domenica 28 agosto 2022

Nel poema



“Ei toccò la sfera nel modo riservato agli dei, tant’è che Giove si meravigliò oltremodo di siffatta arte, convocando sott’ordini affannati, et intimandone ricerca di nuove su costui, tanto caparbio da sfidar gravità e leggi che si ritenea intonse, non foss’altro per adeguar l’Olimpo ad abbracciarne leggiadria et straniante maestria.” 
(Milaneide rif II astrum - viginti scudo vv 23-27)

Per riflettere

 

l patto del silenzio sulla guerra
GARA ALL’ATLANTISMO - Il soldato Letta ha sacrificato il Pd, e non solo il suo partito, sull’altare della Nato. Ma gli elettori devono poter scegliere liberamente un governo che non sia succube di Bruxelles e Washington
DI DOMENICO GALLO
L’ingerenza russa (Repubblica), La Russia agita il voto italiano (Corriere della Sera), Ombre russe sul voto (La Stampa).
Il messaggio di Medvedev che invita gli elettori europei a punire quei governi che – a suo dire – hanno fatto delle scelte idiote, applicando alla Russia delle sanzioni che si sono rivelate controproducenti per gli interessi europei, ha scatenato un putiferio di reazioni indignate da Letta a Calenda, da Di Maio a Guerini, e ha provocato una riunione d’emergenza del Copasir per valutare la sussistenza di rischi per la sicurezza nazionale. Quindi fra il polo di destra, il centro e il polo di centrosinistra si è scatenato il rimpallo delle accuse di putinismo agli avversari. Letta ha dichiarato: “Putin ha deposto la scheda nell’urna e vuole cambiare il corso della politica estera italiana che con Draghi è stata molto netta – aggiungendo – dobbiamo confermare questa scelta ed è chiaro che il voto del 25 settembre sarà anche su questo”. Forse Letta non si rende conto che il richiamo alla politica estera di Draghi è un’arma spuntata se usata contro la Meloni, che si è dichiarata più atlantista di Draghi, per cui non si capisce per quale motivo gli elettori di “fede atlantica” dovrebbero votare per Letta piuttosto che per Meloni.
Del resto tutta questa levata di scudi contro l’ingerenza della Russia nelle elezioni italiane è una barriera di fumo destinata a occultare il vero problema: il patto del silenzio fra tutti i partiti sulla gestione della guerra e delle sue conseguenze. Più che dolerci dell’ingerenza russa nelle elezioni italiane, realizzata attraverso un tweet, forse dovremmo dolerci dell’ingerenza Usa sulla formazione dei governi e sulle scelte politiche conseguenti, fondata su elementi molto più robusti. Ingerenza che, a volte, si è manifestata in modo particolarmente violento, basti pensare alle minacce di morte che il Segretario di Stato americano dell’epoca rivolse ad Aldo Moro, il 25 settembre 1974, per farlo desistere dal suo progetto di aprire le porte del governo ai “comunisti”. Ingerenza che non è mai cessata se, il giorno dopo il discorso al Senato di Conte che, esponendo il programma del suo primo governo il 5 giugno 2018, aveva manifestato dei dubbi sul mantenimento delle sanzioni alla Russia, decretate a causa dell’annessione della Crimea, il Segretario Generale della Nato Jens Stoltenberg è intervenuto a gamba tesa, dichiarando che le sanzioni non potevano essere rimosse, cioè intimando al governo italiano di non rimuoverle (come in effetti è avvenuto).
In realtà se i partiti italiani hanno cancellato il tema della guerra, questo non significa che la guerra non eserciti una pesante influenza sulla campagna elettorale italiana. L’effetto principale è stato il sacrificio del soldato Letta. Il 22 agosto sono scaduti i termini per la presentazione delle liste ed è divenuto definitivo il quadro delle formazioni politiche che si affronteranno nella competizione elettorale. Dobbiamo constatare con amarezza che sono caduti nel vuoto gli appelli rivolti da più parti per la costruzione di un’alleanza antifascista nei collegi maggioritari per contrastare l’avvento di una destra illiberale, nemica giurata della democrazia costituzionale. Ormai è sicuro che nei collegi uninominali ci sarà un solo candidato su cui si concentreranno i voti della destra, mentre i voti di tutte le altre forze politiche saranno divisi fra il candidato del Pd (con appendici di Più Europa e Sinistra italiana), il candidato dei 5 Stelle, quello di Calenda-Renzi e quello di Unione Popolare. In queste condizioni è altamente probabile che la destra faccia cappotto e conquisti una maggioranza parlamentare che vada ben oltre il 50%, consentendole di realizzare i suoi progetti più pericolosi per la democrazia. Quest’esito largamente prevedibile non è frutto del fato cinico e baro, ma di una precisa scelta politica del segretario del Pd, che ha rotto l’intesa stipulata in precedenza con il Movimento 5 Stelle (il c.d. campo largo), accettando stoicamente la (prevedibile) sconfitta.
Diciamo la verità, una scelta così apparentemente inspiegabile deve avere una ragione profonda e, da un certo punto di vista, nobile. Quando c’è una guerra in corso si richiede alle truppe più fedeli il massimo spirito di sacrificio. Il soldato Letta si è sacrificato sull’altare della Nato, che certamente non avrebbe gradito la partecipazione al governo italiano di una forza politica il cui leader ha avuto l’impudenza di dichiarare che non obbedisce agli ordini di Washington. Peccato che questo sacrificio non riguarda solo il Pd ma, consegnando il Paese nelle mani di questa destra illiberale, a essere sacrificati sono i diritti fondamentali dei cittadini italiani e il bene pubblico della democrazia costituzionale. La guerra, sebbene scomparsa nella campagna elettorale delle principali forze politiche italiane, tuttavia è piombata pesantemente nella campagna elettorale, sconvolgendo gli equilibri fra le forze politiche e orientando i risultati elettorali (sia che vinca la destra, sia che il Pd miracolosamente risalga la china) verso la nascita di un governo di stretta fedeltà atlantica, che non ponga nessun ostacolo al prolungamento della guerra in Ucraina, fin quando vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole.
Tuttavia, memori delle tragedie del passato, testardamente noi continuiamo a pensare che dalla guerra non si esce con la guerra e che la violenza bellica non può essere spenta con una violenza soverchiante di segno opposto, che la sicurezza collettiva non si costruisce con la corsa agli armamenti e con la rincorsa delle minacce.
Per questo chiediamo che sia rotto il patto del silenzio e che il tema della costruzione della pace sia fatto rientrare nella scheda che depositeremo nell’urna.

