Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 26 agosto 2022
Speranza sparita
Daniele e il Banchiere
Il Draghi transformer farà il vigile alla Sordi
DI DANIELA RANIERI
Se chiedete a uno studente delle medie “chi è e che ruolo ricopre Mario Draghi”, egli o ella vi risponderà: “È il presidente del Consiglio italiano, ancora in carica per gli affari correnti da che il suo governo è caduto”. Beata ingenuità. Per i nostri giornali, specie dopo il suo intervento al Meeting di Cl di Rimini, Mario Draghi è molto di più.
Per Repubblica è il “garante della nuova stagione”, ma anche “della politica estera e della linea europeista”. Solo a questo titolo, confermatogli da Stefano Folli, Draghi “ha fatto intendere” che il prossimo governo “non avrà alternative se non quella di camminare lungo il sentiero tracciato nella stagione dell’emergenza”. Perché, sennò? Draghi non riconoscerebbe il governo che non dovesse camminare lungo il suo sentiero? Farà un colpo di Stato? Poche chiacchiere: Draghi ha detto che il prossimo esecutivo confermerà l’impegno a favore dell’Ucraina. “Se il governo si muoverà con prudenza e saggezza, senza cedere alle pressioni russe – che di sicuro ci saranno -, Draghi lo aiuterà in maniera discreta ma efficace ad accreditarsi presso i centri internazionali che contano”, dice Folli. Altrimenti? Draghi parlerà male dell’Italia all’estero? Chiederà alla Nato di bombardarci? Ci farà invadere dal battaglione Azov? Non si capisce. Quel che è certo è che “vigilerà perché il governo non fallisca”. Draghi è anche vigile. Figura inesistente nel nostro ordinamento, ma popolarissima nella commedia all’italiana, quella del vigile è solo una delle maschere del presidente transformer, che è altresì “personalità autorevole”, “elemento di raccordo con il mondo esterno”, “risorsa irrinunciabile”.
Quanto al nostro ordinamento, esso può essere agevolmente piegato per collocare questo leader osannato dalle folle (al cui giudizio elettorale egli si guarda bene dal sottoporsi), per cui si fanno modifiche costituzionali non scritte e in itinere. Si ricorderà quando Giorgetti auspicava che andasse al Quirinale e da lì facesse anche il capo del Governo; o quando un anno fa Sorgi su La Stampa invocava un golpe militare nel caso Draghi fosse costretto a dimettersi. A bordo della Moto Guzzi con indosso la divisa scricchiolante da vigile come Alberto Sordi nel film omonimo, Draghi ha ricevuto regolare investitura dalla platea di Rimini, senza neanche passare il concorso pubblico. Tutti sanno che sarebbe stato applaudito qualunque cosa avesse detto. Nel 2020 proferì colà frasi di assoluta banalità, pinzillacchere anodine, rimedi della nonna: il debito buono è buono, il debito cattivo è cattivo, viva la speranza e la ricostruzione, etc., e il giorno dopo i protodiaconi dei giornali annunciarono l’habemus Papam che diede il via alla stagione dei Migliori.
Per il Corriere, il vigile è soprattutto uno spingitore: ha dato una “spinta” all’Italia che “ce la farà”. Ha detto infatti: “Chiunque verrà eletto saprà conservare lo spirito repubblicano” (cioè non instaurerà la monarchia). Ce l’aveva con Meloni, destinataria il giorno prima di un’ovazione della stessa platea, accreditata di fatto tra gli usatori di forchetta e coltello (il presidenzialismo conserva lo spirito repubblicano?). In questa veste di profeta, garante, motivatore e mental coach di un’Italia di minorenni e minorati, Draghi infonde “ottimismo”, “fiducia”, “capacità di reagire ai momenti difficili”, come confermeranno i milioni di poveri a cui Meloni toglierà il Reddito di cittadinanza, con la sogghignante connivenza di tutti tranne Conte.
Anche sul Corriere Draghi è “la risorsa”. Molto lodata la sua invocazione a quella “coesione nazionale che è stato il tratto del suo governo”. Qui appare chiaro come i nostri editorialisti vedano una realtà parallela: al contrario, s’è visto che le ammucchiate generano mostri e che disinfettare la democrazia commissariando il Parlamento è una buona idea solo per i sedentari politici miracolati, i quali contano sull’anestesia generale di un popolo stremato, che infatti per metà manco va più a votare. Ma Draghi è anche “consigliere”: ha raccomandato a chi verrà dopo di lui di essere autorevole, “perché dall’autorevolezza viene il rispetto” (chi glieli scrive i discorsi, Schopenhauer? Kant?). Nel frattempo la mitologica “agenda Draghi”, incunabolo indecifrato, s’è mutata in “metodo Draghi”; metodo che include “un sorriso sornione e compiaciuto” e “un viso velato di commozione” per i 32 applausi. Nessuno dei laudatores fa cenno a un passaggio del suo discorso: “Mi associo alle parole del Santo Padre, si eviti il disastro nucleare in Ucraina”; avrebbero dovuto dire che viceversa Draghi si dissocia dalle parole del Santo Padre quando questi dice che la Nato ha abbaiato alle porte della Russia e che aumentare le spese militari è da pazzi.
