Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 8 maggio 2022
Marco e lo Zerbino
Il portalettere
di Marco Travaglio
Dunque Draghi, che non rappresenta un solo elettore, non degna neppure di una risposta gli appelli di Conte, leader del partito di maggioranza relativa, e di Bersani, padre nobile di LeU, perché riferisca alle Camere la linea dell’Italia sulla guerra in Ucraina prima di riferirla a Biden. La sua unica replica è una velina del suo ufficio stampa ai giornali amici (tutti tranne un paio): “I tempi sono stretti; la richiesta di Conte è del tutto isolata” (Bersani non esiste); e il Parlamento ha già delegato in bianco il governo a inviare tutte le armi che vuole all’Ucraina sino a fine anno. Tutte balle. I tempi sono stretti oggi, vigilia del viaggio a Washington, ma non lo erano una settimana fa quando la richiesta fu avanzata e comunque nulla vieta di riunire le Camere di domenica (a parte i suoi riposini a Città della Pieve). Quanto alla richiesta “isolata”, a giudicare dagl’italiani contrari all’escalation bellica e in attesa da due mesi di una parola sulla nostra cobelligeranza, è molto più isolato Draghi di Conte. In ogni caso, anche se nessuno glielo chiedesse, sarebbe preciso dovere del premier informare il Parlamento non sulle armi a Kiev, ma su cosa vuole l’Italia (guerra alla Russia? caduta di Putin? conflitto decennale? negoziati con compromessi sul Donbass?) prima e non dopo la visita a Biden. Fino a prova contraria e a nuova Costituzione, la politica del governo italiano la decide il Parlamento italiano, non la Casa Bianca.
È comprensibile che Draghi ce l’abbia con Conte perché gli ha infranto il sogno del Quirinale e con il mondo intero perché quando parla al Parlamento europeo viene accolto festosamente dalle sedie. Ma dovrà farsene una ragione. È anche comprensibile che non sappia cosa dire prima di ricevere i nuovi ordini da Biden: ma potrebbe farseli anticipare al telefono e salvare almeno le apparenze, partendo per gli Usa con uno straccio di mandato parlamentare. Invece vuole affermare, con un’arroganza pari solo all’analfabetismo istituzionale, che a Roma comanda Washington. Ergo Palazzo Madama può tranquillamente diventare un parcheggio multipiano e Montecitorio un cinema multisala. Alla stampa di regime va bene così, infatti è piena d’indiscrezioni su “cosa si attende l’amministrazione Biden dal governo italiano” e sull’“agenda di Biden per il viaggio di Draghi” (Repubblica): la consueta postura a 90 gradi. In pieno lockdown, bastava che Conte tardasse 20 minuti in sala stampa per gridare alla svolta autoritaria. Oggi, in piena guerra mondiale, chiedere a Draghi di riferire in Parlamento è lesa maestà. In mancanza del portalettere, non resta che convocare in Parlamento direttamente il mittente Biden, magari in teleconferenza come Zelensky. Magari lui qualcosa ce lo dice.
Gilles
Quarant’anni fa l’addio al campione canadese
Villeneuve, amore senza fine “Guidava mezza macchina e volava come Nuvolari”
di Simone Monari
FORMIGINE (MODENA) – «Entrai nel parco chiuso a Imola, con due bottiglie d’acqua, felice per la doppietta Ferrari. Una era per Pironi, l’altra per Villeneuve. Che non la prese, mi guardò e mi disse: ‘Hai un pilota di m…, d’ora in poi sarà guerra». Pietro Corradini ha 75 anni e non smette di stare in officina. Dal 2017 dà una mano ad una scuderia di Formigine (Belle Epoque) specializzata nel restauro di supercar. «Entrai in Ferrari il 2 febbraio del ’70, ci sono rimasto trent’anni. Nell’82 ero il meccanico di Pironi». La rottura fra i due piloti è notissima: i meccanici Ferrari al 50° giro del Gp di San Marino misero in pista il cartello “slow”, rallentare. «Avremmo fatto meglio a scrivere di mantenere le posizioni», ammetterà tempo dopo Mauro Forghieri, che dirigeva il reparto corse, assente quel giorno per la comunione della figlia. Villeneuve rallentò, Pironi, suo compagno di scuderia, passò. IlTime l’indomani, commentando il dominio Ferrari, scrisse: «Bastano due auto per fare una corsa». Ma è come se lì fosse finito tutto.
Due settimane dopo, quel canadese dallo sguardo dolce e dal cuore impavido, cercando, con le gomme usurate, di star davanti al compagno, moriva in prova, sul circuito di Zolder. Oggi sono 40 anni esatti. In questo lembo di terra che è il cuore della motor valley, lo chiamano ancora tutti per nome, Gilles, con la g che scivola nella esse, all’emiliana. L’appeal sui ferraristi è intatto. Il ricordo va ben oltre i sei successi in F1, i 67 Gp, le 2 pole, i 7 giri veloci, i 13 podi, i 583 giri al comando. Quelli sono numeri. La magia, che permane, è un’altra cosa.
