sabato 28 gennaio 2023

Per meditare sull'allocchismo

 

Questa guerra è follia: dobbiamo manifestare
DI TOMASO MONTANARI
La partecipazione del presidente Zelensky al Festival di Sanremo è un piccolo dettaglio grottesco in una tragedia che ci sta palesemente sfuggendo di mano. Ed è assai significativo che la stampa di sistema dedichi molto più spazio alla discussione di quel dettaglio di quanto non ne dedichi a un vero esame di tutto il quadro a cui esso appartiene: oscurando così l’aspetto che sembra più importante, e cioè la mostruosa miopia delle leadership occidentali (che si tratti di decisori, o di osservatori). Ogni segmento della guerra viene letto come se non avesse un prima e non dovesse necessariamente avere un dopo: cioè prescindendo totalmente dalle cause, e dagli effetti. In una inversione del pregiudizio corrente, a predicare lucidità sono pacifisti e militari, mentre a parlare per slogan, brandendo la bandiera della libertà, sono le cancellerie e i giornalisti mainstream.
E così, nel dibattito sull’invio dei carri armati non è riuscita ad a entrare la domanda cruciale: ammettiamo di mandarli, e dopo che faremo? La risposta del fronte bellicista non è arrivata. Arriva, invece, una contro-domanda: “e se non li mandiamo, non vincerebbe forse Putin?”. È così fin dal 24 febbraio scorso, per ogni tornante di questo incubo che divora tutto il paese aggredito e una generazione intera di quello aggressore. E il risultato è che, via via che Putin comunque vince, dobbiamo innalzare il livello del coinvolgimento occidentale, evitando accuratamente di chiedersi quale sarà il passo successivo, e coprendo questa mancanza di analisi con l’enfasi machista della retorica della vittoria: un’enfasi che dimentica che contro una potenza nucleare non c’è vittoria, ma semmai mutua distruzione.
Uno dei pochi che, con la consueta lucidità, invece questa domanda la pone, è Lucio Caracciolo, che ha così commentato la querelle sui carri armati: “Ciò dovrebbe aprirci gli occhi sulla deriva del conflitto. Continuando lungo questo piano inclinato, prima o poi l’invio periodico e limitato di armi ai combattenti ucraini non basterà più. Bisognerà considerare l’invio di nostre truppe in Ucraina”. Cioè fare la guerra alla Russia: oppure lasciarle prendere tutta l’Ucraina. Caracciolo conclude così: “Questo bivio ‘impossibile’ si sta avvicinando, a vantaggio di Mosca. La consapevolezza dei costi umani, morali e geopolitici di un eventuale collasso di Kiev potrebbe indurre noi occidentali – americani con contorno di satelliti europei – a tentare di congelare lo scontro per il tempo necessario a inventare una convivenza pacifica fra russi e ucraini. Altrimenti ci resterà la scelta fra una catastrofe e una vergogna. Peggio: una miscela delle due”. Difficile dirlo meglio. E la via suggerita da Caracciolo è l’unica possibile: quella della diplomazia, del dialogo, del tentativo di accordo. Ricordo distintamente come nelle prime settimane della guerra noi “pacifisti” venissimo irrisi, quando si parlava di trattative, dicendo che non era quello il tempo: perché, prima di farla sedere a un tavolo, la Russia avrebbe dovuto subire delle serie perdite, ci si diceva. Ebbene, quel tempo non è venuto mai: e ora siamo costretti a innalzare costantemente il livello dello scontro, altrimenti la Russia continua a vincere. Ecco il risultato del cosiddetto realismo dei nostri governanti, dei nostri esperti: un clamoroso disastro. Ed è questo l’aspetto che mette i brividi: l’inettitudine di chi ci governa. Continuando così, se nulla cambia, arriveremo alla guerra nucleare un passo “necessario” dietro l’altro. Miopi: anzi, ciechi. E se un cieco segue un altro cieco, entrambi cadranno nell’abisso.
E allora gli stessi che oggi lo escludono categoricamente, si stringeranno nelle spalle: un minuto prima di volare via anche loro (magrissima consolazione) nel vento nucleare.
La combinazione tra mercato delle armi, interessi economici, sete di potere e pura e semplice stupidità rischia di essere quella fatale, definitiva. Del resto, non è questa la cifra vera di un tempo che corre verso la catastrofe climatica: la totale assenza di una qualsiasi lungimiranza? Inchiodati a un segmento di presente sempre più breve e immediato, non sappiamo nemmeno capire che mandare ora i carri armati significa mandare domani gli aerei, e poi le testate nucleari: e che su questa linea bisogna fermarsi, non correre a rotta di collo.
Siamo tutti stanchi e disillusi, ma è tempo di tornare a manifestare, a parlare, ad argomentare. Sappiamo su chi può contare il fronte della pace, in Italia: su Papa Francesco e un pezzo di mondo cattolico, sulla Cgil, su questo e qualche altro giornale, su pochi intellettuali liberi.
George Orwell diceva che ci vuole uno sforzo costante per vedere cosa abbiamo sotto il naso: cerchiamo di fare questo sforzo, e mostriamolo a tutti. Il bivio tra trattativa e olocausto nucleare è sempre più vicino.