Un grande Alessandro Bergonzoni


Odiatori, nella vita come nella Rete. L’ondata di cattivismo che sta infestando il dibattito pubblico rischia di sovvertire millenni di etica, con i samaritani del 2000 disprezzati, accusati di salvare vite e occuparsi dei fragili, come fosse una colpa anziché ciò che ci fa uomini. Rigurgiti odierni di “aporofobia” (disgusto verso i poveri), fenomeno mai visto prima... 
Ho finito le guance. Ho già porto anche l’altra, non ne ho più; ormai è uno stato di isteria, una malattia effettiva e affettiva. Rabbia e paura ci hanno drogato, ci hanno alterato quasi chimicamente, fino alla patologia. L’odio nasce da un cortocircuito, avvenuto per poter scaricare una rabbia che è stata preparata accuratamente.
Credevamo di avere gli anticorpi contro tutto questo, che gli errori del passato ci avessero resi irrimediabilmente migliori. Invece assistiamo al trionfo della ci/viltà, l’anonimato è la forza con cui si esprime oggi chi odia: ti insulto tanto io non so chi sei e tu non sai chi sono io. È la ci/viltà dei social, dei media, la viltà da dietro un vetro. Come ha scritto Zamagni su Avvenire, il potere ha paura dei solidali, colpevoli di trovare soluzioni che toglierebbero il dominio alla nuova economia. Allora avalla questo delirio di impotenza, questa fame di diffamare... Mi dai l’inimicizia su Facebook?

