sabato 21 maggio 2022

Antò

 

Zelensky e i piccoli Stoltenberg da spiaggia
di Antonio Padellaro
“Dovrà essere Kiev a decidere quale pace accettare”. Lo ha detto Mario Draghi nell’informativa alla Camera. “Il diritto di Kiev a combattere per la sua sovranità integrale non rende questo obiettivo strategicamente assennato”. Lo ha scritto su La Stampa Charles A. Kupchan, professore di Relazioni internazionali alla Georgetown University. Queste due frasi, rese pubbliche giovedì scorso, hanno in comune soggetto e oggetto: Volodymyr Zelensky. In modo più sfumato e allusivo il premier italiano, con una prosa incisiva e argomentata l’analista americano, entrambi ci stanno dicendo che senza una mossa del presidente ucraino perfino un temporaneo cessate il fuoco resta una chimera. Subito gli Stoltenberg boys (in partenza per Capalbio con l’elmetto da spiaggia) ammoniranno chiunque osi esprimere un giudizio non conforme al catechismo Nato: non scherziamo, è il criminale Putin che si oppone a qualunque tregua e dunque il sostegno militare all’Ucraina dovrà proseguire costi quel che costi. A nulla servirà spiegare loro che secondo l’intelligenza delle parole i verbi “decidere” e “accettare” non sono affatto, come essi fanno finta di credere, il rinnovo perpetuo di una cambiale in bianco. Bensì, al contrario, una rispettosa ma incalzante richiesta di procedere verso una pace “accettabile”. Che può e deve significare “accontentarsi di un esito diverso dalla vittoria” (Kupchan). Poiché, già a settembre, il prezzo politico dell’invio di armi pesanti e quello salatissimo connesso al fabbisogno energetico (nelle mani di Putin) e alle sanzioni contro Mosca potrebbero ricadere pesantemente sulla Ue, e dunque sull’Italia. Infatti, “le interruzioni alla catene di approvvigionamento e l’innalzamento dei prezzi in molti Paesi potrebbero determinare una insufficienza alimentare globale” (Kupchan, in sintonia con gli analisti più accreditati). Per non parlare delle incombenti emergenze umanitarie. Nel frattempo, la resa ai filorussi, su ordine di Kiev, del battaglione Azov a Mariupol viene vista dai più ottimisti come un concreto segno di disponibilità da parte di Zelensky. O forse come un modo per liberarsi dell’ala militarista più intransigente. Oppure, chissà, come un boomerang per l’uomo di Kiev quando gli eroici combattenti sfileranno (e parleranno) nei tribunali di Putin come la prova vivente (il tempo che occorre) di quanto fosse necessaria la “denazificazione” del Donbass. Eh sì, piccoli Stoltenberg, alle volte la guerra è un affare complicato.

Ttttravaglio!!!

 

Alla buon’ora
di Marco Travaglio
Sembra ieri che Putin era più pazzo di Hitler: voleva invadere l’intera Europa. Anzi era scemo: pensava di prendersi l’intera Ucraina (due volte l’Italia), con una guerra lampo di tre giorni, senza prevedere che l’Ucraina, armata fino ai denti da otto anni, avrebbe reagito e sarebbe diventata uno Stato-guerriglia con atti terroristici quotidiani. Anzi era proprio coglione: pensava che Kiev stesse per entrare nella Nato, che con Kiev non c’entra (Stoltenberg: “La Nato non accetterà mai l’annessione della Crimea”). Sembra ieri, invece era solo tre mesi fa, nelle prime settimane della guerra criminale di Putin, quando i custodi del Bene e della Verità entravano e uscivano dal cervello del dittatore per spiegarcene, oltre alle patologie, le “vere intenzioni”.
Non potevano dire solo ciò che vedevano e tutti i veri esperti (come Fabio Mini) confermavano: cioè che Putin, come tutti gli autocrati nazionalisti e guerrafondai, voleva riprendersi il Donbass (peraltro felicissimo di essere ripreso dopo otto anni di massacri e angherie) più il Sud. Dovevano trasformare una guerra locale per il Donbass – secondo tempo della guerra civile ucraina – in una guerra mondiale per procura fra Russia e Nato (cioè Usa) sulla pelle degli ucraini. E, per farlo, imbottire vieppiù di armi l’Ucraina. E, per farlo, convincere noi europei che i veri aggrediti eravamo noi, perché “Putin odia le democrazie” (quelle che hanno fatto guerre ancor più feroci delle sue e quella di Kiev, molto simile alla sua visto che bandisce i partiti di opposizione, ne arresta il leader, unifica le tv a un solo canale governativo, ghettizza la minoranza russofona). Pazienza se le nostre armi non difendono donne e bambini, ma ne uccidono di più, visto che non finiscono ai civili, ma a professionisti senza scrupoli né controllo: brigate naziste, istruttori occidentali, foreign fighter, mercenari, trafficanti d’armi. Però – garantivano i custodi della Verità – grazie alle armi la resistenza ucraina sta vincendo e presto ricaccerà l’“armata rotta” oltre confine. Ora, tomo tomo cacchio cacchio, il Pentagono comunica che “difficilmente i russi verranno respinti dal Donbass e dal Sud” e avvia colloqui con Mosca per trattare in base non ai sogni, ma alla realtà. Ma va? Purtroppo lo “sconfitto” Putin s’è preso ciò che voleva e se lo terrà, come i veri esperti dicevano fin da subito. Prima o poi, con calma, qualcuno si domanderà se valesse la pena lasciar massacrare fisicamente mezza Ucraina dai russi ed economicamente l’Europa intera e mezzo mondo dalle auto-sanzioni per giungere a conclusioni già chiarissime qualche migliaio di morti fa. E magari chiederà scusa a chi passava per putiniano solo perché non mandava il cervello all’ammasso.

