giovedì 16 giugno 2022

Chi meglio?

 

Renzi e Calenda, schiappe tenute in vita dai media
DI DANIELA RANIERI
“Le elezioni si vincono al centro” ha, nel nostro Paese, la valenza delle asserzioni incontrovertibili, al pari di “il nuoto è lo sport più completo” (intanto in Francia la coalizione guidata da Mélenchon, sinistra vera, pareggia con Macron, ma basta far finta di niente). Dopo le amministrative, è tornato il mito del Grande Centro Riformista, schizofrenicamente scisso tra i due suoi maggiori (si fa per dire) rappresentanti: Renzi, che da quando si è ritirato dalla politica viene intervistato da tre quotidiani al giorno; e Calenda. Calenda, Calenda… questo nome non ci è nuovo. Febbraio 2019, titolo di HuffPost: “Calenda punta a superare il 30% alle Europee”. A “puntare”, più che Calenda, erano proprio i giornali reggi-centro, che – siccome al tempo Calenda stava nel Pd – intendevano che il 30% se lo sarebbe preso lui in persona e, al segnale convenuto, lo avrebbe fatto fruttare in un suo partito personale riformista europeista eccetera (il Foglio ne pubblicava il manifesto, una specie di libretto rosso dei Parioli). Poi si sa come è andata: per qualche inspiegabile disguido, l’ex di Confindustria, Ferrari, Sky, Montezemolo, Monti, già viceministro di Letta e Renzi, poi da questi fatto Rappresentante permanente presso la Ue (con disappunto dei veri diplomatici), dunque creato ministro neoliberista dell’Eccellenza, prende la tessera del Pd, si fa eleggere al Parlamento europeo coi voti del Pd, ma con un simbolo proprio (Siamo europei), e pochi mesi dopo, alla formazione del governo coi 5Stelle, lascia il Pd, cambia nome al suo partito personale (Azione), ma non si dimette da europarlamentare; in seguito, in un momento di noia (e di pausa da Twitter, dove detiene tuttora il 48% dei voti), si candida a sindaco di Roma pretendendo l’appoggio del Pd, che gli viene negato; così tra urla e strepiti perde a Roma e annuncia che non farà il consigliere comunale, buttando a fiume 220mila voti di romani, salvo poi ripensarci e giurare di restare, salvo poi ri-ripensarci e dimettersi (il suo slogan era: “Roma, sul serio”). Rabelais lo avrebbe preso ad archetipo del personaggio garrulo, pasticcione, inaffidabile, fallimentare, cazzaro per sua stessa dichiarazione (“Ho sostenuto per 30 anni le cazzate dei neoliberisti”), un galleggiatore senza meriti; invece per i nostri giornali è un leader di ragguardevole carisma e autorevolezza, dotato nientemeno che della missione di “sconfiggere l’astensione”. Due giorni fa il Corriere lo ha intervistato, e alla prima domanda (“Carlo Calenda, soddisfatto del risultato?”) lui ha risposto così: “Abbiamo un’affermazione che va dal 10 al 25%, se si considerano L’Aquila, Palermo, Catanzaro e Parma, i quattro capoluoghi di provincia in cui noi abbiamo fatto la scelta molto radicale di andare da soli”. In realtà, come ha dimostrato Youtrend, in quelle città Calenda ha appoggiato candidati arrivati secondi o terzi insieme ad altre liste, o non ha presentato il simbolo, e ha preso lo 0,4% a livello nazionale. Ma la intervistatrice lo asseconda: “Quindi avete dimostrato che non andate bene solo a Roma con lei candidato” (mica è tenuta a saperlo, fa solo la giornalista).
Passiamo a Renzi: Repubblica lo intervista in qualità di vincitore morale e ago della bilancia, alimentando la sua mitomania elettorale; in realtà s’è presentato col simbolo del suo non-partito in sole 9 città sulle 971 al voto; in altre, ha adottato la solita strategia parassitaria: a Genova ha appoggiato Bucci, candidato di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia; a Lodi il candidato di centrosinistra; a Rieti quello di centrodestra; in nessun caso è stato determinante. Eppure, queste due schiappe della politica sono gli idoli dei giornali, che schifano i 5Stelle e vogliono impedire che il Pd si sposti a sinistra (in merito, potrebbero pure mangiare tranquilli). Da anni pompano gente “di centro” che nella realtà fisica non esiste (Pisapia – che doveva “federare” il Pd con Renzi – Monti, Passera, Bonino, Gori, Sala, etc.). Il loro preferito al momento è Calenda, autoproclamatosi leader di “quest’area riformista, pragmatica, che non sta tutto il giorno a parlare di fascisti e comunisti”. Praticamente il paradiso. Ci si guarda bene dal dire la verità: Azione e Iv sono partiti di plastica costruiti sui nomi, ancorché scarsi, dei loro leader; sono scatole vuote, senza radicamento, che alle elezioni si agganciano a questo o a quel cacicco locale senza scrupoli e schizzinosità, tanto possono contare su una campagna elettorale permanente e gratuita. Naturalmente, questo non parlare di comunisti e soprattutto di fascisti si porta dietro l’altro pompaggio artificiale di leader: Meloni, nuovo idolo dell’establishment dopo la caduta del povero Salvini (ma lei non voleva rovesciare la élite?); prevediamo che da qui alle Politiche sarà tutto un Meloni contro Calenda, un kolossal in romanesco con inseguimento di bighe tra la Garbatella e Fontana di Trevi.

