martedì 4 ottobre 2022

La ciliegina

 


Non bastassero il bellico vegliardo assonnato, lo psicolabile killer, il comico guerrigliero, il probabile ritorno dell'imbecille biondo, il fascistone brasilero Nerone dell'Amazzonia, ecco spuntare come un virgulto di erbaccia fracica la Truss di tutti loro con la sua idea scopiazzata dalla vegliarda e mai rimpianta Tatcher di abbassare le spese ai ricchi, quale speranza per rialzare borse e paese, mentre invece, deo gratias, lo sconquasso economico avvenuto subitaneamente il mefitico annuncio, ha costretto la poveretta a fare una marcia indietro che le assicurerà il premio "figura di merda 2022" che la porrà ai primi posti della speciale classifica riservata a chi, vivendo su un altro pianeta, non riesce minimamente a tastare il polso delle difficoltà del popolino, abituati come sono a credere nella casta esclusiva e dirimente.
Mancava nel panorama mondiale un tale esempio d'inettitudine, d'incapacità, di alterigia come questa bevitrice di tè palesemente allungati con gin!
E mi pervade un terrore estremo nel percepire che la catastrofe potrebbe non finire qui, visto che, a breve, arriverà Ella, bionda e caciara, paladina, in incognito come l'inviato delle banche le sta suggerendo, del "nero perdi sempre!" (cit.)

Osho

 


Ragogna

 


Daje Andrea!

 

Calenda, l’uomo che sussurrava alle coratelle (in tv)
di Andrea Scanzi
Probabilmente, di fronte all’imitazione di Crozza che lo raffigura come un mitomane intento a vendere “aria fritta, non contiene niente, nessun attaccamento alla realtà”, Carlo Calenda fingerà pure di divertirsi. Orgoglioso in qualche modo di essere preso così bene in giro. Non sa, o finge di non sapere, che in quella riuscita imitazione c’è tutto il suo smisurato niente politico.
Bugiardo per abitudine e arrogante per una sorta di dna coatto, Calenda continua ad atteggiarsi a fenomeno nonostante i risultati mediamente stitici alle elezioni. Prima ha rotto con Letta dopo aver garantito amore pressoché eterno al Pd. Poi si è alleato con Renzi dopo avere garantito che non lo avrebbe fatto mai e poi mai. La sua, più che incoerenza, è propensione costante al caos trucido. Passa la vita a sportellarsi in quel sottoscala di nicchia morta che è Twitter. Va in tivù a sciorinare verità inattaccabili, sebbene abbia perso tutto quel che c’era da perdere in politica. Insulta gli avversari e – già che c’è – deride pure gli spettatori, colpevoli a suo dire di votare come se fossero dentro un reality col televoto e così imbecilli da non regalare il 100 per cento alla sua Armata Brancaleone fatta di residuati forzisti, scappati di casa Ztl e renziani decadutissimi. Calenda non ne indovina una, ma continua ad atteggiarsi a Churchill. O se preferite a Stocazzo (con rispetto parlando).
Calimero che si credeva Gastone e Luther Blissett convinto d’esser Maradona, Calenda è un punching ball di seconda mano che gioca al Cassius Clay. Un quasi-statista che sussurrava alle coratelle. Quattro giorni prima del voto ebbe a dire: “Vorrei prendere un voto che sia robustamente sopra le due cifre. Dodici, tredici, quattordici per cento. Vediamo. Penso che dobbiamo arrivarci e come è successo a Roma ci arriveremo. Sotto il 10 per cento sarebbe un insuccesso”. E “insuccesso” è stato, avendo preso il 7,8 per cento. Lui però non si arrende e, non più tardi di due giorni fa, esultava perché gli ultimi sondaggi lo davano al 7,9, fiero di un +0,1 per cento post-voto che non vale nulla e con cui al massimo può farci il brodo di pollo (o di cigno, animale di cui pare andar ghiotto).
Calenda voleva giganteggiare alle elezioni ed è riuscito giusto a far rientrare tutti i renziani talebani (tranne Nobili, Bellanova, Annibali e Genny Migliore): son soddisfazioni. Un sondaggio Ixè lo ha dato però come più votato dai più giovani: tra gli elettori della fascia 18-24 anni avrebbe preso addirittura il 17,6 per cento. Qualora ciò corrispondesse al vero, saremmo di fronte a una gioventù così bruciata che in confronto James Dean era un chierichetto. Del resto lui sognava il 20 per cento o giù di lì. Primo agosto: “Abbiamo tolto a FI la sua parte migliore, Gelmini e Carfagna. Possiamo ripetere il 19 per cento di Roma e battere il sovranismo”. Due agosto: “Portiamo via voti a FI e al Senato può venir fuori un pareggio”. Nove agosto: “Sarò io a sottrarre voti a Meloni, prenderò consensi in uscita dal centrodestra, posso mandare FI sotto il 3 per cento”. 21 agosto: “Servirà un nuovo governo Draghi isolando le estremità di FdI e 5Stelle”. Primo settembre: “La nostra missione è cancellare i 5Stelle”. 5 settembre (mattina): “No accordi col Pd, sì a un governo di unità nazionale, anche con FdI”. 5 settembre (sera): “La linea non cambia, stop a populisti e sovranisti”. 21 settembre (questa è un capolavoro): “Prenderemo più voti della Lega. E la Meloni non governerà mai”.
Potremmo andare avanti in eterno, ma noi a Calenda vogliamo bene. A differenza di Calenda stesso, che deve odiarsi così tanto da inventarsene una al giorno pur di sputtanarsi sino in fondo. Daje Carle’!

