sabato 22 ottobre 2022

Governo travagliato

 

Il Governo dei Mediocri
di Marco Travaglio
L’unica novità del governo Meloni è Giorgia Meloni. È la prima premier donna d’Italia, non un maschio travestito, come insinua chi non ha ancora capito che la campagna elettorale è finita e ha vinto la destra. Una bella svolta, anzi una svolta bella: l’unica, però. La premier è stata abile a destreggiarsi nella gabbia di matti della coalizione, a dimostrare di non essere ricattabile da B. (né Giustizia né Mise), a non subire diktat neppure da Salvini (sennò lui sarebbe all’Interno e Giorgetti non sarebbe al Mef). Ma nulla ha potuto contro il suo vero tallone d’Achille, la mancanza di una classe dirigente all’altezza delle attese dei tanti elettori che l’hanno votata sperando in ben altro: un governo di forte cambiamento e discontinuità, guidato dall’unica leader rimasta sempre all’opposizione nell’ultimo decennio. E se ne ritrovano uno di manutenzione, in continuità con la restaurazione avviata da Draghi&C. dopo il cambiamento dei due governi Conte.
Trovare qualcosa di nuovo e di buono in questa squadra, o squadretta, è arduo, se si eccettuano un paio di nomi decorosi, come Schillaci alla Salute. Abituati a giudicare dai fatti, speriamo di essere smentiti. Ma gli 11 ministri (su 24, più Meloni) reduci dai governi B. sono un pessimo segnale. Idem per Salvini, di cui s’ignorava la competenza in Infrastrutture. E per Giorgetti, che conquista l’Economia per mancanza di alternative, ma sarà difficile spacciare per nuovo, visto che sedeva nei governi B. 2 e 3, ma anche in quelli più duramente osteggiati da Meloni: Conte 1 e Draghi. I conflitti di interessi non sono più quelli macroscopici di B., ma sopravvivono in scala alla Difesa con Crosetto, capo della lobby delle armi e consulente di Leonardo, al Lavoro con Calderone e al Turismo con Santanchè. Il guardasigilli Nordio, pur non indicato da B., la pensa come lui, ed è un’aggravante. Un velo pietoso su Casellati alle Riforme (si spera che anche lì non cavi un ragno dal buco), Locatelli persecutrice di mendicanti alla Disabilità, il prescritto Fitto al Pnrr e la sanfedista Roccella alla “Famiglia, Natalità e Pari opportunità”: il ministero dei cavoli a merenda, così ribattezzato con un maquillage che cambia i nomi per non cambiare le facce. Dopo i Migliori, che lasciano l’eredità peggiore, arrivano i Mediocri, tutti allineati all’establishment, che ora si spera ci risparmi almeno il mantra sul populismo e il sovranismo, ufficialmente estinti. È il prezzo altissimo pagato da Meloni per farsi accettare dai poteri che comandano in Italia: quelli stranieri. Altrimenti mai avrebbe giurato,già alla vigilia, fedeltà cieca e assoluta a Usa, Nato e Ucraina, cioè all’ottuso bellicismo draghiano, in tandem col neoministro degli Esteri Tajani. Il famoso sovranismo a sovranità limitata.

Perfetto scatto del momento!

 


Sguardi e sopraccigli quei rancori complici alle spalle della leader
DI STEFANO CAPPELLINI
La potenza del sopracciglio. Può esprimere stupore, sarcasmo, dileggio e molto altro. Quelli di Silvio Berlusconi, entrambi, scattano puntuali e fulminei verso l’alto proprio mentre Giorgia Meloni, appena uscita dalle consultazioni con Sergio Mattarella insieme alla delegazione del centrodestra, pronuncia l’espressione «designazione unanime» e tornano giù prima ancora che Meloni ci attacchi le parole successive, «della sottoscritta». Nell’istante in cui i sopraccigli sono ancora tesi verso l’alto, lo sguardo di Berlusconi si incrocia con quello di Salvini, un lampo di complicità maschile alle spalle di Meloni, letteralmente, perché la presidente del Consiglio in pectore sta al microfono, dunque un passo avanti a loro che le stanno uno a sinistra di chi guarda, Berlusconi, l’altro a destra, Salvini, come due carabinieri, come due angeli poco custodi, come un gatto e una volpe.

