giovedì 12 maggio 2022

Fini e il suo parere

 

Quando Putin eravamo noi, i Veltroni dov’erano?
DI MASSIMO FINI
Nell’orgia di retorica che ci ha investito dopo l’aggressione della Russia all’Ucraina, credo che la Palma d’Oro – ed era davvero difficile primeggiare in una competizione in cui si sono cimentati tutti o quasi – spetti di diritto a Walter Veltroni.
Mettendosi sulle spalle di Elie Wiesel (fa sempre comodo appoggiarsi a un ebreo anche se in questo caso gli ebrei non c’entrano nulla) l’onorevole Veltroni bolla l’indifferenza con cui gli occidentali, categoria cui mi onoro di non appartenere, stanno assistendo alla tragedia ucraina. A me non pare proprio. Ma quale indifferenza? L’Europa, totalmente sottomessa ai voleri di Joe Biden che sta conducendo, attraverso il burattino Zelensky, una sua personale guerra contro l’ex Unione Sovietica, sta riempiendo di sanzioni la Russia e di armi l’Ucraina.
Scrive l’indignato Veltroni, promosso per demeriti politici a editorialista della Gazzetta dello Sport e del Corriere della Sera, autore di film inguardabili: “Ci sembrano normali, davvero normali, l’invasione di un Paese sovrano, i bombardamenti sui civili – tremila morti dice l’Onu – le fosse comuni, gli stupri di donne e bambini, la sistematica distruzione di case e acquedotti? Siamo talmente narcotizzati da non stupirci più?” (Corriere della Sera, 6.5.22).
Certo che non sono normali. Ma siamo “narcotizzati” dalle violenze occidentali perpetrate negli ultimi vent’anni. Come non era normale l’invasione e l’occupazione dell’Afghanistan nel 2001, durata vent’anni, che ha causato 300 mila morti civili, cifra per difetto perché nessuno si è mai preso la briga di calcolarli in modo serio, e di 70 mila combattenti talebani che però non si sono mai abbandonati ai piagnistei di Zelensky né se la sono data da catilinari votati alla morte come quel comandante o sub comandante del dubbio battaglione Azov intervistato l’altro giorno da Sky Tg 24.
Al contrario, il capo dell’Emirato Islamico d’Afghanistan, il Mullah Omar, legittimamente al potere, se è legittimo un potere che si conquista dopo una guerra combattuta contro i prepotenti, è stato regolarmente infamato e accusato di ogni genere di nefandezze insieme ai suoi talebani che continuano a esserlo. Chi era allora l’aggredito? L’Emirato Islamico d’Afghanistan. Chi erano allora gli aggressori? Gli americani col codazzo dei loro servi occidentali e anche non occidentali (la nobilissima e democratica Turchia). Eppure per i bombardamenti a tappeto su Kabul, su Kandahar, su Mazar-i Sharif, su Kunduz, “la sistematica distruzione di case e acquedotti”, la cancellazione a suon di bombe di ospedali come quello di Medici Senza Frontiere a Kunduz, l’uso di gas tossici e armi chimiche, i proiettili all’uranio impoverito, l’onorevole Veltroni, e tutti i Veltroni dell’Occidente, non si è mai indignato. Quando siamo noi gli aggressori vale tutto. Anche le torture abbondantemente utilizzate a Guantanámo. Del resto i Talebani erano dei “terroristi” e forse nemmeno propriamente degli esseri umani. Come oggi, per la Russia di Putin, gli ucraini sono solo dei “nazisti”. Peraltro in vent’anni, prima che gli occupanti, fra cui c’erano anche gli italiani, fossero cacciati nel più ignominioso dei modi, nessuna voce, nemmeno quella del Papa che è pronto a chiagne per ogni cosa, si è mai levata a difesa degli afghani, tantomeno quella di Walter Veltroni.
Scrive ancora l’onorevole Veltroni: “Ma la comunità e il diritto internazionale non possono prescindere dall’integrità dell’Ucraina e dalla sua sovranità, dalla riconquista della possibilità per quel popolo di tornare a vivere e a decidere autonomamente il suo destino”. Evidentemente gli afghani non avevano il diritto di “decidere autonomamente del proprio destino”, se lo sono dovuti riprendere con la forza delle armi e del loro coraggio.
L’onorevole Veltroni si indigna perché con la sua aggressione la Russia ha violato l’integrità di uno Stato sovrano. Vero. Ma non era uno Stato sovrano l’Iraq di Saddam Hussein? Non era uno Stato sovrano la Libia del colonnello Muammar Gheddafi? Eppure l’Iraq e la Libia nel momento in cui sono stati aggrediti (2003 e 2011) erano Stati accreditati all’Onu. Evidentemente per l’onorevole Veltroni, e per tutti i Veltroni dell’Occidente, Stati sovrani sono solo i nostri o quelli dei nostri amici o quelli di chi ci fa comodo (come l’Egitto del molto commendevole Abdel Fattah Al Sisi o, perché ha il gas, l’Algeria dei generali tagliagole che nel 1991 con un colpo di Stato occuparono il potere o piuttosto se ne riappropriarono dopo decenni di una dittatura sanguinaria). Non era uno Stato sovrano la Serbia di Slobodan Milosevic? Eppure una grande Capitale europea come Belgrado fu bombardata dagli americani per 72 giorni a favore dell’indipendentista Kosovo. Il che non legittima i bombardamenti di Putin su Kiev, ma gli offre un prezioso precedente per bombardarla a favore degli indipendentisti del Donbass (la situazione Serbia-Kosovo e Ucraina-Donbass è simmetrica).
Veltroni scrive anche di “oceaniche manifestazioni” quando fu invaso e occupato l’Iraq nel 2003. Le ha viste solo lui, forse in sala di montaggio.
Veltroni scrive che l’indifferenza è una brutta cosa. Ma peggiore dell’indifferenza è la retorica di cui l’onorevole Veltroni, e tutti i Veltroni dell’Occidente, utilizza a piene mani piegando e falsificando, a suo uso e consumo, i dati della realtà.