Marco e le tresche

 

I conti senza Conte
di Marco Travaglio
Chi finge di non capire la distanza siderale che oggi divide i 5Stelle e questo Pd dovrebbe ripassare la storia degli ultimi tre mesi e mezzo. A partire dal 19 giugno, quando Luigi Di Maio, ministro 5S degli Esteri, accusò il suo capo Giuseppe Conte di “disallineare l’Italia da Nato e Ue” e di “mettere a rischio la sicurezza nazionale” citando una falsa risoluzione 5Stelle contro l’ennesimo invio di armi a Kiev. Né il premier Draghi né i ministri Pd difesero Conte e il partito di maggioranza relativa. Il Nazareno già sapeva dell’imminente scissione di Di Maio&C., che da settimane (dalle Presidenziali di febbraio, quando con Renzi e Guerini fece saltare l’opzione Belloni concordata da Conte, Salvini, Letta e Meloni) reclutava segretamente truppe grilline e cercava pretesti per andarsene. Ne erano informati alcuni consiglieri del Colle, con cui Di Maio ha sempre concordato ogni mossa. Senza il loro avallo e quello dello staff draghiano, ma soprattutto senza la promessa di collegi dal Pd in caso di voto anticipato, mai un calcolatore come lui avrebbe fatto il salto nel buio. Pensava di rafforzare Draghi e dunque se stesso, ma anche di acquisire altri meriti presso Usa, Nato e Ue vampirizzando il M5S, che chiedeva di discutere in Parlamento di armi e negoziati e invocava misure contro lo tsunami sociale. La scissione fu annunciata da Di Maio + 64 il 21 giugno sera. Draghi sostiene di averla appresa quel mattino: ma anche chi gli crede sa che sarebbe bastato un suo cenno per fermarla. Invece non fece nulla. Anzi provocò i 5S infilando nel dl Aiuti la norma Pd sull’inceneritore di Roma e altre contro il Rdc e il Superbonus, e ci impose pure la fiducia.
Non solo. Grillo raccontò a Conte che in quei giorni il premier non si limitava – come suo solito – a chiedergli di scaricarlo: gli suggeriva pure di portare a Di Maio i grillini rimasti per isolarlo. Grillo rifiutò e, sceso a Roma, lo riferì anche a De Masi e ai parlamentari. Il 15 luglio il M5S non votò la fiducia in Senato per l’inceneritore e Draghi si dimise pur avendola ottenuta: il Pd sperava in una seconda scissione nel M5S e promise altri seggi ai draghiani rimasti, da D’Incà a Crippa. Mattarella rinviò il governo alle Camere e il 20 luglio Draghi fece l’harakiri-bis: attaccò Lega, FI e M5S per farsi sfiduciare, sempreché i governisti grillini e leghisti non mollassero Conte e Salvini. Non lo fecero (a parte Crippa, D’Incà e pochi altri geni) e addio governo. BaioLetta bandì subito Conte per la gioia degli Usa e regalò collegi uninominali a Di Maio, Spadafora, Azzolina, Crippa&C.. Che li persero tutti, mentre Conte rimontò fino al 15,5%. Se lui avesse fatto al Pd ciò che il Pd ha fatto a lui, oggi qualcuno si domanderebbe perché non tornano insieme a tarallucci e vino?

