Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 9 febbraio 2023
Bravo Fedez!
Morfeo mi ha tolto la possibilità di vederlo in diretta, ma leggendo i resoconti devo togliermi il cappello davanti al personaggio che fino a pochi minuti fa ritenevo un imbecille, sì proprio lui, che strappando la foto del babbeo Bignami, che in Alloccalia abbiamo fatto addirittura viceministro, vestito da nazista, ha dato uno scrollone alla devastante inanità generale. D'altronde gli amici di Lucio, che non è Battisti ma il vero padrone della kermesse, al secolo Lucio Presta che cura le carriere tra gli altri di Amadeus, Benigni-Miele, Morandi e via andare, hanno insufflato che costituzionalmente ognuno può esprimere il proprio pensiero, giusto? E allora il Fedez che se la prende col Nano, mentre se ne continua alacremente la beatificazione, portandolo addirittura tra i padri nobili della Patria, focalizzandoci l'eterno problema, ci riporta alla memoria il fatto che quella sciagura miliardaria abbattutasi sul paese da circa trent'anni pagava tangenti ad un certo Riina. E la foto strappata dell'imbelle viceministro, fa riemergere la netta sensazione, obnubilata ad arte, che al potere attualmente ci sono fascisti mascherati da democratici; che la seconda carica dello stato è un fascista che in casa fa troneggiare un busto di un assassino taglia XXXL, tra il ronzio da pennica generale.
Infine leggo che l'intervento della Fagnani, che stimo-stimavo tantissimo, prende di mira il Pm Grattieri che sta consumando la propria vita per contrastare quel male organizzato, che tra canzonette e rose distrutte, continua a vivere alla grande grazie alla sonnolenza tipica di molti, moltissimi, boiardi e politici di questa nazione stordita e perennemente impegnata a mascherare le insofferenze del potere di turno. Che Fedez ha stracciato in diretta.
Quanto ammiro Tomaso!
Benigni, aedo del potere contro la Costituzione
DI TOMASO MONTANARI
L’inquietante sensazione è che il marketing di Sanremo si sia mangiato proprio tutto: perfino il presidente della Repubblica, voluto e acquisito al Festival dall’onnipotente manager di Amadeus e Benigni, in una indecorosa “privatizzazione” della massima magistratura repubblicana, all’insaputa degli organi di governo del servizio (già) pubblico.
Del resto, la forza di Sanremo è questa: essere sempre, nel bene e nel male, lo specchio fedele dello stato delle cose. Ed è innegabile che l’imbarazzante rappresentazione della nostra eterna società di corte, col sovrano benedicente in persona e l’aedo osannante, sia stata terribilmente efficace: proprio perché capace di raccontarci per come siamo veramente, al di là delle intenzioni dei protagonisti. Per la stessa ragione, il preteso inno d’amore di Roberto Benigni è stato così imbarazzante: perché la Costituzione è tutto tranne che uno strumento di celebrazione del potere costituito. La Carta – diceva Piero Calamandrei – “è una polemica contro il presente, contro la società. Perché quando l’articolo 3 vi dice ‘È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana’ riconosce con ciò che questi ostacoli oggi ci sono, di fatto, e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la Costituzione! Un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare”. Ebbene, la retorica fluviale di un Benigni autoridottosi a cantore dello stato delle cose è esattamente il contrario di queste parole acuminate: la Costituzione viene depotenziata, messa al guinzaglio, normalizzata. Diventa un bel sogno, del tutto inconferente con una realtà che, anno dopo anno, la contraddice sempre più profondamente. Bisognerebbe ricordare, allora, che la Costituzione è “sorella” di chi si batte davvero per farla rispettare e attuare: non di chi assiste inerte a questa deriva, rimanendo al potere da decenni. Altrimenti nulla rimane della “rivoluzione promessa” che, sempre secondo Calamandrei, vi è racchiusa: la Carta diventa un soprammobile trasmesso per via ereditaria, un innocuo sedativo utile ad addormentare del tutto le coscienze. L’apice dell’ipocrisia si è toccato nel passaggio sulla prima parte del primo comma dell’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra”. “Il verso di una poesia, una scultura”, l’ha definita Benigni, esaltandone “la forza, la bellezza, la perentorietà”, e concludendo che “se questo articolo lo avessero adottato le altre Costituzioni del mondo non esisterebbe più la guerra sulla faccia della Terra”. Fosse stato presente un bambino, uno di quelli capaci di dire che il re è nudo, avrebbe potuto urlare che non basterebbe affatto che altri Paesi adottassero questo articolo: lo dovrebbero poi anche attuare! Perché se lo facessero con la stessa coerenza dell’Italia, allora le guerre sarebbero ben lungi dallo scomparire.
Un anno fa, al tempo dei primi invii di armi all’Ucraina aggredita dalle truppe di Putin, i costituzionalisti si divisero tra chi riteneva quell’aiuto compatibile con l’articolo 11 e chi invece riteneva che fossimo fuori dalla Costituzione. Tutti, però, concordavano che se quell’invio non fosse stato immediatamente accompagnato da una forte azione diplomatica allora si sarebbe configurata la situazione di una risoluzione di una controversia internazionale solo attraverso l’uso della forza. Che è esattamente ciò che la Costituzione vieta: ed è anche esattamente ciò che, purtroppo, è poi puntualmente successo. Ci possono essere ben pochi dubbi, oggi, sul fatto che il continuo invio di armi, e la nostra partecipazione a un fronte occidentale che prolunga la guerra come mezzo per contrastare l’influenza di Russia e Cina, sia contrario allo spirito e alla lettera della Costituzione. Appare chiaro che l’Italia non sta lavorando per la pace, ma per la “vittoria” contro Putin: ciò che la Costituzione ci proibisce di fare! La guerra, insomma, non la stiamo affatto ripudiando: come dimostra a usura la presenza di un esponente di spicco dell’industria delle armi al ministero della Difesa.
