sabato 12 novembre 2022

L'Amaca

 

L’emergenza che non lo è
DI MICHELE SERRA
La sola cosa indubitabile, nella cosiddetta emergenza-migranti, è che non è un’emergenza.
I numeri dicono che è un grande, potente, inarrestabile, consolidato processo storico, ormai quasi trentennale nel suo aspetto più drammatico (i barconi). Per Paesi come il nostro questo processo è ricco di vantaggi (energia nuova, forza lavoro, apertura culturale, svecchiamento del paesaggio umano) e di forti contraccolpi sociali (paura dello straniero, importazione di nuove mafie, convivenza non facile con credenze e usanze che confliggono con le nostre, sfruttamento bieco).
A trasformare questa grande pagina della storia del mondo, di quando in quando, in “emergenza”, è la propaganda politica, che trova nell’enfasi mediatica il complice perfetto. Se ne parla ogni volta come se fosse la prima volta. Sprofondano, dentro l’onda emotiva che la parola “emergenza” suscita, la consistenza reale degli eventi, le prassi legislative e politiche con le quali i diversi Paesi affrontano, bene o male, la situazione. Scompaiono soprattutto le persone migranti, quelle inghiottite dal Mediterraneo e quelle approdate sane e salve. Cessano di essere persone e diventano “emergenza” anche loro. Per ciascuno di loro la vicenda è unica, è la loro vita che, cambiando destinazione, cambia destino.
La parola emergenza andrebbe cancellata da tutte le agende politiche. È un “al lupo! al lupo!” che rende stupidi e impotenti, perché tradisce la realtà. Realtà che è dura da sempre, lo è costituzionalmente, e dunque merita impegno e pazienza, non il parossismo emotivo nel quale abbiano accettato di vivere ogni volta che chiamiamo “emergenza” il flusso della vita sul pianeta.

venerdì 11 novembre 2022

Forse forse


Ecco appena usciti i dati Covid della settimana: 181.181 casi e 549 morti. 
Si dirà: ma sono anziani e poi sono solo 78 al giorno. 
Estikazzi! In una settimana se ne sono andati cinque pullman di connazionali, quasi 140 macchinate a 4 per auto, una fila per due di settecento metri. Cavolo, non riesco ad abituarmi a questa ecatombe, checché vi siano cialtroni che sbraitano ancora contro vaccini, restrizioni, mascherine e gli mortacci loro! 
E quei babbei al potere che credono che occultando i dati giornalieri si perda di vista la vastità della tragedia pandemica!
No, non riesco ad abituarmici, li piango uno a uno, anche se ultra novantenni. E ne vado fiero. 

Sensazioni







E' tornato per ritornare

 

Ed ecco che, all'improvviso, squassando consuetudine e rito, il Boss esce con un nuovo album, già ascoltato nel far del giorno, ove, dopo aver necessariamente ricevuto il beneplacito degli dei dell'Olimpo Rock, ripropone brani di un tempo, cover per la precisione, incastonati nei meandri del Pop, avviluppati alle grandi energie del Soul e del Rhythm & Blues, rendendo le nostre coclee esterrefatte, quasi dubbiose, timorose del divenire, perché sentirlo nel nuovo "Only the strong survive" avviluppato ai fiati, ai violini, al coro, alla musica, come si dice, "di una volta", t'agevola di primo acchito a rimirare il cielo in attesa dell'Armageddon, visto che in cervice s'insinua il dubbio "come può la fucina del Rock , l'Elzeviro dell'Arroccata Ritmica, colui che suole sfiancare le nostre coronarie con tonitruanti effluvi musicali elargiti grazie ai buoni uffici che detiene da tempo immemore con l'Arte, distribuirci cotanta novità scelta egregiamente in un contesto che mai gli appartenne?" 

Trattandosi del Boss e della sua grandezza, ogni "distrazione" ha un suo perché, un riferimento a ciò che diede e darà alla buona causa: aveva voglia semplicemente di cantare, di accostare la propria voce a musica datata ma non per questo indimenticabile, quasi a comunicarci che quella d'oggi non potrà ricevere in un domani un trattamento simile, essendo essenzialmente brodaglia. E questo desiderio sfociante nella nuova fatica, mi lascia, come sempre, fanaticamente entusiasta, perché ascoltare da lui capolavori come Nightshift, Don't play that song, Do I love you, conferma la sua smania post pandemica di ritornare, di rinvigorire l'aere, di scatenare nuovamente l'inferno, nell'anno che verrà, e che mi vedrà in quel del Circo Massimo fedele discepolo. 

Per ora quindi rimodelliamo, riallineiamo i nostri sensori con questo meraviglioso "Only the strong survive", in attesa del ritorno all'ortodossia del Live a lui consono e connaturato, in piena sinergia e compattezza con l'emanazione di sé stesso, la E-Street Band. 

God Save The Boss!         

