giovedì 26 maggio 2022

Eccolooo!

 

Il Piano Sòla
di Marco Travaglio
Ieri, al Costanzo Show, è andata in scena la versione moderna della fiaba di Andersen, quella del bambino che dice “Il re è nudo” e tutti quelli che non osavano dirlo esplodono in un applauso incontenibile. Sul palco del teatro Parioli, al posto del bimbo, c’era il pm Nicola Gratteri che descriveva il nulla mischiato col niente del governo Draghi in tema di lotta alle mafie e alle altre illegalità: “Tira aria di restaurazione, di ‘liberi tutti’. Draghi non pervenuto. Capisce di finanza, punto”. A quelle parole, il pubblico – molto pop e poco engagé, campione attendibile della gente comune – è esploso in una lunga e liberatoria ovazione che dovrebbe allarmare il premier e i suoi turiferari. Se quei battimani potessero parlare, direbbero: “Finalmente qualcuno che ha il coraggio di dirlo! Basta con la santificazione di Draghi! Se fosse il fenomeno onnisciente e infallibile che tutti ci decantano da un anno e passa, ce ne saremmo accorti. Invece com’è che stiamo sempre peggio?”. Chi scrive si era permesso già l’estate scorsa, alla festa di LeU, di evidenziare la sua enciclopedica incompetenza in tutte le materie estranee all’alta finanza, suscitando lo sdegno delle vestali del culto supermariano. Troppo presto. Ci son volute le baggianate del Green Pass modello base o super e della divisione di lavoratori e persino studenti in buoni e cattivi, poi le tragicomiche trame per il Colle (fallite anche quelle), poi la ridicola gestione diplomatica della crisi ucraina (pace o condizionatori, euro anzi rubli, Golia anzi Davide, armi per la de-escalation, Piano Sòla italiano spernacchiato da tutti), poi i ceffoni Ue per i ritardi sul Pnrr, perché ciò che vedevamo in pochi diventasse patrimonio comune.
Il Migliore sceso fra i comuni mortali a miracol mostrare è un mediocre premier di cui si stenta a rammentare una sola impresa degna di nota, perfino sulle due missioni affidategli da Mattarella (Pnrr e pandemia). Se non avesse tutti i media dalla sua, gli applausi a Gratteri sarebbero già fischi a lui (che ieri, dopo mesi di silenzio, s’è precipitato in un moto spintaneo a parlare di mafia). Invece la narrazione dragocentrica continua a garantirgli totale franchigia: l’universo ruota intorno a Lui; i partiti che osano far valere i propri voti per attuare i propri programmi sono disturbatori della quiete pubblica perché non è Lui a esistere grazie a loro, ma loro grazie a Lui (anche se non ha mai preso un voto); e guai a contrariarlo, perché potrebbe “stufarsi”, con danni incalcolabili per l’Europa, la guerra e il pianeta (che vanno avanti a prescindere da questa o quell’elezione, vedi Francia). Ma anche questo incantesimo per gonzi ha i giorni contati. Basterà consultare la cartina per scoprire che Draghi non fa neppure capoluogo.

L'Amaca

 

La celebrazione della morte
DI MICHELE SERRA
Queste stragi di bambini negli Stati Uniti (più di 45mila morti all’anno per armi da fuoco!) sono abominevoli quanto una guerra, e senza nemmeno le ragioni, pretestuose o meno, di una guerra. Non c’è un torto da vendicare, non il fantasma di una nazione da resuscitare: c’è la morte, solo la morte da celebrare, in un giorno qualunque. Quelle stragi nelle scuole sono il pozzo dal quale non c’è risalita, il male che non sente nemmeno il bisogno di definirsi, il più irrimediabile presagio di estinzione, la pazzia al potere, Satana che si manifesta persino a chi non crede che esista.
Una società che genera, in forma oramai strutturale, questo orrore, e non è capace di fermarsi, e ripensarsi daccapo, dalle radici, è una società che non ha domani. Il governatore del Texas, e tutti gli uomini di potere che, contro l’evidenza, continuano a benedire le armi da fuoco come simulacro della libertà americana, evidentemente considerano gli americani, bambini compresi, carne da macello, e la cosiddetta libertà un feticcio, un totem, un idolo al quale fare sacrifici umani.
Non c’entra niente il pregiudizio antiamericano, c’entra il giudizio sulle azioni umane. Un Paese nel quale è lecito rimpinzare di armi ogni casa, e comprare un fucile da guerra è un gesto alla portata di qualunque ragazzino, non è un Paese che può esercitare una leadership morale credibile. Una legge che metta fine a questa abominevole libertà di sparare sarebbe un segnale di speranza per il mondo intero: ma da quanti anni la aspettano inutilmente, gli americani pacifici, e con loro gli esseri umani che odiano la violenza?

