sabato 25 giugno 2022

Travaglio!

 

Scusate, avevo ragione
di Marco Travaglio
Una vecchia barzelletta sul razzismo racconta di Michael Jackson che, a furia di schiarirsi la pelle, diventa bianco, corre allo specchio e commenta compiaciuto: “Sono bianco da un minuto e già ’sti sporchi negri mi stanno sul cazzo”. Mutatis mutandis, è l’urlo liberatorio di Di Maio & dimaietti che, un minuto dopo la scissione, già sputavano sul loro passato e si scusavano per i loro meriti. Di Maio aveva già iniziato, rinnegando le sacrosante critiche a Mattarella e Draghi, la visita ai Gilet gialli (molto opportuna se non fosse stato ministro), persino la normale richiesta di dimissioni al sindaco arrestato Uggetti (ora lo incoraggerebbe a riunire la giunta nell’ora d’aria). Intanto digeriva senza un ruttino le controriforme draghiane che ammainavano non solo le bandiere del M5S (Spazzacorrotti, Superbonus, pace, ambiente), ma persino le sue (dl Dignità). E faceva pappa e ciccia con Giorgetti, Brunetta e altri nemici del suo Rdc e del salario minimo. Ora completa l’opera oltraggiando la memoria di Casaleggio con la battutaccia “Uno non vale l’altro”, segno che in 13 anni non ha mai capito il suo “Uno vale uno”: che non si riferiva a candidati, ministri e sindaci, ma agli iscritti che, nella “democrazia partecipativa”, si esprimono sulle scelte fondamentali.
Alla compagnia s’è aggiunta Lucia Azzolina, ex buona ministra, ora in stato confusionale: per 17 mesi ha denunciato i disastri del successore Bianchi, dai tagli alla scuola alla sanatoria dei precari (lei, per averla rifiutata, è sotto scorta); ora va con chi dipinge Conte come un islamista radicalizzato perché non è abbastanza filogovernativo e presto sarà alleata di chi la insultava per il rossetto rosso e i banchi a rotelle. Troverà pure Anna Macina, la sottosegretaria dimaiana alla Giustizia che un anno fa avallò come ottimo compromesso la schiforma Cartabia modello base: quella che demoliva la blocca-prescrizione di Bonafede ammazzando con l’improcedibilità i processi d’appello oltre i 2 anni. I ministri si fidarono e la votarono. Poi Gratteri, Scarpinato, Anm e Csm spiegarono la catastrofe. E Conte dovette imbastire una trattativa in salita con Draghi per sventare la minaccia almeno per i reati più gravi. Ora la giureconsulta dice “mai più gogne” come una renzian-forzista qualsiasi, esalta il bavaglio detto “presunzione d’innocenza” e accusa i 5Stelle di violare il “fine rieducativo della pena” perché vogliono in carcere i condannati al carcere (la pena, per rieducare, dev’essere finta). È l’antipasto del prossimo Salvaladri Cartabia per liberare i condannati sino a 4 anni. Finora il M5S poteva bloccare queste porcate. Oggi, grazie ai dimaiani, può solo restare a guardare. Oppure uscire e tornare fra la gente. E sarà sempre troppo tardi.

venerdì 24 giugno 2022

Ricorrenza




Ombre e canicola

 

Restando nell'ombra onde evitare sbandamenti dovuti al caldo, il refrigerio, minimo, che ne deriva mi permette di evidenziare alcune storture sociali oramai calcificatesi dentro i meandri immondi di questa società. Ed inizio dal più eclatante ma, ahimè, il più ibernato: i giovani ed il lavoro, ovvero imbarazzo e tristezza mescolati dalla gentaglia che si approfitta di loro. Affiorano infatti delle proposte di assunzione che meriterebbero un Tso obbligatorio per i proponenti: dodici ore al giorno per 6 giorni alla settimana per un totale di 700 euro di stipendio. Ci rendiamo conto di come sia vergognosa questa realtà? 

E non mi si venga a dire che i giovani non hanno voglia di soffrire, che un tempo i riccastri di oggi fecero gavetta, perché il vaffanculo sarebbe immenso! 

Siamo difronte all'abisso e facciamo finta di nulla! 

I giovani vengono schiavizzati, chi dovrebbe andare in pensione trova modo e maniera per rimanere a rompere i coglioni, il mondo del cosiddetto turismo, fatte naturalmente delle eccezioni che per fortuna ancora emergono, si è trasformato in uno strizza carte di credito, con prezzi di una vergogna tale da mettere a repentaglio il buon nome, ammesso che vi sia ancora, di questa strampalata nazione.

Stabilimenti balneari, ristoranti sul mare, commercio turistico rappresentano una corsa all'oro 2.0, un continuo tentativo ad avvicinarsi, senza superarlo, al limite ove, prima o poi succederà, s'inneschi una reazione a catena di sdegno e di ribellione, che personalmente spero si realizzi. 

Se sei uno qualunque fatichi a realizzare i tuoi sogni, piccoli che siano. 