Così ci si assuefà a tutto e può anche accadere, a Manduria per esempio, che un anziano debole sia seviziato per mesi da baby bulli, fino alla morte, nel silenzio osceno di tutti. L’anonimo è vile perché è forte della debolezza altrui, macchia la tela bianca e sa che la tela non potrà rispondere. La povertà è invisibilità, se la si vede la nascondiamo, inchiodiamo i ferri sulle panchine per non far sedere i mendicanti, per non farli ri/posare. I Comuni dicono ci pensi lo Stato, ma lo Stato è confusionale e allora chi ci pensa è il terzo settore, il volontariato, quello odiato, che però è all’elemosina, perché il potere non si può permettere un’economia sociale... E allora tocca per esempio all’Elemosiniere ridare non solo quella luce (una vera Illuminazione) che non nasconde più nel buio il bisogno, il disagio e la vita, ridando altra energia a quelli a cui l’abbiamo tolta da troppo tempo e che dobbiamo difendere con ogni costo a tutti i costi per non continuare a vergognarci.

Chi esprime tenerezza diventa quasi un nemico, mai nel passato la Croce Rossa o Medici senza Frontiere o la Caritas erano stati insultati in quanto umanitari... Ci vuole un cambio di frequenza che muova da dentro, da dove parte la tua idea di vergogna: quando parlo di diritti non regge più la sola Costituzione, manca una sana costituzione interiore. I partiti hanno creato questo momento storico, hanno acceso il fuoco perché potesse bruciare, perché si calpestasse il pane purché non andasse ai rom: quando arrivi a questo è già tardi, bisogna agire nelle scuole, raccontare lì il tema della paura che nasce da una mancanza d’amore, e raccontare il mistero degli Interni, il mistero della Giustizia, il mistero della Salute, il mistero dell’Istruzione. La libertà di parola quali condizionamenti può avere? Davvero ognuno può scrivere tutto? Ognuno può offendere? C’è una sproporzione umana che chiede una condizione di sovrumanità, altro che sovranismo! E poi perché vogliono depotenziare la storia a scuola? Questo è lavorare sull’annientamento della memoria, renderci poveri, sì, ma di idee, il potere è malato, teme gli spiriti liberi della solidarietà, perché dimostrano che la povertà può diventare ricchezza. In questo momento c’è un Dna del buio.

Cosa possiamo fare, allora? Cambiare il linguaggio, gridare la tenerezza e la compassione, urlare nei teatri, sui libri, ovunque, contro questa cultura in vitro – il vetro della tivù e dei computer – che non la tocchi e non la annusi, che non ha sensi. Ma c’è una nuda verità che viene prima: essere o essere? Questo mi interessa. Attenzione, il volontariato verso i bisognosi esiste, anche a Bologna ne vedo tanto, ma oggi occorre indossare questa povertà, abitarla, sentirla con un settimo senso, ecco il cambio di frequenza che tocca a noi, non ci sta più solo la denuncia e la manifestazione. C’è un fare l’impossibile e un fare l’impassibile, io devo fare il mio volontariato quotidiano che è lo sguardo, il non avere paura d’avvicinarmi. Il mercato ci ha detto cosa dobbiamo avere per mantenere il nostro benessere e il suo benestare, senza cadere mai sotto la famosa soglia della povertà... Invece no, dobbiamo attraversarla avanti e indietro questa soglia, ognuno come può, lavorare sulla nostra santità, altra parola che fa tanta paura. Invertiamo la rotta, mettiamocela addosso questa santità, per combattere il morbo dell’aporofobia c’è bisogno di uno scatto, un moto a luogo, altrimenti poveri... noi.

Di che cosa si accusa il povero? Mai visto nella storia un accanimento come oggi. Il povero... non ti ha fatto assolutamente nulla. Semplicemente ti accanisci contro questa condizione inerme e sai che non reagirà. E siamo pure arrabbiati perché stiamo male, a differenza di chi sta male: quello che vive sotto i ponti dà fastidio a noi. Penso ai cartoni animati , quelli dei clochard, con dentro degli uomini... Bisognerebbe aprire l’era del risarcimento per togliere l’in/fame nel mondo e restituire il maltolto, invece su questa gente si consuma la fame di fama che ci vede potenti sui social, dove li disprezziamo e così siamo forti. Pensare che social con una “e” in più diventa sociale, cioè terzo settore, pietà, condivisione. Invece il social è vedo e colpisco. I nativi digitali moriranno tra atroci divertimenti, dipendenti dalla Rete non conoscono la concezione tattile, olfattiva, umana dell’altro, è questo il sacrilegio che vedo. Io auspico il cambio di frequenza dal basso all’altro, e non lo lascio solo alle religioni, tutti noi abbiamo una parte divina che non ci è permesso esercitare: siamo stati lavorati sulla stanchezza, sottomessi a spauracchi con mezzi di distrazione di massa. Liberiamo i nostri figli dalla paura! Diciamogli che la persona disagiata è chi guarda, non chi è nel disagio. Che il cibo è spazzatura, ma per molti la spazzatura è il cibo. Liberiamoci dal conflitto di disinteresse. Il cambio dev’essere esistenziale, non di partito: portiamolo nelle scuole, è lì il vero Parlamento.