venerdì 20 maggio 2022

Pensa se…



…fosse rimasto scapolo…

Ovunque

 


Pezo el tacòn del buso

 

Dietro l’assoluzione di Fontana restano i segreti dei Caraibi
di Gianni Barbacetto
Che bello vedere i leghisti esultare in Consiglio regionale, con standing ovation e cori da stadio, per l’assoluzione del presidente della Lombardia Attilio Fontana. “Assolto Fontana! Giustizia è fatta, ora chiedete scusa”: così avevano scritto sulle loro magliette. Ma prima di chiedere scusa, possiamo mettere in fila i fatti? Sapendo che ci sono comportamenti che possono non essere riconosciuti come reati, ma sono ugualmente disdicevoli, o politicamente inopportuni, o semplicemente stupidi. E dunque: Fontana è stato assolto dall’accusa di frode in pubbliche forniture nell’inchiesta sul “caso camici”. E prima ancora, ha visto archiviata l’inchiesta per autoriciclaggio e falso in voluntary. Che cosa resta, dunque? Restano i fatti. Di una storia forse non criminale, ma certamente gustosa che vale la pena di raccontare. Inizia nella primavera del 2020, quando esplode l’emergenza Covid in Lombardia. La Regione, a caccia di materiale sanitario, il 16 aprile firma un contratto con una azienda, la Dama spa, che s’impegna a fornire 75 mila camici al costo di 513 mila euro. A maggio, però, un giornalista guastafeste di Report va a chiedere spiegazioni al proprietario della Dama spa: è Andrea Dini, cognato di Fontana, che la controlla al 90%, insieme alla sorella (che ha il 10%), Roberta Dini, che guarda caso è la moglie del presidente Fontana. Per non ammettere un affare in conflitto d’interessi, Fontana dice di non saperne niente. Poi cambia versione e dice che si trattava di una donazione gratuita. Il 20 maggio 2020, Dini comunica alla Regione di rinunciare ai pagamenti (in realtà già fatturati, dunque non era un regalo) e trasforma in donazione la fornitura dei 50 mila camici già consegnati. Non “dona” però i restanti 25 mila camici, che tenta invece di vendere a prezzo maggiorato a una azienda di Varese.
Era stato Fontana, il 17 maggio 2020, a chiedere in segreto al cognato di rinunciare all’affare, per non metterlo in imbarazzo. E due giorni dopo, per “risarcirlo”, gli aveva fatto un bonifico urgente di 250 mila euro. Con soldi suoi privati, parcheggiati in un conto svizzero Ubs su cui c’erano 5,3 milioni di euro. Questa mossa diventa oggetto di una Sos (“segnalazione di operazione sospetta”) che arriva alla Guardia di finanza e alla Procura. Fontana si trova così indagato: per frode in pubblica fornitura, per aver disatteso il contratto con cui la Dama spa si era impegnata a fornire alla Regione 75 mila camici, non solo i 50 mila “donati”. Il giudice ha deciso che non è reato e ha assolto. Ma per uscire dal pasticcio della fornitura in conflitto d’interessi, Fontana si è ficcato in un pasticcio più imbarazzante: ha fatto sapere al mondo che aveva misteriosi conti all’estero, aperti in Svizzera nel 1997 e nel 2005, poi schermati da società e trust alle Bahamas e in Liechtenstein e infine “sbiancati” con la voluntary disclosure nel 2015. Pezo el tacón del buso, peggio la toppa del buco. Da questo è scaturita la seconda imputazione (autoriciclaggio e falso in voluntary) da cui Fontana è uscito per scelta della stessa Procura, che non è riuscita a ottenere tutti i documenti svizzeri necessari a sostenere l’accusa. Ma intanto i lombardi hanno saputo che il presidente teneva “soldi di famiglia” in Svizzera: “Allora si usava così”, tenta di spiegare. Non spiega però i soldi del secondo conto (aperto nel 2005 con una firma dubbia dalla madre di 82 anni, ormai in pensione a 20 mila euro l’anno), su cui ai 3,4 milioni del primo si aggiungono altri 2 milioni che compaiono magicamente dal nulla. Di chi sono? Da dove vengono? Non lo sapremo mai. Restiamo dunque ai fatti, che siano o non siano reati: Fontana è sempre lo stesso simpatico pasticcione che sui camici mente ai cittadini e continua a tenere nascosti i suoi arzigogolati pasticci svizzero-caraibici. Chi deve chiedere scusa?