Questa è la realtà di questo paese assolato e desolatamente attraversato da enormi differenze sociali.   

Stralcio

 


Spiegazione

 


Appello Travagliato

 

Alziamo le voci
di Marco Travaglio
Lo vediamo tutti, ogni giorno: con la scusa della guerra dopo quella del Covid, molti diritti costituzionali sono calpestati o minacciati. Oltre alla democrazia parlamentare e alla pace, è sotto attacco l’unica ragione sociale del Fatto: la libertà di espressione e di informazione. La calpesta la Russia, uccidendo giornalisti e chiudendo testate dissidenti. La calpesta la nostra alleata Turchia, spegnendo ogni voce di opposizione. La calpestano Usa e Gran Bretagna, perseguitando Julian Assange per un terribile delitto: il giornalismo. In Italia la censura impiega armi più subdole e all’apparenza innocue, ma altrettanto efficaci contro il dissenso: la gogna pubblica e le liste di proscrizione fabbricate dai Servizi e poi rivedute e corrette da grandi quotidiani. Sempre più spesso, interpellando intellettuali dissenzienti, ci capita di sentirci rispondere che preferiscono tacere per non finire linciati sui media con tanto di foto segnaletica, o per non avere noie da università ed editori. Anche il Fatto, per aver osato ricostruire la storia della guerra civile ucraina culminata il 24 febbraio nell’aggressione criminale di Putin e ricordare l’Articolo 11, è finito nel tritacarne dei “putiniani”. E qualche lettore è rimasto disorientato. Come se un quotidiano che non ha mai preso un euro dallo Stato italiano potesse vendersi al regime russo, su cui in 13 anni non ha mai scritto una parola se non di condanna. Ora purtroppo i fatti confermano ciò che nelle prime settimane scrivevamo quasi da soli, sempre offrendo un ventaglio polifonico di opinioni diverse. E molti nostri calunniatori pubblicano analisi simili alle nostre sull’esigenza di salvare il salvabile dell’Ucraina con un ragionevole compromesso che porti a una pace duratura.
Intanto le conseguenze economiche della guerra si fanno sentire. Per tutti. Molti lettori ci scrivono allarmati dai costi dell’energia e della vita: perciò abbiamo studiato un’offerta di abbonamento particolarmente scontata. Ma anche noi, non avendo santi in paradiso, subiamo i rincari della carta e la crisi delle edicole. Perciò ci appelliamo alla nostra comunità di lettori perché ci sostenga con l’abbonamento o con l’acquisto quotidiano. Un appello unito all’unico servizio che sappiamo offrire: un po’ di informazione in più, con la serata speciale “La guerra alle idee” che anticiperà la festa di settembre (anche quest’anno a Roma, ma di nuovo in presenza). Lunedì, dalle ore 21, in diretta streaming sul sito e sui canali Facebook e Youtube del Fatto, le nostre firme che da quattro mesi commentano la guerra si alterneranno in un confronto a più voci, che sarà poi disponibile in forma scritta in una sezione dedicata su FQ Extra per gli abbonati e i sostenitori dell’evento. Vi aspettiamo in tanti. Grazie a tutti.

Chapeau Serra!

 

L’amaca
Questa non è una pizza
DI MICHELE SERRA
A proposito della pizza di Briatore, darei non so che cosa per leggere Gianni Mura, un giorno di questi. Come i veri grandi gastronomi amava le bettole di qualità (che erano i suoi posti del cuore) e rispettava i ristoranti stellati. Si trovava a suo agio ovunque la cuoca o il cuoco fossero capaci di mettere nel piatto, a parte il talento, l’anima. Il prezzo non gli metteva soggezione, era una variante “tecnica” da valutare, certo non un ingrediente di quello che si mangiava.
Chez Briatore, invece, il prezzo è proprio un ingrediente della pizza. Una specie di aura sociale, un biglietto di ingresso tra “quelli che possono”. E dunque non è, il dibattito sulla sua pizza, un dibattito sulla pizza. È un dibattito su come sarebbe preferibile passare il proprio tempo.

Mangiare (e vestirsi, viaggiare, insomma vivere) a scopo dimostrativo non è la sola maniera di farlo, e secondo me nemmeno la migliore. Pochissimi dei clienti dei posti che frequento, e che frequentava Gianni Mura, posterebbero la loro cena sui social, moltissimi di quelli che vanno nei locali di Briatore lo fanno, e la differenza è quasi tutta qui. L’intero apparato dimostrativo che innerva il lavoro di quelli come Briatore è anche ciò che lo qualifica, e pazienza se la pizza è buona, non è quella la sua funzione. La pizza di Briatore ha una funzione di inclusione sociale per tutti quelli che credono che mangiare la pizza di Briatore sia un punto di arrivo.
Se Gianluca Vacchi aprisse un negozio di scope di saggina, non è per la qualità della saggina che in molti farebbero la coda per entrare. Questo per dire che le prove d’assaggio, e l’accanita disputa sul prezzo degli ingredienti, mi sembrano fuori tema. Briatore non vende pizze, vende tentativi di emulazione.