Solidarietà ai colleghi per il lavoro usurante: non era facile far passare questa minestrina di frasi motivazionali e luoghi comuni come il Discorso della Montagna (del sapone)
Sul duetto comico
Seriamente
di Marco Travaglio
Amanti come siamo degli ossimori, ci stiamo appassionando al “Polo della serietà”, come lo chiamano Calenda&Renzi da quando hanno scoperto che il presunto “Terzo Polo” ne ha una dozzina davanti. In nome della serietà, lo statista pariolino propone agli altri leader di sospendere la campagna elettorale per il rincaro del gas, come se fosse un fenomeno improvviso e inatteso (se n’erano accorti tutti da mesi, tranne Draghi e le sue agende ambulanti) e come se qualche giorno di silenzio dei politici – peraltro auspicabile – potesse abbatterne il prezzo. Ma è sulle candidature che la sua serietà emerge in tutto il suo fulgore: le liste del Polo della Serietà sono un po’ peggio del bar di Guerre stellari, infatti Carletto declina ogni responsabilità, come se i candidati avessero fatto tutto da soli. Stefania Modestino D’Angelo, capolista a Caserta, dava giustamente del “pinocchio” a Renzi e del “cameriere” a Macron, mentre fra il “traditore” Zelensky e Putin sceglieva senza indugi il secondo. Calenda non fa un plissé: “Non abbiamo controllato i social. La signora resta in lista, ma dovrà limitare le attività: non si occuperà di politica estera”.
Soluzione geniale, ma soprattutto “seria”, applicabile a tutti gli altri candidati di Calenda all’insaputa di Calenda. Tipo Angiolo Di Lena, l’ex leghista che definiva il Covid “grande truffa” e il distanziamento “fascismo”, dunque candidato centrista in Puglia per Calenda, che dice di averlo “appreso dai giornali”: basterà che non si occupi di Covid e di sanità in genere. L’ex FI Giuseppe Castiglione, imputato per corruzione e quindi capolista calendiano a Catania, non dovrà occuparsi di legalità, ma solo di illegalità. Invece Gianni Pittella, passato dal Pd che non l’ha ricandidato a Calenda che l’ha ricandidato, ha due condanne della Corte dei Conti per uso illecito di rimborsi pubblici e un processo in appello per falso e abuso sulle nomine sanitarie: non dovrà occuparsi di rimborsi né di nomine, ma potrà eventualmente affidarli a Castiglione. La capolista in Molise Giuseppina Occhionero, imputata per falso con l’accusa di aver fatto entrare in carcere un radicale che portava messaggi ai boss, non dovrà occuparsi di galere, almeno finché le galere non si occuperanno di lei. Pasquale Del Prete, che in un comizio del ’20 si disse “fiero di essere camorrista” (per giunta millantando credito), ergo candidato in Campania, non dovrà occuparsi di camorra, ma volendo potrà dirsi fiero di essere ’ndranghetista o mafioso. E così, per li rami, si arriverà a Calenda, che dovrà evitare di occuparsi di politica, non essendovi all’evidenza portato. Però potrà sempre tentare con l’agricoltura, o con la pastorizia, o con la catena di montaggio. Hai visto mai.
L'Amaca
Il fascino del passato
DI MICHELE SERRA
La campagna elettorale pullula di dichiarazioni, post, tweet degli anni passati che vengono riesumati allo scopo di svergognare i loro autori.
Si tratta, in larga parte, di scemenze giovanili, voci dal sen fuggite sotto l’influsso dell’alcol o della vanità, o ancora di veniali intemperanze delle quali l’autore, puntualmente, si scusa imputandole alla giovane età (viviamo nell’Evo delle Scuse).
Nei casi più gravi (pochi) si viene retrocessi da candidato a ex candidato, e si maledice il giorno nel quale, quindici anni fa, si scrisse qualcosa che, quindici anni dopo, non si riscriverebbe più.
Al di là dell’inevitabile effetto inquisitorio, mai gradevole, la cosa più grave è che il peso complessivo di questo revisionismo da scavo rischia di fare ombra al giudizio sul presente. In parole semplici: una cazzata detta nel 2003 minaccia di fare più clamore di una cazzata detta stamattina. Così che la flat tax, ingiusta nonché insostenibile, amica dei ricchi e però sbandierata da noti amici del popolo come il Salvini e il Berlusconi, fa discutere meno del comportamento del senatore Pavolacci nel 1994, quando alla festa di laurea si presentò vestito da Nerone e appiccò il fuoco al chiosco delle angurie.
Detto e ripetuto che non bisogna mai lasciare tracce (un falò di gran parte dei miei scritti mi accompagnerà, più sereno, alla morte), ci si domanda come mai la confutazione del presente sia meno in voga della confutazione del passato.
Forse è il segno, ulteriore, di una società invecchiata, che non potendo più litigare sul futuro, dato oramai per morto, litiga su quella volta che Tizia rubò il fidanzato a Caia. Come se, disperando di poter fare errori in futuro, ci rimanga solo il gusto remoto di quelli fatti in passato.
giovedì 25 agosto 2022
Escusy mi!
Buongiorno Vivaticket, vorrei gentilmente chiedervi, riguardo al concerto dei Coldplay, notizie riguardo al pacchetto “BIUTYFUL hot ticket”, per avere conferma se intendevate con BIUTYFUL descrivere come bellissimo (beautiful) il pacchetto in oggetto.
Grazie e saluti, anzi Gud morning!
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