C’è il folclore, certo: la tromba che suonava più spesso del pianoforte (il padre era accordatore, di mestiere), la moglie Joanne che preparava le torte ai meccanici, loro due che durante i gran premi anziché in albergo vivevano coi figli, il cane lupo e il gatto in un motorhome piazzato sui circuiti. Poi c’è la sostanza. Il sugo, dicono qui. Il giro su tre ruote a Zandvoort, l’ala divelta a Montreal, il trionfo a Montecarlo, il primo in assoluto su una monoposto col turbo, il successo in Spagna con una vettura palesemente inferiore alla crema della F1. Imprese che Corradini ha scolpite nella memoria. «Ti faceva godere, come ancora oggi riesce a Messi, magari solo con un dribbling. Sapeva guidare mezza macchina, infatti Enzo Ferrari lo paragonava a Nuvolari che una volta ruppe il volante e usò una chiave inglese per proseguire. Gilles arrivò terzo senza un alettone, i piloti di oggi lo vogliono un grado più a destra o a sinistra, se no è un problema. Guardate la gara di Digione». Il duello con René Arnoux entrato nella letteratura della F1. «Gilles blocca la ruota esterna in appoggio, cioè in frenata, ma la curva la fa ugualmente. La morale per me è semplice: o le macchine di oggi sono delle carriole, non solo le F1, oppure lui era un fenomeno. Non si arrendeva mai. Guardate i testacoda. Gli altri frenano e spengono il motore, lui no, riparte sempre. Perché aveva una sensibilità e un controllo pazzeschi ». Può darsi l’avessero aiutato le prime corse in motoslitta, sulla neve, in Canada.
Gli aneddoti si sprecano, anche fuori dal circuito. Renata Nosetto, moglie dell’ex direttore dell’autodromo di Imola scomparso nel 2013, rammenta quella volta in elicottero: «Aveva il brevetto, ma per me Gilles non sapeva leggere le carte, s’abbassava per guardare i cartelli stradali, poi risaliva; a Imola prima di parcheggiare passò sotto il ponte del traguardo. Scesi che barcollavo. Caro Gilles, gli dissi, tu sei un gran bravo ragazzo, ma io con te non salgo più. Era quasi dispiaciuto, per lui era tutto normale ». Un’altra volta, sempre in elicottero, puntò la Ferrari di Scheckter in autostrada, scansandola all’ultimo. Si narra che quei due, amicissimi, s’alternassero alla guida della Ferrari 308 da Montecarlo, dove vivevano, a Maranello: 433 km, miglior tempo, 2 ore e 25 minuti. Anche per queste sue intemperanze non era amatissimo fra i piloti. Pochi andarono a dargli l’ultimo saluto all’ospedale di Lovanio, in Belgio. Di nuovo Corradini: «Era una F1 di vecchi marpioni e di gente che si sarebbe prostituita pur di venire alla Ferrari, ma la verità è che lui andava più forte degli altri e frenava più avanti di tutti. Quelli che lo criticano, ancora oggi, di motori non capiscono nulla». Il 12 maggio di quarant’anni fa, durante i funerali in Canada, Scheckter disse sull’altare: «Era il pilota più veloce della storia delle corse, ed era l’uomo più genuino che abbia mai conosciuto». C’è più d’un motivo, in effetti, se 40 anni dopo Gilles “vive” ancora.
sabato 7 maggio 2022
L'Amaca
Quale delle due è la peggiore
DI MICHELE SERRA
Delle due tragiche piaghe recenti, la pandemia e la guerra, quella a noi fisicamente più prossima è la prima, che non ha frontiere, non è limitata a un solo luogo geografico, e ha colpito ovunque, casa per casa.
Il Covid, nella sua fase più mortifera, quella pre-vaccino, non era solo nei telegiornali, era addosso ai nostri corpi. L’esperienza diretta della morte in guerra, per noi italiani, rimane legata a pochi coraggiosi reporter, quella della morte per Covid di amici e parenti è toccata a milioni di persone.
Eppure, dopo quasi tre mesi di questo doppio scacco alla vita cosiddetta normale, e dopo tante discussioni, letture, riflessioni, quella che mi pesa di più, la più sconquassante, la più inaccettabile, è la seconda. Perché la guerra dipende, in tutto e per tutto, dall’uomo, che ne è l’artefice, la crea e la agisce, a volte ci si arricchisce. Mentre il virus è un pezzo di natura che ci disarciona, una particola a noi esterna che ci agguanta, come le pestilenze di ogni epoca. Possiamo odiarla ma non possiamo sentircene colpevoli, non siamo stati noi, per nostra volontà, a scatenarla.
La guerra invece sì. Ne portiamo per intero la colpa, parola, questa, che uso sempre malvolentieri perché odora di contrizione e di penitenza. Ma in questo caso non trova sostituti, la guerra è una scelta dell’uomo, sono uomini quelli che la vogliono e la infliggono, non abbiamo mezzo alibi che possa sollevarci. Noi siamo – tra altre cose, per fortuna – quella roba lì, quella scimmia crudele e spesso sadica. Sì, decisamente mi affligge e mi orripila assai di più la guerra, anche se non ho più l’età per il fronte, e invece sto arrivando velocemente a quella che mi qualifica paziente a rischio.
Iscriviti a:
Post (Atom)