Boss e biglietti

 

NUOVO ALBUM E TOUR IN VISTA
Springsteen
Il cuore del Boss batte per il soul Ma i fan protestano per il caro biglietti
DI GINO CASTALDO
Sapete qual è la risposta del Boss ai mali del mondo? Vi aspettavate un sermone, una denuncia contro i padroni della guerra, una ballad struggente sull’orrore che pervade il pianeta? No, niente di tutto questo, la risposta di Bruce è una botta di vita, un’esplosione di energia, un gospel che fa saltare i cuori in alto, un singolo intitolato Do I love you? Indeed I do ,ovvero “ti amo? ma certo che sì”, e un videoclip letteralmente infuocato di rosso in uno studio allestito come i vecchi programmi televisivi tipo Ready Steady Go ,ragazze che ballano in pedane rialzate e pubblico che balla sotto il cantante.
È l’annuncio del nuovo disco che uscirà l’11 novembre, titolo Only the strong survive , il suo 21esimo, un lavoro di scavo nei vecchi cataloghi della Motown e della Stax interamente dedicato ai classici soul, e neanche i più conosciuti. Un esempio per tutti: di Ben E. King riprende non la celeberrima Stand by me,bensì il 45 giri successivo, e molto meno noto, Don’t play that song ,protagonista di una delle più bizzarre storie della discografia italiana. All’epoca gloriosa del Clan, Celentano prese Stand by me e la fece diventare Pregherò , con traduzione quantomeno arbitraria, e non contento fece incidere Don’t play that song a Ricky Gianco, e il pezzo diventò Tu vedrai , sequel narrativo diPregherò … Ma tutto questo non riguarda Springsteen che è andato a scovare perle magnifiche e poco scontate. Tra le più note, si fa per dire, ci sono What becomes of the brokenheard di Jimmy Ruffin e
Nightshift dei Commodores, altre come Any other way di Jackie Shane eOnlythe strong survive , malgrado una reinterpretazione di Elvis Presley, sono di fatto sconosciute al grande pubblico. Un paio di questi arguti ripescaggi (Soul days e I forgot to be your lover ) li canta con l’87enne Sam Moore, il sopravvissuto del duo Sam & Dave, suprema eccellenza del soul, nonché modello originale dei Blues Brothers di John Belushi e Dan Aykroyd.
«Volevo un disco da cantare e basta » ha dichiarato Springsteen, e allora cosa c’è di meglio di questi gioielli soul? Una delle intenzioni del progetto è quella di regalare al pubblico la gioia della scoperta di pezzi stupendi ma non celebri, con una precisa missione di rivalutazione del patrimonio musicale degliafroamericani, non sempre valorizzato al meglio.
Quindi una minima parte del Boss eroe di giustizia e di riscatto c’è anche in questo progetto trasversale, realizzato con un ensemble completamente diverso dalla E Street Band con la quale invece sarà in concerto nel 2023. Il tour ha già fatto molto rumore (1 milione e seicentomila biglietti già venduti) emolta polemica per la pratica del cosiddetto “dynamic pricing” che in America è diventato ufficiale e praticabile dalle stesse agenzie di vendita, il che significa che i biglietti possono essere venduti al miglior offerente, meccanismo che ha spinto alcuni ad acquistare biglietti a più di 4000 dollari, scandalizzando molti fan, soprattutto per il silenzio di Springsteen che nell’immaginario di tutti, al di là dell’enormità dei suoi guadagni, rimane un “working class hero” che ha sempre dimostrato una speciale sensibilità ai problemi della gente comune. Sul tema è intervenuto solo il manager John Landau spiegando che sono stati casi rari e che la media dei biglietti venduti è stata tutto sommato ragionevole, ovvero di 262 dollari (che in realtà non è poi così poco…).
A deludere i fan, al momento è soprattutto il fatto che l’eroe di ogni battaglia, l’unico cavaliere del rock senza macchia rimasto al mondo, su questa questione non si sia sentito in dovere di intervenire. A ricordare la purezza della sua storia c’è l’anniversario diNebraska , il disco più scarno e crudo che abbia realizzato. Succedeva esattamente 40 anni fa e lo ha ricordato così: «Nebraska è iniziato come una meditazione inconsapevole sulla mia infanzia e sui suoi misteri. Non avevo obbiettivi politici consapevoli o un tema sociale da esplorare. Cercavo un sentimento, un tono che ricordasse il mondo che avevo conosciuto e che ancora portavo dentro di me. Alla fine della giornata, soddisfatto di aver esplorato le possibilità della musica, di avere percorso ogni vicolo cieco, ho tirato fuori la cassetta originale che portavo in giro con me, nella tasca dei miei jeans e ho detto “questo è tutto”».
Nel frattempo lo sterminato popolo springsteeniano si domanda come saranno i nuovi concerti con la E Street Band. Riuscirà Springsteen, che ha appena compiuto 73 anni, a reggere il confronto con la forsennata energia della sua leggenda?

