mercoledì 5 ottobre 2022

Ci siete cascati?

 


Grande Robecchi!

 

Affaristi 2.0. Libera volpe in libero pollaio: chi specula sul gas (di tutti)
di Alessandro Robecchi
Ci piacciono tanto le rivolte degli altri, le sommosse, le proteste, le primavere qui e là per il mondo, purché avvengano – appunto – da un’altra parte, un po’ esotiche, insomma. Ci piacciono meno – molto meno – le rivolte che avvengono qua, che sono sempre raccontate sottotono, sminuite, ridotte a piccoli episodi semi-folkloristici, trovatine mediatiche. Così anche i cortei e le manifestazioni in cui in parecchie piazze italiane si sono simbolicamente bruciate le bollette del gas e della luce, giunte a livelli insostenibili per molte famiglie, sono archiviate con piccole fotonotizie. Uff, i soliti estremisti.
Eppure la simbologia è abbastanza potente, e non si tratta di esagerazioni, visto che anche i grandi giornali, la stampa ufficiale, comincia a dar consigli su come fare se ti staccano il gas, come farselo riallacciare, come chiedere rateazioni, come gestire i ritardi nei pagamenti, eccetera eccetera. Insomma, la questione energetica ha avuto una sua istruttiva parabola. Prima un trattamento soltanto geopolitico for dummies (Putin bastardo, non ti compriamo più il gas, prima; Putin bastardo non ce lo manda più, dopo), poi una più seria riflessione economica su stoccaggi e prezzi di mercato accompagnata dai consigli della nonna. Vedrete che con un grado in meno si risolve… vedrete che mettendo il coperchio alla pentola si risolve… vedrete che con le docce più brevi… Fuffa, insomma.
Poi, piano piano, ecco che dalle nebbie dell’informazione – un po’ divisa tra l’allarme e l’opera di tranquillizzazione – è emerso qualcosa di simile alla verità: il prezzo del gas che tanti danni fa e farà alle nostre economie, alle nostre aziende, e Pil, e famiglie, non è per niente colpa di questo o quel dittatore, o di questa o quella guerra. Non c’è poco gas nel mondo (lo dice, tra gli altri, un rapporto Eni del luglio scorso), ma c’è – e parecchia – speculazione sul suo mercato. Al punto che il cruccio di mezza Europa, tra cui il ministro Cingolani, e il magico Mario Draghi, e di vari pensatori dell’economia globale, è proprio come fermare, o arginare, questa speculazione che gira intorno (ma non solo) alla famigerata Borsa olandese il Title Transfer Facility (Ttf) dove si scambiano i futures sul gas e dove si decidono, in definitiva, le nostre bollette.
Traduco in italiano: si chiama libero mercato, cioè libertà di speculazione, di fissare un prezzo non in base all’effettiva disponibilità della merce, ma alle previsioni – più o meno interessate, più o meno sballate – che si fanno sulla disponibilità futura di quella merce. Fu un trattato europeo (Cardiff, 1996) a decidere che i prezzi delle materie prime del settore energetico non sarebbero più stati regolamentati: ci avrebbe pensato il mercato, la libera concorrenza, insomma, quella magica manina che sistema tutto lei, come piace pensare ai liberisti di ogni latitudine. Al punto che oggi (ieri sul Corriere della Sera) leggiamo accorati appelli di due commissari europei (Breton e Gentiloni) perché l’Europa faccia un debito condiviso in difesa di “beni pubblici”. Beni pubblici, che, appunto, pubblici non sono per niente, visto che si gonfiano e si sgonfiano a piacere e beneficio di “speculatori” che rimangono – tra l’altro – impuniti e sconosciuti.
L’emergenza è emergenza da mesi, la speculazione è additata da mesi come responsabile, ma la soluzione non c’è, non si trova, nemmeno al più alto livello politico. Se si trovasse, confliggerebbe con il famoso “libero mercato”, libera volpe in libero pollaio.

Pace travagliata


La pace proibita
di Marco Travaglio
Il mantra di chi vuole armare l’Ucraina è sempre stato questo: “Senza le nostre armi, Kiev soccomberà e non ci sarà mai un negoziato di pace”. Si vis pacem gere bellum, anche se la Costituzione legittima solo la guerra difensiva per l’Italia e i suoi alleati (e l’Ucraina non lo è, né nell’Ue né nella Nato). L’ossimoro migliore lo sfoderò il premier Draghi, quando disse in Parlamento che che l’invio di armi è finalizzato alla“de-escalation” militare: e su quell’assunto illogico e incostituzionale le Camere abdicarono ai propri poteri/doveri, dando carta bianca al governo per armare Kiev a piacere fino al 31 dicembre. Ancora al G7 in Germania, il 28 giugno, Draghi scandì: “Armi e sanzioni sono fondamentali per costringere la Russia alla pace. Non c’è pace se l’Ucraina non può difendersi. Anche le sanzioni sono essenziali per portare la Russia al tavolo dei negoziati. Dobbiamo essere sempre pronti a cogliere gli spazi negoziali”. Tutti i costituzionalisti – sia quelli fedeli all’articolo 11 sia chi lo stiracchia per compiacere – sostenevano che, armi o non armi, l’obbligo costituzionale è risolvere la controversia ucraina col negoziato, visto che “l’Italia ripudia la guerra”. Lo disse il presidente della Consulta Giuliano Amato. E lo confermò l’ex presidente Cesare Mirabelli: “Prestare aiuto a Kiev, senza entrare nel conflitto, è costituzionalmente legittimo… anche con strumenti bellici. Ma lo sforzo maggiore, nel rispetto dell’art. 11, dev’essere al tavolo dei negoziati. La Carta non nega la guerra di difesa, ma indica la via maestra della diplomazia come soluzione dei conflitti internazionali”. Concetto ribadito dal quarto (e finora ultimo) decreto del 26 luglio: “…misura di assistenza nell’ambito dello strumento europeo per la pace per sostenere le Forze armate ucraine…”.

