentosa (“Noi siamo da secoli calpesti, derisi”), che cerca se stessa in una rilettura a tesi, finalistica e provvidenzialistica, della storia (“Dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano, ogn’uom di Ferruccio ha il core, ha la mano. I bimbi d’Italia si chiaman Balilla, il suon d’ogni squilla i Vespri suonò»), e nella guerra contro i popoli oppressori (“Già l’Aquila ‘’Austria le penne ha perdute. Il sangue d’Italia, il sangue polacco, bevé, col cosacco, ma il cor le bruciò”)
Il testo del Canto degli italiani di Goffredo Mameli si iscrive perfettamente nella retorica risorgimentale cui appartiene (è del 1847). Ma che effetto fa, ascoltarlo oggi, quasi duecento anni dopo, in un’Italia, in un’Europa, in un mondo clamorosamente diversi? L’inno fu adottato, come provvisorio, nel 1946, per iniziativa del ministro della Guerra, e per molto tempo nessuno sentì il bisogno di tornare su quella non-decisione: anche le sporadiche proposte di sostituzione (per esempio con il Va’ pensiero verdiano) caddero nel vuoto, più per mancanza di interesse che per una reale convinzione. L’inno – questo inno così opposto ai valori della Costituzione repubblicana – diventa ufficialmente tale solo nel 2017, con una apposita legge proposta dal Pd, e approvata presidente del Consiglio Gentiloni, presidente della Repubblica Mattarella.
A farlo tornare in auge, per reazione, era stato il separatismo leghista, che una sinistra come al solito lungimirante pensò bene di combattere resuscitando la retorica patriottica risorgimentale, senza capire quali ben più pericolosi fantasmi si andassero così a legittimare. Come scriveva già nel 2011 lo storico Alberto Mario Banti (in Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo, Laterza): “Il neo-patriottismo … non ha fatto altro che riproporre – con minime variazioni – il blocco discorsivo proprio del nazionalismo classico, come si è formato tra Risorgimento e fascismo. … Dal punto di vista contingente ha creato strane situazioni. Così, per esempio, osservare leader del centro-sinistra italiano, come Romano Prodi o Giovanna Melandri, che in diretta Tv festeggiano la Nazionale italiana di calcio vittoriosa nei Mondiali del 2006, cantando con entusiasmo ciampiano un inno che esalta il nazionalismo sacrificale, come Fratelli d’Italia, sarà risultato un po’ desituante per un bel pezzo del loro elettorato, più aduso a commuoversi alle note di Blowing in the Wind o Imagine, che alle figure sanguinolente del nazionalismo mortuario di epoca romantica. Viceversa, sembra che Ignazio La Russa si trovi perfettamente a suo agio nel celebrare l’esercito italiano, l’Anniversario della vittoria, o i sacrifici che i soldati italiani all’estero compiono, a prezzo a volte della loro vita: e son convinto che una buona parte del suo elettorato non trova niente di strano nelle sue iniziative. … Le parole-simbolo, i sistemi discorsivi, i rituali che strutturano l’identità nazionale si distanziano con difficoltà dagli archivi memoriali ai quali appartengono; e quindi conservano latente l’intera complessità del discorso-matrice che li ha foggiati”.
Arrivati al 2023, con un’Italia governata da un partito di matrice fascista che si chiama, guarda un po’, Fratelli d’Italia, e con La Russa seconda carica dello Stato che rivendica i suoi busti del duce, il Festival di Sanremo si apre con Gianni Morandi che canta l’inno nazionale-nazionalista. Ma che sorpresa.

Incredibile



A me piace tantissimo che colui che al tempo epurò Santoro, Luttazzi ed Enzo Biagi, s’erga oggi a difensore della dirigenza Rai. Fantastico!