mercoledì 25 maggio 2022

Rabdomanti



A volte questa insana coppia oramai comica, pare essersi specializzata in una specie di consociata di rabdomanti di pernacchie e metaforici calci per il culo, tanto risultano essere oramai fuori luogo, arsi dalla ricerca di visibilità per continuare a tettare agii e appartenenza a quella casta apparentemente inamovibile, meglio conosciuta come politica di mestiere. Dal basso del loro due e mezzo percento, ondivagano  tra finta sinistra, centro e destra solo per continuare a sperare nella oramai prossimo anonimato. Ecco che il Bomba s’inventa un altro referendum - chissà se prometterà anche a questo giro di lasciare la politica in caso di bocciatura - per togliere il reddito di cittadinanza, che fa stare i giovani, a detta loro, sul divano senza cercare lavoro; quel lavoro trasformato, anche grazie a loro, in una forma subdola di schiavitù 2.0, con proposte indecenti tipo quelle per gli stagionali a milleduecento euro al mese per oltre dodici ore di sottomissione, senza ferie e, a volte, pagati metà in busta e metà in nero. Mentre attorno qui in Alloccalia, veniamo a conoscere che il padrone di Repubblica, La Stampa, il Secolo XIX, che è anche presidente Stellantis, guadagna in un anno quello che elargisce a 1200 suoi dipendenti. La coppia comica dovrebbe fare un referendum con questa domanda: “ritenete civile e democratico che i ricchi s’arricchiscano sempre più e il popolino continui a prenderlo di dietro?” Chissà, questo potrebbero vincerlo!

Amaca spiaggiata

 

Compresi gli ombrelloni
DI MICHELE SERRA
L’annosa lite sulle concessioni balneari è, prima di tutto, annosa: la si ritrova immutata nel succedersi delle estati, come il calcio balilla, come certi gelati con il bastoncino che bastano, solo a vederli, a rimandarci all’infanzia, stessa spiaggia stesso mare.
Si legge — senza troppe sorprese — di una stratificazione tipicamente italiana di equivoci irrisolti, di conti sospesi, di decisioni rimandate, di “tiriamo a campare”. Che hanno da un lato permesso di fare finta di niente per un paio di generazioni, dall’altro (proprio perché si è fatto finta di niente) di lasciare incancrenire la situazione, fino a farla diventare una specie di caso sociale quando sarebbe, di suo, poco più di una questione amministrativa.
Negli anni qualcuno (i gestori) ha speso dei soldi per fare migliorie, affezionandosi assai al posto. Negli anni qualcuno (lo Stato) ha continuato a dare in concessione un bene pubblico per pochi spiccioli. Negli anni è nata una delle tantissime consorterie italiane, che si fa forte del fatto di avere gestito e in qualche caso valorizzato ciò che lo Stato non era in grado di valorizzare, e ora si adombra perché il governo ha deciso di aggiornare l’affitto, che è rimasto lo stesso di quando i Marcellos Ferial vincevano il Disco per l’Estate con Sei diventata nera.
Risultato: hanno tutti ragione, che è anche un modo elegante per dire che hanno tutti torto, tutti qualcosa da rimproverare, qualche debito da sanare.
Chissà perché facciamo così, chissà perché siamo così. Con una specie di indolenza di facciata che, sotto sotto, è la garanzia di un lasciar fare immutabile, immortale.
Non è il fare, è il lasciar fare che ha formato lo Stivale così com’è, compresi gli ombrelloni.