mercoledì 11 maggio 2022

Suffimigi



Posso dire la mia? Abbiamo lottato decenni per spegnere la vergogna della centrale a carbone in città, e oggi ben due navi da crociera stanno impestando l’aria, donandoci suffumigi gratis. Sarò ignorante ma me ne sbatto gli zebedei dell’ospitalità e di questa anomala forma di turismo fine a se stessa! Sono inutili i sentieri aperti in pompa magna, e preparati da altri, se poi alla fine te devi respirae merda! Tarpon!

Sfottò

 


Concordo

 

Retromarcia sullo “strega”, ma resta l’odio anti-russo
DI TOMASO MONTANARI
Armi pesanti, armi per miliardi, armi ovunque: l’Italia ormai è un’armata. Brancaleone, però.
Anche il ministero degli Affari esteri compila la sua lista di proscrizione: i più insigni italianisti russi vengono cacciati dalla giuria del Premio Strega. Ma dopo la reazione coraggiosamente pubblica di Olga Strada (già direttrice del nostro Istituto di cultura a Mosca), che si è detta indignata per l’insensatezza di una simile espulsione, il vertice della nostra povera diplomazia fa marcia indietro. E, oplà, gli odiati servi di Putin sono reintegrati nello Strega. Il ritorno alla ragione e la fausta conclusione non cancellano la figuraccia epocale: nulla ha evidentemente insegnato il precedente tragicomico del veto posto da una pubblica università al seminario su Dostoevskij di Paolo Nori, poi inutilmente ritirato.
Ma il punto è un altro. Ed è la virata verso il mostruoso che questa guerra sta imponendo al discorso pubblico italiano, e all’agenda delle nostre stesse istituzioni. Che sembrano essersi date come obiettivo la crescita di un vero e proprio odio verso il popolo russo e la sua cultura (che è parte vitale della nostra comune cultura).
Affiorano alle labbra le parole scritte dal premio Nobel Romain Rolland durante la Grande Guerra: “Tra i nostri popoli non v’era alcuna ragione di guerra. A dispetto di ciò che ripete una stampa avvelenata da una minoranza che ha i suoi interessi a coltivare questi odi… noi non ci odiamo… i nostri popoli non chiedono altro che la pace e la libertà… le nazioni non esistono più come personalità: due dozzine di politicanti e una manciata di giornalisti parlano insolentemente a nome dell’una o dell’altra. Essi non ne hanno il diritto, non rappresentano che se stessi”.
Smettiamola per favore di confondere il popolo russo con il suo tiranno. O il popolo italiano con il suo governo.

Robecchi

 