Ragogna

 


S'incazzano

 

Sovranista a chi?
di Marco Travaglio
La figuraccia sui migranti del nostro governo finto sovranista, che fa la faccia feroce con 3-4 navi di Ong con poche centinaia di persone dicendo che non sbarca nessuno, poi distingue tra “fragili” e “carichi residuali”, infine fa sbarcare tutti, mentre tutt’intorno ne arrivano a migliaia su mercantili e barchini e, appena toccano il suolo italiano, ricevono il foglio di via e diventano uccel di bosco, intanto si vanta di avere spezzato le reni alla Francia perché Macron apre un porto a quattro gatti, rischiava di costare caro a Meloni. Ma la sua fortuna sono i finti antisovranisti europei, molto più sovranisti di lei, che lavorano per lei da prima del voto. Tipo Macron che, dopo aver cambiato idea tre volte (sì all’Ocean Viking a Marsiglia, anzi no, anzi sì ma a Tolone), la attacca (“scelta inaccettabile e incomprensibile”), blocca 3500 rifugiati dall’Italia, invita gli altri governi a imitarlo e schiera 500 uomini al confine. Il tutto perché Roma osa fare un po’ meno di quello che fa usualmente Parigi. Che, oltre a proteggere i nostri assassini latitanti, chiude ai migranti i porti e le frontiere di Ventimiglia e del Frejus, insegue e incrimina volontari che assistono donne straniere incinte, deporta migliaia di rifugiati oltre i nostri confini scaricandoli nottetempo come “carichi residuali” nei boschi di Claviere, per giunta violando la sovranità italiana.
Nel 2018, quando Macron provò a insegnare l’accoglienza al governo Conte-1, la socialista Martine Aubry insorse: “Come osi dare lezioni agli altri, quando la Francia è tra i Paesi che fa meno per i rifugiati?”. Ora tutti inneggiano a Macron capo della resistenza antisovranista, mentre sui migranti e tante altre cose è sovranista quanto Scholz sull’energia e Orbán sui migranti e l’energia. Un bel regalo a Meloni, che può spacciare la figuraccia per un complotto dell’Ue anti-italiana. E gabellare se stessa per sovranista, cosa che non è più da quando si è consegnata mani e piedi a Biden per avere il permesso di governare in pace senza uno dei soliti golpettini bianchi made in Usa. Ieri infatti non ha fiatato quando il console ucraino Andrii Kartysh ha intimato a Sala, a Fontana e al sovrintendente Meyer di cancellare la prima della Scala col Boris Godunov di Musorgskij e “rivedere” il cartellone per ripulirlo da altri “elementi propagandistici”, cioè da opere di musicisti russi. Tutti putiniani come Musorgskij, nato nel 1839 e morto nel 1881, oltre un secolo prima che Putin salisse al potere. Un premier sovranista suggerirebbe a questo svalvolato e a chi ce l’ha mandato di non permettersi mai più simili scemenze e di rivolgersi a un bravo psichiatra. Invece c’è pure il caso che, nella nuova culla del sovranismo, alla prima della Scala l’opera di Musorgskij venga sostituita in corsa dalla fiction di Zelensky.

L'Amaca

 

Un partito da spolpare
DI MICHELE SERRA
Il Terzo Polo e i Cinque Stelle “ritengono che fare opposizione al Pd sia più redditizio che fare opposizione al governo”, scrive Enrico Letta. È difficile smentirlo. Lo scenario politico di questo inizio legislatura vede un governo compatto e un’opposizione la cui attività principale è attaccare la sua componente più rappresentata in Parlamento, che è il Pd. Come se il vero obiettivo politico di entrambi (Calenda e Conte) fosse smembrare i dem, in grave difficoltà politica, e fare incetta dei loro elettori.
Manifestazione lampante di questo tentativo è la candidatura calendo-renziana di Letizia Moratti, il cui solo scopo non è far vincere finalmente il Pd in Lombardia, come ho letto con assoluto stupore, ma renderlo definitivamente marginale tanto in caso di vittoria, quanto di sconfitta. Mossa a suo modo geniale (Renzi l’è minga un pirla, come si dice a Milano) se si ritiene che la sinistra sia un impiccio del quale liberarsi.
La spartizione del luogo politico detto “Pd” da parte di centristi e grillini (non di destra, non di sinistra, dunque incollocabili) sarebbe ovviamente legittima. La politica non è un pranzo di gala, e azzannare ai garretti l’avversario in difficoltà, per quanto sleale, non è una scena inconsueta. Ma la scomparsa del Pd comporterebbe l’ipotesi, misteriosa prima ancora che sgradevole, di un arco politico formato da una destra, un centro e un Conte. E poiché gli elettori di sinistra, per ragioni che sfuggono anche a loro stessi, in Italia sono ancora molti milioni, è fortemente possibile che l’accerchiamento del Pd sortisca un effetto opposto a quello sperato. Anche chi sospetta l’inutilità di quel partito, vedendolo così osteggiato (ben più del governo) ne rivaluterà l’importanza.