Alessandro Bergonzoni

Quando ci vuole...

 


Femo du' conti

 


Partono gli sfottò!

 


Mitico

 

Ieri sono andato alla Versiliana per vedere il suo nuovo spettacolo, al solito elettrizzante, illuminante come pochi. Sottile, preciso, inattaccabile, Marco presenta le tristezze della nazione in una maniera speciale, da vero professionista e, soprattuto, Giornalista Libero!




E per non farsi mancare nulla, ecco l'articolo di oggi: 

BarzelLetta
di Marco Travaglio
Non abbiamo mai assistito alle lezioni di Scienza Politica di Enrico Letta a Parigi, ma dovevano essere uno spasso. Almeno a giudicare dai capolavori di scienza politica che partorisce a getto continuo in campagna elettorale. Già l’idea di rompere col M5S in nome di una fantomatica Agenda Draghi per imbarcare il politico più umorale e inaffidabile della storia, Calenda, e di farcisi persino baciare sulla guancia, salvo scoprire che era umorale e inaffidabile mentre lo mollava sull’altare, non era male. Per non parlare della mossa di regalare due rarissimi seggi sicuri a Di Maio e Spadafora in cambio dell’astuta scissione dai 5Stelle che condannò a morte il governo Draghi, facendo incazzare i pochi pidini che gli avevano perdonato Piercasinando e l’esercito di riciclati, inquisiti e dinosauri in lista. Ma il seguito è anche meglio. I primi manifesti della campagna pd sul mantra “Vincono le idee” mancavano proprio di idee e riuscivano a far apparire civettuoli pure quelli dei cassamortari. Così Occhio di Tigre ha licenziato l’agenzia e ne ha assunta un’altra per “una comunicazione brutale per dar la sveglia agli italiani”. Missione temerariamente masochista: se gl’italiani si svegliassero, il Pd non prenderebbe un voto, non facendo che strillare contro la peggior destra del mondo per poi governarci insieme.
La brutalità dei nuovi manifesti è tutta nel contrasto fra nero (destra brutta) e rosso (Pd bello) che, a parte le carrettate di meme sul web, impone una domanda brutale: ma se la destra ti fa così schifo, perché continui a rimpiangere il governo con Salvini&B.? Non potendo cambiare agenzia per la terza volta in un mese, Letta decide di prendersi per il culo da solo col meme su pancetta o guanciale. E lì la gente smette di ridere e inizia a incazzarsi, visto che, mentre lui si diverte come i bimbiminkia, milioni di persone normali devono scegliere se fare la spesa o pagare le bollette. Allora il Barzelletta decide di parlare finalmente di temi più sentiti dalla gente. Cioè l’influenza di Putin nella campagna elettorale, l’ultimo sconvolgente scoop di Repubblica (in Italia c’era una spia russa che telefonava a Mosca) e l’attentato dell’Agcom contro il suo tête-à-tête con Giorgia chez Vespa. Nei bar, nei mercati e sui bus non si parla d’altro. Siccome Conte chiede al governo misure urgenti contro il caro bollette e gli stipendi da fame, Letta lo attacca perché ha fatto cadere il governo: e così gli regala il destro per ricordare che non diede la fiducia proprio perché Draghi non faceva nulla contro il caro bollette e gli stipendi da fame, mentre Baioletta reclamava 15 miliardi in più all’anno per le spese militari. Dal che si deduce che Letta a Parigi insegnava come perdere le elezioni. E l’ha pure imparato.