L'Amaca

 

I ricchi viaggiano i poveri migrano
DI MICHELE SERRA
Secondo il Guardian i russi più ricchi stanno abbandonando alla chetichella la madre patria — loro che possono — per andare a rifugiarsi in luoghi ospitali, che nella lingua dei ricchi significa: vantaggiosi dal punto di vista fiscale. Qualunque sia la loro intenzione e la loro storia personale, non spenderemo per loro il termine “migranti”, che indica costrizione all’esodo, precarietà del viaggio, incertezza dell’approdo.
La facoltà di viaggiare con agio e di scegliere liberamente dove vivere è del resto, da sempre, il secondo discrimine tra ricchi e poveri, in ordine di importanza. Il primo è la fame. Nella Russia comunista non si poteva espatriare per costrizione politica (la patria era un gabbione uguale per tutti); nella Russia sovranista e ipercapitalista l’espatrio è facoltà dei ricchi, di casa a Portofino e a Marbella, mentre il popolo rimane a sventolare bandierine patriottiche e manda i suoi figli a crepare in guerra. Ognuno decida, dal suo punto di vista, se è un passo in avanti o, banalmente, un ritorno alle vecchie regole di sempre.
Le vecchie regole di sempre, per altro, sono l’habitat politico più conforme a un grande capo reazionario come Putin. La differenza di censo, che è differenza di libertà e di scelta, non è mai stata un problema per la destra mondiale, compresa la sua recente variante sovranista. Omaggiano il popolo (parola che hanno in bocca da mattina a sera) ma lasciano che le oligarchie economiche, religiose, politiche, prosperino come sempre hanno fatto. Difficile che Putin accusi di tradimento gli oligarchi in fuga. Piuttosto, prima o poi, potrebbe raggiungerli.

mercoledì 15 giugno 2022

Mea culpa!



Faccio pubblica ammenda per ciò che scrissi in merito alla vicenda che coinvolse il padre della deputata Boschi, assolto perché il fatto non sussiste; a volte mi faccio trasportare da ciò che leggo sui giornali, in preda a quell’impazienza di giustizialismo di cui purtroppo ammetto di essere, in qualche occasione, portatore insano. Comprendo appieno il dolore della famiglia Boschi in questi sette anni, sperando di trovare la pazienza in futuro per attendere l’esito del giudizio finale prima di commentare fatti riguardanti politici e potenti, anche se sette anni sono un tempo infinito ed inaccettabile. Scusandomi confermo però immutata la mia personale antipatia politica per la deputata, per il rignanese e per il partito panda che li vede protagonisti.

Io so' io e voi...

 


Tralasciando le tresche amministrative, non esprimendo nulla riguardo alla presunta debacle finanziaria, quello che mi piacerebbe evidenziare è lo stile della signora in questione, il faro dei rigurgiti destrorsi contro tutti e tutto ciò che potrebbe ostacolare la forsennata ricerca di ascese e visibilità che ha nella Caciottara Destrorsa, con cui ella condivide il partito, il massimo e fulgido esempio: riassumendone bignamicamente il nettare, la Santan(de)ché è il concentrato del famoso motto sordiano "io so' io e voi nun siete un caxxo!" 

Vien da sé che lo stile inconfondibile che riceve forza e vitalità dagli sputacchi filosofici e probabilmente pure razzisti, è il prologo di ciò che potrebbe capitare a questo paese nel caso in cui Sora Cicoria prendesse il sopravvento politico alle prossime elezioni del 2023. 

E gli italiani, da sempre focosamente ingalluzziti da tutto quanto potrebbe apparire novità, scalpitano per agevolare la presa al potere del partito apparentemente di destra, nella realtà ancora impregnato di rimasugli fascisti. 