L'Amaca

 

Strana destra strano Paese
DI MICHELE SERRA
Breve sunto delle chiacchiere della prima settimana post voto.
Campione: parenti, amici e conoscenti in larga parte orientati a sinistra.
Vi risparmio le maledizioni e le lagne sulla sinistra, a questo punto perfino eccessive oltre che risapute.
Il dato clamoroso è un altro: Meloni desta meno timori e meno antipatie dei suoi due accodati, il Salvini e il Berlusca.
Sul Salvini la frase più gentile è: «È molto più fascista della Meloni». Sul Berlusca, solo parole irriferibili.
Credevo fosse una mia devianza personale, constato che è invece piuttosto diffusa: quella che — sulla carta — è la più a destra, viene considerata, nel campo opposto, con minore ostilità rispetto ai suoi alleati, il cui discredito, almeno presso il piccolo campione di cui sopra, è irrimediabile. Può darsi che si sottovaluti il tasso di autoritarismo, o di ingordigia, o di inettitudine, della nuova classe dirigente meloniana.
Può darsi che si sopravvaluti la quantità di danni che il Duo Spompati (Berlusca e il Salvini) è ancora in grado di infliggere al Paese. Ma intanto, così stanno le cose.
Ne consegue un certo tifo, distaccato ma convinto, per una composizione del governo con pochi leghisti e berluschini.
Meglio se con parecchi tecnici.
Nell’ipotesi che io non frequenti solo pazzi (per altro con i miei stessi sintomi), ne deriva che la destra italiana è siffatta da dover contare, per esistere e governare, soprattutto sulla sua componente ex fascista. Per altro, è quanto gli elettori hanno decretato, dando ai Fratelli d’Italia, da soli, il doppio dei voti dei loro alleati “moderati” messi assieme. Chissà quando, oltre al dibattito stremato e noiosissimo sulla sinistra, avremo il beneficio di un dibattito minimamente serio anche sulla destra.