Perfetto (al solito)

 

Begli amici
di Marco Travaglio
L’abbiamo scritto e detto non so quante volte ai governanti e ai media dominanti: attenzione, a furia di dissanguarci con le auto-sanzioni, con invii di armi sempre più potenti e costose, con spese militari sempre più imponenti mentre le bollette e l’inflazione si impennano e si taglia sul Welfare, sulla scuola, sulla sanità, persino sul Reddito di cittadinanza agli ultimi fra gli ultimi, con una retorica bellicista totalmente stonata rispetto al comune sentire di un popolo pacifico e in gran parte pacifista, finirete per danneggiare coloro che dite di voler aiutare. E cioè il popolo ucraino, principale vittima di questa guerra per procura fra Russia e Nato. Perché lo sdegno per gli orrori bellici non dura in eterno, ben presto finisce e sfinisce. E cede il passo all’assuefazione per la contabilità dei morti, dei feriti, dei profughi e delle devastazioni, che diventano aridi numeri senza più carne né sangue né cuore. Dài e dài, quel momento, terribile ma inevitabile, è arrivato. E toccherà l’acme con l’ospitata di Zelensky alla serata finale di Sanremo, da lui chiesta a Bruno Vespa e prontamente concessa da Amadeus (non si sa se perché è più furbo o è più fesso) e da quei geni che guidano la Rai. Qualcuno spegnerà la tv, qualcuno non l’accenderà neppure, qualcuno ne approfitterà per andare al bagno in attesa del vincitore, qualcun altro guarderà il presidente ucraino in t-shirt verdeoliva e si domanderà che diavolo ci faccia in quel contesto di sorrisi, canzoni e cazzoni, col terrore di vederselo spuntare l’indomani dall’oblò della lavatrice. Faceva quasi tenerezza l’altra sera il suo paraninfo Vespa che, affranto per l’ennesimo sondaggio sugli italiani contrari al riarmo dell’Italia e dell’Ucraina, domandava agli ospiti (tutti bellicisti, ci mancherebbe) perché il popolo bue si ostina a non capire quanto è bella la guerra, specie se atomica. E nessuno osava dirgli che gli basterebbe guardarsi allo specchio.
Poco dopo la Liberazione, Leo Longanesi progettava di fondare la sua casa editrice e, da gran conoscitore degli italiani, spiegò a Montanelli che si doveva partire con un’apologia di Mussolini: “Vedrai, da qui a tre mesi saremo sommersi di patacche sulla Resistenza. E da qui a un anno il pubblico comincerà, giustamente, a vomitarli. Voglio un’apologia del Duce coglione”. A furia di retorica resistenziale, spesso in bocca a chi era stato fascista fino al 24 luglio ’43 o addirittura al 24 aprile ’45, Longanesi sentiva avvicinarsi l’urlo Aridatece er Puzzone. Lo stesso effetto boomerang sortirà a lungo andare la petulante retorica zelenskiana, se i presunti amici degli ucraini non li aiuteranno a evitarla. Possibilmente prima che qualcuno organizzi una manifestazione per inviare le armi a Putin. E riempia la piazza.

L'Amaca

 