Leggere nel futuro è molto complicato, ma ad una prima stima quello che ci prospetterà il futuro politico è una ferma avversione europea nel caso in cui F'DI andasse al potere, con conseguente inasprimento delle già precarie condizioni economiche dovute all'abnorme debito pubblico frutto di angherie e scempiaggini quarantennali. 

Chi potrà contrastare l'ascesa di Daniela e le sue sorelle? Forse il PD, se riuscirà a far comprendere a molti di essere un partito di sinistra e non un coacervo di millantatori cresciuti a miele e champagne a causa della malevola azione dell'Ebetino passato per fortuna a non contare più un cazzo (ops!); il M5S se riuscirà a capire che dentro alla cantina sociale retta dall'inviato delle banche, ci sta come i cavoli a merenda; che se ne deve andare da quella ciurma baldanzosa, che con Tajani e il guappo pagatore seriale di tangenti alla mafia non si può neppure giocare a rubamazzetto, visto la fine che farebbe il mazzetto con balordi di tale portata; che l'opposizione paga come non mai, che Sora Cicoria sta godendo oltremodo per avversare le scelte improvvide dell'accozzaglia; che l'onestà è un valore supremo, da mostrare sempre ed in ogni occasione, che il Bibitaro lo dovrebbero liberare verso le mete a lui più consone, la balena bianca per capirci; che uno come Di Battista è un valore aggiunto di incredibile portata; che se alla resa dei conti, che speriamo vicina, "la persona per bene sempre in testa alle preferenze" s'accorgesse di non essere compreso, bene! Si facesse un qualcosa di tremendamente mancante in questo desolato panorama, assieme ad altre persone per bene, come Speranza e Bersani per intenderci, ovvero una forza politica seria, riformista, di sinistra, attenta nel combattere le eclatanti disparità sociali sfornanti personaggetti (cit.) alla Santan(de)ché. Sarebbe chiedere troppo?     

Robecchi e i referendum

 

I 5 referendum. Nelle priorità italiane stavano dopo il prezzo delle capesante
di Alessandro Robecchi
Dopo la pizza e la pastasciutta, si conferma grande tradizione italiana il dibattito sui referendum, specie dopo il fatale mancamento di quorum. Insomma, quasi ogni volta che si viene chiamati a votare Sì o No, vincono quelli che non vanno a votare né Sì né No, che è il modo migliore per votare No, come si è visto anche l’altro giorno (fanno eccezione i referendum costituzionali, dove invece la gente va volentieri a votare No, e poi festeggia, ottimo). Ed ecco: dalle maggiori testate italiane all’ultimo giornaletto di provincia fioriscono gli spiegoni per dire che l’istituto referendario ha perso il suo potere, che va riformato, che non è più come una volta, il divorzio, l’aborto, quanto ci manca Marco Pannella, eccetera eccetera. È come se davanti a un fuciliere che sbaglia mira di qualche decina di metri si riflettesse argutamente sulla riforma del fucile. Le proposte su come cambiare l’istituto del referendum si somigliano un po’ tutte e dicono sostanzialmente due cose: alzare il numero delle firme necessarie per chiederlo e abbassare il quorum per vincerlo, che è un po’ come dire al fuciliere di cui sopra: “Senti, amico, col fucile sei negato, prova con questo cannone, vedrai che ci riesci”.
I cinque referendum defunti domenica scorsa, il cui esito era largamente prevedibile e previsto – tanto che anche i sostenitori (Lega e Renzi in primo luogo) hanno quasi fatto finta che li avesse proposti un lontano cugino, per fingere di non prendere l’ennesima facciata – sono un caso di scuola. Chiedere al famoso popolo di esprimersi, che so, sulla composizione dei Consigli giudiziari, sembra un po’ azzardato. Ammesso che sappiano cosa sono, risulta che la composizione dei Consigli giudiziari, nelle priorità degli italiani, stia al milletrecentonovantaseiesimo posto, molto dopo il prezzo delle capesante gratinate e appena prima del sesso degli angeli (che sarebbe più interessante, tra l’altro). Dunque, cos’è che provoca negli elettori questa fuga dal prezioso istituto del referendum? Facciamo qualche ipotesi.
La prima è che viene da ridere. A chiedere di abolire la legge Severino, per dirne una, sono stati tre leader sotto processo (Salvini, Renzi, Berlusconi). Cioè: tre leader che temono una condanna, tentano di abolire la legge che gli impedirebbe di sedere in Parlamento in caso di condanna, non fa una piega. Poi, c’è il fatto che due referendum che sarebbero stati molto popolari (la liberalizzazione della cannabis e il diritto a una morte decente), che nascevano da varie mobilitazioni e raccolta di milioni di firme, sono stati bocciati con bislacchi cavilli, mentre i referendum proposti da cinque consigli regionali (cioè dalla classe politica) sono stati ammessi, una cosa piuttosto irritante. Ci metterei anche – sono andato a scartabellare – che sul declino dello strumento del referendum abrogativo si parlò a lungo nel 1996 (26 anni fa) e anche nel 1999 (23 anni fa), quando i Radicali di Pannella (allora impegnato in una lista Sgarbi-Pannella, ahahah) li proponevano a mazzetti di dieci o venti, come gli asparagi. In più, alcuni referendum che raggiunsero il quorum e dove vinsero i Sì, sono spariti nel cyberspazio (acqua pubblica, 2011, o privatizzazione della Rai, 1995). Dovrebbe bastare, forse, per dire che il limite del referendum non sta nelle firme necessarie, e nemmeno nel quorum, ma nell’uso belluino che se ne fa, e comunque alla fine si dà la colpa al famoso popolo che – cretino – non capisce. Mentre invece, si è visto domenica, capisce benissimo.