Talk show. Il Copasir metta uno bravo a scegliere gli ospiti urlanti
di Alessandro Robecchi
Onestamente, non guardo i talk show da quando ho scoperto che sugli altri canali c’è il wrestling, o addirittura, le sere fortunate, il catch nel fango, posti dove la dialettica mi sembra più avanzata. Non che non mi interessi l’entusiasmante sviluppo di idee che si genera quando qualcuno è chiamato a intervenire sulle sorti del mondo in ventitré secondi netti, che poi c’è la pubblicità; anzi, a volte, visti certi ospiti, ventitré secondi mi sembrano pure troppi. Certo, ci sono anche aspetti positivi, cioè, uno si sente ringiovanire se accende la tivù e si imbatte in un Luttwak, per esempio, che dice le cose che diceva – nello stesso posto, alla stessa ora, con le stesse parole – una ventina d’anni fa (Iraq, Afghanistan…), anche quando aggiunge che lui ha fatto tre guerre, si è trovato benissimo e ci consiglia l’esperienza.
Ora apprendo che il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) manderà qualcuno con gli occhiali neri e l’auricolare a fare il buttafuori negli studi televisivi, perché si teme che tra quelli che urlano “Io non l’ho interrotta!” e “Mi lasci parlare!” si annidino spie russe che possono fregare micidiali segreti bellici, tipo un microfono, o un tubetto di eyeliner in sala trucco. Non credo che la nostra democrazia reggerebbe il colpo, facciamo bene a difenderci.
In sostanza va ripensata la formula dei talk show, adeguandoli al mondo nuovo, che sembrerebbe un posto dove siamo in guerra anche se la guerra la fanno altri. Spese militari di guerra, discorsi di guerra, economia di guerra, bollette di guerra, ovvio che ci vogliono anche talk show di guerra, dove al massimo sia concesso dissentire su come si scavano le trincee o come si carica un lanciarazzi, ma le divergenze devono finire lì. Porca miseria: pensa se eravamo in guerra! Del resto, si sa che la guerra si fa in due, ma guai a essere in due a discuterne: quando mai avete visto un iracheno in un talk show? E un afghano? E un siriano?
Anche l’uso dei sondaggi nei talk show andrebbe regolamentato, possibilmente con una legge di un solo articolo: si possono pubblicare sondaggi solo se in linea con la sicurezza della Repubblica. Il fatto che la maggioranza degli italiani risulti contraria all’invio di armi in Ucraina (per tutti gli istituti di ricerca, con percentuali che vanno dal 48 al 60 e passa) è di per sé strumentale e fuorviante: che cazzo vogliono gli italiani, eh! Chi si credono di essere? Ma ’sta legge ancora non c’è, e allora ci si adatta, spesso piegando la statistica a domande carpiate con doppio avvitamento: “Lei è d’accordo con chi è contrario all’invio di armi?”. Ben pensata: la percentuale rimane alta, ma almeno davanti al numero c’è scritto “sì”, è tutto bellissimo.
Naturalmente il Copasir ha poteri limitati, non può nulla contro le dinamiche televisive, o gli ego debordanti o le sceneggiate concordate in camerino. Peccato, perché se la sicurezza della Repubblica fosse veramente tutelata – anche dal ridicolo – avrebbe impedito gli scontri fisici e le urla belluine, per esempio tra Sgarbi e Mughini. Però bisogna anche tenere conto dell’opinione di quelli che difendono la formula talk show: avrà i suoi limiti ma gli italiani imparano qualcosa e si interrogano sulle questioni più disparate e spinose. Per esempio, quello che si sono chiesti tutti: “Urca, ma ancora sta in giro Mughini?”, oppure “Toh, ma ancora invitano Sgarbi?”. Insomma, vedete? Si fa anche informazione. Però mi raccomando: al Copasir, a scegliere gli ospiti, metteteci uno più bravo.

martedì 10 maggio 2022

Iooo iooo



Mentre in Uefa ragliano contro la luna, lo sceicco ricco ricco se lo prende garantendogli uno stipendio annuo netto di 29 milioni. Buon fair play a tutti!

Però Marcel!

 

Proust, il malato immaginifico. Tra Platone e Verdone
ESCE “DELL’USO DELLA CATTIVA SALUTE” - Lo scrittore: "Solo per alzarmi e stare in piedi un’ora ho bisogno di un mese di esercizi"

DI CAMILLA TAGLIABUE

Tra Platone e Carlo Verdone sta Marcel Proust (1871-1922): col primo condivide la filosofia del corpo come prigione, “un essere d’un altro regno, da cui ci separa un abisso, che non ci conosce e dal quale è impossibile farci capire”; del secondo vanta il talento diagnostico-farmaceutico, sentendosi “più medico dei medici”, autogestendosi con le cure e dispensando a conoscenti e parenti i suoi rimedi miracolosi, dai sonniferi alle diete. Non tutto fila liscio, però, in questo “esercizio illegale” della professione: una volta il doc. Proust consiglia a un amico di difficile digestione una visita “psicologica”, convinto com’è che quella sia una malattia nervosa, mentale; ebbene, con “l’analisi”, l’amico risana lo stomaco, riprende a mangiare normalmente e gli si guastano i reni. Muore poco dopo: “La medicina è una scienza (?) esageratamente comica”.