Robecchi

 

Ha ragione Bukowski. I soldi o sono troppi o sono (sempre) troppo pochi
di Alessandro Robecchi
Per una volta almeno darei ragione al vecchio Charles Bukowski: “I soldi hanno solo due cose che non vanno: o sono troppi o sono troppo pochi”. Il rapporto che Oxfam ha sventolato di fronte ai potenti (e ricchi) del mondo l’altro giorno a Davos è una fotografia perfetta, piuttosto spaventosa, della polarizzazione estrema tra ricchezza e povertà, o meglio la certificazione che stiamo seduti su un mondo solo, ma i mondi sono almeno due. Aumentano i miliardari, 573 in più, in totale sono 2.668. Aumentano i poveri, 263 milioni in un solo anno. Naturalmente si possono fare tanti giochetti con le cifre, ma insomma, alcune sono impressionanti comunque la pensiate: la ricchezza di tutti i miliardari messi insieme nel 2000 valeva il 4,4 per cento del Pil mondiale, e oggi, vent’anni dopo, il 13,9. Sembrerebbe che l’intera economia mondiale si sia messa al lavoro per arricchire un paio di migliaia di tizi che erano già ricchi. E tra l’altro, se avessimo tutti in tasca un dollaro per ogni volta che abbiamo sentito parlare di “lotta alle diseguaglianze”, saremmo miliardari anche noi. A proposito di casa nostra, da marzo 2020 a novembre 2021 (pandemia, vi dice qualcosa?) i miliardari sono aumentati di 13 unità (auguri! Champagne!). In Italia, una quarantina di persone detengono la stessa ricchezza del 30 per cento degli italiani più poveri (calcolati in 18 milioni di persone adulte), un milione e quattrocentomila famiglie sono scese sotto la soglia di povertà durante il periodo del Covid. Insomma, abbiamo un problema, cioè, ne abbiamo tanti. Uno è, se si può dire, semi-letterario. 

Questi leader del “miliardariesimo”, nuova religione mondiale, capita che sclerino, che diventino delle straordinarie auto-caricature, macchiette. Uno va su Marte, quell’altro mi diventa guru della sanità planetaria. I listini di Borsa sono la loro sala giochi, trattano coi governi, alla pari e in qualche caso in condizione di vantaggio, graduano alla bisogna la libertà d’espressione, pagano tasse percentualmente inferiori a quelle che paga un ragioniere di Vimodrone. La “diseguaglianza”, insomma, è così plateale da risultare grottesca. Non solo per questioni di giustizia (già mi vedo arrivare quelli dell’“invidia sociale”, porelli, così ansiosi che dalla tavola imbandita cada qualche briciola per loro), ma proprio per questioni sistemiche e strutturali. Non è pensabile che la forbice si allarghi ancora. Anche perché è una forbice che non riguarda solo poveri e miliardari, ma un ritorno palpabile, visibile nelle nostre città, a una netta divisione per classi sociali, un proletariato sempre più compresso (e l’inflazione al sei per cento, poi…), con diritti un po’ evaporati, a cui nessuno sembra in grado di dare aperta rappresentanza politica. Insomma, aumentano i ricchi, a decine, e aumentano i poveri, a centinaia di migliaia, e questo in un Paese dove ogni giorno si sente il mantra della “lotta alle diseguaglianze”. 

Lo stesso Paese dove il solo pronunciare la parola “patrimoniale” genera svenimenti e crisi di panico alla classe dirigente, lamenti infiniti e repentine marce indietro, grida di allarme perché una tassa sui grandi patrimoni sarebbe indizio e sintomo di “socialismo” (ahahah, ndr). Non se ne esce. L’unica è aspettare il prossimo rapporto Oxam che dirà di un altro aumento di miliardari (non sarà la pandemia, sarà la guerra), e noi saremo qui a dire le stesse cose, e nel frattempo avremo sentito un migliaio di volte che si sta facendo una strenua lotta alle diseguaglianze.