Ora però c’è un enorme fatto nuovo: il presidente ucraino Zelensky ha ratificato per decreto la decisione del Consiglio di Sicurezza e Difesa sulla “impossibilità di intrattenere negoziati col presidente della Federazione Russa Vladimir Putin”. Cioè ha proibito a se stesso e a ogni autorità ucraina di negoziare. Quindi da ieri inviamo armi a un Paese belligerante che, anche volendo, non può negoziare: vuole risolvere la controversia con la Russia solo con la guerra. E, intendiamoci, è libero di farlo. Noi però non abbiamo (ancora) sostituito la nostra Costituzione con quella ucraina. Dunque, ammesso e non concesso che finora potessimo inviare armi, d’ora in poi non possiamo più, essendo ufficiale che sarebbero usate per una guerra infinita fino all’ultimo ucraino, essendo i negoziati vietati per legge. Eppure, mentre andiamo in stampa, né Draghi né Meloni hanno ancora avvertito Zelensky delle conseguenze della sua svolta sull’Italia. Ma di sicuro lo faranno oggi, no? 

L'Amaca

 

Il patto bilaterale Mosca-Musk
DI MICHELE SERRA
In quella parodia di mondo che è diventato il mondo, l’asse Mosca-Musk è una pagina formidabile. Si sa che nella nuova Russia, che è a misura di oligarchi, la nuova parola d’ordine è “miliardari di tutto il mondo unitevi”. Se non hai perlomeno un panfilo da novanta metri, o un migliaio di chilometri di gasdotto, nell’entourage di Putin conti zero, al massimo puoi arruolarti, farti benedire dal pope Cirillo e diventare carne da cannone. Logico che Musk, che al posto del panfilo ha le astronavi per Marte, goda già in partenza di un grande credito.
Se poi propone la cessione definitiva della Crimea alla Russia e la neutralità dell’Ucraina, il Cremlino non può che applaudire, malgrado il piano di pace della Tesla sia stato bocciato online dai follower. La Piattaforna Musk gli si è rivoltata contro e lui non l’ha presa bene, sospetta trame cibernetiche, ma può consolarsi per il clic favorevole di Putin, perché in casi come questo uno vale milioni di persone, e decide per milioni di persone.
Detto questo, la domanda è se in un mondo appena normale le proposte di pace debbano arrivare da un riccone con qualche problema di megalomania e non dai governi e dalle istituzioni internazionali. Se ci ritroviamo a parlare del piano di pace di Musk è perché non sapremmo che dire di quello di Biden, o dell’Europa, o della Cina, per il semplice fatto che non se ne ha notizia. Così si ride del fatto che Elon Musk, dopo avere deciso la trasmigrazione dell’umanità su Marte, intende porre fine alla guerra in Ucraina, da solo. Ma si piange considerando il nulla sopra il quale un singolo, eccentrico signore può sequestrare la scena ai cosiddetti potenti del mondo.

Tabella per comprendere

 


Da Repubblica per tentare di districarsi nel ginepraio. 

martedì 4 ottobre 2022

Idealizzazione di un imbecille

 


Non ci fosse di mezzo il destino di una buona parte dell'umanità, guardando la foto di questo ceffo, si potrebbe in tranquillità esclamare: "Toh, guarda! Un imbecille!" 

Ramzan Kadyrov, leader della Cecenia, fautore ed incoraggiatore all'uso dell'arma atomica, ha deciso di mandare i suoi tre figli minorenni a combattere, acquisendo l'idealizzazione globale del termine imbecille. 

Questa faccia da beone abbracciante a piene mani la magna idiozia, sta pompando il killer assassino a sparare un confetto atomico in Ucraina! 

Che dire? Si spera che qualcuno lo rinchiuda per sempre in un centro psichiatrico. Davanti a tanto cretinismo non ci resta che sperare in qualche intervento dall'alto, in una sana liofilizzazione. Credo che nessuno lo piangerebbe, men che meno i figli!   

Con Giulio