La spiegazione Travagliata

 

Morte presunta
di Marco Travaglio
Diciamo la verità: i 5Stelle non sono mai esistiti neppure quando prendevano il 25,5% e il 32,7 alle Politiche del 2013 e del ’18, o arrivavano primi in Sicilia nel 2012 e nel ’17, o piazzavano i loro sindaci a Parma, Livorno, Torino, Roma. Li cercavi e non li trovavi: niente sedi né strutture né soldi. Solo i quattro amici al bar dei Meetup. E, sopra, i frontman Grillo e Casaleggio padre, seguiti da Di Maio. Ma soprattutto le idee (altro che “vaffa e proteste”), che in quattro anni hanno cambiato l’Italia in meglio, grazie anche al premier per caso Conte: reddito, spazzacorrotti, taglio dei parlamentari, Recovery, bonus 110%, manette agli evasori, cashback, green new deal ecc. Infatti nel 2021 scattò il trappolone per cacciarli da Palazzo Chigi prima che fosse troppo tardi. I media, troppo occupati a criminalizzarli (non rubano), non si sono mai domandati come sia riuscito quel non partito di non politici a fare molto meglio dei partiti politici (a Roma e Torino, Gualtieri e Lorusso fan già rimpiangere Raggi e Appendino).
Ora, dopo l’ennesima disfatta alle Comunali, i 5Stelle sono dati per morti. E può darsi che lo siano, dopo 13 anni di vita (Renzi e Salvini ne son durati 2 o 3). Anzi, vien da augurarselo per risparmiarsi il solito dibattito sulla morte del M5S, sempre uguale dalla nascita. Ma lo sapremo alle Politiche quando – accanto ai voti controllati, scambiati e comprati – torneranno in gioco i voti d’opinione, oggi in gran parte annegati nell’astensione: gli unici a cui può aspirare chi non ha posti o favori da spartire. Allora gl’italiani si porranno una sola domanda: voglio essere governato da Letta, Meloni o Conte? E la risposta sarà diversa da quella delle Comunali, dove si confrontano candidati locali e di solito vince chi poi perde le Politiche. Per arrivarci vivo, Conte dovrà supplire al suo vero deficit: che non è di “linea” o di idee, anzi (salario minimo, ambientalismo radicale, multilateralismo e pacifismo, oggi in bocca a tanti, erano solo nel programma M5S): è di organizzazione. I delegati territoriali sono un buon inizio, sia pur tardivo. Il resto dell’opera è recuperare credibilità tra gli esclusi (in Francia Mélenchon sfonda), divincolandosi dal Pd e dal trappolone in cui Grillo e Di Maio han cacciato i 5S: quello che li penalizza sia se scaricano Draghi (sfasciano tutto in piena guerra!), sia se restano con lui (sono incoerenti per tenersi le poltrone!). L’unica via d’uscita è mollare il governo (ritiro dei ministri), ma non la maggioranza (appoggio esterno, almeno sulle leggi utili). È vero: Di Maio non lascerà mai la Farnesina. Ma, se lo votassero gl’iscritti, dovrebbe scegliere fra Ministero e Movimento. E il famoso chiarimento interno fra governisti e movimentisti sarebbe cosa fatta.

martedì 14 giugno 2022

Spettacolo celeste



Ma che serie e serie, ma che tv, ma che cellulari! Stasera grande spettacolo con la Luna al perigeo, maestosa e rosa come non mai! Un ottimo modo per ritornare nei ranghi e comprendere quali formichine siamo, tutte affannate a cercare d’ingigantirsi a capocchia di … ops!