L'incredibile Travagliato

 

Da non credere! Al confronto Petrocelli è Luttwak!
Amnesy International
di Marco Travaglio
“Quello che mi piace di Putin è il suo proporre un moderno alternativo alla globalizzazione imperante, tentando di imporre schemi differenti agli attuali modelli di uniformità culturale”. “Che strano e bello un leader che parla di valori, di orgoglio nazionale, di sentimenti”. “Putin è una guida autorevole, capace di risollevare in Russia sentimenti patriottici. Ha plasmato un’identità nazionale nuova… molto forte”. “La vicenda di Crimea e Ucraina non è frutto di un’aggressione russa tout court, ma di un’aggressione da parte dell’Occidente che pretendeva che l’Ucraina diventasse un suo avamposto e addirittura aderisse al Patto Atlantico. Era ovvio che ci sarebbe stata una reazione”. “No alle sanzioni a Mosca: rischiano di avere effetti inversi e la Crimea è sempre stata una terra russa”. “L’Europa deve evitare a ogni costo un conflitto di cui pagherebbe le conseguenze, l’atteggiamento della Nato non agevola questo già difficile compito”.
Chiunque oggi provasse a ripetere una sola di queste frasi (che, al netto dell’ammirazione per quel figuro sanguinario di Putin, sono puro buonsenso) verrebbe bollato a fuoco col marchio d’infamia del “putinismo”, conficcato in una o più liste di proscrizione, bandito dal consesso civile e confinato nel ghetto con Spinelli, Orsini, Di Cesare, Canfora e altri putribondi figuri. Per aver detto qualcosa meno, Petrocelli è stato espulso dal M5S e cacciato da presidente della commissione Esteri. Per aver detto molto meno (vecchie critiche alle guerre Usa-Nato in Afghanistan, Iraq e Libia e all’allargamento Nato a Est), il 5S Ferrara è diventato “filoputiniano” anche lui anche se di Putin non aveva mai parlato bene in vita sua e s’è visto sbarrare la via della stessa presidenza. Invece quelle frasi le ha pronunciate la forzista e figlia d’arte Stefania Craxi nel 2016, due anni dopo l’invasione della Crimea, sette anni dopo la fine della guerra in Cecenia, 10 anni dopo gli assassinii di Anna Politkovskaja e Aleksandr Litvinenko. Eppure, al posto del putiniano Petrocelli e del mai putiniano Ferrara, le destre (quindi anche Iv) hanno eletto la putiniana Craxi, che nessun giornalone o tg o talk si sogna di definire putiniana. Anzi, tutti esultano perché finalmente la commissione Esteri ha una guida “atlantista” (tripudia pure Riotta, che al solito ha capito tutto), per non dover ammettere di aver usato la resistenza ucraina per regolare un altro conticino con i 5Stelle, pensando di umiliare solo loro con la figlia di un corrotto. Qui non conta quello che si dice: conta chi lo dice. C’è chi può e chi non può. Poi fra qualche anno qualche Bush jr. nostrano rincoglionirà e si lascerà sfuggire la verità. Persa ogni speranza nel valore della memoria, non resta che puntare sull’Alzheimer.

L'Amaca e la pazzia

 

Una specie di terza via
DI MICHELE SERRA
Sostiene la influencer Nasti, compagna del calciatore Zaccagni, che gli sghignazzi e le ironie circolate sui social a proposito del “gender reveal party” (me’ cojoni, si dice a Roma) allo Stadio Olimpico, nel quale la coppia ha rivelato il sesso del loro neonato, siano frutto di invidia sociale.
“Disprezzate perché non potete avere lo stesso”, ha scritto la signora, che è una maniera non molto elegante, ma decisamente efficace, per dire che la vera differenza, tra gli esseri umani, la fanno sempre e solo i quattrini.
I casi sono due. O la signora ha ragione, e il popolo non ha saputo aderire con unanime entusiasmo al gender reveal party solo perché non è in grado di affittare lo stadio Olimpico per celebrare gli affari suoi; e in questo caso, mi sembra, siamo fottuti per sempre, come popolo e forse anche come genere umano. Oppure la signora sbaglia, perché omette di considerare che magari qualcuno, anche se fosse gonfio di quattrini, piuttosto che fare un gender reveal party sarebbe disposto a qualunque cosa, perfino a non farlo. In questo secondo caso si potrebbe dire che la discrezione e l’understatement, incredibilmente, sono ancora considerate virtù, seppure in seno a una minoranza intimidita, ma non doma.
In attesa che qualcuno affitti la Scala per annunciare la laurea (graduation reveal party) o il Quirinale per festeggiare il primo miliardo (luxury reveal party), noi speriamo ardentemente che sia vera la seconda ipotesi: qualcuno vorrebbe diventare ricco senza diventare automaticamente esibizionista.
Sarebbe bellissimo. Una specie di terza via.