Dibba e Barbero

 

“Stiamo perdendo la capacità di ragionare”
IL DIBATTITO SULLA GUERRA - La censura di papa Bergoglio fa pensare che le basi dell’Occidente, pluralismo e tolleranza delle opinioni, stiano venendo meno
DI ALESSANDRO DI BATTISTA
Il Fatto Quotidiano pubblica oggi uno stralcio dell’intervista che Alessandro Di Battista ha fatto allo storico Alessandro Barbero e che sarà uno degli episodi del nuovo podcast “Ostinati e contrari” pubblicato sulla nostra piattaforma digitale Extra.
- Dibba- È stato comunista, iscritto al Partito comunista quando c’era Berlinguer. Si definirebbe ancora comunista?
-Barbero- È una cosa che mi chiedo ogni tanto, perché in realtà ci sono due significati diversi di questa parola. Per gran parte della sua storia il comunismo è stato un progetto plausibile, poi concretamente realizzato in modi purtroppo largamente insoddisfacenti, se non criminali in tanti casi. Però è stato un grande progetto che generazioni e generazioni di esseri umani hanno portato avanti, credendoci. Era il futuro. In quel senso oggi mi sembra difficile essere comunisti. Magari rinascerà, ma in questo momento non vedo quella alternativa al capitalismo e al sistema unico. Non ne vedo neanche nessun’altra, beninteso, ma questa proprio non la vedo.
(…) In questo senso, non riesco in piena sincerità a dire sì, sono comunista. Se poi essere comunista vuol dire che comunque quel progetto, con tutti i suoi sbagli e con tutti i suoi crimini, fa vibrare dentro un’emozione positiva mentre il progetto fascista o nazista e anche il capitalismo totale e trionfante ti suscitano ripugnanza, ecco in quel senso so di stare da quella parte. Appartengo a quel mondo e a quella cultura. A me non succederà mai che una falce e martello o una stella rossa possano sembrare dei simboli del male.
Cosa pensa delle parole di papa Bergoglio sulla guerra in Ucraina e sulle responsabilità della Nato, e cosa pensa di papa Bergoglio?
Non ho la tendenza a dare giudizi sulle persone (…) Mi colpisce di più il fatto che in questo nostro Paese, con forti radici cattoliche, dove per tanto tempo qualunque cosa dicesse un Papa era l’apertura del telegiornale, con questo Papa che dice cose che possono dare fastidio non c’è nessuna apertura del telegiornale.
Viene quasi censurato…
Questo mi colpisce. Bergoglio, nel buttarsi nella mischia in questo momento specifico, mi sembra abbia dimostrato più coraggio di quello che mi sarei aspettato. Però ricordo che anche papa Wojtyla, che politicamente non ammiravo poiché per la sua ossessione anticomunista (comprensibilissima in un ecclesiastico polacco, però comunque un’ossessione) era stato portato ad avere frequentazioni e indulgenze molto criticabili, a suo tempo si oppose a guerre insensate. E anche lui, che di solito veniva sistematicamente ripreso, in quel caso lì non riuscì a combinare niente. Ecco, questa è la cosa più istruttiva, effettivamente.
Ero giovane, però ricordo che quando, anche giustamente dal suo punto di vista, Giovanni Paolo II si scagliava contro il comunismo aveva tutte le prime pagine dei giornali. Invece quando si scagliò contro l’intervento militare in Iraq subì una censura simile a quella che sta subendo Papa Bergoglio.
È così. E forse già allora avremmo dovuto prevedere quello che sta succedendo adesso e che invece ci stupisce così tanto. Dopodiché, ci rendiamo conto sempre più come vengano messe tranquillamente nel dimenticatoio le parole d’ordine tradizionali su cui si è costruito l’Occidente, cioè il pluralismo e la tolleranza delle opinioni diverse dalla propria, che sono poi le uniche cose al di là del benessere materiale che giustificano una supremazia dell’Occidente nel mondo. La tradizione della tolleranza del dire ‘non sono d’accordo, però sono pronto a combattere perché tu possa esprimere la tua opinione’.
Luciano Canfora ha detto: “Rivendico la possibilità di osservare e analizzare lucidamente i fatti. Da quando è caduta l’Urss, il metodo dell’Occidente è stato demolire tutto il blocco sovietico pezzo per pezzo, facendo avanzare minacciosamente il confine della Nato fin sotto Pietroburgo”. E ancora: “Nessuno è più intollerante dei liberali”. È d’accordo?
In questo momento è così. Per carità, l’intolleranza è una tentazione costante dell’umanità e dei regimi. Anzi, quando Voltaire parlava di tolleranza e per un po’ l’Occidente l’ha sposata come valore di fondo, stava facendo una cosa che non si era mai vista né sentita perché la normalità umana è sempre stata l’intolleranza. Da una parte e dall’altra. Sia gli uni sia gli altri pensavano: ‘Noi abbiamo ragione. Dio è con noi e quegli altri sono dei maledetti infedeli’. (…) Ci vuole un enorme lavoro di civilizzazione per farci abbandonare la nostra pulsione di base e costringerci a convivere con chi è diverso da noi, a discutere e accettare la diversità. E a quanto pare ci vuole pochissimo a dimenticare questi sforzi. Quindi sì, oggi i pochi Paesi che hanno nel loro Dna l’eredità liberale non sembrano così attenti a preservarla. Poi, beninteso, che gli altri Paesi del mondo questa eredità non ce l’abbiano neanche e non siano dei modelli di tolleranza e liberalismo non ci sono dubbi. Sia chiaro, però che noi critichiamo il “nostro” Occidente non perché ci piacciono di più i regimi dittatoriali, ma proprio perché l’Occidente è nostro, siamo noi e vogliamo che sia superiore.
Facciamo un gioco. È evidente che non vi sia nessuna epoca uguale a questa, però può esserci un periodo storico simile ai giorni che stiamo vivendo?
(…) Quando noi medievisti studiamo la fine del mondo antico, con le invasioni barbariche, siamo colpiti non solo dal collasso delle infrastrutture e delle tecnologie, di cui pure qualche piccolo sintomo oggi comincia a delinearsi, ma anche dal degradarsi della capacità di ragionare. Dal fatto che anche nel dibattito pubblico, nel dibattito intellettuale, a un certo punto diventa normale fare ragionamenti che non sono più ragionamenti, accostamenti arbitrari, fare parallelismi senza accorgersi che si sta ragionando meno bene di prima. La frequenza con cui assistiamo a questo fenomeno nel dibattito pubblico e nell’informazione, mi fa venire in mente un parallelo con il VII secolo, epoca in cui la capacità di ragionare in modo logico non era la cosa più apprezzata.