Non è la prima volta che accade, purtroppo. Nel 1999 il primo governo D’Alema (di cui Sergio Mattarella era vicepresidente del Consiglio; per poi passare alla Difesa nel secondo dicastero D’Alema) partecipò a una guerra illegittima sia per la Carta dell’Onu sia per la nostra Costituzione. Non c’è da stupirsi: la logica del potere non è la logica della Costituzione. Quel che invece deve stupirci, e indignarci, è l’ipocrisia con cui un artista si piega al servo encomio e alla propaganda che tutto questo vorrebbe nascondere. “L’arte e la scienza sono libere”, dice la Costituzione: ma se sono gli artisti a consegnarsi a una servitù volontaria, allora per l’ennesima volta quelle parole rimangono inerti.
Presta travagliato
I Prestanome
di Marco Travaglio
Giuro che l’altra sera, per un attimo, ho avuto il dubbio che anche Mattarella e la figlia fossero entrati nella premiata scuderia Presta, buoni ultimi dopo Benigni, Amadeus, Morandi, Bonolis, Clerici, Cuccarini, Ventura, Isoardi, Belén, Perego e naturalmente Bin Rignan. Poi però ho capito che il Capo dello Stato non era al Festival di Sanremo in carne e ossa per quel prosaico motivo, ma per una ben più elevata missione: salvare la Nazione da un incidente diplomatico con l’Ucraina aggredita e, più modestamente, salvare quel gran genio di Carlo Fuortes, el tanguero de Avenida Mazzini, che grazie all’Operazione Vespensky rischiava los dientes y tambien el culo dopo la monumental figura de mierda del videomessaggio di Zelensky declassato a letterina ad Amadeus. Ma persino Mattarella nulla ha potuto contro altre due immani catastrofi: il pistolotto diabetico di Benigni sulla Costituzione che prima era la più bella del mondo, poi nel 2016 quando Renzi voleva sfracellarla divenne orrenda e ora è tornata bellissima, infatti armiamo quello che scrive la letterina come se non ci fosse un domani e un articolo 11; e i pensierini da terza elementare della pikkola Kiara Ferragni, che insieme al resto hanno sortito l’effetto collaterale di resuscitare Salvini nella sua veste più consona: quella di critico musicale di Sanremo. Ma non è colpa sua.
Nessuno lo ricorda, ma ci fu un momento, prima che i giornaloni virassero le lingue sulla Meloni, in cui il Cazzaro Verde era il loro idolo: fu nel febbraio del 2019, quando si mise a difendere la prescrizione, il Tav Torino-Lione, gli inceneritori, le trivelle, persino i Benetton e a bombardare i 5Stelle e il primo governo dell’odiato Conte. Sambuca Molinari, allora direttore della Stampa, lo promosse a esperto di Festival con ben due ficcanti interviste, modello watchdog anglosassone. Domande da ko: “Ma lo sa di aver vinto a suo modo il festival? Si parlava molto di lei…”. “Pio e Amedeo parlavano di lei. Le sono piaciuti?”. “Ma allora Baglioni le piace?”. “Sentendo E tu con chi avrebbe voluto stare accoccolato ad ascoltare il mare?”. “Ma la sua vita è più spericolata oggi o quando ha preso la Lega morente ed è partito in tour?”. “Cantanti preferiti?”. “La canzone che ha segnato un momento della sua vita?”. “Va ai concerti con suo figlio?”. “Baglioni si è detto lusingato per avere una persona tanto illustre come spettatore. Bisio ha detto che lei è simpatico… Non starà diventando troppo popolare?”. Mancava il classico “Ma come fa a essere così bello e così bravo?”. Ma solo perché Salvini, nel frattempo, era annegato nella saliva.
L'Amaca
Il busto dei vincitori
DI MICHELE SERRA
Fa benissimo Ignazio La Russa, parlamentare di lunghissimo corso e seconda carica dello Stato, dunque inquilino di alto rango della nostra Repubblica, a rivendicare il suo busto di Mussolini per ragioni affettive e paterlineari. Quel busto serve a ricordare anche a noi (lui lo sa già) che il fascismo è uno dei tratti essenziali del nostro spirito nazionale. Incancellabile, sincero, resiliente di fronte a ogni responsabilità, ogni ripensamento, ogni presa d’atto, il fascismo è un riferimento direi naturale per una fitta schiera di italiani. Il vecchio Giorgio Bocca diceva, con atroce lungimiranza: “La metà degli italiani è fascista”.
Questa constatazione vale, almeno, a demolire l’idea, al tempo stesso sciocca e proterva, che il neofascismo italiano sia eroicamente sopravvissuto a ogni forma di emarginazione e persecuzione, minoranza intrepida – così se la raccontano, e ce la raccontano – che non ha ceduto al pregiudizio e all’esclusione. Ma il fascismo non è per niente underdog, in questo Paese, alla faccia della retorica puerile della presidente del Consiglio (che in gioventù è stata ministro, dunque non era alla macchia). Il neofascismo ha prodotto deputati e senatori, fior di giornalisti e giornali che ne ripetono, specie negli ultimi anni, il linguaggio e la postura. E nelle sue forme più evolute, se volete più avvedute, ha vinto le elezioni ed è al governo.
Dunque: perché il presidente del Senato dovrebbe fingere di non essere ciò che è, alla luce del fatto che ciò che è urta metà del Paese, ma rappresenta fedelmente l’altra metà? Stalin, per fortuna, è una remota reliquia degli orrori novecenteschi, Mussolini è tra gli arredi di un uomo delle istituzioni. Vi piaccia o non vi piaccia, questo è.
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