Grande ritorno: il buon costume
DI MICHELE SERRA
Contrastare “il degrado morale”, sanzionare chi attenta al “buon costume”.
E la “nudità” come pietra dello scandalo, specie se sulla pubblica via. Nella proposta di legge sulla prostituzione del viceministro Cirielli, meloniano, nessuna traccia di mezzo secolo di lavoro e di lotta delle donne, anche delle prostitute, sul tema arduo e spesso doloroso dell’uso del proprio corpo, della seduzione, della sventura di vendersi ma anche della libertà di farlo; e sul solo vistoso obbrobrio che quella pratica antica patisce, che è lo sfruttamento (soprattutto maschile, ma non solo) del corpo altrui. Il solo vero scandalo è il magnaccia, questo ci illudemmo si fosse imparato per sempre. Non era vero.
Non si pretende che Cirielli abbia consultato Carla Corso e Pia Covre, storiche leader del movimento di liberazione delle “lucciole”, esse stesse prostitute politicizzate, donne intelligenti e coraggiose che negli anni Settanta e Ottanta molto fecero, e molto scrissero, perché essere prostitute non volesse dire essere anche schiave, carne da macello.
Ma ritrovarsi, 65 anni dopo la legge Merlin, alle prese con un linguaggio e una mentalità precedenti la legge Merlin, è abbastanza impressionante.
Covre e Corso come Franco Basaglia, come i primi antiproibizionisti, come tutti i protagonisti di quella folle e breve parentesi di pochi anni. Gente che credeva fosse possibile spezzare ogni tipo di catena, di soggezione, di dipendenza. Per poi ritrovarsi, mezzo secolo dopo, un governo che parla di “buon costume” e niente sa, niente vuole sapere di ciò che gli sembra solo errore, scandalo, impurità.
L’egemonia culturale della sinistra è una grossa balla messa in giro solo per coprire la schiacciante egemonia culturale della destra.

venerdì 27 gennaio 2023

Riflettente

 

«Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti…»

                                                                  Wiston Churchill

Mai dimenticare!



In questa foto del bimbo Istvan Reiner, di 4 anni, sorridente prima di andare a morire, sono racchiusi tutti i motivi per non dimenticare mai la vergogna massima dell’Umanità.

Tuttoaposto?

 




Chapeau!

 

La nostra unica arma
di Marco Travaglio
Sembra un secolo che ci siamo ritrovati in oltre 100 mila in piazza San Giovanni a Roma per un’iniziativa italiana sul cessate il fuoco e il negoziato in Ucraina. Invece era solo il 5 novembre. Speravamo che quella marea umana scalfisse il monolite della lobby delle armi che soffia sul fuoco attraverso i suoi camerieri infiltrati nei governi europei, compreso il nostro. Ma ci vuol altro per intaccarlo. A questo serve l’ossessiva e tragicomica caccia a giornalisti, spie, hacker, troll, influencer e hater putiniani che s’infilano pure nelle urne, ribaltando le elezioni dell’intero orbe terracqueo: a nascondere le asfissianti e scandalose ingerenze americane in Europa. Non solo in Italia dove, sotto il duo Draghi-Meloni, si obbedisce agli ordini yankee ancor prima di riceverli. Ma anche in Germania, dove il saggio cancelliere Scholz ha dovuto rinunciare alla saggia ministra della Difesa Christine Lambrecht perché osava difendere l’interesse nazionale ed europeo dalle pressioni Usa sui Leopard. Scholz ha resistito fino all’altroieri. Poi Biden, di nuovo in mano ai falchi, ha ignorato gli inviti alla prudenza del Pentagono e del generale Milley (anche lì le teste più lucide sono i militari) e annunciato l’invio di 21 Abrams per piegare Berlino, salvo poi precisare che – pur avendone migliaia in giro – quei 21 tank gli Usa devono ancora costruirli. Invece i Leopard tedeschi arrivano a marzo.
Quando si scoprirà che non bastano neppure quelli, l’escalation salirà ancora. Fino all’invio di truppe, che poi è l’unica mossa in grado di fare la differenza sul campo, dove la controffensiva ucraina s’è fermata e si attende quella russa. Sarebbe l’ufficializzazione della terza guerra mondiale che, nella dottrina militare di Mosca (ma anche della Nato), prevede l’atomica tattica. Qua e là, nei talk, le Sturmtruppen da divano già ne parlano: “Eh certo, se ci verrà chiesto anche questo sacrificio, dovremo pensarci…”. Non sanno, gli idioti, che una guerra atomica non ti dà neppure il tempo di telefonargli, alle truppe. Ma a questo siamo. Giorgia Meloni l’aveva detto il 26 ottobre alla Camera in un passaggio, da tutti sottovalutato, della sua replica prima della fiducia: “A una pace giusta non si arriva sventolando bandiere arcobaleno nelle manifestazioni… L’unica possibilità di favorire un negoziato nei conflitti è che ci sia un equilibrio tra le forze in campo”. Quindi, siccome la Russia possiede 5.977 testate nucleari e l’Ucraina zero, per garantire “l’equilibrio delle forze in campo” invieremo a Kiev anche 5.977 testate nucleari e fino ad allora non sosterremo alcun negoziato? In attesa di risposte, è l’ora di tornare in piazza a sventolare bandiere arcobaleno: l’unica arma che abbiamo contro questa banda di squilibrati.