Per la breve durata del discorso di Meloni, poco più di un minuto e mezzo, il linguaggio del corpo dei due leader è una sincopata coreografia di ghigni, occhi mobili, scatti delle spalle, teste inarcate. Quello che paiono esprimere è un dissimulato ma incontenibile fastidio. A un certo punto Berlusconi non sa dove mettere le mani, sembra volersi mettere a braccia conserte, poi le rimette subito giù senza trovare una tasca come rifugio. Salvini, che in altezza sovrasta Meloni come un corazziere, pare non capacitarsi che il divario di statura fisica non rispecchi più un pari divario di consensi, anzi che i voti dei rispettivi partiti siano inversamente proporzionali allo scarto fisico. Ma è il totale, la foto di gruppo dei dodici membri della delegazione, che racconta lo stato della coalizione vincente alle elezioni meglio di un editoriale o un retroscena. Disvela i rancori, i tradimenti, le delusioni, i vinti che sperano di tornare a essere vincitori e i vincitori che si guardano le spalle dai vinti.
Se fosse una vecchia foto di famiglia, come si scattavano prima dell’era degli smartphone, sarebbe di quelle dove allo sviluppo e stampa spuntano le corna sulla testa di uno zio o le boccacce sulla spalla della nonna. Se fosse un quadro, sarebbe un Rembrandt, un gruppo di corpi ammassati con una logica apparentemente casuale e in realtà precisa e spietata, dove ogni posizione ha un significato, ogni volto una storia, ogni espressione un destino.

Nello scatto pubblicato sui social da Berlusconi c’è Antonio Tajani, terreo, al margine estremo del gruppo, tanto che nei video ufficiali del Quirinale non si vede nemmeno, inevitabilmente tagliato dall’inquadratura, sbianchettato come un trotzkista in una foto di era staliniana. Al posto suo, al fianco del Cavaliere, c’è la neocapogruppo al Senato Licia Ronzulli, la grande esclusa dal ballo dei ministeri per volere di Meloni, la scatola nera della prima crisi della destra, un sorriso sfingeo cheper tutto il tempo in cui parla la leader di Fratelli d’Italia resta fisso come un fotogramma di Dazn in tilt.
Al Colle Tajani è salito da solo, persino al tavolo con Mattarella era in disparte: c’erano cinque sedute a destra di Meloni e quattro a sinistra, Tajani era sistemato sul lato del tavolo, da solo, il più distante dal Cavaliere, come il meno blasonato capogruppo meloniano Luca Ciriani. Scavalcato nelle gerarchie anche dall’altro membro di Forza Italia, l’ex sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo. È lui, insieme a Ronzulli, a prendere sotto braccio Berlusconi quando il gruppone si muove per guadagnare l’uscita, dove il guastatore tv Enrico Lucci attende che i leader gli sfilino davanti per chiedere: «Lo mangerete il panettone o litigate prima? Ci arrivate alla colomba di Pasqua?».
Meloni ride, Berlusconi gli dà un buffetto, mentre Tajani si accoda mesto ai colleghi di Noi moderati e, a volerci vedere almeno un’utilità, pare un ultimo messaggio subliminale agli amici del Partito popolare europeo che hanno garantito per lui e il suo atlantismo conservandogli il posto alla Farnesina, messo a rischio dalla vodka e dalle nostalgie putiniane del capo. Solo che, da oggi, il ministero di Tajani è molto suo e poco del partito, meno ancora di Berlusconi. Ricorda da vicino i posti che Mario Draghi aveva concesso a tre esponenti forzisti scegliendoli a dispetto di Forza Italia. Un anno e mezzo dopo nessuno di quei tre ministri — Renato Brunetta, Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini — è più nel partito.