Lo scrittore comunque continuerà a credere nei “trattamenti psicoterapeutici” e nelle “cure con la forza della persuasione”, come si evince dal minuto epistolario Il buon uso della cattiva salute (titolo che echeggia una citazione di Pascal), in libreria da giovedì con L’Orma: il libricino raccoglie una ventina di lettere tra il 1900 e il 1922, anno della morte. Oltre a “dispensare pettegolezzi freschi e sempre più scandalosi”, a raccontare i lavori in corso della Recherche, a disperarsi per le perdite in Borsa, frutto di azzardi e sciagurati investimenti, qui Proust si lamenta della propria “natura fragile… con l’andazzo da malato” ed elargisce pareri sulla “dispnea tossialimentare, i lavaggi intestinali, i diuretici, le patatine fritte… Sarebbe meglio che prima parlassimo un po’ delle deiezioni”.

Nonostante la sua sia una famiglia di dottori – il padre Adrien è un epidemiologo di fama internazionale – mentre il fratello minore Robert è oncologo e urologo, Marcel si sente più competente di loro: “A volte l’esperienza del malato è al corrente di tante inezie che la scienza del medico ignora”. Il patriarca tuttavia dubita dell’origine organica dei mali del figlio; perciò Marcel lo consulta per interposta persona, scrivendo bigliettini a sua madre: “Chiedi a papà che cosa vuol dire quando ti brucia mentre fai la pipì e sei costretto a smettere, per poi ricominciare, fino a cinque o sei volte nel giro di un quarto d’ora… Ma forse dipende dalla birra”.

Malato immaginifico, ma non immaginario, al netto dell’ipocondria, Proust soffre del “morbus litterarius” e sente di appartenere alla “magnifica e compassionevole famiglia dei nevrotici, che è il sale della terra… Tutto quanto conosciamo di grande sono i malati di nervi a donarcelo. Loro, e non altri, hanno fondato le religioni e composto i capolavori”. Degno erede del visionario Mosè o del malinconico Van Gogh, il romanziere francese spiega che “la cattiva salute è spesso il fardello di un animo troppo grande… Stati nervosi e poesie incantevoli possono benissimo essere manifestazioni inscindibili di una stessa potenza tumultuosa”. Eppure invecchia e “anche l’età è un male fisico”: sono lontani gli anni della giovinezza spensierata e famelica, quando bazzicava tra il Ritz e l’Hôtel Marigny, luogo di “omosessuali influenti”, in cui si eccitava guardando ragazzi masturbarsi o topi sbranarsi; una volta finì persino in un blitz della polizia e fu schedato come un “uomo di mezza età che vive di rendita, intento a bere con tre pederasti”.

Passati i 45-50 anni, le déluge: Proust non riesce quasi più a uscire di casa, angustiato dall’asma, dalla febbre da fieno, dai problemi cardiaci, dalla colite, dalla gastrite, dall’insonnia… Il suo regime farmacologico prevede oppio, “fumigazioni”, “polveri infiammate” che bruciano gli occhi, lassativi à gogo, sigarette antiasmatiche (!): per tirarsi su, assume caffeina e adrenalina; poi per calmarsi si fa di Trional, morfina e Veronal fino a tre grammi al giorno, due volte la dose massima consigliata. Per molto tempo sarà anche andato a letto presto la sera, come scrive lui nel memorabile incipit della Recherche, ma ora non riesce ad addormentarsi prima delle tre di notte, salvo poi stare sdraiato almeno 12-13 ore: “Solo per alzarmi e stare in piedi un’ora ho bisogno di un mese di esercizi preparatori”.

La sua è una vita spericolata. Si sveglia alle 16, o alle 18, e consuma un unico pasto ogni 24 ore, innaffiato di birra ghiacciata: il menù prevede “due uova alla crema, un’ala intera di pollo arrosto, tre croissant, un piatto di patate o di patatine fritte, uva, caffè” e chiede al medico “se questo pasto sia sufficiente”, nonostante non riesca a digerire “neppure un quarto di bicchiere di acqua di Vichy”, come la zia Léonie della fiction. Intanto, dalla domestica pretende 20-25 teli puliti al giorno: “Mia cara, un asciugamano usato due volte si inumidisce troppo e mi screpola la pelle”.

Di “personalità sensibile, nevrastenica”, Marcel vive recluso in una stanza, ossessionato da rumori e odori: nessun ospite può portare fiori o usare il profumo e, una volta entrato nella nuova casa in rue Hamelin (dopo aver lasciato lo storico appartamento di famiglia), Proust viene colpito da una violentissima crisi asmatica per la suggestione suscitata dalle rose dipinte sulla carta da parati. Morirà per una bronchite mal curata, lui che per tutta la vita aveva cercato di medicare i suoi, e altrui, malanni immaginifici. Sì, “la medicina è una scienza (?) esageratamente comica”.