Abbeverarsi

 

Ogni tanto me la rileggo, vuoi perché emergano ricorrenze, come questa volta i cent'anni dalla sua nascita a Sassari, vuoi per nostalgia, pura nostalgia; non solo per quelle parole, anche per l'uomo che le proferì, un vero politico, pregno di dignità, mai sopra le righe, mai accostato a mani nella marmellata, vedasi rappresentanti di oggi. 

Era il 28 luglio 1981 e sul giornale La Repubblica apparve un'intervista di Eugenio Scalfari ad Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano. 

Ne ripubblico alcuni pezzi, per festeggiare il secolo dalla nascita di Enrico, e per evidenziare per l'ennesima volta, se ancora ve ne fosse bisogno, la lungimiranza, la saggezza, l'attenzione per le disparità di Enrico. Un uomo giusto, onesto, retto. 


di Eugenio Scalfari 

«I partiti non fanno più politica», mi dice Enrico Berlinguer, ed ha una piega amara sulla bocca e, nella voce, come un velo di rimpianto. Mi fa una curiosa sensazione sentirgli dire questa frase. Siamo immersi nella politica fino al collo: le pagine dei giornali e della Tv grondano di titoli politici, di personaggi politici, di battaglie politiche, di slogans politici, di formule politiche, al punto che gli italiani sono stufi, hanno ormai il rigetto della politica e un vento di qualunquismo soffia robustamente dall’Alpi al Lilibeo…

«No, no, non è così.», dice lui scuotendo la testa sconsolato. «Politica si faceva nel ‘ 45, nel ‘ 48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato.»

Oggi non è più così?

«Direi proprio di no: i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia

La passione è finita? La stima reciproca è caduta?

«Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…»

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

«È quello che io penso.»

Per quale motivo?

«I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, “il Corriere della Sera”, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il “Corriere” faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.»

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

«E secondo lei non corrisponde alla situazione?»