Nella foto pubblicata da Berlusconi, dietro Meloni c’è il cognato Francesco Lollobrigida, il Daniel Craig di Fratelli d’Italia, impettito e composto neanche fosse un ministro della Repubblica, status che in effetti guadagnerà ufficialmente di lì a qualche ora. Accanto a Salvini, invece, il centrista Maurizio Lupi è immortalato a capo chino mentre fissa il pavimento, come fosse un escluso dalla lista dei ministri, condizione che si realizzerà anch’essa nel volgere di poche ore. Della delegazione, Lupi è per tutto il tempo il più triste, accenna un paio di volte un sorriso che gli esce simile alla smorfia di dolore per un crampo di stomaco.

venerdì 21 ottobre 2022

Eccoli!

 


Rapidamente, l'effetto indolore lo richiede, quasi sofficemente, il coacervo di tutti loro si è presentato del Presidente, per una celere conferma di unità - tà tà tà - e di voglia spasmodica di iniziare ad affrontare il dramma attanagliante il paese - sai che culo! - 

La foto, questa foto ci regala alcuni spunti: Ella in nero come il protocollo impone, circondata dai suoi sodali, alla sua sinistra nientepopòdimeno che il nuovo ministro delle Infrastrutture - sai che culo! (2) - in procinto di rigettarsi sul magico Ponte sullo Stretto. All'estrema destra - nomen omen - il Lupetto borotalcato, soffice, mai fuori le righe, silente, con i voti di famiglia e del suo condominio ma pronto ad un mini ministero che lo tenga ancora in auge, in vita, politicamente parlando. Ma è alla destra di Giorgia che si staglia in tutta la sua imponenza il Male Assoluto dell'ultimo trentennio, la cui sola presenza nel massimo palazzo della democrazia italiana, rivolta nella tomba decine di grandi personaggi che contribuirono al tempo all'edificazione di quel paese normale, afflosciato dalle pretese, dagli stravolgimenti legislativi, dal massacro della nostra comune dignità, perpetrato dal fautore dell'Era del Puttanesimo, i cui effetti ancor oggi sono dirompenti. A fianco di costui, ecco vestita di chiaro, la Licia, probabilmente a causa di un'errata interpretazione dell'ex infermiera ed organizzatrice anni addietro delle Cene Eleganti, la quale forse pensava di recarsi ad un party, abituata com'è! 

Le recenti polemiche hanno smorzato la palese indignazione che dovrebbe provocare il vedere una simile accozzaglia che, spero di venir contraddetto, arrecherà ulteriori danni al già flebile stato di salute nazionale. 

Ma ci siamo tutti distolti a guardare il dito del Pregiudicato sproloquiante attorno all'amicizia col Killer Russo...    

Feltri

 

Una bella forchettata
di Mattia Feltri 
Alla vista della copertina dell'Economist (Liz Truss equipaggiata di una pizza come scudo e di spaghetti arrotolati su una forchetta come lancia, per illustrare la Gran Bretagna ridotta pari a noi quanto a crescita e stabilità) ho avuto un moto di entusiasmo pari a quello che mi susciterebbe la lettura di un saggio di Danilo Toninelli. Il nostro ambasciatore a Londra ha inoltrato un'amabile protesta alla direzione del settimanale, e non sono sicurissimo che abbia investito saggiamente il suo tempo, perché rappresentarci come mangiatori di pizze e spaghetti non è più nemmeno un semplice stereotipo, ma un segno di pigrizia mentale sorprendente in una testata che porta la meritata fama di Bibbia della categoria. Annoiare è molto più grave di offendere, e fosse solo per il considerevole aumento di importazione inglese di pasta – più 39 per cento nel 2022, informa Coldiretti – potrebbe anche finire lì. Ma è da un po' che da quelle parti ci fanno una seria concorrenza: la Brexit indotta con alto tasso di truffa mediatica e politica, una gestione a tratti pittoresca della pandemia, le feste danzanti ed etiliche del premier con il paese in lockdown, le solite dimissioni di ministri sorpresi in smutandamento, i conti peggiori dell'intero G7, e infine l'addio di Truss, che proprio secondo l'Economist sarebbe durata meno di un cespo di lattuga: scommessa vinta, il cespo lo trovate malconcio ma sopravvissuto sul sito del Daily Star. Ce n'è ancora: sapete chi è il favorito per la sostituzione di Truss? Di nuovo lui, Boris Johnson. Mi sa che doveva essere più abbondante quella forchettata di spaghetti.

Come no!

 


Ragogna

 


Osho